Diario di viaggio 3. 29.10.2016 – Parigi-Seattle-San Francisco

Mentre scrivo dall’aeroporto di Seattle sono poco oltre le 17, a Genova sarebbe circa l’una e un quarto del 30 ottobre ma qui è ancora il 29.

L’aereo per San Francisco partirà con mezz’ora di ritardo, ma allora non succede solo da noi! Anche se qui la compagnia si è sdilinquita in scuse e ha offerto bibite e snack extra per il disagio. Solo che siamo svegli dalle 4:30 del mattino (ora italiana), insomma, da circa 20-21 ore. Di cui 3 o 4 di controlli, con quella coda a spirale, alla fine avevamo i miraggi, come quando sei in cammino tra le colline e ti sembra sempre che dietro la prossima ci sia la tua meta e invece quando poi arrivi in cima, dietro ce n’è un’altra e poi un’altra ancora…

Non sapevamo quasi neanche più se fosse notte o giorno, non tanto per la stanchezza, che nessuno dei due ha sentito fino a questo momento (adesso mi sembra quasi di svenire, ma devo resistere che tra poco comincia il check-in), ma le nove ore del volo le abbiamo passate tutte al buio perché per l’orario americano era notte, e in effetti anche noi avremmo magari potuto dormire un po’, ma come immaginavo, non ce l’abbiamo proprio fatta. Abbiamo visto film per tutto il tempo, io ho volutamente evitato Dead Poets’ Society Mrs. Doubtfire però mi sono commossa per Me Before You e passi, ci sta (forse, avessi saputo prima com’era, avrei evitato anche quello. Bello, però). Solo che poi sono riuscita a commuovermi anche per Alice Through the Looking Glass  e persino Zootopia. Diciamo che ero in uno stato d’animo particolare, ancora più emotiva del solito, e non è dir poco. Dopotutto sto ben venendo nella tua città. E’ buffo che poi, quando sono a casa, non riesca a stare neanche un giorno senza guardare qualcosa di tuo, fosse pure dieci minuti di intervista, e adesso che vengo a cercare tracce di te, nemmeno oso guardare un tuo film. A proposito, ora mi rivolgo a te come ultimamente spesso faccio, però poi questo diario, mi chiedevo, per chi lo sto davvero scrivendo? Ho in mente anche le persone che mi leggeranno, forse una parte entrerà addirittura nel libro, sicuramente serve prima di tutto a me e alla mia memoria ma ho di nuovo questa strana sensazione di avvicinarmi a te e allontanarmi nello stesso tempo.

Ok, sto divagando come al solito. Insomma, dicevo, nove ore di buio in volo, poi qui di nuovo al buio per tutto il tempo dei controlli, finalmente al gate abbiamo visto la luce! In senso metaforico e anche in senso stretto, perché se al momento dell’atterraggio pioveva, nel frattempo era spuntato il sole e c’era quel cielo tutto irregolare e scomposto come piace a me, un caos di nuvole e colori. E’ un po’ come trascorrere una notte fuori casa e una volta finita ritrovarsi  di nuovo al pomeriggio del giorno prima.

Da quanto ho capito, adesso che abbiamo rotto il ghiaccio (mai stati in un altro continente prima) varrebbe la pena di tornare prima che passi troppo tempo, anche solo per la soddisfazione di risparmiarsi qualche documento e metà coda, in quanto visitatori di ritorno.

Finalmente si riparte e io continuo a guardare tutto con gli occhi di una bambina, il tramonto, la bambagia che si spande in morbide onde grigiazzurre e dorate sotto di noi. E come una bambina mangio il mais arrostito mild chilly, leggermente piccante, impiastricciandomi tutte le dita di rosso.

 Anche la notte ha un colore diverso.

Al momento dell’atterraggio ho di nuovo gli occhi appena inumiditi per l’emozione. Però non ho ancora pianto.

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9 Pensieri su &Idquo;Diario di viaggio 3. 29.10.2016 – Parigi-Seattle-San Francisco

  1. Certo che non dormire per ventuno ore… comunque ti capisco, io non sono mai riuscito a addormentarmi in pullman, credo sia in parte simile; da piccolo – e poi mai più – riuscii a dormire in una macchina, mentre eravamo in giro per l’Aurelia io e i nonni – non ricordo se andando o tornando da Sanremo. Svegliatomi, non so ancora come abbia fatto, riuscii a rendermi conto che il nonno aveva sbagliato strada. Mistero.

  2. questa “strana sensazione di avvicinarmi a te e allontanarmi nello stesso tempo” non è poi così strana. L’avvicinamento a ciò che si è idealizzato a lungo implica il rischio della delusione, di una realtà non all’altezza della aspettative. Il tutto complicato dal fatto che non potrai incontrare la persona ma solo tracce del suo passaggio. Vedremo come andrà nel prosieguo del diario.
    un sorriso
    ml

    • Mi sono espressa male Massimo, quella sensazione non è legata al rischio di delusione (non potrei restare delusa, veramente lo “conosco” troppo bene, sia pure da lontano, più faccio ricerche per il libro, più mi rendo conto di che persona eccezionale fosse, al di là dei suoi limiti umani). Credo sia piuttosto il fatto che per scrivere devi in qualche modo astrarti, e quando scrivi di una persona amata, di un dolore, di un’emozione molto forte, comunque un certo grado di distacco è inevitabile, nel momento stesso in cui scegli le parole con cui raccontare quel qualcosa che hai dentro, smette di essere solo istinto e “pancia”, per quanto si scriva col cuore, è sempre un mezzo mediato.

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