Cose fragili

So come finire il libro! Intendo proprio l’ultima frase. La conclusione spesso mi mette in difficoltà e pensavo che per questo avrei fatto ancora più fatica. Invece, come molte delle cose che ti riguardano, come lo stesso affetto che ho per te, potrei dire, è venuta da sé. E’ come se per la prima volta mi fossi resa conto fino in fondo, per quanto manchi ancora un (bel) po’, che lo sto portando a termine, e non era scontato. Non avrebbe potuto essere che un finale aperto, però comunque è un finale. Improvvisamente tutto mi sembra più facile e io mi sento più leggera. Venti giorni, forse un mese, al più un mese e mezzo. La fatica lascia il posto al passo svelto di quando camminavo per le vie di quella tua città che non conoscevo e che così tanto sentivo casa, come se esplorassi i tuoi angoli, perché neanche te conosco, e anche tu sei la mia casa. Sarà che ho visto un film nel quale grazie a una “ossessione” si realizzano tanti sogni e si aggiustano molte cose, sarà che ho capito che la fine di qualcosa corrisponde sempre all’inizio o alla prosecuzione di molte altre. Ho molto da dire, da ascoltare e da raccontare, e chissà come si andrà avanti. Ho spinto una porta e davanti mi si è dischiuso un giardino, un mondo intero che ho appena iniziato a intravedere, eppure, mosso appena il primo passo per esplorarlo, già mi attira a sé, più forte di ogni dolore. La scrittura a volte non è altro che un aquilone nell’uragano, un unico bocciolo sopravvissuto al gelo, una piccola cosa fragilissima, di cui non si sa neppure se vivrà. Non è necessaria, è qualcosa che ti scegli e tuttavia alle volte ti piomba anche addosso senza preavviso, ci fai a botte in certi casi perché ti mostra le cose da rovescio, ma è ben per quello che serve. Il mio cuore capovolto è merito tuo, il libro è solo una parte di ciò che servirà a mantenerlo così, perché è così che deve essere.

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66.The Face of Love

Un film (di Arie Sodin, 2013) per alcuni aspetti inquietante, c’è chi lo ha trovato noioso in alcuni punti e tuttavia è rimasto alla fine con un sapore dolce, io potrei dire il contrario. In diversi momenti non si riesce molto bene a capire dove voglia andare a parare, ma non mi sono mai annoiata. Il gusto che mi ha lasciato però è piuttosto amarognolo. Mi ha coinvolta forse più per ragioni personali che per veri e propri meriti suoi. Lo consiglierei? Sì, penso di sì, tutto sommato. Gli ingredienti potrebbero essere quelli di un thriller psicologico, in realtà resta un film psicologico con alcuni elementi degli antichi melodrammi. Un amore perfetto, la morte dell’uomo, la vedova Nikki che non sa darsi pace, dice di non voler vivere nel passato, ma di fatto non riesce a fare altro, fino a quando non incontra un uomo che è il sosia preciso del marito. Lo contatta, se ne innamora ma non riesce a dirgli la verità, e allontana da sé le due persone che più potrebbero rendersi conto della somiglianza e cercare di capire cosa stia succedendo: la figlia Summer e il vicino Roger, vecchio amico del marito e che però vorrebbe a sua volta con  Nikki un rapporto che andasse al di là della semplice amicizia.

Potete vederlo a questo link e mi fa particolare piacere segnalarlo perché è stato fatto un lavoro di sottotitolatura in italiano, credo a titolo del tutto amatoriale, ma a me è sembrato piuttosto ben fatto.

Finora ho parlato più dei punti deboli del film che dei suoi punti di forza. La storia è comunque coinvolgente, sarà che il tema del doppio ha sempre il suo fascino e credo anche che sia facile immedesimarsi nelle emozioni legate alla perdita, al ricordo, alla difficoltà di andare avanti. Annette Bening riesce a trovare un equilibrio tutt’altro che facile tra emozioni contrastanti, il suo sguardo è di volta in volta luminoso, dolente, perso altrove senza mai scadere nell’eccesso. Ed Harris (Garrett/Tom) ha il compito ancora più complesso di dar vita a due uomini identici nell’aspetto ma diversi per temperamento e quasi sempre è all’altezza. Roger è una figura di secondo piano, probabilmente il personaggio avrebbe potuto essere meglio sviluppato dandogli un ruolo più definito, non sembra aggiungere molto al film di per sé; tuttavia, Robin entra nella sua pelle con la naturalezza e l’empatia che sono una sua prerogativa. Ci restituisce il ritratto di un uomo solo, molto leale sia pure a modo suo, corteggiatore assiduo e discreto, che cerca in Nikki non tanto la passione, quanto il reciproco conforto e sostegno per due persone che hanno un vissuto simile (anche lui è vedovo), e tuttavia vive con amarezza e una buona dose di irritazione l’ingresso dell'”altro uomo” nella sua vita. I momenti di ironia, di rabbia, di tristezza, di gioia e di dolore sono armonizzati in modo da rendere quella che in fondo, pur nel suo essere un caso “estremo”, può essere nient’altro che una delle infinite possibili vicende, una vita con le sue risate, le sue meraviglie, le sue sorprese, l’inaspettato e la tragedia, e il modo che ognuno può avere di riprendere il filo e ritrovarsi.

San Francisco – Diario di viaggio 12. 3.11.2016 – Conferenza dell’ATA

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Poco da dire per questa giornata, se non che una conferenza internazionale di traduttori (organizzata dall’American Translators Association) che si tiene in un mega-hotel con 17 piani di hall (la più grande al mondo) ti fa sentire che la professione è tutt’altro che secondaria e che il modo in cui viene percepita dipende tanto da come chi la esercita è in grado di presentarla.

La scultura nell’atrio è intitolata Eclipse ed è di Charles Perry.

Per il resto, solo un altro paio di foto del pub dell’albergo scattate prima di uscire, e alcune immagini della città al tramonto, un altro frammento di bellezza colto tornando a piedi alla fine della giornata di conferenza.

San Francisco – Diario di viaggio 11 – 2.11.2016 – Bay Tour e camminata sul “lungo-oceano”(Fort Mason e Marina District)

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Qualche immagine dell’hotel, e poi partenza. Giornata alquanto impegnativa oggi (e mi sono notevolmente scatenata con le foto): prima la camminata fino al Fisherman’s Wharf per il meraviglioso Bay Tour.

 

Poi un giro del Pier 39 e una visitina al Musée Mécanique, che contiene una collezione di oltre 300 giochi meccanici, una delle più grandi collezioni private di questo genere (l’ingresso è gratuito, si paga per mettere in funzione i giochi).

E infine, come da titolo, una bella marcia attraverso la costa, Fort Mason, il Marina District, fino al Palace of Fine Arts e fin quasi a lambire il parco del Presidio che dev’essere qualcosa di stupendo. Eravamo a un passo dal Golden Gate Bridge, che era il mio obiettivo, ma Orsogrande era troppo esausto per proseguire e così abbiamo preso un autobus (facendo ancora un bel pezzetto di strada per tornare indietro alla prima fermata utile e poi per arrivare dal punto di Sutter Street dove siamo scesi fino a quello dove eravamo diretti, che sarà stato un chilometro più in là…) per tornare verso downtown fino in albergo dove, ammetto, mi sono anch’io spaparanzata definitivamente e non mi sono mossa neanche per l’ormai abituale passeggiata della sera.

San Francisco – Diario di viaggio 10. 1.11..2016 Sera al Fisherman’s Wharf

Ho percorso tutta Taylor Street, e non è una sciocchezzuola (ho scoperto dopo che ci sarei arrivata per almeno altre tre strade possibili, ma del resto non sarebbe cambiato granché): in alcuni punti s’inerpica a tal punto da sfidare le leggi della fisica (e la forza di gravità) ed è tutto un saliscendi comunque (e le finestre sghembe poi…). Tra l’altro in questo modo si passa davanti al parco di Ina Coolbrith è un tripudio di colori e panorami, benché non molto grande. Lei era una poetessa, scrittrice, gestiva un salotto letterario e punto di riferimento della San Francisco letteraria. Eì stata la prima Poet Laureate degli Stati Uniti.

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Poi mi è caduto l’occhio su questa strada…

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Quando alla fine dopo aver messo a dura prova polpacci e ginocchia su queste pendenze si arriva a Fisherman’s Wharf… beh… sarà pure una trappola per turisti, ma lo è con ragione.  E dopo la fatica sembra ancora più bello, la miglior ricompensa che si possa immaginare. Tardo pomeriggio-prima serata tra cielo e mare, potevo forse chiedere di più?

Amerei questi luoghi anche se non ti appartenessero, benché forse non così perdutamente. Ancora una volta, mi sento come una bambina che sgrana gli occhi di fronte a ogni cosa, quasi vedessi il mondo per la prima volta. Curiosa di ogni strada, di ogni curva, di ogni casa, dei piatti, degli odori… adoro questo posto. Ti penso spesso, è naturale, anzi, non quanto mi sarei aspettata. A volte la meraviglia prevale su tutto. Ma nella meraviglia ci sei. Mi sembra di non essere mai stata tanto felice come ora, qui. Se lo avessi saputo prima… ma non è un pensiero che mi rattrista. Ognuno di noi ha i suoi se, le strade si incontrano e si disperdono, non è vero che siano ferme, tu pensi di percorrerle ma sono loro a percorrerti e portarti via con sé. Tante cose sarebbero potute andare diversamente, la cosa bella è potersi tenere stretti tutti i se che riusciamo a immaginare, non per togliere nulla alla vita che abbiamo, ma per arricchirla, magari con il sogno di un viaggio dell’anima che poi diventa desiderio e che poi si può realizzare e diventa anche quello vita.

65. The Butler

Certo che adesso qualunque film con Robin io guardi mi commuove, anche, ma non solo, perché ci stiamo avvicinando agli ultimi. Leggevo ieri l’articolo di una giornalista che diceva che metà degli intervistatori odiava Robin e particolarmente i suoi ruoli sullo schermo perché faceva sempre l’uomo-bambino o altrimenti l’uomo che parlava con i bambini. Era il 2002. Non ho mai avuto questa impressione. Era difficile fargli domande, è noto, perché prendeva in mano le sue interviste e ne faceva spettacoli. Ma a chi sapeva ascoltare, diceva di sé più di quanto si sarebbe ottenuto con una filza di domande, e mi pare che la maggior parte dei suoi interlocutori lo sapesse benissimo. Aveva interpretato tra gli altri (non in quest’ordine) un proto-nazista, un ebreo polacco, un profugo russo, un insegnante, diversi ruoli da medico e psicanalista (uno gli era valso l’Oscar), un bancario, un pompiere, un venditore d’auto e un omosessuale. Il cliché era sempre in agguato e forse certe persone non hanno cambiato idea nemmeno dopo Insomnia, perché chi ha bisogno di limitare una persona complessa a un singolo aspetto lo farà sempre e probabilmente lo avrà fatto anche dopo questo film di Lee Daniels del 2013, in cui Robin aveva una piccola parte, quella del presidente americano “Ike” Eisenhower. Il protagonista è il grande (per me, s’intende) Forest Whitaker. Giovani entrambi avevano lavorato insieme in Good Morning Vietnam e si sono ritrovati qui in un certo senso a parti invertite, con Robin a fare da spalla. Un’anima eccezionale, lo ha definito Whitaker. E certo non c’è stata una volta in cui si sia tirato indietro perché il ruolo era troppo poco significativo e anche quando era lui il protagonista trovava sempre il modo di mettere in risalto gli altri membri del cast più di se stesso. Moltissimi giovani attori gli devono tanto e l’invidia, benché ci scherzasse sopra a proposito degli Oscar, era come se neanche sapesse cos’era. Così dall’inizio alla fine ha recitato da protagonista, da comprimario, da spalla e anche con parti che erano poco più che camei, come in questo caso, in cui pure riesce a dare, un un film del resto bellissimo e acclamato, un suo significativo contributo, come il primo Presidente che abbia mai “messo la faccia” per i diritti dei neri. Questione che gli stava molto a cuore, come tutte quelle in cui venivano in considerazione i diritti delle persone.

Il film, dicevo, mi piace moltissimo. Molti lo conosceranno, è la storia di quest’uomo, Cecil nato nei campi di cotone, che si trova a fare il maggiordomo in ambienti sempre più elevati fino ad arrivare alla Casa Bianca, sullo sfondo della battaglie per i diritti dei neri. Il conflitto padre-figlio tra Cecil e il suo primogenito Louis ha risvolti anche nel diverso modo dei due di intendere il proprio posto nel mondo e la propria partecipazione agli eventi, mentre le piccole storie, come si suol dire, si incrociano con la grande storia: Martin Luther King, i Freedom Bus, i posti nei ristoranti per i “colored”, Kennedy… Davvero un film che merita, toccante, ben fatto, con una bellissima storia.

Pioggia

Considerate l’amore un crimine contro l’ordine imperturbabile dell’umanità, mi promettete non so più cosa in cambio della mia abiura, un’ammissione di colpa e la promessa solenne di rinunciare alla mia follia.

Non sapete nulla della bellezza di un corpo che si piega per prendere la forma del cuore di un altro, dei passi che si incidono a poco a poco nella pelle, lasciando segni dapprima leggeri, poi sempre più profondi ad ogni mattina che ci si alza dal letto insieme, di quando si ride accanto al mare e si ascoltano le storie migliori e le peggiori con le stesse orecchie, di quando si chiede al cielo di proteggere ciò che è stato e ciò che sarà dietro una cortina d’acqua spessa come fumo, che cada magnifica a violenta e prendersela tutta addosso per asciugare le cicatrici, potreste forse comprendere la rabbia di aspettare tutta la notte per accogliere al portone chi arriva non prima del mattino, scalzo, senza neanche sapere dove si trova? Di uno tanto diverso da me ho fatto il mio compagno, ho accolto con la stessa naturalezza il suo bisogno di serate a chiacchierare con gli amici e l’insopprimibile propensione alla solitudine, le strade ripercorse mille volte in compagnia solo di se stesso, in cerca di nulla se non del piacere di riviverle all’infinito; le ore del silenzio e quelle di troppe parole a coprire la forza dell’amarezza; il sale delle rocce disciolte nell’oceano e i fiori di campo, gli alti alberi secolari delle foreste contemplate da lontano, le vigne cresciute per dispetto e sfida e i modesti frutteti con i loro ben più celati tesori. L’ironia e le intemperanze, i momenti in cui le stelle non brillavano e quelle in cui erano capaci di nascondere il sole, la dolcezza e la collera e persino l’odio, che in misura infinitesimale se volete, ma è presente nell’amore come un veleno in un farmaco salvavita. Anche l’amore si impara e si decide, si uccide e rinasce continuamente ed è un gioco, sapete, sì, voi che parlate di maturazione e di diventare adulti, di calcoli e pro e contro, sì, l’amore è un gioco, duro e sporco ma non conosco meraviglia al mondo che possa lontanamente paragonarsi allo stupore di un’appartenenza nata da un lancio di dadi e accudita con la seria allegria dei bambini che sanno come si cresce.

Dite che questo errore dovrà essere punito, questo è il vostro territorio, sono le vostre leggi e io non posso sottrarmi. Eppure dentro di voi, se guardate a fondo, siete consapevoli che qualunque castigo possiate concepire, non cancellerà neppure la più lieve delle orme lasciate dal nostro respiro nel cielo che avvolge questi luoghi, quando la nebbia del pomeriggio riprenderà a tessere i suoi racconti. L’amore è un premio, un privilegio e un onore.

La pioggia si è fatta intensa, e come sempre di questi tempi un senso di conforto e quiete si accompagna a un’ansia nuova. Le foglie arancio-dorato dell’albero di fronte a casa portano il senso dell’autunno anche qui in città. Quanto abbiamo pregato perché la pioggia arrivasse in tempo e adesso pare che i nostri desideri siano stati esauditi. Non in tempo per noi, forse, ma chi può saperlo, dopotutto?

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foto presa da qui