Silenzio, parole…

Silenzio, parole, fermarsi, continuare, ognuno ha la sua idea di come si dovrebbe reagire a certi eventi. Riusciamo a dividerci persino su come esprimere quello che proviamo. Si parla di persone che ricercano visibilità, modificando status, pubblicando articoli, o addirittura tacendo. Forse sono solo modi personali di interrogarsi e di vivere il dolore e la paura. Viviamo nel mondo, non siamo soli con noi stessi, e ognuno di noi cerca anche conforto nel fatto di mostrare il dolore in un modo che possa essere considerato dagli altri accettabile, così come nel fatto che le nostre emozioni siano in qualche misura riconosciute e servano magari ad altri per rispecchiarcisi.
Forse dovremmo fermarci per qualche minuto ogni giorno, per riflettere sulle stragi che avvengono ovunque, per qualunque ragione, su tutte le morti che si potrebbero evitare, tutte quelle che in qualsiasi misura sono causate dalla violenza, dall’incuria, dalla brama di soldi o di potere, che sono molte. Questo è un pianeta molto piccolo in un universo molto grande. E’ umano e comprensibile che gli avvenimenti tragici ci colpiscano in maniera direttamente proporzionale alla vicinanza geografica, penso che questo abbia molto a che vedere con l’idea che avremmo potuto essere lì, che potremmo esserci la prossima volta, che la prossima volta potrebbero colpire qui dove siamo. Ma nel nostro cuore in realtà c’è spazio per tutto. Ogni volta che commemoriamo una morte qualsiasi, commemoriamo tutte le morti, perché in ognuno, anche negli sconosciuti, c’è un frammento del mondo di cui facciamo parte, e al tempo stesso celebriamo anche la vita. Ogni volta che ci impegniamo in quelle attività che ci servono a vivere, stiamo anche rispettando la morte. Credo. Nessuno dovrebbe dire agli altri come si soffre e come si condivide – o non si condivide – il proprio dolore. C’è chi danza e fa festa per dare l’addio ai morti, ed è qualcosa che una profonda parte di me comprende molto bene. Quella parte di me che ogni tanto ascolta una canzone amata e pensa che sarebbe bello se la suonassero al mio funerale. E la cantassero, anche. Pensa anzi di poter persino fare una playlist per quello scopo. E anche altre cose, meno convenzionali ancora, magari. Perdonatemi questa nota così intima e forse macabra. Ma cerco di capire, quanto spazio vogliamo dare, nella nostra vita, alla fine della vita? E come vogliamo darglielo? Inutile far finta di niente. Ne abbiamo parlato in famiglia oggi. E alla fine quello che è rimasto è questo (partendo dal presupposto che l’attentato di Nizza sia legato al terrorismo, che mi pare in realtà tutt’altro che accertato, ma comunque vale forse in ogni caso): certe persone hanno un istinto di morte più forte di qualunque amore per la vita. Ma alla fine, se riuscissero a distruggere tutti quelli che non la pensano come loro, cioè gran parte del mondo, rimarrebbero in ben pochi, e si metterebbero a distruggersi tra loro per dimostrare la rispettiva forza, o ragione, e poi? Forse resterebbe uno solo, a dominare se stesso (su questo rifletteva mio figlio piccolo).

I bambini, i ragazzi molto giovani, forse hanno ragione, sono colpiti e vivono per qualche momento, magari qualche ora, un’emozione molto intensa. La scaricano. Sfogano la paura che provano. Poi riprendono le loro attività, e anche quello serve. Ridono forse un po’ più forte, parlano forse un po’ di più. Non dimenticano, sono piccolissime cicatrici che ad ogni nuovo evento che li colpisce si fa un po’ più grande e un po’ più difficile da chiudere. Però sanno che vivere non è una colpa, lasciano il cuore aperto alla tristezza per quello che è successo, poi riprendono la vita da dove l’avevano lasciata, senza vergognarsene, perché sanno che non ha senso.
Io credo che in noi l’impulso a creare e inventare e quello a distruggere abbiano la stessa radice: il terrore della nostra fragilità e della caducità che non si riesce ad accettare. Se si riesce a spingere l’inquietudine verso la costruzione, siamo in grado di dar vita alle cose più incredibili, dalla musica all’arte alle scoperte scientifiche, alla filosofia. Se la rabbia più grande resta quella di dover morire e di non poterlo accettare, allora muoia tutto il mondo e via. Penso sia per questo che sentiamo spesso con tanta intensità che continuare a fare le cose che amiamo sia l’unica risposta possibile. Perché è la risposta che guida la nostra parte fragile, spaventata e furiosa verso ciò che è vitale.

Così chiedo scusa a chi vorrebbe altre reazioni, ma io oggi ho fatto qualche ulteriore passo verso un viaggio che ha per me enorme importanza e che attendo con tutta la trepidazione con cui si aspetta un tassello nella ricerca di una piccola felicità possibile, e ho tolto i papaveri ormai secchi, spargendo i semi nella terra, e confidando di vedere di nuovo il loro rosso fiammeggiante e gioioso nel giardino.

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10 Pensieri su &Idquo;Silenzio, parole…

  1. Una bella riflessione. In ogni caso, qui ci troviamo di fronte a tutto tranne che a terrorismo organizzato: diffidare di quanto sostiene il primo ministro francese, perché egli fa politica; da quanto è utile canalizzare l’attenzione su un nemico esterno in un momento in cui i Francesi tentano di resistere al loro “Jobs Act”. È profondamente squallido, se è vero, ma ne rendo conto, ma la classi politiche hanno studiato da Machiavelli.

    • Nel caso di Nizza sembrerebbe in effetti un cane sciolto da quanto ho sentito, ma la paura è arma di potere da sempre, da tutte le parti, un freno alla vita, alla libertà, e penso sia possibile non farci i conti, ma non siamo privi di risorse per fronteggiarla. Individualmente, intendo. Non vorrei essere nei panni di nessun governante, né ora né in alcun altro momento. Penso all’attentato di Oslo, il mio “pregiudizio a favore” dei norvegesi aveva trovato nuova linfa in quei momenti, in cui la reazione suonava più o meno così: “se cambiassimo il nostro modo di vivere, restringessimo le libertà civili, istituissimo leggi di emergenza e simili, allora avrebbe vinto Breivik”. Non tutti saranno stati d’accordo, e poi certo, era una cosa diversa. Eppure…

    • Il viaggio è ancora in preparazione, si avvicina ma ancora ci vuole un po’… e quando si realizzerà il sogno ovviamente non mi dimenticherò certo (poi è “solo” una settimana!) 😀
      Anzi, non potrei certo non scriverne… dedicando anche a voi quel momento speciale!

  2. Quello che osservi lo sento particolarmente.
    E la riflessione che faceva il tuo ‘piccolo’, la si faceva oggi a casa mia.
    Niente. Non aggiungo nulla come commento.
    Ma un segno di partecipazione alle tue osservazioni

    un abbraccio e un augurio per quei papaveri…
    amo i papaveri rossi, immensamente, e quando li vedo sono per me la memoria inestinta di persone care… Scusa la nota personale, ma tutto questo sentire, sentirsi, nelle nostre singole vite e con le altre singole vite, va preservato come forza vitale, e mi ha fatto pensare a questo, adesso

    notte…

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