Diario di viaggio 2. 29.10.2016 – Ancora in volo (ché San Francisco non è mica dietro l’angolo)

Dovessi vivere viaggiando, dicevo alla fine della prima puntata del diario, ci sono cose a cui non mi abituerei mai. La vigilia, il  nodo allo stomaco che ti prende già prima, all’idea di partire, quando la felicità lascia per un istante il posto al pensiero chi me l’ha fatto fare; il nodo in gola di chi lascia qualcosa quando parte e qualcosa quando torna. I controlli infiniti, togli le scarpe, metti le scarpe, via la giacca e la cintura, via gli oggetti dalle tasche, la fila a serpentina con una dozzina di spire e in piedi tre-quattro ore ad aspettare, i documenti rivisti venti volte, le domande assurde sui moduli (hai intenzione di commettere atti di terrorismo?). La ricerca del gate, il cielo degli aeroporti; la rincorsa sulla pista, il vuoto d’aria al decollo. L’alba in aria; la città vista dall’alto (e anche le montagne e i mari); i nembocumuli sospesi nel cielo, leggeri come piume, (credo si chiamino così, Francesco mi correggerà se sbaglio); e i nembostrati(?), invece, che formano un pavimento di nuvole, un pesante materasso di lana sul quale l’aereo sembra potersi appoggiare comodamente; le onde irregolari di un mare rovesciato, bianco a tratti come cotone o neve, in altri momenti grigio come le ali dell’aereo, o ancora velato di giallo, rosa o arancio secondo le ore del giorno; la cresta dorata che fa da contorno e da confine tra le nuvole e il cielo quando il sole sorge, in quella posizione così strana, poi. I colori tanto nitidi da sembrare finti, e un attimo dopo invece d’improvviso quella specie di impalpabile polvere di talco rosa che appare al di sopra dei monti e avvolge l’ala del velivolo nella foschia di un mattino tra le nuvole, immobile e irreale come l’arto gigantesco di un uccello senza penne che si abbandona alla corrente, parte esso stesso della magia del cielo. Persino la condensa sui finestrini si tinge di rosa e oro.

Come una bambina, mi stupisco di tutto, assaporo anche l’orrido caffè graziosamente offerto dalla compagnia francese. Fa parte anche quello dei sapori del viaggio!  Di tanto in tanto una folata più forte delle altre fa ondeggiare appena l’apparecchio, ma subito si rimette in equilibrio per il volo planare. Non mi sorprende che il volo passi in un lampo, è già ora di riallacciare le cinture, siamo in arrivo a Parigi. Neppure al colpo dell’atterraggio mi abituerò mai. E’ anche un inizio, ogni volta uno nuovo, un’avventura diversa. Chissà se sul volo Parigi-Seattle riuscirò a dormire un poco. Qualcosa mi dice che sarà difficile. Mi sono riempita gli occhi d’incanto, la meraviglia è iniziata. Subito.

(Le foto sono ancora le stesse dell’altra puntata. Le altre iniziano da Seattle in poi) 🙂

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14 Pensieri su &Idquo;Diario di viaggio 2. 29.10.2016 – Ancora in volo (ché San Francisco non è mica dietro l’angolo)

  1. Vero, i cieli sono sorprendenti! Una delle esperienze più belle dei viaggi in aereo sono albe e tramonti. Ci compensano da tutte le paure, le ansie i disagi (decollo, atterraggio, controlli, file, perquisizioni, vuoti d’aria…)

  2. non so se Francesco ti abbia corretto. I nembocumuli sono i nuvoloni neri da pioggia o temporale. I cirri sono quegli immensi batuffoli bianchi che vediamo correre nel cielo.
    Certo che è estenuante prendere l’aereo 😀
    Una volta era più semplice. Al massimo ti facevano aprire la valigia sotto la tormenta di neve – come mi è capitato a Francoforte anni fa 😀
    Seconda pagina più nutrita di sensazioni ed emozioni rispetto alla prima.

    • Sono andata a vedermi un po’ di nomenclatura ma non si capisce benissimo, comunque alla fine se ho ben capito dovrebbe essere più o meno giusto: i nembocumuli sono nuvoloni da pioggia però visti dall’alto sembrano materassi di lana grigia 🙂

      • Visti dal basso invece sono neri. Di solito attraversarli con l’aereo da un po’ di mal di mare, le cosiddette turbolenza e pare essere immersi nella nebbia. I cirri, invece sono quei graziosi batuffoli di cotone, bianchissimi e dalle forme più strane.

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