Robin’s Theater 5. – Bengal Tiger at the Baghdad Zoo

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Dei cinque drammi teatrali a cui Robin ha partecipato, questo (regia di Rajiv Joseph) è l’unico che mi sembra quasi di avere “visto”, anche se purtroppo non è stato così e chissà se ne avrò mai l’occasione, al momento non mi risulta che esistano registrazioni (solo il poster, che ho deciso di ordinare). Credo sia davvero splendido, ha vinto tra l’altro diversi premi, ma come sempre è l’aspetto umano che conta. Avevo invece potuto solo guardare qualche spezzone e più di un’intervista a Robin (ovviamente tutte meravigliose). Ancora una volta, riesce qui a far qualcosa che non assomiglia a nulla di ciò che ha fatto prima, neppure il viso è mai uguale, eppure i suoi infiniti ruoli hanno sempre avuto così tanto di lui. La scelta consapevole di mostrare tutte le maschere possibili, perché è l’unico modo di condividere ogni aspetto di un’intensa complessità, dietro la quale tuttavia c’è un nucleo di coerenza e umanità profonda che permea ogni cosa. Quello che segue è il pezzo che ho scritto per il libro. Per chi non lo sa, il libro è scritto in forma di lettera, direttamente a Robin (di qui l’uso della seconda persona).

Bengal Tiger at the Baghdad Zoo

Finalista al Premio Pulitzer, Bengal Tiger tratta delle vicende irachene in un’ottica particolare. Mi ha colpito profondamente, è davvero molto forte, dicevi in un’intervista. L’ho letto e ho subito pensato che volevo farne parte. Posso entrarci dentro, crearlo da cima a fondo. E poi ho abbastanza pelo da poter essere una tigre.[1]

La maggior parte dei personaggi sono di fatto fantasmi che bighellonano, parlano e acquistano maggiore consapevolezza nel corso del dramma. Avendo recitato nell’88 in una versione di Mike Nichols del dramma di Beckett Waiting for Godot dicevi che questo era persino più cupo, benché sia classificato come commedia nera, e che sarebbe stata dura. Non tutti avevano fiducia che potessi farcela, ma per dirla col giornalista Craig Wolff “è piuttosto sconcertante” che la vastità dei ruoli drammatici da te interpretati, “nonostante tre nomination e un Oscar”, fosse ancora in qualche misura ignorata ogni volta che tornavi a interpretare una parte seria. Si diceva che non saresti riuscito ad attenerti al testo, che “lo scienziato pazzo delle improvvisazioni” sarebbe venuto fuori in qualche modo, che ti saresti appoggiato alla tua “ricca riserva di voci e personalità” come fosse una stampella. Ti etichettano come il maestro del riff, la mitragliatrice che parla a raffica osservavi – senza nessuna amarezza, riferiva Wolff – davanti a un piatto di frittelle al formaggio in un caffè. Qualche volta mi comporto così, altre volte…Buddha diceva, sono forse così, solo perché è così che tu mi definisci? Ma se negli spettacoli dal vivo accennavi appena ai problemi di cuore che avevi vissuto (in più di un senso), era proprio nei ruoli drammatici che a quel dolore attingevi più a fondo, potevi usarlo, per quanto, dicevi tu, con una sorta di cuscinetto protettivo. Wolff aveva assistito alle prove e parlava della tigre come “un filosofo tormentato e astuto, si sarebbe tentati di dire che abbia la scaltrezza perplessa di un Groucho Marx, anche se Groucho non ha mai conosciuto un mondo folle come questo. E allora sembra giusto che di tutte le creature di Dio, sia Robin Williams a essere stato chiamato a impersonare questa particolare tigre – una tigre fantasma, di fatto, che vaga per le strade devastate di Baghdad, Perché quello che serve, qui, è proprio un mago, un prestigiatore”[2].

In piedi al centro della sala prove, raccontava sempre Wolff, evocavi gli spiriti. Quelle che seguono sono citazioni tratte direttamente dall’articolo e (in corsivo) dal monologo cui il giornalista aveva assistito e da lui riportato: “Le cose mi appaiono davanti, così. La conoscenza, le cose dell’universo, fluttuano verso di me, si può dire. Le mani giunte, improvvisamente più umile. O può essere che sia io a fluttuare verso tutto questo. Alza le braccia. In segno di resa? Mai. La sua voce, impregnata di terrore e sfida, tuona. Perché non sono scomparso? Qualcuno può dirmi per favore perché non sono scomparso da qui?”

Rivedevi le battute, ritoccando, ripetendo. “La Tigre curiosa. La Tigre snob. Ancora. Sbalordito, Orgoglioso. Sicuro. Cammina dritto verso gli altri attori, qualcuno sobbalza, mentre lui improvvisamente diventa tutte queste cose insieme”.

Wolff descrive i tuoi occhi come la tua parte forse più tranquilla. “Piccoli, azzurri, allegri – un po’ come gli occhi del capitano di un rimorchiatore in un libro per bambini. Un cervello in grado di balzare da un’idea all’altra e collegarle a rotta di collo è una cosa affascinante, ma se non fosse stato per questa impronta di serenità, forse non avrebbe resistito così a lungo”.

Le tue esperienze in Afghanistan e Iraq, tra i soldati mutilati o sofferenti di disturbo post-traumatico da stress, trovavano un’eco nelle cupe visioni del dramma. Non tanto una polemica contro la Guerra del Golfo quanto uno sguardo sull’oscenità di ogni guerra. Una tua battuta aveva momentaneamente stemperato il clima, ma solo per pochi secondi. Emozione allo stato puro, senza protezione e se un cuscinetto protettivo c’era, osservava Wolff, lo vedevi solo tu. “Un gatto morto confinato in questa città che brucia, non c’è giustizia in tutto questo – grida la Tigre. – Eppure, eccomi qui”.

[1] Dave Itzkoff ‘Bengal Tiger,’ With Robin Williams, Coming to Broadway in March, 10 ottobre 2010 New York Times (dal Fansite)
[2] Craig Wolff, Straight Man, New York Theater, 6 marzo 2011

 

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