Essere genitori (frammenti di un’intervista)

Posto qui un piccolo segmento dell’intervista a Robin Williams di cui parlavo ieri, mi serve a fissare meglio quei pensieri che del resto somigliavano ai miei già da prima, e non poteva essere altrimenti, ma non espressi in maniera così limpida.

Era stata fatta in occasione di Jumanji, film d’avventura per i bambini, criticato talvolta perché fa “troppa” paura ed esplora emozioni come la solitudine e la paura dell’abbandono. L’intervista indaga quindi temi molto profondi legati a questo.

Primo tema: riconoscere la paura, perché molti padri, come quello di Alan nel film, si limita(va)no a dire ‘se temi qualcosa, alzati e affrontalo’. I bambini, sottolinea lui, hanno paure e incubi, così come sono certi che strane creature vivano sotto i loro letti e che la mobilia di casa possa essere altrettanto minacciosa di un enorme albero nella giungla. Pretendendo di tenerli al sicuro si finisce per non riconoscere la loro paura, appunto, fargliela quasi pesare. Perché possano vincerla devono accettarla, e in questo possiamo aiutarli, raccontare magari la paura che abbiamo avuto noi per tanto tempo (come Alan nel film), per trasmettere il messaggio che c’è ed è giusto che ci sia, ma si può affrontare. Magari esagerando a tal punto i motivi dell’ansia, mettendoli in scena in modo così bizzarro da renderlo buffo e così, alla fine, ridimensionarlo (e no, l’incantesimo Riddikulus non era ancora stato inventato).

Secondo tema: la solitudine, l’abbandono e la costruzione delle relazioni. E’ proprio questa una delle angosce maggiori, dice lui nell’intervista, ed è abbastanza evidente che sta pensando a sé (ma non potrei essere più d’accordo, è una cosa che ho vissuto sia per esperienza diretta che indiretta). Infatti la domanda arriva puntuale, tuo padre somigliava molto a quello del film? Sono momenti molto delicati e commossi, nel ricordo di quel padre (già morto da anni all’epoca) severo ed elegante, spesso lontano per lavoro, e del proprio timore di non riuscire a stabilire un contatto. Invece, erano diventati molto uniti prima della sua morte, anche perché, essendosi trovato a non poter realizzare un proprio sogno, lui aveva “visto” l’amore e la passione di Robin per la recitazione e lo aveva sostenuto, per non permettere che gli succedesse la stessa cosa. Il film, dice ancora nell’intervista, lavora sulla consapevolezza dei bambini che quando un legame si interrompe per qualche motivo, si può tornare indietro e riaggiustare le cose. E questo è un punto di non secondaria importanza per me in questo momento.

Terzo tema (ovviamente sono tutti collegati): cosa significa essere genitore. La domanda era: qual è la più grande avventura per te? Risposta: crescere dei bambini, perché richiede tutto te stesso, perché loro ti permettono di viaggiare nel tempo, perché in qualche modo puoi tornare indietro e rivivere, o rielaborare, diciamo, il modo in cui sei stato cresciuto tu e sperimentare tutto di nuovo, quando vedi il loro senso di meraviglia per ogni cosa, e le loro paure e fragilità, e in qualche modo devi far fronte a questo.
Quasi come crescere un’altra volta, osserva l’intervistatore.
Sì, questo ti succede per forza, devi, in certa misura, ma devi essere anche l’adulto… se ti limiti a tornare bambino con loro, ti metti in competizione, non è il tuo ruolo.

Quanto amo scorribandare tra i suoi pensieri…

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5 Pensieri su &Idquo;Essere genitori (frammenti di un’intervista)

  1. L’altra sera ho fatto vedere a mia figlia ” L’attimo fuggente”.
    Lei ha adorato Williams in altri film, ma è stata conquistata dalle sue doti di attore, in ” L’uomo bicentenario “.
    Logicamente, abbiamo pianto e riso. Che belle emozioni da condividere!
    Grazie per questo post.

    • Penso che il mio preferito in assoluto sia “Good Morning Vietnam”, anche se li amo quasi tutti, ma Adrian Cronauer gli somiglia moltissimo (era una mia intuizione e lui l’ha confermata in un’altra intervista) e se con Mork e Mindy avevo cominciato a sentire vagamente che c’era qualcosa dietro l’apparentemente goffo e imbranato alieno (ma ero “piccola”), da Good Morning Vietnam in poi l’ho amato sempre più perdutamente. Piango e rido così tanto, e hai ragione, sono tutte emozioni bellissime, anche le più dolorose, perché sono “nostre”, fanno parte dell’intensità della vita.
      Grazie a te, cara, buona settimana

  2. Riflessioni molto profonde, degne di una persona che ha vissuto intensamente ogni istante, come ci ha insegnato nell’attimo fuggente.
    Dei tre punti quello su cui trovo una profonda vicinanza è il terzo: L’avventura di essere genitore. Uso spesso anch’io la metafora dell’avventura, perché crescere dei figli è proprio come uno di quei viaggi di esplorazione di qualche secolo fa: Ogni istante ê unico e irripetibile e ti porta a una nuova scoperta, ma nel contempo il rischio e il pericolo sono sempre in agguato.
    A proposito, che bello Jumanji! Lo guardavo con il mio cucciolo quando era piccolino e ci facevamo delle grandi risate quando elefanti, rinoceronti e antilopi invadevano le strade della cittadina americana 😃

    • Anche a me quella parte aveva colpito subito, e non è un caso che abbia riportato proprio le sue parole, in quel caso, ma risentendo l’intervista ho pensato che a volte tendiamo a sottovalutare le paure dei bambini e ancora più dei ragazzi, quando sono adolescenti e sembrano addirittura presuntuosi, a volte. ma questo poi (nel caso nostro in particolare) maschera davvero la fatica di costruire il legame e il timore di affidarsi. e quante volte poi ci lasciamo trascinare in discussioni sterili, “litighiamo” con i nostri figli o facciamo pesare la nostra esperienza invece di trasmetterla in maniera adulta, consapevole ed efficace. C’è tanto materiale per me su cui riflettere.
      Jumanji lo adoriamo anche mio figlio (il piccolo) e io. E’ proprio catartico (e anche noi ci abbiamo riso un sacco)! 😀

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