La lettrice della domenica – Michel de Montaigne, Coltiva l’imperfezione

Altra giornata campale, da domani dovrebbe andare meglio, ma ci tenevo a lasciarvi qualche impressione di questa lettura di un autore che amo molto (e tra l’altro, no, che WordPress mi segnali Montaigne come errore non posso accettarlo, deve pure esistere un’opzione “aggiungi al dizionario”, da qualche parte, perché questa cosa non va bene!).

Dunque, acquistato alla Fiera di Torino., edito dalla Fazi per la quale ho un debole, mi è piaciuto fin dall’introduzione, anzi, delle introduzioni, quella del curatore Federico Ferraguto e quella dello stesso Montaigne, che come al solito dice molto con poche parole. Fin dal titolo, potrei dire, che infatti mi ha attirata immediatamente. Che poi veramente dire piaciuto è dire molto poco. Me lo sto gustando come una prelibatezza, ecco.

Tratto dai “Saggi”, intesi però non solo come “dissertazione” ma anche come “assaggi”, tentativi, esperimenti. “Nei Saggi, però, la vita non è semplicemente descritta come un oggetto dato una volta per tutte, e nemmeno per come dovrebbe essere. Montaigne la coglie sempre come una situazione talmente dinamica, flessibile, fragile e leggera da poter essere essere capovolta e sovvertita in ogni momento”, leggo dall’introduzione di Ferraguto (ah, il sovvertimento, delizia del mio cuore!).

E ancora: “Per cogliere la vita nella sua concretezza non è possibile affidarsi unicamente alla ragione, alle argomentazioni coerenti o alle deduzioni a partire da principi astratti. È necessaria piuttosto una presentazione dell’esistenza che lasci spazio al caso, alle emozioni, alla volubilità di chi la vive e alle singole esperienze che in qualche modo ne definiscono i contorni rendendola unica. La riflessione filosofica di Montaigne non è speculazione, ma pratica ed esercizio di pensiero svolti in prima persona attraverso uno stile di scrittura fluido e ricco di deviazioni, che in parte precorre il “flusso di coscienza” che sarà poi caro a molti autori del Novecento (come Proust e Joyce), mentre, per altri versi, può essere assimilato a quello che oggi domina i blog o i social network, strumenti per quella celebrazione collettiva dell’io che Theodore Zeldin ha anche chiamato “autorivelazione condivisa“.

La necessità di effettuare esperimenti con la sua stessa esistenza nasce da un atteggiamento fondamentalmente scettico che vede tutte le cose, compreso l’io, continuamente in movimento. Non c’è niente che può essere considerato assoluto e stabile, nemmeno la certezza del sapere. Ma se non c’è nulla di evidente e ovvio, allora tutto deve essere nuovamente rideterminato e ridefinito. Ogni nostra certezza deve essere sospesa e riconfigurata alla luce delle nostre esperienze personali“.

L’approccio scettico della saggistica di Montaigne non consente di dedurre a priori uno stile di vita “giusto”. Lo scettico rivolge innanzitutto il suo sguardo al presente in cui, e da cui, germina la sua esistenza particolare. Ma si tiene sempre pronto a prenderne le distanze, aprendosi a possibili alternative che nascono attraverso la variazione creativa del presente stesso resa possibile dall’immaginazione e dalla fantasia” (ora ditemi, potrei forse non amare perdutamente quest’uomo? Amore del tutto intellettuale, s’intende!)

Vi darò invece per il momento solo un piccolo assaggio (appunto) dei pensieri dello stesso Montaigne, ma ci tornerò, perché mi interessa enormemente. Spiritoso, ironico e spesso autoironico, talvolta volutamente volgare, nel senso di chiamare le cose col loro nome senza falsi pudori, e anche perché la profondità di pensiero non passa mai attraverso la pesantezza e la presunzione. Voglio dire, lo adoro, punto. È talmente bravo che potrebbe sembrare inglese 😛 🙂 [chissà cosa ne penserebbe di questa mia battuta, dettata solo dal fatto che adoro la letteratura/la filosofia/lo humour inglese].

Ora, per tornare al mio discorso, da quanto mi hanno riferito direi che nei popoli della Francia Antartica [il Brasile] non c’è nulla di barbaro e selvaggio, sebbene si tenda a chiamare barbaro ciò che non rientra nelle proprie abitudini. Difatti, siamo portati a considerare veri e ragionevoli solo l’esempio e l’idea trasmessi dalle opinioni e dalle usanze diffuse nel luogo in cui viviamo. Solo qui, infatti, ci sarebbero la perfetta religione, il governo perfetto, l’uso pieno e compiuto di ogni cosa. […] Non mi rammarico del fatto che consideriamo barbarico questo modo di fare. Piuttosto mi colpisce che, giudicando le loro colpe, siamo ciechi di fronte alle nostre. 

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