Robin’s Monday – Piccole gemme: I yam what I yam (da Popeye)

Mio amato Genio, è tanto che non ti scrivo una lettera come si deve, che poi, se in qualche modo vedessi quello che succede quaggiù (cosa che vorrei con tutta me stessa ma che la mia razionalità considera altamente improbabile) sapresti già tutto; se non è così, non saprai comunque nulla; in entrambi i casi, perché scriverti? Per me stessa, ovviamente. Ci sono cose da riordinare, anzi no, riordinare non è la parola giusta, diciamo riscompigliare in altro modo, capovolgere, vedere con altro sguardo e pensare con altre parole.

Tutto questo potrebbe però benissimo restare tra me e me, o tra me e te, tutt’al più. Sì, lo so bene che c’è vanità nel mio bisogno di condividere, non me la perdoneresti, forse? In ogni amore c’è un pizzico di vanità, e in quello per il teatro, la recitazione e le risate della gente forse anche un po’ di più; tu lo sapevi, la tua onestà, che sfociava nell’eccesso di severità verso te stesso, ti spingeva a dire che “ovviamente avevi un grosso ego”, e che non  avresti fatto l’attore altrimenti. E pensare che c’è mezzo mondo convinto che tu fossi la persona meno egocentrica e vanitosa che si potesse immaginare. Ma siamo pieni di contraddizioni, e anche di questo sei sempre stato perfettamente consapevole. Si può essere umili e non pensare mai di essere “arrivati”, e al tempo stesso orgogliosi della strada che si è fatta; si può amare la solitudine tanto quanto il contatto umano; si può mettersi in gioco continuamente, esplorare ogni volta nuovi territori, per consapevolezza dei propri strumenti e del proprio talento, ma anche per affrontare e superare ogni volta la paura di non farcela. E si può soddisfare il proprio bisogno di piacere, di essere amati, condividendo una parte di sé in modo non soltanto sano, ma anche generoso, trovando la propria felicità nel rendere felici gli altri e mantenendo comunque schivi e discreti in tanti altri aspetti della vita, senza presunzione, volando sì, ma senza perdere di vista la terra e la sostanza di cui è fatta.

Beh, insomma, eccomi qui, per vanità, per amore, per la memoria mia e di chiunque abbia voglia di ricordare. Sono in questo posto dove da qualche anno cerco di creare un giardino che ti e mi somigli, ed è uno dei luoghi dove sono custodi pezzetti del mio cuore, anche se la parte più grande è altrove. Sono qui e da casa ho portato Popeye come primo film da riguardarmi. Ma proprio quello?! diresti, o meglio Really? Why that one? e forse faresti una delle tue facce che ormai conosco tutte, e una delle tue battute capaci di demolire qualunque cosa in quattro parole. Però sai che io lo amo moltissimo (ne ho parlato qui) e a pensarci bene col tempo mi sono convinta  che a Popeye un po’ volessi bene anche tu, e cercassi più che altro di dar conto di un flop per cui probabilmente ti sentivi anche responsabile molto più di quanto fosse giusto.

Sono in molti a pensare che sia molto sottovalutato e c’è chi lo considera un capolavoro e il tuo miglior film. A me importa poco, lo trovo meraviglioso perché è sconclusionato, caotico, anticonvenzionale,  schierato contro i potenti senza dimenticare per niente i difetti delle persone comuni ma amandole anche per quelli, perché non ha una trama, perché visivamente è fantastico, perché non ha una trama ma potrebbe averne dieci e varrebbero tutte un film a sé, perché gli attori sono fantastici, perché per il finale non c’erano soldi ed è talmente surreale da essere un capolavoro, perché tu hai recitato con un occhio chiuso tutto il tempo borbottando in un grammelot senza conoscere, presumo, né Dario Fo né Fosco Maraini, ma sono due che ti sarebbero sicuramente piaciuti, perché c’è già tanta della tua magia, tu sei anche Popeye  (non poco, direi) e da quando Popeye ha cominciato ad assomigliarti mi piace immensamente di più. Se lo avessi visto allora, quando è uscito, mi sarei innamorata molto prima.

I yam what I yam è un bell’autoritratto, quello di un uomo intelligentissimo che non ha mai voluto passare per un intellettuale (benché lo fosse molto di più di altri che pensano di esserlo), e che ha saputo sfuggire a ogni etichetta: sono forse così, solo perché è così che tu mi definisci? Quando lo hai detto, una volta tanto non stavi affatto scherzando.

popeye the sailor man movie robin williams | Robin+williams+popeye

You don’t have to be no fish to tell when you’re flounderin’
What am I? Some kind of barnacles on the dinghy of life?
I ain’t no doctors but I knows when I’m losin’ me patiensk
What am I? Some kind of judge, or a lawyer? Aw, maybe not; but I knows what laws suits me
I ain’t no physciscisk, but I knows what matters. What am I? I’m Popeye, the sailor,
and I yam what I yam what I yam and that’s all that I yam ‘cause I yam what I yam
I can open up an ocean I can take a lot of sail I can lose a lot of waters and I’ll never have to bail1.

Non serve mica essere un pesce per saper se vai a fondo
Chi son io? Forse una cozza sul battello del mondo?
Non mi piacciono i dottori, perché non son paziente
Né giudici o avvocati, ché la mia legge mai non mente;
Un fisico non sono, ma conosco la materia; dunque vi farò una dichiarazione semiseria,
Son chi sono e per questo so chi sono, perché sono solamente quel che sono.
Son Popeye il marinaio, e pur se cambia il vento, io mantengo sempre lo stesso orientamento.

(la traduzione è mia)

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