58. Shrink

shrink

Shrink (il titolo a quanto pare è stato mantenuto anche in italiano) è un film indipendente con un ottimo cast. Lo definirei una commedia amara (molto amara, anche se lascia più di uno spiraglio aperto alla speranza). Con il mio Robin chiamato a interpretare una parte che avrebbe potuto scatenare il suo lato sentimentale fino a livelli difficilmente contenibili, oppure invece spingere al massimo il motore della comicità da stand-up, quella che lasciava senza fiato gli spettatori con fuochi di fila di battute inarrestabili, e in cui continuava a trovarsi sempre così naturalmente a suo agio.

Invece ha dato vita, secondo me, a un’interpretazione molto misurata, usando la propria dolorosissima esperienza con tutta l’intensità di cui era capace (e non è dir poco), che d’altra parte non gli ha mai impedito l’ironia e tantomeno l’autoironia.

Diretto da Jonas Pate, il film ha come protagonista Kevin Spacey (attore che mi piace molto) nel ruolo dello psichiatra Henry Carter. I suoi pazienti ruotano generalmente intorno al mondo del cinema: un agente cinematografico con la fobia dei germi, una bella, dolce e intelligente attrice il cui principale problema, in realtà, è un marito egocentrico che la tradisce (oltre al fatto che essendo sulla trentina, il suo stesso agente la considera ‘troppo vecchia’ per la maggior parte dei ruoli principali), e Jack Holden (Robin Williams), un attore con problemi di alcolismo, che nega strenuamente, credendosi invece (a torto) sessuomane.

Carter ha anche scritto un libro molto popolare sulla felicità ed è considerato bravissimo nel suo lavoro, ma non è mai riuscito a superare il suicidio della moglie, e quando nessuno lo vede fuma massicce dosi di marijuana, beve e dorme ovunque tranne che nel suo letto. Altre figure che hanno in qualche modo un legame con Carter sono Seamus, un giovane attore con vari problemi di dipendenza e che ha in comune con Carter lo spacciatore di marijuana Jesus, e lo scrittore Jeremy, la cui madre era la madrina della moglie di Carter, e che sta cercando disperatamente di sfondare come sceneggiatore.

La svolta sembra presentarsi quando il padre di Carter lo convince a prendere in cura (gratuitamente), la giovanissima Jemma, una studentessa la cui madre si è a sua volta suicidata. Anche Jemma ha la passione del cinema e vorrebbe diventare regista, e quando Jeremy si appropria indebitamente della sua storia e ne fa una sceneggiatura di successo, in un primo tempo si infuria, ma poi… (no, non c’è una storia d’amore tra Jemma e Jeremy, ma ce ne sono altre due che però non vi svelo).

Il film ha avuto recensioni mediamente negative dai critici e una buona accoglienza del pubblico; personalmente, tra le opinioni che ho letto degli ‘addetti ai lavori’ condivido invece alcuni punti a favore: si dice che non sia riuscito a esprimere tutta la cattiveria che voleva, ma ho il dubbio che in realtà non volesse. Una specie di passaggio nel lato più oscuro di un mondo che forse vorremmo vedere sempre dorato, tratta di personaggi certamente “perduti” e “disperati” ma lo fa con uno sguardo tutto sommato umano e quasi verrebbe da dire affettuoso. Aiutato forse  dalla esperta recitazione di attori che sembrano sapere molto bene di cosa parlano. Insomma, concordo con chi lo ha definito un film tagliente e incisivo, ma con un fondo di commozione, una satira che stuzzica tanto il cuore quanto il senso dell’umorismo.

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