IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – III

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Il dottor Enrico Giuliani era stato il medico di Viviana per vent’anni. Quando era andato in pensione, più o meno diciassette o diciotto anni prima, gli era subentrato il figlio, Riccardo. Lo ricordava poco più che ragazzo, adesso era stempiato, aveva la barba quasi completamente grigia, e una figlia fidanzata. Ma aveva la stessa dolcezza nello sguardo, la stessa pazienza nel dedicare tempo a tutti, anche alle vecchiette che andavano lì una volta la settimana solo per chiacchierare un po’ con qualcuno e intanto sentirsi rassicurare che gli acciacchi non avrebbero impedito loro di vivere un’altra settimana.
Quando Viviana entrò, lui si accorse subito che sapeva tutto.
– Alla fine te lo ha detto. – Non era una domanda.
– Alla fine? Da quanto tempo lo sai? – chiese lei.
Il dottor Giuliani avrebbe voluto rimangiarsi quelle parole che gli erano sfuggite di bocca involontariamente, ma non poteva.
– In realtà non è tanto. Era un po’ che mi parlava di questo dolore al fianco, quasi scherzando, ma ho cominciato subito a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava perché non era da lui lamentarsi di mali inesistenti o di dolori senza importanza. Gli ho detto di fare degli esami, ma era già troppo tardi. L’ultimo è stato un paio di mesi fa, e mi ha confermato quello che temevo. – Nei suoi occhi c’era tutto il dolore per non essersi accorto prima di quello che stava succedendo, per non essere intervenuto in tempo. Ma come avrebbe potuto? Due mesi. Per tutto quel tempo era riuscito a nasconderlo persino a lei.
– Lui mi ha sempre detto che voleva che gli dicessi la verità, e lo sai che anche se avessi voluto nasconderglielo, lo avrebbe capito lo stesso.
Sì, lo sapeva. Lei, invece, non aveva capito, per due mesi gli aveva vissuto accanto come sempre, e lui si era tenuto dentro i risultati inappellabili di quegli esami, la certezza di dover morire, e non le aveva detto niente.
Era pallidissima, sembrava come svuotata di ogni linfa vitale. Certo lui, che l’aveva conosciuta in giorni terribili, non l’aveva mai vista così.
– Forse… forse avrebbe potuto aspettare ancora a dirtelo, lasciarti ancora qualche mese di serenità. – L’accusa era esplicita, e Viviana ebbe una reazione quasi feroce, in parte perché era un’accusa ingiusta, in parte perché doveva tirare fuori, in qualche modo, quella rabbia impotente che non sapeva da dove veniva.
– Lo conosci, sai che non l’ha fatto perché voleva la mia compassione. Io… C’era a malapena un’ombra nei suoi occhi, ma lo conosco da ventotto anni, Riccardo, come volevi che non me ne accorgessi? Ha fatto le analisi, si è tenuto dentro i suoi sospetti, la paura, l’angoscia che deve aver provato, e dopo ancora, per due mesi, io non so, in quei due mesi non so niente di come li ha vissuti, di quello che ha sentito. Non concepisco un documento che ti leghi anima e corpo a un’altra persona, come se potessi cederli a qualcuno, come se fosse una catena che non potrà mai essere sciolta, ma l’amore sì, l’ho amato nel bene e nel male, sono la sua compagna, deve significare qualcosa, questo. Ancora adesso mi guarda nello stesso modo, mi sorride nello stesso modo, e io non capisco, ha il coraggio di un leone, ma dove lo trova tutto quel coraggio?
La voce si era trasformata in una sorta di urlo appassionato, poi in un sussurro, poi si era alzata ancora e si era spenta quando lei non era più riuscita ad andare avanti, il corpo scosso dalla violenza di un dolore contro cui non poteva opporre nessuna volontà e nessuna forza.
– Cosa pensate di fare, adesso? – Le chiese, quando si fu infine calmata un po’.
– Fare? – Non capiva. Che cosa c’era che potesse fare?
– Dovrebbe curarsi in ospedale, lo sai. Ho cercato di dirglielo, ma non vuole ascoltarmi. Forse, se glielo dicessi tu…
Fu allora che Viviana cominciò a capire. Un uomo aggredito da un male incurabile non è più un uomo, è un malato, peggio, un malato senza speranza, un morto che cammina. Era a questo che Fabrizio si era ribellato, pretendendo contro ogni logica (o forse secondo la migliore logica possibile) di rivendicare la normalità della sua vita fino all’ultimo, perché era l’unico modo di non smettere di essere un uomo.
– Potrebbero fare qualcosa? – domandò, e d’improvviso l’antica luce di sfida si era riaccesa nei suoi occhi. Ma una flebile nota di speranza c’era ancora, e lo rattristò, perché sapeva bene che non potevano fare niente, se non prolungargli la vita il più possibile, in una “struttura adeguata”.
Scosse la testa.
– Vorrei dirti che c’è una possibilità, anche una su un milione, ma non posso mentire su questo. Però devi renderti conto che c’è anche il rischio che ti accusino di… di non aver fatto abbastanza, o magari anche peggio. Eutanasia, voglio dire.
– Se c’è una cura, mi dicano cosa devo fare, e lo farò, ma non a costo di impedirgli di vivere la vita che lui vuole, di togliergli la possibilità di decidere, o di allontanarlo dalla mia vita, a meno che non sia lui a chiedermelo. – Era evidente che non lo credeva probabile. – Gli parlerò, perché penso che sia giusto, gli dirò che secondo te sarebbe importante. Ma se lui… se lui dicesse di no, prometti di lasciarci in pace? Prometti di ricordarti che è ancora un… un uomo adulto, nel pieno delle sue facoltà? Sarebbe l’aiuto più grande che potresti darci.
Il conflitto delle ragioni della medicina, e della tranquillità della sua coscienza, con quelle dell’affetto che aveva per Viviana e Fabrizio durò poco. Sapeva che Viviana aveva ragione, sapeva come si sarebbe sentito lui, se qualcun altro si fosse impadronito della sua vita, arrogandosi il diritto di scegliere quello che poteva e non poteva fare. Annuì in silenzio. Lei ebbe un debole sorriso di ringraziamento, poi uscì senza voltarsi indietro.

Altra parte su cui ho più di un dubbio questa: se inserirla o meno, prima di tutto; e anche sul “come”, perché in realtà quando l’ho scritta sapevo poco o niente del fatto che spesso in realtà i malati cosiddetti “terminali” (che parola atroce) non vengono affatto tenuti in ospedale, e di come vengono curati e “sedati”. La sostanza cambierebbe anche abbastanza poco, per me, ma la forma… non ne sono sicura.

50. R.V.


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Cinquantesimo film. Accipicchia. Forse non avrei scelto proprio questo come cinquantesimo, non fosse stato per ragioni strettamente cronologiche.

Regia di Barry Sonnenfeld, la cui foto vedrete anche giganteggiare sul fianco del caravan nelle vesti di Irv il noleggiatore.

Che devo dirvi, so benissimo che la scena iniziale con la piccola Cassie bambina in adorazione del padre narra-storie e inventa-mostri è solo una scusa per dare modo a Robin Williams di fare la sua famosa imitazione di Sylvester “Sly” Stallone e di tirar fuori un altro paio di voci dal cappello, certo non gran cosa rispetto a quello che poteva fare ma pur sempre uno strappa-sorrisi. Carina comunque l’idea di presentare la bimba adorante solo per sottolineare un confronto a cui nessun genitore può sottrarsi, quello tra i bimbi adoranti e adorabili che ci ricordiamo con nostalgia (e dimenticando peraltro in larga parte gli aspetti negativi) quando ci troviamo di fronte adolescenti scostanti, riottosi e con cui non si riesce a comunicare.

Questa, in breve, è la situazione da cui parte Bob Munro, tra iper-lavoro e difficoltà a gestire l’irritabilità dei due giovani virgulti, sta rischiando di estraniarsi. Una vacanza alle Hawaii sembrerebbe l’occasione giusta per sistemare un po’ le cose, ma il presidente della società per cui lavora lo costringe ad annullare il viaggio per presenziare a una riunione di lavoro. Destinazione: Boulder, Colorado (vi suona un campanellino?). Allora Bob pensa bene di cercare di salvare il salvabile proponendo alla famiglia (senza spiegare le ragioni dell’improvviso cambiamento) un campeggio in caravan appunto tra le Rocky Mountain del Colorado… Ovviamente, nessuno di loro avendo alcuna esperienza di campeggio, l’impresa si rivelerà molto più ciclopica del previsto.

Ho qualche idea che questo sia uno di quei tre, quattro film che Robin ammetteva di aver fatto più che altro per bisogno di soldi. Qualche caduta di stile c’è e certo non deve aver accettato perché entusiasta della storia o della sceneggiatura. Però devo dire che mi sto divertendo da matti. Purtroppo non sono riuscita a vederlo tutto perché a un certo punto si incanta (quindi vi prego, non ditemi come va a finire 😀 ). Ero anche indecisa se farla, la recensione, ma tutto sommato mi pare di essermi fatta abbastanza l’idea. Demenziale, a tratti un po’ becero, richiede per poterselo godere al meglio di lasciar andare qualche freno, tornare un po’ bambini, levarsi per un momento di dosso qualunque patina di eleganza, finezza e classe possiate aver sviluppato nella ricerca di pellicole artistiche. Dopodiché, potrete spanciarvi dalle risate comodamente sulla poltrona, vergognandovi il giusto soltanto in un secondo momento. O anche no.

La metà di mille

Non so se è un detto comune a tutti, ma dalle mie parti per dire “siete davvero tanti” si dice “siete la metà di mille”. Ecco, adesso posso dirlo letteralmente, siete proprio, proprio tanti. La metà di 1000!
Che altro posso dire se non un grazie stragrande, date vita e senso al mio scrivere!
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SABATOBLOGGER 28. I blog che seguo

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Piero Pontrelli è tanto che non  scrive e a me personalmente manca, spero sempre che riprenda, almeno ogni tanto. Riflettere attraverso la musica e il cinema, fermarsi ogni tanto, anche rubando momenti alla vita quotidiana, guardarsi anche un po’ dentro e magari condividere stati d’animo serve anche ad affrontare le cose con maggiore tranquillità. Poi ci sono i racconti, come Abbracciami, per esempio, su una ritrovata consapevolezza e dignità di chi ha accettato troppo, e sulla pena di chi, per non aver saputo apprezzare ciò che aveva, si è ritrovato a perdere ogni illusione. Dove tutto ebbe inizio sono pensieri sulla fragilità e la forza dell’amore, ispirati da Una palabra di Carlos Varela. E ancora con la musica si chiude l’ultimo post del blog, una breve poesia sulle note di Moonlight Serenade. Questa citazione vale quindi anche come un arrivederci, a presto se possibile, e comunque a quando il bisogno di scrivere tornerà. Perché è raro che chi ha provato una volta la bellezza della scrittura possa poi dimenticarla.

Brevi pensieri di poco conto (Enoughthoughts), intanto scrive molto bene. Si presenta unicamente con una frase di Calvino, Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto. Intendendo, immagino, che quello che vale la pena di sapere, è ciò che si racconta, attraverso i propri scritti appunto. Lo capisco, direi che è già un elemento che ci accomuna. E certo vale la pena di passeggiare tra gli scritti di questo blog. Bella la Virgola. Il segno, anche, ma io intendo il post 🙂 . Mi piace tantissimo questa cosa di iniziare con la virgola, e altrettanto bello è ciò che quella virgola rappresenta, qualcosa che separa ma spinge anche oltre, non congiunge ma lascia presagire una congiunzione possibile. Molto intensa First date, l’affettuoso, partecipe racconto dei preparativi per un incontro importante e del dolore dato, forse senza neanche saperlo, senza neanche accorgersene, da chi non sa osservare abbastanza da vicino, amare nei dettagli. Si sente molto, qui, la capacità di cogliere, con brevi tratti, emozioni, pensieri, frammenti di vita. Persone colte in un momento di dolore o di felicità che può essere il preludio di qualcosa di duraturo oppure lasciare subito spazio ad altro, che racchiudono parti profonde di sé in un oggetto. Così è per l’ombrello di Viola in Be a Storm, o per la macchina fotografica di Alice in Her Little World. Un luogo ricco, da esplorare in lungo e in largo.

Insomnia Lux Mentis (Marta), come dice il titolo del blog, scrive pensieri e racconti  che sorgono prevalentemente di notte. In effetti credo sia un’esperienza comune a molti, a me senz’altro. Il silenzio, la quiete, l’affollarsi di pensieri che magari di giorno sono tenuti a bada, non so cosa sia. Lux dice che non pensa sia insonnia, nel suo caso. Nel mio non lo è sicuramente. Quasi sempre I sleep like a log (dormo come un masso, diciamo). E’ un fatto però che in quello spazio temporale tra il momento in cui si spegne la luce e quello in cui ci si addormenta nascono spesso le idee migliori. Anzi, bisognerebbe avere sempre a portata di mano un quadernino, un blocco per gli appunti (qualche volta, se mi ricordo, ne tengo in effetti uno sul comodino), perché succede che le immagini più belle, le frasi più rotonde, i pensieri significativi più perfetti nella loro forma e sostanza svaniscano poi al mattino come se non fossero mai esistiti. Tornando a Lux, ho trovato La pianta, un bel modo di raccontare di quelle ferite che lasciano segni nel cuore. Un altro bel pezzo è Essere è e non può non essere, quella sensazione di quando si ha qualcosa di molto intenso, molto forte da dire e si ha paura, paura di condividerlo, paura persino di maneggiarlo, perché certe emozioni vanno trattate con cura e specialmente poi quando le si mette nero su bianco. Anche se poi, a volte, lasciarsi un po’ andare è la soluzione migliore. Per la scrittura e per tutto il resto. Infine sono andata tra i racconti, non sono tanti (purtroppo), ma sono molto particolari, ho scelto Goldfish, è distopico e inquietante ma fascinoso.

Tersite (Francesca) è anticonvenzionale già nella scelta di uesto personaggio così poco amato dell’Iliade, brutto, goffo, sgraziato e “vile”, nel senso di uno che non è più di tanto disposto a farsi ammazzare per la speranza di un bottino che del resto non si vede. Mai avuto in simpatia Ulisse io, anzi, veramente l’ho sempre considerato uno dei personaggi meno simpatici della storia. Ma in effetti al povero Tersite non avevo dedicato molti pensieri, e sì che per i disertori e i renitenti alla leva ho una spiccata simpatia. Anzi, ero convinta che fosse una spia e un traditore. Insomma., già dal primo impatto ho capito che Francesca è una persona che approfondisce moltissimo, che non si ferma alle verità accettate da tutti e che ha un debole per i vinti, soprattutto poi se a sconfiggerli sono personaggi con una forza incomparabilmente superiore (il che già di per sé dovrebbe far propendere per dare a questi ultimi figuri dei vigliacchi, se non avessero un genio poetico dalla loro parte). Una tomba per le lucciole è solo l’ultima recensione in ordine di tempo di una persona appassionata di cinema e molto competente. Racconta film e libri in maniera splendida, come Fahrenheit 451, un libro che da tempo voglio leggere, questo articolo mi ha catturata al punto che sarei uscita sul momento per comprarlo immediatamente e leggerlo con priorità assoluta (solo che non sono in città, ma lo farò al più presto). Il terzo post che vi propongo è La morte della farfalla perché ho amato Citati visceralmente, anche se da un po’ non lo leggo (ed è un’altra voce della mia personale wish list).

Alidada (Uno spicchio di cielo) è una blogger esperta: ha iniziato nel 2001 ed è una ex “splinderiana” (come me!). E’ una professoressa (di matematica se ho ben capito) ed è toscana ma non vi dico altro e vi lascio il piacere tra l’altro di scoprire da dove deriva il nome del blog. L’amore che supera la forza di gravità è un post su Chagall, pittore che mi è molto caro, e racconta brevemente due quadri che “parlano” dell’amore dell’artista per la moglie Bella. Dubbi perenni è una bella lettera indirizzata a una studentessa (non so se reale, immagino in ogni caso ispirata alla realtà), da parte di una professoressa, appunto, che si interroga su severità, rispetto delle regole, scuola formativa, e così via, alla ricerca di un difficile equilibrio che per molti di noi è una specie di araba fenice, ma ci troviamo sempre a farci i conti, come insegnanti, come genitori, come studenti… La mitica 500 infine ha un oggetto facilmente intuibile: l’auto di Alidada era una Cinquecento rossa, mitica quasi quanto la Ferrari dello stesso colore, e il post ha il sapore gustosamente nostalgico di un passato rimpianto sì ma con ironia, e forse neanche troppo. La Cinquecento forse un po’ di più, ma che s’ha da fare… le cose cambiano.

Tutto il mondo a teatro (dimmibarbie) è una regista teatrale che ha fatto del teatro, mi viene da dire, la sua ragione di vita. Il blog è dedicato a quello e al mondo che lo circonda, compresa la letteratura, il cinema, l’arte, la poesia, la danza. Ma tutto è vissuto all’ombra del teatro, del quale Barbara cerca di recuperare la sacralità, la natura di rito, con tutto quello che ne consegue in termini di purificazione, sacrificio, ricerca profonda, gioco, certo, anche, ma un gioco che confina con la vita nel senso più proprio del termine. In Per amor del teatro è ad esempio Pessoa a dirci quanto nel cammino alla ricerca di noi stessi e della verità, il teatro (l’arte in generale, si potrebbe dire) è al tempo stesso gioia del canto e dolore che quel canto illumina / mostrandolo meglioIl teatro è meraviglia, incanto, trasforma il nero della paura in colore, grazie alla partecipazione totale di chi recita: voce, gesto, emozioni, corpo, anima. Vi lascio con la “mirabile lezione di teatro” dell’Amleto, non è la mia opera preferita di Shakespeare, forse proprio perché troppo filosofica, eppure, come in ogni cosa scritta dal Bardo, esistono molti strati e leggerla, ascoltarla, rifletterci sopra è sempre fonte inesauribile di scoperte.

Eco del vento (Laura): abbiamo molti lati in comune con Laura, dall’essere una continua contraddizione, al cervello in perpetuo lavorio, all’avere un’anima bambina in un corpo che “sta crescendo”, l’amore per l’ironia, l’incanto nei confronti dell’altrui genialità, la vena logorroica e polemica (anche per quanto mi riguarda forse mi illudo che nei miei scritti non si noti troppo), anche un po’ di imprevedibilità e un lato un po’ sfuggente, mi sa, e anche altro, forse (non il colore rosa; sì il rosso e il bianco e i pois neri e la musica ecc. ecc…). Il motivo per cui il blog si chiama così lo trovate in questo post che io ho trovato splendido, e in cui ho letto tra l’altro una frase che mi ha colpito molto, chi semina nel vento farà fiorire il cielo. La trovo una magnifica sintesi del senso della poesia, della scrittura, della musica, dell’arte. Tutte cose seminate nel vento, tutte cose meravigliosamente inutili, che non servono a nient’altro se non a far fiorire il cielo. A una ricerca che ho fatto non è chiaro se si tratti di un proverbio utilizzato poi da quello che vene definito “il poeta dei graffiti”, Ivan Tresoldi, o se sia invece proprio una frase da lui creata. In ogni caso, sono contenta di averla scoperta! Altro bel post è questo sulle paroleQuesto infine è il post con cui è tornata a scrivere dopo un periodo di pausa. Lo suggerisco perché mi piace e anche come augurio che il ritorno duri a lungo!

Lupetta above all nessuna presentazione ma post molto personali, intimi, persino quando citano parole di altri, come quelle di Qualcuno con cui correre di Grossman (un altro che devo, devo, devo leggere!!!). Lupetta sa che ci si può incantare per gli incontri con le persone, e augura e si augura questo incanto (che è un bellissimo augurio, in effetti). Lupetta sa che questo breve dialogo, Alice e il Bianconiglio, da Alice nel Paese delle Meraviglie (che dico la verità, io non ricordavo), breve come un aforisma, ma tutt’altro che superficiale, dice il vero: cioè che le persone possono ferirci solo nella misura in cui noi glielo lasciamo fare. In realtà, poi, una presentazione c’è, nel primo post che ha scritto, giusto l’anno scorso. La scrittura per lei è liberatoria e al tempo stesso ha il fascino di ciò che da forma ai pensieri (oh, come la capisco), anche se il lavoro e il trantran quotidiano rischiano di farcene allontanare (sì, capisco sempre di più, ma no, rinunciare alla scrittura in questi casi è come rinunciare a una parte di sé, non si può). La storia di Alice poi prosegue qui con un  post ispirato al dialogo di cui sopra: è una storia di domande, di pensieri introspettivi, di voglia di guardarsi dentro e comprendere a fondo l’origine degli errori per non ripeterli, e al tempo stesso ritrovare leggerezza. Una storia che mi sembra quasi familiare. Sarà per questo che anch’io amo tanto Alice?

E poi… poi c’è Mela. Mela ossia La Mela sBacata, anticonvenzionale già nell’uso delle maiuscole, perché il suo non è un baco ma uno sBaco, quello che la scuote e la emoziona e regala a noi bellissimi articoli in cui rispecchiare sentimenti, dubbi, insicurezze, anche se forse a volte sono intensi da far male. Chi scrive per necessità lo sa, è un dono di cui a volte si vorrebbe poter fare a meno, ma poi in realtà se davvero si potesse scegliere la quiete, la tranquillità, chissà se si rinuncerebbe a quel qualcosa che scompiglia cuore, mente e vita. Mela dice di essere permalosa e nevrotica (eh…), perfezionista, paziente e fragile (eh… di nuovo). Insomma, ci somigliamo in un po’ di cose anche qui, ma in realtà a parte qualche lato del carattere, è un’affinità diversa che ci lega, forse la continua ricerca di equilibrio, appunto, tra inquietudine e ricerca di serenità, tra testa, cuore, pancia, bisogno di vivere le cose a fondo e voglia di leggerezza (mai superficialità), tra razionalità e quella sorta di bisogno di lasciare una porta aperta al possibile e all’impossibile. Insomma, Mela è Mela, ha una sensibilità particolare e io sono molto felice di averla “scoperta” qui. Ah, già, i post. Beh, potrei dirvi di leggerli tutti perché ne vale la pena (e sempre che non la conosciate già, che di per sé è improbabile). Ma visto che ha creato lei stessa il suo “bignami“, ne prendo tre da lì: Nora che vende caramelleRossa di dentro e Me, myself and I. Sono tutti possibili luoghi giusti da cui partire, ma poi ci sono racconti che hanno qualcosa dei miti narrati accanto al fuoco, storie talvolta anche inquietanti e persino crudeli (ma di una crudeltà venata sempre di ironia), citazioni bellissime, riflessioni importanti, pezzi di sé condivisi… il viaggio è appena iniziato!

Buonanotte, felice avventura tra i blog e a sabato prossimo!

Le nostre farfalle

Le farfalle sono ospiti fisse del nostro giardino a ogni estate e si lasciano fotografare senza problemi, forse, si mettono persino un po’ in posa, non fuggono, al massimo aprono le ali per lasciarsi vedere meglio, fanno un voletto fingendo di allontanarsi, ma subito tornano vicino, restano lì, aspettano lo scatto, poi vanno via. Qualcuna si lascia quasi toccare, non scappa neanche se inavvertitamente la sfiori. Presto o tardi, potrebbero venire a suggerci il nettare direttamente dalle mani, se lo volessimo.

L’unica che ogni tanto si fa vedere ma non si ferma mai è la meravigliosa farfalla nera che avevo già visto. Lei è di quelle che seducono fuggendo e facendosi desiderare. Ma è così bella che continuo ad aspettarla. Stamattina c’era, ha fatto una rapidissima comparsa, quasi come dire, non sono sparita, continua ad aspettarmi, forse, chissà, un giorno…

E io sì, continuo ad aspettare… 🙂

Silenzio, parole…

Silenzio, parole, fermarsi, continuare, ognuno ha la sua idea di come si dovrebbe reagire a certi eventi. Riusciamo a dividerci persino su come esprimere quello che proviamo. Si parla di persone che ricercano visibilità, modificando status, pubblicando articoli, o addirittura tacendo. Forse sono solo modi personali di interrogarsi e di vivere il dolore e la paura. Viviamo nel mondo, non siamo soli con noi stessi, e ognuno di noi cerca anche conforto nel fatto di mostrare il dolore in un modo che possa essere considerato dagli altri accettabile, così come nel fatto che le nostre emozioni siano in qualche misura riconosciute e servano magari ad altri per rispecchiarcisi.
Forse dovremmo fermarci per qualche minuto ogni giorno, per riflettere sulle stragi che avvengono ovunque, per qualunque ragione, su tutte le morti che si potrebbero evitare, tutte quelle che in qualsiasi misura sono causate dalla violenza, dall’incuria, dalla brama di soldi o di potere, che sono molte. Questo è un pianeta molto piccolo in un universo molto grande. E’ umano e comprensibile che gli avvenimenti tragici ci colpiscano in maniera direttamente proporzionale alla vicinanza geografica, penso che questo abbia molto a che vedere con l’idea che avremmo potuto essere lì, che potremmo esserci la prossima volta, che la prossima volta potrebbero colpire qui dove siamo. Ma nel nostro cuore in realtà c’è spazio per tutto. Ogni volta che commemoriamo una morte qualsiasi, commemoriamo tutte le morti, perché in ognuno, anche negli sconosciuti, c’è un frammento del mondo di cui facciamo parte, e al tempo stesso celebriamo anche la vita. Ogni volta che ci impegniamo in quelle attività che ci servono a vivere, stiamo anche rispettando la morte. Credo. Nessuno dovrebbe dire agli altri come si soffre e come si condivide – o non si condivide – il proprio dolore. C’è chi danza e fa festa per dare l’addio ai morti, ed è qualcosa che una profonda parte di me comprende molto bene. Quella parte di me che ogni tanto ascolta una canzone amata e pensa che sarebbe bello se la suonassero al mio funerale. E la cantassero, anche. Pensa anzi di poter persino fare una playlist per quello scopo. E anche altre cose, meno convenzionali ancora, magari. Perdonatemi questa nota così intima e forse macabra. Ma cerco di capire, quanto spazio vogliamo dare, nella nostra vita, alla fine della vita? E come vogliamo darglielo? Inutile far finta di niente. Ne abbiamo parlato in famiglia oggi. E alla fine quello che è rimasto è questo (partendo dal presupposto che l’attentato di Nizza sia legato al terrorismo, che mi pare in realtà tutt’altro che accertato, ma comunque vale forse in ogni caso): certe persone hanno un istinto di morte più forte di qualunque amore per la vita. Ma alla fine, se riuscissero a distruggere tutti quelli che non la pensano come loro, cioè gran parte del mondo, rimarrebbero in ben pochi, e si metterebbero a distruggersi tra loro per dimostrare la rispettiva forza, o ragione, e poi? Forse resterebbe uno solo, a dominare se stesso (su questo rifletteva mio figlio piccolo).

I bambini, i ragazzi molto giovani, forse hanno ragione, sono colpiti e vivono per qualche momento, magari qualche ora, un’emozione molto intensa. La scaricano. Sfogano la paura che provano. Poi riprendono le loro attività, e anche quello serve. Ridono forse un po’ più forte, parlano forse un po’ di più. Non dimenticano, sono piccolissime cicatrici che ad ogni nuovo evento che li colpisce si fa un po’ più grande e un po’ più difficile da chiudere. Però sanno che vivere non è una colpa, lasciano il cuore aperto alla tristezza per quello che è successo, poi riprendono la vita da dove l’avevano lasciata, senza vergognarsene, perché sanno che non ha senso.
Io credo che in noi l’impulso a creare e inventare e quello a distruggere abbiano la stessa radice: il terrore della nostra fragilità e della caducità che non si riesce ad accettare. Se si riesce a spingere l’inquietudine verso la costruzione, siamo in grado di dar vita alle cose più incredibili, dalla musica all’arte alle scoperte scientifiche, alla filosofia. Se la rabbia più grande resta quella di dover morire e di non poterlo accettare, allora muoia tutto il mondo e via. Penso sia per questo che sentiamo spesso con tanta intensità che continuare a fare le cose che amiamo sia l’unica risposta possibile. Perché è la risposta che guida la nostra parte fragile, spaventata e furiosa verso ciò che è vitale.

Così chiedo scusa a chi vorrebbe altre reazioni, ma io oggi ho fatto qualche ulteriore passo verso un viaggio che ha per me enorme importanza e che attendo con tutta la trepidazione con cui si aspetta un tassello nella ricerca di una piccola felicità possibile, e ho tolto i papaveri ormai secchi, spargendo i semi nella terra, e confidando di vedere di nuovo il loro rosso fiammeggiante e gioioso nel giardino.

UN LEONE A COLAZIONE – Storie intorno all’adozione

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Ieri sera, devo dirlo, ho un po’ sclerato. Sì, lo so, capita più o meno a tutti e quando ci si confronta su queste cose ci si sente meno soli perché presto o tardi il nostro lato più da strega o da orco emerge, specialmente con gli adolescenti.

Quando ti prepari per l’adozione ti fanno moltissimi discorsi sulla responsabilità, sul fatto che questi ragazzi, specie se arrivati già abbastanza grandi (come ormai è la regola) hanno storie dietro le spalle di cui bisogna sempre tenere conto, perché poi ti metteranno alla prova e tu, a quella prova, dovrai reggere.

Poi, qualche tempo fa, hanno detto che forse hanno talmente sottolineato questo aspetto da farci sentire “fin troppo” responsabili. Responsabili di tutto, sempre. Con quell’idea che bisogna arrivare a tutto, mentre a tutto non si arriva, mai.

E insomma, comunque ieri sera il mio lato isterico si è preso tutto lo spazio che di solito non gli lascio perché? Perché non mi sentivo abbastanza considerata. Dopo ovviamente stavo (molto) peggio di prima e direi che la mia considerazione non era messa meglio di me. Il fatto è che ancora cerco un po’ troppe conferme. Ho detto qualche tempo fa che non sono nata per essere autorevole e forse non devo sforzarmi esageratamente per esserlo. Forse è così, in effetti, ma la convinzione che quello che diciamo ha un valore, quella non deve essere messa in discussione. Per timore dei conflitti, io a volte non mi faccio valere e questo non vale solo in famiglia ovviamente.

Dopo ho trovato un modo credo un po’ migliore, ho parlato con la Bertuccia e lui si è tranquillizzato, ha capito che non stavo affermando una mia presunta superiorità morale, ma che i genitori devono fare i genitori, e i figli devono fare i figli, che l’organizzazione della casa (orari del sonno, nella fattispecie) è compito dei genitori, pur senza negare dialogo e flessibilità, perché i genitori sono più grandi e hanno imparato cose che i ragazzi stanno imparando, altrimenti sarebbero i figli ad andare al lavoro e mantenere i genitori (per esempio) e non il contrario. Lui è molto saggio e maturo per la sua età in alcune cose, però a volte ha la capacità di tirare fuori il peggio di me.

Morale? Questo sarà l’anno in cui perfezionare, da parte mia, tre o quattro cose: autostima (dici niente!), ascolto, determinazione (io devo essere profondamente convinta delle cose che dico, mica le ho tirate fuori un minuto fa dal cappello, ci sono delle ragioni dietro); e fiducia (in sé e negli altri, e in particolare: fare in modo che i figli facciano quello che gli chiediamo per fiducia in noi e non perché imposte, e che però sappiano che comunque le regole della casa, poche ma buone, si rispettano.