Robin’s Monday – Stand-up 3, A Night at the Met (aka Live at the Met)

Diretto da: Bruce Gowers
Scritto da: Robin Williams
Registrato il: 9 agosto 1986 (trasmesso su HBO)

La forza dell’autoironia

Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere.

(dal libro)

A Night at the Met (1986) non è stato il tuo primo spettacolo comico importante, ma il primo in cui hai tenuto un palcoscenico prestigioso come quello del Met, il Metropolitan Opera House di New York. Una meraviglia, un incanto, tutta la grazia e la forza di una personalità così fuori del comune da trasformare tutto ciò che tocca. Quando tu e il teatro vi incontrate può succedere di tutto, ma sempre qualcosa di speciale. Qui ti metti a nudo, parli di te perché le tue esperienze possano servire a tutti. Ridere di sé aiuta anche e soprattutto gli altri.
Un periodo difficile, tuo padre era appena morto, il matrimonio con Valerie era finito malamente, gli ultimi tre film erano stati un disastro al botteghino e il tuo “critico interiore” ti tormentava.
Non che non fossi bravo, o che avessi mai lasciato che i problemi personali (o la pigrizia, a cui qualche volta accennavi, anche se io mai l’avrei associata a te) interferissero con la tua ferrea etica professionale, probabilmente, del resto, rafforzata dalla passione. Dicono che tu non sia mai una volta arrivato in ritardo o impreparato. Ma gli eccessi degli anni precedenti, lungi dall’aumentare la tua velocità e liberare energie, ti avevano frenato.
Con tutto questo, il pubblico ti adorava e come comico andavi a pieno ritmo, anzi, a un ritmo praticamente insostenibile per chiunque. Spettacoli su spettacoli in teatri e locali vari; ti ammazzavi di lavoro per tenere a bada quel lato oscuro che aveva rischiato di consumarti. “Per quanto meraviglioso fosse, non era propriamente un pacco dono – ricordava David Steinberg, uno dei tuoi manager, a distanza di qualche anno . – Era un po’ nei guai, con quattro o cinque personalità che cercavano di venir fuori. Il palcoscenico era l’unico luogo dove nessuno potesse manipolarlo”. Perché dopotutto, eri sempre anche Mork, benché fosse soltanto un aspetto della tua poliedrica personalità, e quando il pubblico continuava a identificarti con lui non sbagliava poi di molto. Pronto a sostenere qualunque causa, a esibirti per chiunque lo chiedesse, del tutto privo di difese, secondo Marsha. “E’ facilissimo forzarlo a fare qualcosa. Se gli piacete e volete sfruttarlo, non dovete fare altro che premere il pulsante e lui farà quello che volete”.
Marsha ti aveva accompagnato come assistente nel corso di tutta la tournée che aveva preceduto questo spettacolo finale; Il suo rapporto con Zak andava a gonfie vele, non c’era più bisogno della sua presenza fissa in casa, e questo per lei era un modo di restare in qualche modo nella sua vita. Nessun coinvolgimento sentimentale con te, per carità, tu eri a pezzi e lei non intendeva farsi prosciugare emotivamente. Tuttavia, nella serata di chiusura, mentre tu “facevi la storia” come primo comico ad essersi mai esibito al Metropolitan, hai percepito qualcosa di cui mai ti eri reso conto prima, nelle sue parole e nel suo sostegno. Chissà se è per questo che fin dalla prima volta che l’ho visto, io ho sentito qualcosa in più, in questa performance, qualcosa che forse neppure l’orgoglio e la consapevolezza di essere ormai definitivamente uno dei migliori nel tuo campo poteva bastare a far uscire. Perché ecco, forse qui per la prima volta emergevano in tutto il loro fulgore quei marchi di fabbrica che avrebbero caratterizzato la tua vita artistica: meraviglia, incanto, partecipazione emotiva, empatia, certo, tutto questo e altro ancora. Ma per la prima volta, prima e più di tutto questo, tu apparivi felice.
Che ti muovessi su quel palco con la grazia di una farfalla lo avevo già detto. Nei primi tempi ti abbiamo visto raramente ballare e cantare, di solito accennavi appena qualche nota e qualche passo. Le ballate di Popeye (inclusa I Yam what I Yam, che secondo me ha anche molto dell’autoritratto) sarebbero comunque certo bastate per la vita, anche se non ci fossero stati poi il Genio di Aladdin e il Ramón di Happy Feet, a ricordarmi che sì, sapevi anche cantare. Che con la tua voce facessi quello che volevi è poi cosa arcinota. Non si trattava di un “semplice” strumento musicale, non solo quello, cioè. Eri in grado di catturare tutte le sfumature del mondo circostante, afferrare il tono di uno sconosciuto che parlava tra il pubblico e farne un’imitazione perfetta nel giro di pochi secondi. Potevi essere durissimo e dolcissimo, glaciale ed empatico, buffo, furioso, remissivo, timido e spavaldo. Potevi farci provare una gioia infinita oppure tutto il dolore del mondo. Ma non solo la voce, tutto il tuo corpo, faccia compresa, era uno strumento.
Anche qui, hai intonato giusto un paio di note, a imitazione di Pavarotti e di Placido Domingo (!), ispirate dall’ambientazione, tra carrozze, antiche armature e lampadari di cristallo del peso di una balenottera azzurra (Vorrei ringraziare Imelda Marcos per gli orecchini). Il resto sono voli dell’immaginazione e della fantasia, tanti, e poi passaggi improvvisi sulla realtà, anche la più cruda, con quella capacità fuori del comune di leggerla e restituirla trasformata (Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere).
Molti anni dopo, avresti ammesso che l’unica vera dipendenza della tua vita era sempre stata quella dalle risate del pubblico. Non faccio fatica a crederlo. Il bambino che dava una voce diversa ad ogni soldatino con cui giocava per sentirsi meno solo aveva presto scoperto che quell’antico espediente poteva lenire le ferite altrui quanto aveva fatto con le sue.
Ho pensato a volte di non avere senso dell’umorismo. Sono così pochi i comici che mi fanno ridere, ma davvero molto pochi, potrei fare quattro, cinque nomi al massimo. So di essere un po’ strana (è parte della mia scintilla di follia), ma perché una persona possa farmi veramente ridere fino alle lacrime, bisogna che sappia cos’è il dolore. Il che è tutt’altra cosa dalla tristezza del clown (del resto, non ho mai amato i clown). Qui parliamo di persone che conoscono profondamente le emozioni, le più positive e le più negative, che hanno la capacità e la voglia di entrare in contatto profondo con la propria parte più intima, e usare per gli altri ciò che conoscono di sé.
Posso dire che mi sono piegata in quattro quando hai improvvisato quello scambio di ruoli tra un ipotetico allenatore di football trovatosi a fare il coreografo e un coreografo che dettasse le mosse di una squadra di football. Che per quanto Reagan appartenga alla storia, la sua caricatura diventa una caricatura universale, satira contro la retorica dell’uomo della provvidenza in genere. Che le parti sull’alcol sono commoventi e quasi drammatiche per chi sa da dove hanno origine, eppure io, almeno, non posso fare a meno di ridere, e di pensare che ancora una volta la risata ridimensiona il potere di ciò che spaventa e fa male, lo riporta a misura umana, da problema schiacciante e spaventoso lo fa tornare ad essere qualcosa che si può affrontare e risolvere.
Posso dire tutto questo, ma non so se posso veramente riportare per iscritto la personalità dirompente che dà corpo a battute che magari, dette da un altro o lette, non sarebbero altrettanto efficaci. Perché qui la comicità diventa racconto di una storia, una storia in cui tutte le sfumature di chi la crea entrano in gioco e quindi nessun altro può appropriarsene. Si può solo guardare ed essere contagiati da quel modo di vedere il meraviglioso dovunque. E ridere di quella risata che fa migliore la vita.

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