66.The Face of Love

Un film (di Arie Sodin, 2013) per alcuni aspetti inquietante, c’è chi lo ha trovato noioso in alcuni punti e tuttavia è rimasto alla fine con un sapore dolce, io potrei dire il contrario. In diversi momenti non si riesce molto bene a capire dove voglia andare a parare, ma non mi sono mai annoiata. Il gusto che mi ha lasciato però è piuttosto amarognolo. Mi ha coinvolta forse più per ragioni personali che per veri e propri meriti suoi. Lo consiglierei? Sì, penso di sì, tutto sommato. Gli ingredienti potrebbero essere quelli di un thriller psicologico, in realtà resta un film psicologico con alcuni elementi degli antichi melodrammi. Un amore perfetto, la morte dell’uomo, la vedova Nikki che non sa darsi pace, dice di non voler vivere nel passato, ma di fatto non riesce a fare altro, fino a quando non incontra un uomo che è il sosia preciso del marito. Lo contatta, se ne innamora ma non riesce a dirgli la verità, e allontana da sé le due persone che più potrebbero rendersi conto della somiglianza e cercare di capire cosa stia succedendo: la figlia Summer e il vicino Roger, vecchio amico del marito e che però vorrebbe a sua volta con  Nikki un rapporto che andasse al di là della semplice amicizia.

Potete vederlo a questo link e mi fa particolare piacere segnalarlo perché è stato fatto un lavoro di sottotitolatura in italiano, credo a titolo del tutto amatoriale, ma a me è sembrato piuttosto ben fatto.

Finora ho parlato più dei punti deboli del film che dei suoi punti di forza. La storia è comunque coinvolgente, sarà che il tema del doppio ha sempre il suo fascino e credo anche che sia facile immedesimarsi nelle emozioni legate alla perdita, al ricordo, alla difficoltà di andare avanti. Annette Bening riesce a trovare un equilibrio tutt’altro che facile tra emozioni contrastanti, il suo sguardo è di volta in volta luminoso, dolente, perso altrove senza mai scadere nell’eccesso. Ed Harris (Garrett/Tom) ha il compito ancora più complesso di dar vita a due uomini identici nell’aspetto ma diversi per temperamento e quasi sempre è all’altezza. Roger è una figura di secondo piano, probabilmente il personaggio avrebbe potuto essere meglio sviluppato dandogli un ruolo più definito, non sembra aggiungere molto al film di per sé; tuttavia, Robin entra nella sua pelle con la naturalezza e l’empatia che sono una sua prerogativa. Ci restituisce il ritratto di un uomo solo, molto leale sia pure a modo suo, corteggiatore assiduo e discreto, che cerca in Nikki non tanto la passione, quanto il reciproco conforto e sostegno per due persone che hanno un vissuto simile (anche lui è vedovo), e tuttavia vive con amarezza e una buona dose di irritazione l’ingresso dell'”altro uomo” nella sua vita. I momenti di ironia, di rabbia, di tristezza, di gioia e di dolore sono armonizzati in modo da rendere quella che in fondo, pur nel suo essere un caso “estremo”, può essere nient’altro che una delle infinite possibili vicende, una vita con le sue risate, le sue meraviglie, le sue sorprese, l’inaspettato e la tragedia, e il modo che ognuno può avere di riprendere il filo e ritrovarsi.

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