Perdonarsi

Ho imparato a perdonarmi, ma vorrei non avere più niente da perdonarmi. Lo so che questo è il desiderio di perfezione che torna a far capolino, ma diciamo che vorrei dovermi perdonare sempre di meno, ecco. A volte mi pare che sia già in parte così, altre volte mi par di avere ancora troppi perdoni sospesi.

Toxic Love (da Ferngully)

Toxic Love, la canzone del “cattivo”, Hexxus, cantata da Tim Curry nel film Ferngully. Non è fantastica? A me piace un sacco. La prima volta che ho visto il film (Le avventure di Zak e Crysta in italiano) non l’avevo apprezzato granché, a parte Batty Koda, il pipistrello matto cui dava voce Robin. In seguito però mi sono ricreduta, è un gioiellino!

Robin’s Monday – Stand-up 4, Robin Williams Live On Broadway

È stato come sollevare il mare

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Il tuo ritorno sulle scene per il primo spettacolo dal vivo in dieci anni coincide con il periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001. Motivo di più per un rientro. “Ne abbiamo bisogno”, diceva la gente[1]. Tu, dal canto tuo, avevi bisogno della libertà, di ricaricare le batterie, ma i tempi erano anche maturi per affrontare quelle acque insidiose. Concorsi per Miss Burka Bagnato, tutto l’armamentario di quello che abbiamo passato, le misure di sicurezza. La comicità dal vivo è liberatoria, quella nei film è durissima, ammettevi[2]. L’esigenza si era fatta più forte dopo uno spettacolo di beneficenza a Washington con Whoopi Goldberg, dove ti eri reso conto che la gente si sentiva quasi sotto assedio, perché da tempo nessuno dava spettacolo a Washington, eccetto George [Bush][3]. Allora ho cominciato a esibirmi in qualche club di New York. Ho pensato che se c’era un posto che poteva essere un buon banco di prova era proprio New York. C’è un pubblico fantastico e molto tosto. Mi hanno incoraggiato a parlare di queste cose e allora ho pensato, ‘Okay, forse è il momento di tornare.’ È stato come sollevare il mare. La gente poteva tornare a ridere. Una risata può essere tante cose, una medicina, un’arma, dipende da chi la somministra, aggiungevi. Ma ha davvero questo potere curativo? Curativo non è la parola giusta. Terapeutico, magari, o catartico. Quando vieni da situazioni estreme, si può dire che ti riporta in vita[4].

Non era difficile trovare materiale, con Bush (Jr.), un Presidente che accenna un saluto con la mano a Stevie Wonder[5]. È quasi morto per un pretzel, cioè, abbiamo centinaia di milioni di dollari di copertura aerea sopra i cieli di Washington e lui rischia di morire per uno snack. Puoi parlare di qualunque cosa. Una bella l’ha detta qualcuno nel programma di Letterman, diceva ‘non riescono a trovare Bin Laden? È un Arabo alto due metri in dialisi, basta seguire le tracce nella sabbia’! Non parlo dell’incidente, ma di come il mondo è cambiato in conseguenza. Tipo, non puoi portare tagliaunghie sull’aereo perché hanno paura che possa dirottarlo. ‘Allontanatevi dall’area controlli, subito. Ho una limetta di cartone in mano!’ oppure ‘State seduti e fermi, o la pupa perderà un’unghia!’ George Bush ne fa una diversa ogni giorno e per un comico è un dono del cielo[6].

Prendevi in giro anche san Francisco (con affetto): abbiamo il Golden Gate, e a difenderlo ci sono due Guardie Nazionali in un Colibrì – parlo del fuoristrada militare – in tuta mimetica, che non scendono da quel cazzo di furgone e io dico, sono in tuta mimetica, ma devo dirglielo, il ponte è rosso dorato. Sembra che vengano dalla Scuola di Difesa di Taddeo (dei Looney Toones, una della tue imitazioni che il pubblico adorava) “Be vewwy, vewwy, quiet. I’m wooking for an Awab. Huhuhuhuhuh. E non fanno altro che star seduti lì. […] Però non lasciano attraversare i ciclisti – come se uno potesse nascondere qualcosa in calzoncini talmente stretti che puoi capire di che religione è. È una follia, quello che sta succedendo. Le perquisizioni – un mio amico ha una figlia di 7 mesi e l’hanno perquisita come se potesse avere una granata nel pannolino. Ma come abbiamo visto con il tizio che ci ha provato con le Air Jordan, c’è da stare attenti. Dico quello che ha cercato di dar fuoco a una scarpa ‘signore, questa è una zona per scarpe non fumatrici, si allontani per favore.

“Ci sono i comici, e c’è Robin Williams”, scriveva un altro giornale.[7] “Ci sono battute, e c’è quell’umorismo universale basato sull’esperienza umana con cui Williams è ormai identificato, nel bene e nel male. La vita può essere tanto un gioco crudele quanto una spensierata battaglia di cuscini e Williams domina le sue contraddizioni grazie all’ingegno della sua mente brillante, con raffiche di improvvisazioni così come con le sue osservazioni acute e taglienti”.

Per quanto fossi lontano dai teatri da un po’, le tue capacità non erano in dubbio e il pubblico lo sapeva perfettamente. D’altra parte lo humor, dicevi, aveva subito un colpo duro come tutto il resto, dopo gli attacchi, ma piano piano il pubblico e gli artisti erano arrivati a uno standard comune accettabile. Così, puoi iniziare a parlare di quando i funzionari del governo danno l’allarme sul rischio di terrorismo dicendo ‘non sappiamo dove, non sappiamo quando, ma sappiamo che qualcosa succederà. Buona fortuna. Ma cosa significa CIA, Agenzia Internazionale per le Intuizioni?

Uno spettacolo sfacciato, irriverente, volgare (nel senso buono del termine); nessuna concessione al comune senso del pudore o a qualunque altra forma del cosiddetto senso comune[8].

Sul palco vestivi panni di un personaggio del tutto diverso da Sy Parrish o dall’assassino di Insomnia[9]. Un vero sollievo. Qualcuno direbbe che sto mettendo in atto tutti i pensieri sporchi, facendoli diventare reali; è una sorta di catarsi ed è nato tutto un po’ così, lo spettacolo inizia da quello che sta succedendo, poi diventa politico, religioso e poi all’improvviso tanto primitivo quanto è possibile esserlo. Sul set eri frenetico, un fascio di energia tenuto insieme dalla coerenza comica, dalle risate. Le risate ti tornano indietro, ti nutrono, ti spronano. Il tuo critico più severo era Cody, che a 10 anni ti diceva di darti dei limiti: è fantastico, come avere una piccola donnina che vive insieme a te. È dolcissimo ma molto diretto e onesto.

Sul palco non avevi paura di prendere di mira i politici e i reati societari, ma una giornalista ti aveva chiesto che cosa ti spaventava davvero in quel periodo[10]. Mi spaventa molto il fatto che il surplus di tre miliardi di dollari che avevamo sia scomparso. L’istruzione, anche. E adesso formeremo questa nuova agenzia per la sicurezza, quando non è che quella vecchia abbia funzionato benissimo. Il tema che mi inquieta di più è il Medio Oriente. Ho parlato con persone dell’una e dell’altra parte, Palestinesi e Israeliani, che cercano di trovare una soluzione. E quanto all’approvazione dell’invasione dell’Iraq da parte del Congresso: ah, l’approvazione pubblica del piano segreto! I nostri alleati non la considerano una grande idea perché fa esattamente il gioco di Bin Laden, quando dice ‘è una crociata’. È stata questa la scusa. Vanno dai Curdi a dire ‘tornate con noi, lo rifacciamo di nuovo, e i Curdi ‘sì, certo, come l’altra volta, quando ci avete detto ‘ribellatevi’ e poi lui ha usato il gas nervino su di noi’. E [gli Stati Uniti] lo hanno lasciato stare. Sono loro che lo hanno lasciato lì. È un uomo spregevole? Ha fatto cose orribili? Certo, ma loro gliele hanno lasciate fare. La cosa principale per me sono l’India e il Pakistan. Hanno fatto sette test nucleari ciascuno e la CIA non ne sapeva un cazzo prima che succedesse. Ecco, tutto questo mi angoscia. Io faccio mia la conclusione della giornalista: “continua a dirci come stanno le cose”: perché sai, tu pensavi che a essere davvero importanti fossero i medici, i grandi benefattori, gli scienziati. E magari avevi pure ragione (come sempre). Ma per quanto fossi consapevole di lasciare una qualche eredità, forse, per quella tua tendenza a non prenderti mai troppo sul serio, non ti sei mai reso conto fino in fondo di quanto grande e duratura fosse quell’eredità.

Persino la tua generosità nascondevi, per quanto possibile. Hai fatto infinitamente più bene di quanto sia venuto fuori durante la tua vita. Ma non è questo, è il mutamento della percezione, l’approfondimento delle cose, l’importanza delle domande. Che non cambia mica quando mutano gli scenari, sai? Il mondo va avanti, ma quelli restano punti fermi sempre. Reagan, Bush, Trump, non sono importanti loro, sei importante tu e il modo in cui ti interroghi sulle cose e spingi gli altri a pensarsi, guardarsi dentro. Le contraddizioni della vita le puoi padroneggiare imparando prima di tutto a vederle, poi a comprenderle a fondo. E infine a riderne.

La vita sa essere crudele e spensierata, verissimo. E tu hai cantato come nessun altro la fatica e la meraviglia di essere persone fino in fondo, perché si paga, si paga caro, ma in cambio si riceve qualcosa che non ha prezzo. L’ombra delle farfalle, la bellezza dei bruchi, una vita che basta a se stessa perché è solo quella che racchiude tutto il dolore ma anche l’incanto del quotidiano, dei dettagli in cui si nasconde l’infinito. La libertà è questa, in fondo, non altra. Mi hai lasciato, ci hai lasciato la rabbia, la commozione, il dolore, l’urlo dell’ingiustizia di un male che colpisce così ciecamente da distruggere qualcuno che in vita sua non ha fatto altro che costruire. Ma dietro tutto questo ci hai lasciato un amore infinito per il nostro cuore, per le emozioni e per la ricerca dell’unica verità possibile, una verità in movimento, luminosa e aperta come il cielo della Baia.

[1] Paul Fischer, One Hour Photo, cit.

[2] One Hour Photo Production Notes, cit.

[3] Andrew Phillips, Death to Smoochy Interview, chud.com, cit.

[4] Andy Simmons, Robin Williams Grows Up, cit.

[5] Heather Wadowski, Death to Smoochy Interview for Movie Habit, 26 marzo 2002 (dal Fansite).

[6] Phil Mason, Scottish sex line sheep noise, cit. e Andrew Phillips, Death to Smoochy Interview, cit.

[7] Duane Dudek, Williams Going Nuts over Darker Roles, cit.

[8] Bonnie Laufer, da Tribute, cit.

[9] Paul Fischer, One Hour Photo, cit.

[10] Christine Blosdale, Robin Williams – One Hour Photo, cit.

SABATOBLOGGER 51. I blog che seguo

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Mammacomepiove (Arianna): Un “blog personale, nato dalla voglia di scrivere e condividere, ma anche di conoscere e leggere, perché le anime affini si cercano, si trovano. E si leggono”! Arianna ama la pioggia, il rumore, l’odore, fermarsi a guardarla. E allora ha scelto quel nome per il suo blog perché rappresenti una pausa, un momento in cui lei, e anche chi legge presumibilmente, possa smettere di fare quello che sta facendo e fermarsi a guardare. Tra le cose che ama condividiamo sicuramente la lingua inglese e tutto ciò che è “British” (l’inglese, come dicevo di recente, è la mia casa, una delle mie case. Che sono sempre meno, ma sempre più importanti). E poi anche il tè, i libri, il mare, viaggiare, i fiori bianchi, le favole, la neve (non sempre ma spesso), Harry Potter, fare dolci (qualche volta), i paesi scandinavi… insomma di cose in comune ne abbiamo un bel po’. E forse lo sapevamo già. E voi quante cose sapete di Wimbledon? Sapete per esempio del suo rapporto con le fragole? E conoscete il profumo della lentezza? E avete mai sentito la dolcissima leggenda che c’è dietro la festa delle stelle innamorate?

Il mestiere di scrivere Di questo solo un breve accenno, perché potrebbe essere interessante per chi ha deciso di scrivere ma non sa molto bene come muoversi e ha il desiderio di avere sul proprio lavoro l’opinione di un “addetto ai lavori”. Il blog infatti è legato a una “scuola di scrittura creativa online” che organizza “laboratori didattici e seminari in tutta italia”. Lo staff offre anche valutazioni di manoscritti con editing di base oppure “premium” più approfondito. Voglio però dire che io non ho utilizzato i loro servizi, chi vuole saperne di più potrà leggersi il sito in lungo e in largo ed eventualmente contattarli via email. Per questo non scelgo tre post in particolare, in questo caso non mi pare che abbia senso.

Il mio karma (Giorgia Biasini), romana, storica dell’arte, bibliotecaria, autrice di libri, dice: “Sono quella che guarda il mare, seduta ai piedi di un ulivo nel Santuario dei grandi dei di Samotracia. In questo blog ho raccontato di me, delle piccole e grandi cose che mi sono accadute, di mia figlia Lula e di mio marito Sten, della città in cui vivo, Roma, di politica, libri che leggo e film che guardo. E soprattutto, del mio decennale funamboleggiare con il cancro”. Scriverne fa bene, recita il titolo di un libro di Giorgia, tutti hanno bisogno di raccontare la propria storia e non solo le persone che hanno una malattia, qualcuno sa farlo personalmente, qualcuno ascolta la propria storia raccontata da altri e va bene anche così, ma Giorgia ama scrivere, si vede. Anche con lei condividiamo l’amore per i viaggi, e all’inizio di quest’anno quel desiderio per lei è diventato anche un proposito sfida, l’idea di continuare a sognare nonostante tutto un mondo senza confini da poter girare senza limitazioni. E poi sapete quanto mi piaccia chiunque parli bene di Genova. L’ultimo post che scelgo è Pensieri d’inverno, forse perché ho tanti file incompiuti nella categoria racconti e li lascio sempre lì, non si sa mai, qualche volta i fili di una storia si riannodano e quello che sembrava destinato a restare interrotto viene invece poi ripreso quando è il tempo giusto per completarlo.

Sartago Loquendi “Fritto misto” di parole, pensieri, poesie. Veturio, studente di Chimica e amante della poesia e della musica (tutta, jazz in primis). Si diletta a scrivere poesie e suonare il sassofono e pubblica alcuni componimenti sul blog “giusto per non lasciarli a loro stessi dentro una polverosa cartella sul Desktop che nessuno aprirà mai. Perlomeno qualcuno, seppur uno solo, un giorno, li leggerà. E questo mi basta. Scrivo per me, ma cosa sarebbe la poesia senza condivisione e senza lettori”? Ho scelto Ciliegi, e vi consiglio davvero di leggerla ascoltando il pezzo che Veturio ha scelto come accompagnamento, che è molto bello, e anche la poesia: i ciliegi, come certi amori, iniziano a sbocciare nonostante il gelo, qualcuno riuscirà anche a portare i suoi frutti. Pistone futurista è in puro “stile marinettiano”, mentre Due pezzetti di stoffa rossa racconta di nuvole serali, illuminate di rosso, di misteri e di ricuciture.

Serendipitsite Elisa, torinese, ha una “passione smodata per il viaggio” e adora la fotografia e la scrittura. A parte questo, che già ovviamente ci unisce, capisco perfettamente la contraddizione tra “un’agenda piena di cose da fare”, il tempo che manca e il prendere continuamente nuovi impegni, prenotare nuovi viaggi e ancor più fantasticare su nuovi progetti. Come lei amo “i tramonti sul mare, i viaggi in macchina [anche in treno e in aereo, nel mi9o caso], il venerdì pomeriggio tardi e sapere di avere un viaggio in programma ma non dirlo a nessuno. Anch’io odio il vittimismo anche se non sempre riesco a evitarlo, la fila all’aeroporto per il check in invece non mi dà particolare fastidio e non riesco a concepire che possa non piacere la pasta al pesto ma del resto sui gusti, diceva mio zio, non si discute 🙂 . i tre post che ho scelto sono Solo bagaglio a mano, please, recensione di un libro di viaggio – l’avreste detto? – di Gabriele Romagnoli. anche perché “viaggiare leggeri” in questi ultimi tempi sta diventando il mio motto e in effetti negli ultimi due viaggi avevo solo bagaglio a mano; Quando i genitori si lasciano perché non ci si pensa, ma anche separarsi può essere fatto con amore, amore per i figli, amore per quello che si è condiviso, amore per la propria strada futura che continuerà in altro modo, ma senza rancori e colpe scaricate e lanciate addosso l’uno all’altro come armi; e Il mio viaggio a Budapest (da sola) perché Budapest è una delle prossime mete che vorrei visitare (non necessariamente da sola) e perché viaggio da sola da quando avevo vent’anni, anch’io la prima volta ho dovuto superare timori (miei) e curiosità (altrui), si è trattato solo di tre giorni ma ho rotto il ghiaccio e in realtà oggi mi piace moltissimo viaggiare in compagnia e anche, per motivi diversi, da sola. Dipende dal viaggio, dal momento, dalle circostanze…

Rossella Pompeo descrive il suo blog come “un occhio narrativo sulla realtà contemporanea” che “racconta le storie di tutti in forma poetica e non”. Rossella è laureata in Diritto Internazionale e ha studiato anche a Bruxelles, ha una particolare passione per la cultura francese. È anche specializzata in regia e sceneggiatura cinematografiche (che meraviglia!) e collabora con alcune case editrici. Ha pubblicato tre raccolte di poesie. Il suo libro più recente è La donna che faceva crescere gli alberi, di cui al link troverete un brevissimo estratto, ma ce ne sono molti altri nel blog: è la storia Lidia, ma anche di vari altri personaggi che si muovono tra il presente e la Seconda Guerra mondiale in Australia; l’Italia del Po degli anni ’60; la Sardegna e la Parigi anni ’70, sino ad arrivare nell’Africa dei Griots, con gli alberi, le piante e i fiori come filo conduttore tra luoghi e tempi. Gli altri due post che ho scelto sono E’ il seme del nostro amore, una poesia, e Solo la fine del mondo, la recensione di un film  di Xavier Dolan.

Collettivo D – il punto di vista delle donne era un blog interessante, peccato non pubblichi più niente da un anno, speriamo che tornino. Alice è “una sarda espatriata a Roma”, laureata in Organizzazione di eventi culturali e dello spettacolo al Dams di Roma Tre e con specializzazione in Industria Culturale e Comunicazione digitale. Non so se nel frattempo abbia scoperto cosa vuole fare da grande (all’epoca della presentazione diceva di non aver ancora risposto alla domanda). Condividiamo l’odio per i cavoli (e per il ciclo, ma quello, beh…) e l’amore per Harry Potter e i dolci, la lettura, la scrittura, i tulipani, le maratone di film e telefilm, il tè e la cioccolata calda. Francesca, laureata in Comunicazione alla Sapienza di Roma, è appassionata di tecnologia (soprattutto Apple) e nuovi media! Ama molto le cose allineate e certi riti scaramantici. Condividiamo l’amore per il cinema, per i film dove muore qualcuno (nel mio caso anche se non muore nessuno va bene, però comunque mi commuovo facilmente), per i viaggi e per le fotografie. Anche per Londra, entro certi limiti nel mio caso. L’amavo di più un tempo, ma comunque resta una città dove ogni tanto mi fa piacere tornare. Io provo a segnalare i soliti tre post, poi vediamo…  Vi racconto i dischi dei miei vent’anni, post ovviamente musicale, La storia di Vivian Maier, su una straordinaria fotografa e Room – Il mondo in una stanza, recensione di un film.

L’ultimo di oggi è Parole come fili (creatività punto zero), un blog “didattico”, più precisamente: “dall’esperienza didattica reale, di chi la scuola la vive ormai da molto tempo, uno spazio che mette in comune materiali, idee, lavori fatti a scuola. E’ una pagina aperta a tutti gli insegnanti, a tutte le classi, a tutte le scuole che vorranno collaborare”. Vi scrivono tre blogger che seguo anche individualmente, Primula  (Ma Bohème), Mariangela (Nuvole sparse tra le dita) e Egeria Terza (inguaribile voglia di viaggiare). Si tratta di un blog “umanistico”, troverete letteratura, storia e grammatica soprattutto: idee per il latino, racconti storico-biografici (anche per approfondire temi al di là dei compiti scolastici) come questo su Costanza Del Carretto Doria, poeti, consigli per la composizione di testi (inclusa la tesina per la maturità), letture suggerite

Come sempre buon viaggio, e a sabato prossimo!

E visto il periodo, Buona Pasqua, anche 🙂

Piccola celebrazione familiare con torta di carote

Oggi abbiamo fatto la prima carta d’identità per mio figlio “piccolo”, e ho pensato che era una cosa da celebrare, così visto che da un po’ aspettava la torta di carote ne ho fatta una rielaborando un po’ alcune ricette trovate su Internet. È molto semplice ma secondo noi è venuta buona e quindi vi do la ricetta: 🙂

Ingredienti: 300 g farina, 100 g mandorle tritate (o farina di mandorle), scorza di un limone tritata, due uova (tuorlo e albume separato), una bustina di lievito, 120 g burro (o 100 ml. olio di semi), 130-140 g di zucchero (io ho usato quello di canna).

  1. Pulire e tritare le carote
  2. Sciogliere il burro a bagnomaria
  3. Battere lo zucchero con i tuorli
  4. Montare i bianchi d’uovo a neve
  5. Aggiungere alla crema di tuorli la farina setacciata e il lievito, pure setacciato, le mandorle tritate più la scorza di limone grattugiata, il burro sciolto e in ultimo i bianchi d’uovo montati.

Infornare a 180° per 40 minuti, comunque controllando di tanto in tanto che non bruci.

Volendo, si può aggiungere lo zucchero a velo alla fine.

Questo è il risultato, rustico ma profumato e… gradito dal destinatario!

Robin’s Monday – Stand-up 3, A Night at the Met (aka Live at the Met)

Diretto da: Bruce Gowers
Scritto da: Robin Williams
Registrato il: 9 agosto 1986 (trasmesso su HBO)

La forza dell’autoironia

Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere.

(dal libro)

A Night at the Met (1986) non è stato il tuo primo spettacolo comico importante, ma il primo in cui hai tenuto un palcoscenico prestigioso come quello del Met, il Metropolitan Opera House di New York. Una meraviglia, un incanto, tutta la grazia e la forza di una personalità così fuori del comune da trasformare tutto ciò che tocca. Quando tu e il teatro vi incontrate può succedere di tutto, ma sempre qualcosa di speciale. Qui ti metti a nudo, parli di te perché le tue esperienze possano servire a tutti. Ridere di sé aiuta anche e soprattutto gli altri.
Un periodo difficile, tuo padre era appena morto, il matrimonio con Valerie era finito malamente, gli ultimi tre film erano stati un disastro al botteghino e il tuo “critico interiore” ti tormentava.
Non che non fossi bravo, o che avessi mai lasciato che i problemi personali (o la pigrizia, a cui qualche volta accennavi, anche se io mai l’avrei associata a te) interferissero con la tua ferrea etica professionale, probabilmente, del resto, rafforzata dalla passione. Dicono che tu non sia mai una volta arrivato in ritardo o impreparato. Ma gli eccessi degli anni precedenti, lungi dall’aumentare la tua velocità e liberare energie, ti avevano frenato.
Con tutto questo, il pubblico ti adorava e come comico andavi a pieno ritmo, anzi, a un ritmo praticamente insostenibile per chiunque. Spettacoli su spettacoli in teatri e locali vari; ti ammazzavi di lavoro per tenere a bada quel lato oscuro che aveva rischiato di consumarti. “Per quanto meraviglioso fosse, non era propriamente un pacco dono – ricordava David Steinberg, uno dei tuoi manager, a distanza di qualche anno . – Era un po’ nei guai, con quattro o cinque personalità che cercavano di venir fuori. Il palcoscenico era l’unico luogo dove nessuno potesse manipolarlo”. Perché dopotutto, eri sempre anche Mork, benché fosse soltanto un aspetto della tua poliedrica personalità, e quando il pubblico continuava a identificarti con lui non sbagliava poi di molto. Pronto a sostenere qualunque causa, a esibirti per chiunque lo chiedesse, del tutto privo di difese, secondo Marsha. “E’ facilissimo forzarlo a fare qualcosa. Se gli piacete e volete sfruttarlo, non dovete fare altro che premere il pulsante e lui farà quello che volete”.
Marsha ti aveva accompagnato come assistente nel corso di tutta la tournée che aveva preceduto questo spettacolo finale; Il suo rapporto con Zak andava a gonfie vele, non c’era più bisogno della sua presenza fissa in casa, e questo per lei era un modo di restare in qualche modo nella sua vita. Nessun coinvolgimento sentimentale con te, per carità, tu eri a pezzi e lei non intendeva farsi prosciugare emotivamente. Tuttavia, nella serata di chiusura, mentre tu “facevi la storia” come primo comico ad essersi mai esibito al Metropolitan, hai percepito qualcosa di cui mai ti eri reso conto prima, nelle sue parole e nel suo sostegno. Chissà se è per questo che fin dalla prima volta che l’ho visto, io ho sentito qualcosa in più, in questa performance, qualcosa che forse neppure l’orgoglio e la consapevolezza di essere ormai definitivamente uno dei migliori nel tuo campo poteva bastare a far uscire. Perché ecco, forse qui per la prima volta emergevano in tutto il loro fulgore quei marchi di fabbrica che avrebbero caratterizzato la tua vita artistica: meraviglia, incanto, partecipazione emotiva, empatia, certo, tutto questo e altro ancora. Ma per la prima volta, prima e più di tutto questo, tu apparivi felice.
Che ti muovessi su quel palco con la grazia di una farfalla lo avevo già detto. Nei primi tempi ti abbiamo visto raramente ballare e cantare, di solito accennavi appena qualche nota e qualche passo. Le ballate di Popeye (inclusa I Yam what I Yam, che secondo me ha anche molto dell’autoritratto) sarebbero comunque certo bastate per la vita, anche se non ci fossero stati poi il Genio di Aladdin e il Ramón di Happy Feet, a ricordarmi che sì, sapevi anche cantare. Che con la tua voce facessi quello che volevi è poi cosa arcinota. Non si trattava di un “semplice” strumento musicale, non solo quello, cioè. Eri in grado di catturare tutte le sfumature del mondo circostante, afferrare il tono di uno sconosciuto che parlava tra il pubblico e farne un’imitazione perfetta nel giro di pochi secondi. Potevi essere durissimo e dolcissimo, glaciale ed empatico, buffo, furioso, remissivo, timido e spavaldo. Potevi farci provare una gioia infinita oppure tutto il dolore del mondo. Ma non solo la voce, tutto il tuo corpo, faccia compresa, era uno strumento.
Anche qui, hai intonato giusto un paio di note, a imitazione di Pavarotti e di Placido Domingo (!), ispirate dall’ambientazione, tra carrozze, antiche armature e lampadari di cristallo del peso di una balenottera azzurra (Vorrei ringraziare Imelda Marcos per gli orecchini). Il resto sono voli dell’immaginazione e della fantasia, tanti, e poi passaggi improvvisi sulla realtà, anche la più cruda, con quella capacità fuori del comune di leggerla e restituirla trasformata (Parlano di disarmo parziale, è un po’ come la circoncisione parziale. Non ha senso. O vai fino in fondo o ‘fanculo, lascia perdere).
Molti anni dopo, avresti ammesso che l’unica vera dipendenza della tua vita era sempre stata quella dalle risate del pubblico. Non faccio fatica a crederlo. Il bambino che dava una voce diversa ad ogni soldatino con cui giocava per sentirsi meno solo aveva presto scoperto che quell’antico espediente poteva lenire le ferite altrui quanto aveva fatto con le sue.
Ho pensato a volte di non avere senso dell’umorismo. Sono così pochi i comici che mi fanno ridere, ma davvero molto pochi, potrei fare quattro, cinque nomi al massimo. So di essere un po’ strana (è parte della mia scintilla di follia), ma perché una persona possa farmi veramente ridere fino alle lacrime, bisogna che sappia cos’è il dolore. Il che è tutt’altra cosa dalla tristezza del clown (del resto, non ho mai amato i clown). Qui parliamo di persone che conoscono profondamente le emozioni, le più positive e le più negative, che hanno la capacità e la voglia di entrare in contatto profondo con la propria parte più intima, e usare per gli altri ciò che conoscono di sé.
Posso dire che mi sono piegata in quattro quando hai improvvisato quello scambio di ruoli tra un ipotetico allenatore di football trovatosi a fare il coreografo e un coreografo che dettasse le mosse di una squadra di football. Che per quanto Reagan appartenga alla storia, la sua caricatura diventa una caricatura universale, satira contro la retorica dell’uomo della provvidenza in genere. Che le parti sull’alcol sono commoventi e quasi drammatiche per chi sa da dove hanno origine, eppure io, almeno, non posso fare a meno di ridere, e di pensare che ancora una volta la risata ridimensiona il potere di ciò che spaventa e fa male, lo riporta a misura umana, da problema schiacciante e spaventoso lo fa tornare ad essere qualcosa che si può affrontare e risolvere.
Posso dire tutto questo, ma non so se posso veramente riportare per iscritto la personalità dirompente che dà corpo a battute che magari, dette da un altro o lette, non sarebbero altrettanto efficaci. Perché qui la comicità diventa racconto di una storia, una storia in cui tutte le sfumature di chi la crea entrano in gioco e quindi nessun altro può appropriarsene. Si può solo guardare ed essere contagiati da quel modo di vedere il meraviglioso dovunque. E ridere di quella risata che fa migliore la vita.