Bivio

Mi sento a un bivio, di nuovo. Non è una sensazione sgradevole, tutt’altro, è che non so bene che farne.

Come scrivevo qualche giorno fa, sto facendo quello che amo e posso dire di essere felice, non nel senso che vada sempre tutto bene (mi preoccuperei… 🙂 ) ma nel senso che sento che sono nel posto giusto, al momento giusto, e mi piace essere quella che sono (quasi sempre). Questo mi permette di reggere la barca anche quando arrivano le tempeste, perché arrivano, mica no.

Eppure non riesco del tutto a smettere di proiettarmi in avanti, sarà una vecchia abitudine dura da abbandonare, sarà che ai desideri e ai sogni comunque ci tengo, e benché a volte vorrei spegnere per un momento almeno l’interruttore del cervello, tengo anche ai miei pensieri. Sono qui, vivo l’attimo, sento e amo profondamente quello che c’è, ma anche quello che sarà ha un fascino quasi irresistibile.

Mi basta un’email, l’ipotesi astratta di partecipare a un progetto che mi piacerebbe, e d’improvviso mi ricordo che sì, adesso sto portando a termine quella che è, in questo tempo, una delle cose più importanti della mia vita, e portarla a termine è tanto impegnativo quanto essenziale. E dopo? Ho un lavoro che ho amato moltissimo ma che, come molti amori messi alla prova della quotidianità, sta mostrando segni di logoramento. Vorrei vivere scrivendo ma la parte realista di me dice che è piuttosto improbabile. So che continuerò a dedicarmi a progetti legati a Robin perché non potrei fare altrimenti. Ma per il resto… Così torno a chiedermi cosa voglio fare da grande, pur essendo più che grande da qualche tempo, ma se è vero che si invecchia quando si smette di meravigliarsi e di sognare, beh, io allora ho appena iniziato a muovere i primi passi.

Da una parte sento che le cose succederanno quando sarò pronta perché succedano, mi faccio meno ansie per il fatto di non pianificare, progettare, organizzare, tutte attività che sono scarsamente nelle mie corde, anche se qualche volta sono costretta a dedicarmici. Dall’altra, avendo sempre pensato che possiamo fare molto per rendere la nostra vita il più vicino possibile a quello che vogliamo, non posso tirarmi indietro del tutto e lasciar fare unicamente all’universo e alla sua disponibilità a congiurare perché i miei desideri si realizzino.

Siccome mi succede spesso di trovare nelle parole degli altri il mio pensiero e persino il mio cuore, ho deciso di fare così: prendere i primi libri che mi sono venuti in mente, aprirli a caso e vedere cosa mi dicono.

Lo sai quanto godo di non dover più scrivere una parola? E’ davvero meraviglioso. Nella vita, se hai l’occasione di non ripeterti, prendila. (Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, p. 179).

Sì, in effetti… è l’aspetto del dovere e del non ripetersi che fa presa su di me. Scrivo perché adoro farlo e per quanto posso cerco di sperimentare cose nuove nella mia vita, se non altro di imparare una cosa nuova ogni giorno.

Le Merry Maids, nei pressi di Penzance, in Cornovaglia, sono un cerchio di diciannove grosse pietre, forse un’antica area sacrificale o chissà cos’altro, dove si svolge ogni anno il Gorseld, il raduno dei bardi che cercano di ravvivare la memoria del retaggio celta. Fra queste pietre si sente certo il rispetto per l’oscuro passato svanito, per gli antenati che sono sempre antenati comuni, dell’umanità e della civiltà. Ma questa reverenza, questo senso del mistero riguardano la semplicità della vita che trascorre e sparisce, le pietre e le mucche che pascolano mansuete tra di esse, col loro segreto della vita animale. Possiamo e dobbiamo avere pietas per i druidi e certo ancora di più per le loro vittime rituali, perché erano poveri diavoli come noi e stavano certo peggio di noi. La moda della tradizione celta si involgarisce invece talora nell’esoterismo iniziatico, in un neopaganesimo posticcio, nella compiaciuta superstizione. Quel culto dell’arcano, della magia e delle origini è sempre una pacchianeria sofisticata, come ogni civetteria irrazionalistica. Quanto più profondo è il vecchio detto cornish sulle tre cose più belle del mondo: una donna con un bambino, una barca con le vele spiegate e un campo di grano che ondeggia nel vento. (Claudio Magris, L’infinito viaggiare, p. 44).

Anche questa ha molto da dire: per quanto l’irrazionale mi affascini, il mio senso del mistero è molto legato, credo, al mio amore per la terra, il mare, l’umanità forse anche (per quanto su questo aspetto ho forse margini di miglioramento). I riti pagani non mi attirano molto, e trovo il senso della vita più di tutto nel fatto di viverla.Non  che questo mi aiuti particolarmente nel decidere a che cosa dedicarmi, ma forse devo leggere meglio tra le righe.

Piccola rosa, rosa piccolina / a volte / minuta e nuda / sembra / che tu mi stia in una mano / che possa rinchiuderti in essa / e portarti alla bocca, / ma d’improvviso / i miei piedi toccano i tuoi piedi e la mia bocca le tue labbra / sei cresciuta / le tue spalle salgono come due colline / i tuoi seni si muovono sul mio petto, / il mio braccio riesce appena a circondare la sottile / linea di luna nuova che ha la tua cintura: / nell’amore come acqua di mare ti sei scatenata: /misuro appena gli occhi più ampi del cielo / e mi chino sulla tua bocca per baciare la terra. (Pablo Neruda, In te la terra, in Poesie d’amore, p. 84).

Ecco, questa in qualche modo completa quella precedente: anche l’amore è espressione in buona parte di amore per la terra, unirsi a un’altra persona (o un’altra anima) significa far diventare concreto quel desiderio di terra e di cielo, diventare tutt’uno con essi.

Ma ancora ho l’aurora impigliata in ogni tempia (Pablo Neruda, Bruna, la baciatrice, in Crepuscolario, p. 37). Tutto finirà, un giorno, le parole, le canzoni, i baci, la vita. Ma fino a quando l’aurora resta impigliata alle nostre tempie, il giorno ancora ci aspetta.

Dunque: meno senso del dovere, più passione, più amore, un forte legame con la terra (intesa come pianeta, con tutto quello che contiene), sperimentare qualcosa di nuovo. Beh, sono dei buoni punti di partenza. Sicuramente da qui troverò il modo di andare avanti.

68. The Angriest Man in Brooklyn

Solo tu potevi interpretare un film così. Sulla rabbia, sul dolore e la paura che sono sempre dietro ogni rabbia e dietro l’isolamento (lo sapevi dai tempi di Mork). Sul fatto che vivere significa farci i conti per aprirsi alla felicità possibile. Credo diventerà un altro dei miei più amati. Dicono che sia tutt’altro che perfetto. Forse è per questo, sai. A volte penso che più sono imperfetti, più li amo. Tocca argomenti che sento moltissimo e lo fa in questa maniera per me tanto più profonda e commovente proprio nel suo essere sentimentale e leggera al tempo stesso. L’ho guardato ieri sera pensando, sarà una cosa fatta, visto che oggi è il giorno in cui parlo dei tuoi film. E invece oggi l’ho rivisto quasi tutto, per avere ben impressi in mente i toni, gli sguardi, le parole. Non necessariamente per riportarli qui, solo perché comunque ci fossero, in mezzo a tutto il resto, anche non visti, ma percepiti.

Due vite che rischiano di andare in malora, quella di Henry e quella di Sharon. L’uno reso furioso dalla morte di uno dei due figli, e che non riuscendo a vivere il suo dolore altro che nella forma di quella rabbia costante, si è alienato la moglie e l’altro figlio, il fratello e tutte le persone che avrebbero potuto stargli vicino. L’altra che odia altrettanto il mondo, pur essendo molto più giovane, perché già sta rischiando di lasciar andare alla deriva i suoi sogni. Tocca a Sharon dire a Henry che ha un aneurisma al cervello che gli lascia pochissimo da vivere, e di fronte a una delle sue crisi di rabbia, finisce per dirglielo nella peggior maniera possibile, al che Henry se ne va senza neanche rivestirsi.
Henry cerca di recuperare il tempo perduto mettendo in quell’ora e mezza più cose che può, ma essendo fuori allenamento nell’esprimere le emozioni positive, rischia di incasinarsi ulteriormente. Vorrebbe riunire vecchi amici a una festa, far l’amore con sua moglie (quale potrebbe essere la posizione più “giusta” in una situazione del genere?), riconciliarsi con il figlio, ma a parte il suo caratteraccio, che non rende le cose più facili, incappa in molti di quei contrattempi che spesso sperimentiamo quando abbiamo fretta e tutto sembra congiurare contro di noi, mentre Sharon parte all’inseguimento per trovarlo e portarlo in ospedale. L’alternanza di speranze, delusioni, buone intenzioni e pessime messe in pratica si riflette in quella faccia che è l’essenza stessa della libertà di espressione.

Insomma, se qualcuno si aspettasse un film molto triste si sbaglierebbe perché no, non lo è, e qui è l’aspetto straordinario. Al contrario, almeno a tratti è divertentissimo. Macabro, nemmeno. Beh, forse un pochino. Henry viene da una famiglia ebrea di New York, dopotutto. Indubbiamente scava nelle emozioni più forti, ma è attraversato interamente da quell’ironia che mi è così cara, che non dissacra ma allevia, entra più profondamente dentro e graffia quel tanto che basta perché la verità delle emozioni possa colpirti, ma senza ferire. Affrontando a viso aperto la violenza di alcune delle cose che ci devastano il cuore, perché possiamo parlarne se le accogliamo, e sorriderne significa accoglierle. Purché in quel sorriso ci sia tutta l’intensità possibile, perché è denso il nostro sentire, e deve esserlo, è giusto che lo sia.

E’ spiritoso, commovente, tenero, caldo, affettuoso.
Dicono che l’amore è puro e generoso. Non è vero. E’ meschino ed egoista. Ti volevo nello studio con me perché non riuscivo a concepire niente di meglio che averti vicino. Quello che volevi tu, che sognavi tu, io non volevo ascoltarlo. E poi, tuo fratello. Perché? Che razza di Dio, che razza di mondo è questo? E’ solo una stramaledetta truffa. Il dolore, dicono che poi passa. Stronzate. Non tenerti la rabbia dentro, dicono. Lasciala andare. Ti ucciderà. Fanculo, dico io. La rabbia è l’unica cosa che mi hanno lasciato. La rabbia è il mio rifugio, il mio scudo. La rabbia è il mio diritto di nascita.

E’ quello spazio tra il cuore e lo stomaco, tra la realtà e la trasfigurazione, tra la poesia e l’esistente, tra la vita come vorremmo che fosse e quella che è, che non è necessariamente peggiore, solo diversa. Il resto sta a noi. Cosa faresti se sapessi che ti resta poco da vivere? Cercherei il modo di essere felice. E allora perché non lo fai?
Non sono concetti nuovi, anzi. Si accompagnano da sempre ai pensieri che non possiamo fare a meno di avere sulla temporaneità del nostro esserci. Ma sono espressi in un modo che li senti vivi, ti ci picchi, combatti davvero contro quello che ti impedisce di portarli nella tua vita. Sono carne e sangue, sono nostri come difficilmente li sentiamo quando ci scivoliamo sopra intravedendo con occhi distratti una delle infinite citazioni sul non lasciarsi vivere.
Sulla mia lapide ci sarà scritto, Henry Altmann, 1951 trattino 2014. Non ci avevo mai pensato prima, ma non sono le date che contano. E’ il trattino.

Per otto giorni, Henry Altmann non si arrabbiò mai, neanche una volta. Tranne che proprio alla fine, quando disse alla morte di andare a farsi f..re. Poi riportò i suoi pensieri sulle cose che amava, e levò le ancore.
E’ un’accettazione senza resa, quella faticosa dolcezza che si conquista attraversando tutto il resto. Difficile togliermi dalla testa l’idea che tu sapessi fin troppo bene di cosa stavi parlando. Non avevi ancora risposte sicure, ma in cuor tuo sapevi. Comprese le ceneri nell’acqua, e magari anche tu odiavi l’idea, ma in fondo era l’unico modo di non separarti mai del tutto dalla terra.

 Perdonate quello che può apparire come uno spoiler, ma in realtà non lo è, perché non è la fine che conta, quella la si conosce fin da subito. Mi è venuto spontaneo utilizzare la seconda persona, rivolgermi a Robin direttamente, mi succede spesso, ma nelle recensioni di solito cambio, almeno quando le inserisco qui. Questa volta, ho deciso di lasciarla com’era. Il regista è Phil Alden Robinson, di cui non ho visto altri film. Sharon è Mila Kunis, Aaron Altmann (il fratello) è Peter Dinklage, la moglie è Melissa Leo, tutti molto intensi secondo me, ma non sono in grado di dare giudizi “tecnici”. Nota: le traduzioni sono mie, ho solo la versione inglese del film quindi non conosco i dialoghi italiani del doppiaggio.

Su tutto, la leggerezza

La vita, la morte, le risate, la malattia, la paura e la rabbia. E su tutto, la leggerezza, sempre. E io continuo a chiedermi come ci riesci, che a quel punto forse già sapevi, o comunque intuivi, ed era tua la rabbia, la paura, e tua la leggerezza di tutto, la leggerezza della rabbia, della paura, della vita e della morte. E sei sempre l’unico che riesca a farmi piangere e ridere nello stesso momento. If I was going through fucking hell… con quel che segue.

San Francisco – Diario di viaggio 14 – 5.11.2016, mattino in giro per la città

Visto che “conveniva” prendere l’autobus turistico per due giorni (ragazzi, i prezzi sono da capogiro qui! anche se poi, organizzandosi meglio… ma sarà per la prossima volta!), anche questa mattina abbiamo ripetuto il tour: rapido giro e vista del City Hall (che purtroppo non sono riuscita a visitare all’interno, altra scusa per tornare comunque, così come il Jazz Center), il Tenderloin, Haight-Ashbury. Siamo scesi per le tradizionali foto ad Alamo Square, che nonostante la temporanea chiusura per lavori del parco da cui si gode la visuale migliore, comunque meritava.

Alla fermata mi sono presa anche un po’ di tempo per i mosaici, poi, dopo essere ripassati velocemente davanti al Golden Gate Park, stavolta senza scendere (ho solo fotografato il De Young Museum da fuori).. .

… siamo approdati ancora una volta dall’altra parte del ponte, dove nuvole e nebbia hanno dato spettacolo

prima che finalmente riprendessimo la via con l’autobus per Sausalito. Ma Sausalito e Tiburon sono strettamente legate, non solo nel mio cuore, per cui ne parlerò nella prossima puntata 🙂

La bellezza dei bruchi

Sai cosa c’è di bello in questo mio cercare di somigliarti, o di somigliare alla me stessa che credo potrebbe piacerti? E’ che non lo faccio per te, lo faccio per me. Cambiare per un altro, perché qualcuno ce lo ha chiesto, lo fa morire, l’amore. Magari non ci se ne accorge subito, si pensa di farlo sopravvivere, persino di dargli importanza, e invece lo si uccide. Se però do al mio cuore quella forma che per me è perfetta, ma lo è, appunto, solo per me, una forma che mi appartiene come fosse un pezzo del mio corpo, che “è” un pezzo del mio corpo, allora non sto davvero cercando di piegarmi a un altro essere, sto solo riconoscendo una parte che vedo meglio da più lontano, guardando un altro e non limitandomi a scrutarmi dentro.

Non ti amo perché sei il mio modello di riferimento, è una cosa che non hai scelto tu, né lo avresti potuto. Non ti amo perché ti incantavi a guardare le farfalle, sono bravi tutti ad amare un esserino alato, multicolore e lieve. Ti amo perché tu hai capito la bellezza dei bruchi, hai amato la ricerca, l’impegno, la fatica della loro metamorfosi; perché hai preso i pezzi di vetro più taglienti, che ti avevano ferito il cuore, e li hai alzati per guardarli in controluce e vederci dentro l’arcobaleno; perché hai inventato parole efficaci per esprimere, giocando, tutta la rabbia dei bambini traditi; perché le città straniere che hai visto te le sei portate dietro senza dimenticarle e hai dato voce al loro silenzio, perché hai vissuto come me tra le colline e il mare e avresti amato i miei luoghi come io amo i tuoi, perché sei rimasto sotto la pioggia ad aspettare e i tuoi occhi erano ancora più azzurri; perché nonostante la paura, ti sei guardato dentro a fondo in modo che gli altri potessero, se volevano, cambiare lo sguardo su se stessi e sulle cose; perché hai mantenuto dei segreti, che è una cosa necessaria, qualche volta, per preservare l’anima, specialmente quando il corpo resta esposto a molti venti; perché anche per accarezzare un delfino, come per parlare con i bambini e i matti, bisogna aver rispetto e conoscere il modo; perchè sei del mare, lo sei sempre stato, ma entrarci così, senza difese, è tutta un’altra cosa, ed è perché sei del mare che il tuo cuore continua, ancora, ad accogliere le onde, che è quello che anch’io vorrei fare. E per questo, sai. Per l’arcobaleno, per il mare e i bambini, per gli aquiloni e per tutte quelle strade che salgono e poi ridiscendono solo per salire di nuovo. Ma più d’ogni altra cosa, per la bellezza dei bruchi.

You damn well did

Ho provato una sensazione incredibile oggi. Camminavo e dentro di me c’era questa completezza, molto più di un pensiero, per quanto nitido. Ho quello che mi serve e so quello che voglio, so chi sono. Tutto quello che mi serve è quello che ho. C’è stato un periodo in cui cercavo la bellezza negli oggetti, ma sento che non ne ho più bisogno. Non che non abbia più desideri, i desideri ci tengono in vita. E come sempre, più di sempre amo le mie emozioni immensamente, tutte. Ho passato tanto tempo a immaginare quello che avrei voluto essere. Oggi so che voglio essere quella che sono, quella che sta scrivendo queste parole, quella che vuole scrivere quasi più di qualunque altra cosa al mondo. I desideri li voglio, li ho qui stretti al cuore e fanno parte dell’orgoglio che ho, di essere arrivata fino a qui, di sapere che arriverò dove sarà giusto per me arrivare, nulla di più e nulla di meno.

E’ tutto il giorno che penso e ripenso a tutto questo, scrivo e cancello e riscrivo. Credo adesso di aver espresso quello che era necessario per me dire. Ho trovato questo video, stasera, un omaggio, un dono, venticinque anni dall’uscita di uno dei film che non solo ho più amato, che ma ha avuto e ha un ruolo importante per la mia famiglia anche adesso, ed è come se quel pezzo che mancava ai miei pensieri fosse andato al suo posto. Le persone speciali fanno questo. Fanno sentire speciali anche gli altri. Oh, you made your life spectacular. You damn well did.

67. Boulevard

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Film del 2014, il primo di quattro (più uno uscito nel 2015), per la regia di Dito Montiel. Non so, al momento, se durante la lavorazione di questo film Robin avesse già cominciato ad accusare quei vuoti di memoria che per lui erano il chiaro segno di qualcosa di grave. Sicuramente sono iniziati in quel periodo: mentre preparava il penultimo, Night at the Museum III, erano diventati una sofferenza. Eppure solo tre anni prima aveva portato  nei teatri il dramma Bengal Tiger at the Baghdad Zoo, di cui conto di parlare a breve, finita la parte cinematografica. Aveva avuto non poche soddisfazioni e soprattutto, la sua prodigiosa memoria non lo aveva mai tradito. Aveva recitato per due anni dal vivo senza mai perdere un colpo e senza smettere nel frattempo di dedicarsi anche al cinema e alla tv. Sia quel che sia, quella di Boulevard è un’interpretazione dolente, a detta dei critici la cosa migliore del film. Il quale racconta una storia che per molti versi si potrebbe definire ordinaria: Nolan è uno di quegli uomini che si definirebbero metodici, abitudinari. Le scene, le luci e le inquadrature iniziali sottolineano questo aspetto secondo me con notevole efficacia. Sposato da diversi anni con Joy, una donna intelligente e attraente (Kathy Baker) con cui condivide vari interessi e alla quale vuole bene; ha un padre estraniato, presumibilmente quasi in fin di vita, al quale dedica cure e tempo più per senso del dovere che per vero affetto; ha un buon lavoro in banca, al quale si è dedicato con molto impegno, pur senza particolare passione, tanto che se non è stato promosso finora sembra sia più perché è stato lui a evitarlo. All’inizio del film un salto di carriera gli viene quasi “imposto”, ma fino a quel momento Nolan ha evitato tutti i cambiamenti. E non è forse un caso che scelga proprio quel momento per prendere una strada insolita, il boulevard, appunto. Qui incontra, a dire il vero quasi investe, un giovane “prostituto” (Roberto Aguire). Gli offre un passaggio e tra i due nasce un rapporto inizialmente più di amicizia e quasi da padre a figlio. Ma Nolan dovrà poi fare i conti con tutto quello che nella sua vita ha taciuto o subito, dovrà decidere se proseguire il percorso già noto o lasciarsi condurre altrove. Dovrà decidere a cosa rinunciare, perché verità o menzogna, a qualcosa si finisce comunque per rinunciare, e il dolore, proprio e altrui, non si riesce comunque a sfuggirlo.

I drove down a street one night. A street I didn’t know. It’s the way your life goes sometimes. You drive this one, then another…

La domanda che fa all’infermiera che non gli lascia dare al padre una bibita gasata perché gli farebbe male è quella che forse tutti prima o poi ci poniamo: Do you really think that matters? Crede davvero che abbia importanza? (sottinteso: è lei che può decidere secondo il suo giudizio a quali piccole gioie lui abbia diritto e quali gli saranno sottratte. Crede davvero di fare la differenza? E soprattutto, crede davvero che ne valga la pena?)

E poi c’è quello che Nolan dice a Leo, parlando della morte di sua madre:

People leave, you know, but for some people, it just doesn’t seem fair. Le persone se ne vanno, lo sappiamo bene, è solo che per alcuni sembra così ingiusto

 

San Francisco – Diario di viaggio 13 – 4.11.2016 – Il City Tour

Sto cercando di tenere le fila di tutto ma sono giornate campali lavorativamente parlando. Ho saltato il Sabatoblogger e per diversi giorni non sono riuscita neanche a postare il diario di viaggio, anche perché devo ridimensionare le foto per problemi di spazio e quelle del 4 novembre tra l’altro sono veramente tantissime, non le ho neanche inserite tutte. Certo che questo lavoro di riguardare le foto e copiare gli appunti del diario cartaceo (con pochissime modifiche), comporta un vertiginoso aumento di quella nostalgia che già è una presenza costante in un angolo del cuore. Dopo i primi giorni in cui mi sentivo un po’ travolta, ora ho capito che in qualche modo la mia nostalgia è la mia dimensione. Non per vivere nel passato ma per vivere nel presente e ricordare il passato.  (cit.)

Comunque, eccomi qui.

Ebbene sì, quasi alla fine ci siamo decisi a fare una di quelle cose proprio da turisti (beh, dopo il cable car e il tour della Baia), voglio dire saltare su un autobus di quelli con cui hop on hop off puoi intravedere dall’alto un po’ tutto e poi decidere dove fermarti. L’idea era di andare al Golden Gate Park, che del resto si trova dall’altra parte della città, vedere rapidamente il Conservatory of Flowers e l’Academy of Sciences e poi tornare al Ponte per fare da lì il giro in autobus fino a Sausalito. In realtà le cose non sono andate proprio così…

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Diciamo che all’Academy of Sciences (che tra parentesi è stata progettata da Renzo Piano) mi sono fatta un po’ prendere. Avrò pietà e vi risparmierò una buona parte dell’infinità di foto che ho fatto tra mostra sdui colori della natura, acquario e rainforest con tutte le sue farfalle, perdendoci (parecchio) più tempo del previsto, ma è davvero affascinante. E alla fine abbiamo anche salutato il Dinosauro 🙂

Ancora qualche immagine del Golden Gate Park (Est: la parte Ovest la riservo per quando tornerò, perché tornerò…)

Il giardino giapponese non ho voluto perdermelo, è un po’ caro ma ha dei colori che se non ci si entra non si possono immaginare. Tra templi, lanterne, azalee e bonsai ci si rilassa e si respira a fondo per potersi portare dietro questi profumi inimmaginabili e renderli parte della memoria.

Anche il Conservatory of Flowers mica scherza: colori e forme mai viste.

Al di là del Golden Gate ci siamo arrivati oltre le quattro e quindi niente gita, ma la vista è stato un treat in più. Non c’era tanta nebbia, ma quella leggera foschia aumentava l’incanto. Lo spettacolo è stato (ancora una volta) fuori dell’ordinario, ma non c’è niente di ordinario, qui. Raramente ho visto una città con una personalità così forte e così identificabile, che percorre tutte le sue anime, pur diversissime. Mi sono emozionata., nonostante questo itinerario così turistico, ho immaginato di vedere certi luoghi con i tuoi occhi. E per tutto il percorso, attraversando le zone della città, cercavo ancora di cogliere il tuo respiro. Non avrei potuto riuscirci del tutto, ma a tratti quasi mi sembrava…

Sconforto vs. fiducia

Lo sconforto delle persone che ci sono molto vicine è contagioso. Verissimo. Ma è anche contagiosa la fiducia. Non dico quella cieca, né quella finta, ma la fiducia profonda nelle risorse dell’altro. E anche un po’ nelle nostre. Vivo anch’io momenti in cui mi sento come se tutto l’universo ce l’avesse con me, però se mi guardo indietro, anche molto indietro,.fin da quando, da bambina, qualunque cosa facessi poteva essere punita a capriccio anche in maniera violenta, e l’insicurezza costante faceva di me un’istrice con gli aculei sempre dritti e un’imbranata senza uguali, se penso alla cosa che più mi ha aiutato, è stata quella fiducia anche magari irragionevole, forse davvero un po’ cieca, ma un’idea ben radicata dentro di me che le cose comunque sarebbero migliorate. E’ stato questo, credo, più di ogni altra cosa, a spingermi a lavorare perché migliorassero davvero. Non sempre possiamo direttamente trasferire le nostre esperienze sugli altri, ma è da lì, che ci piaccia o no, che dobbiamo partire per arrivare comunque agli altri. Da qui passa l’empatia, da qui passa anche la capacità di non lasciarci travolgere e distruggere, di non farci contagiare troppo dalla tristezza e dalla demoralizzazione altrui, ma di trasmettere piuttosto serenità, la consapevolezza che molto si può davvero affrontare e superare.