#Film 1922-23, Laugh-o-grams, le favole rivisitate di Walt Disney

Tra il 1922 e il 1923, Disney, poco più che ventenne, è agli inizi della carriera. Ha già avuto il tempo di frequentare una scuola superiore e seguire dei corsi di arte serali, tentare di arruolarsi per combattere i tedeschi, venendo respinto perché troppo giovane (nel 1918, aveva diciassette anni), falsificare la propria data di nascita per collaborare con la Croce Rossa come autista e lavorare per qualche tempo come apprendista in uno studio di grafica pubblicitaria. Licenziato nel ’20, dopo un breve tentativo di darsi alla grafica pubblicitaria in proprio, si avvicina all’animazione, sperimentando a casa. Ben presto sforna questi “Laugh-o-grams”, dei corti in cui le favole di Esopo vengono modernizzate: il padrone del Gatto con gli Stivali conquista la principessa fingendosi torero (era un periodo che i toreri andavano per la maggiore, dopo Sangue e Arena), ma non riesce a vincere l’ostilità del re suo padre, sicché i due fuggono in auto, rinunciando alla vita di corte – e “vissero sempre felici e contenti” comunque (o proprio per questo). Il principe di Cinderella è un cacciatore, ma invece di uccidere gli orsi, se ne serve come banditori per portare ovunque la notizia del ballo; Cappuccetto Rosso sfugge, anziché a un lupo, a un malintenzionato del tutto umano, e non grazie a un cacciatore, ma a un aviatore che la salva in elicottero; e Alice trova il suo Paese delle Meraviglie dopo aver visitato uno studio di animazione. Sono già straordinari gli oggetti, che letteralmente prendono vita, dando alla storia quel gusto in più (la scena del treno in Alice, ad esempio, è una delizia).

Da qui, prima ancora che da Topolino, nasce tutto.

Ferragosto intenso

Questi ultimi quattro giorni sono stati un turbinio di cose, un vorticare di strade, paesaggi, meraviglie naturali, architettoniche e artistiche, incontri, persone, emozioni, scoperte di ogni genere, non ultime quelle gastronomiche. Abbiamo percorso qualcosa come 2200 chilometri, una cosa divertente che non farò (credo) mai più, ma che è stato comunque meraviglioso fare.

Tutto perché mi ero classificata tra i primi tre (seconda, come poi ho saputo) in un concorso di poesia creato dall’Associazione Amici di Romeo di Frosolone, in provincia di Isernia. Mi chiamano intorno al tre agosto, la premiazione è il 12. Ci si va? È un po’ lontanuccio, però dai, merita, ci si va, facciamo questa piccola pazzia. Senonché, il 5 mi arriva la notizia che ho vinto la sezione inediti in un altro concorso, L’Albero di Rose, questa volta in provincia di Matera. Premiazione il 13… beh, già che siamo lì… in realtà ci sono alla fine circa trecentocinquanta chilometri, ma certo, meno che da Genova. E così è deciso, si va.

Per spezzare un po’ il viaggio, ci siamo fermati all’andata a Ravenna. C’ero stata sempre talmente di corsa da non riuscire a vedere neppure i mosaici, per cui sono stata felicissima di avere l’occasione.

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Così venerdì eravamo a Ravenna, e sabato a Frosolone, del quale l’unica notizia che avevamo era una citazione che mio marito si ricordava, da un film con Sordi. Uno dei posti più incredibili che abbia visto. Un paese delizioso, incastonato tra le colline molisane, con alcuni veri e propri gioielli medievali e una fama assolutamente meritatissima per i latticini (oltre che per i coltelli e gli arnesi da taglio, con una mostra annuale frequentata da artigiani e appassionati provenienti da ogni dove). Incluso tra i borghi più belli d’Italia, bandiera arancione per l’ospitalità, restaurato e mantenuto con una cura e un’attenzione degni di nota. Circondato, tra l’altro, da vari paesi con dei castelli che purtroppo non abbiamo potuto visitare ma che potrebbero essere la meta di un altro viaggio più tranquillo e rilassato, magari con contorno di passeggiate a cavallo.

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Credo sia quasi inutile  aggiungere che mi è rimasto nel cuore e che spero di tornarci non troppo in là nel tempo.

L’indomani, all’alba, partenza per Accettura – e vuoi non vedere i Sassi di Matera, già che ci sei? Piccola deviazione, un centinaio di chilometri in più, comunque devo dire che ne valeva la pena, anche per il pranzo, da Stano, sulla piazza appena oltre l’uscita dal percorso dei Sassi, solo due antipasti, che poi dovevamo subito ripartire, ma otto portate di antipasto per ciascuno ci hanno abbondantemente rifocillato fino alla sera senza problemi.

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Accettura è un piccolo paese noto soprattutto per la Festa del Maggio e degli Alberi, ai quali tra l’altro era intitolata un’altra sezione delle poesie inedite (la mia era quella a tema libero). Dall’anno scorso ospita il Premio di Poesia L’Albero di Rose, che in così poco tempo ha più o meno raddoppiato il numero delle poesie ricevute. A volte basta un sindaco appassionato di cultura, un gruppo di persone di varia estrazione – storici, dirigenti scolastici, membri di società per la diffusione della cultura come la Dante Alighieri – che volontariamente trascorrono i giorni immediatamente precedenti al Ferragosto a leggere quasi duecento poesie (per ora – chissà poi quante in futuro!), e si ottiene un risultato di grande soddisfazione, dando visibilità alla propria terra nella maniera migliore. Cena a base di pesce, che non ci aspettavamo lassù in mezzo alle Piccole Dolomiti, ma comunque ottima, persone squisite, una splendida serata.

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L’indomani tappa a Numana – Siriolo, riviera del Conero, solo un breve bagno, altri posti che forse varrebbe la pena di visitare in modo meno affrettato, una zona dell’Adriatico che non conoscevo per niente, a la cui conoscenza vale la pena di approfondire.

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Poi ci siamo diretti verso Forlì e Cesena, pensando di trovare più facilmente alloggio, nonostante fosse ormai la vigilia di ferragosto e noi non avessimo la più pallida idea di dove e cosa cercare. Ma è proprio così che si fanno le scoperte più inattese. Usciti a Cesena, ci hanno consigliato un posto chiamato Bertinoro, che si è rivelato di una bellezza da togliere il fiato. E in cima al Paese ci siamo quasi casualmente imbattuti in un agriturismo, la Casina Pontormo. Dico “quasi” perché avevamo dato un’occhiata su Internet per vedere in quali posti si potesse mangiare nei dintorni, ma quella era solo una delle scelte possibili. Tra l’altro non danno alloggio, solo vitto, e stavamo per andar via, poi abbiamo deciso comunque di fermarci a cena e proseguire semmai la ricerca dopo. È senza dubbio uno dei posti dove ho mangiato meglio in vita mia. Servizio ottimo, grande disponibilità e cortesia, piatti preparati con amore e creatività, capaci di sorprendere ma sempre con ottimi accostamenti.

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Alla fine, combattuti tra il rischio di girare a vuoto in cerca di un posto per dormire e l’idea di rimettersi in viaggio ancora per un bel po’ di chilometri, abbiamo deciso di tornare a casa, e in tre ore siamo arrivati. Il che mi fa pensare che quel luogo d’incanto, tutto sommato raggiungibilissimo, ci rivedrà presto.

 

My way

Bellezza, affetto, buona cucina, meraviglia, tutte le cose che hai amato di più. Ti ricordo a modo mio, ricordo la gioia di vivere, che lo so che ti è stata in parte strappata via,  ma so anche che non ti sei mai arreso e hai celebrato la vita, l’amore e le risate fino all’ultimo. Alla tristezza ci pensano già in tanti, io voglio onorare le infinite, immense vite che hai vissuto, e questo mio vederti ovunque, viverti in ogni vita, amarti in ogni amore. L’importante è ricordare sempre,  pensarti sempre, perché come te cercherò sempre di camminare sulla mia strada, ma la mia strada è la tua.

Poesie e stelle cadenti (per un anniversario)

Anche quest’anno è arrivato il tempo delle stelle cadenti, ma forse questa volta non le cercherò. Non ne sono sicura, del resto sono cose che richiedono una decisione istintiva dell’ultimo minuto.

I desideri degli anni scorsi, anche quelli che sembravano più ingarbugliati e confusi, sembrano sulla strada per realizzarsi; soprattutto, non ho perduto quel senso di meraviglia, quella felicità che resta anche quando attraverso momenti dolorosi e difficili. Penso che c’entri col fatto che comunque, per realizzare le cose per me importanti, ci sto lavorando qui e adesso, sto dedicando la vita a quello che desidero molto più che a quello che “bisogna fare” o che sembra più “adeguato” e meno pericoloso.

Del resto, chissà se si vedranno. Oggi il cielo è opaco, livido, il sole non è scomparso, ma c’è un’aria triste; so perfettamente che mi sto facendo suggestionare, ma mi sembra un’aria non priva di calore e però anche adatta al pianto, o a un umore ballerino com’è il mio in questo momento, sospeso tra un agitato vento quasi autunnale, la quiete immobile, appesantita dall’attesa, e una pioggia di rinascita, refrigerio per tutto quello che sta appena germogliando o non è ancora sfiorito, ma è riarso dalla sete.

Sono in partenza per un viaggio breve ma denso di cose belle. Domani, proprio, di tutti i giorni possibili dell’anno, vado a cogliere i primi frutti di questa scrittura che ti coinvolge così tanto. Non credo sia poi così fuori luogo. Prima di tutto, vivendo intensamente e cogliendo l’attimo, con tutto quello che arriva, credo di rispettare molto di più tutto il modo in cui hai vissuto di quanto non farei se restassi a casa a piangere (cosa che ho fatto in altri momenti, e sicuramente farò ancora, pensando e scrivendo e guardando i tuoi lavori, ma c’è un tempo per ogni cosa).

E, secondo punto non meno importante, una delle poesie premiate non solo è scritta per te (come praticamente tutte, ormai), ma è una di quelle in cui “ti sento” di più. E dovrò leggerla io, te lo immagini? Davanti a un pubblico. Sarà tanto se riuscirò a tener ferma la voce. Mi sembra comunque che ricordarti in questo modo abbia una sua bellezza particolare, un suo senso profondo.  Al momento giusto spero di poter sentire, come in quei sogni così preziosi, la tua mano nella mia, il tuo sguardo, e ricordare poi di quando, nella realtà, citavi quel “vecchio pazzo” per il quale le persone erano come fiori, e dicevi che stare davanti a un pubblico è come camminare in un giardino.

Il ghiaccio è rotto

Dopo tanto tempo, ho ripreso stamattina ad andare in bicicletta. Per poco tempo e non ero propriamente a mio agio, ma il primo passo è sempre il più difficile e quello è fatto. È  una cosa troppo importante per me e sono felice perché ora so che andrò avanti.

Tempo di mietitura :)

Tra giugno ne luglio ho mandato i miei scritti veramente a tanti concorsi, ma devo dire che non mi aspettavo questi risultati, speravo magari in un paio di premi, ma neanche troppo. E invece… Stamattina ho saputo che la mia poesia Fiore Controvento ha vinto il Premio Albero di Rose per la Sezione Poesia Inedita. Vale sempre, ovviamente, l’invito per chi è della zona (Accettura, provincia di Matera), sarei davvero strafelice di poter incontrare qualcuno di persona.

Questa è la poesia, per chi non l’ha letta. Mi è molto cara, devo anche dire 🙂

Fiore controvento

Sei nel silenzio fertile di questa fiamma intensa e schiva,
fragranza di pane caldo, arance e rosmarino nel mio petto,
il fremito sottile del tuo fiore che germoglia controvento;
in grembo il solco profondo del tuo pensare a largo raggio.
Appollaiato in cima ai pali di una porta, ai margini del campo
guardi ancora quei fiocchi di cielo  non addomesticati
e ti si scioglie il fiato d’intatta meraviglia,
sì che anche alle finestre s’è appannato il vetro attonito.
Condivido il tuo amore per le asperità ribelli delle forme
contro la perfezione geometrica degli altrui cerchi
Ma quell’oscuro bisogno che abbiamo delle stelle,
quello scintillio dolceamaro che ci reca la scoperta della pioggia,
non ha rivali in altri amori, o glorie, o inutili  difese ed armamenti
quello è il senso della vita e del coraggio, del desiderio e della pelle
è la libertà assoluta che tu da sempre conosci più d’ogni altro
e da sempre porti con te, schiudendo alla resa le tue dita
il corpo nel dolce abbandono di un amore infinito e vivo,
il cielo aperto oltre la Baia,
mare,
e niente che tu non sappia.

 

Film 1922 – The Pest e The Prisoner of Zenda

Un frammento di un film più lungo (forse andato perduto, da quanto ho capito) in cui Stan Laurel, alle prese con un cane che non vuole lasciarlo uscire di casa, si traveste da cane a sua volta ma rischia di finire… nella rete degli accalappiacani. Non sono riuscita a trovare altre parti del film, che pure apparentemente dovrebbero esserci. Questa comunque è molto divertente. Anche la regia era di Stan Laurel, il quale già da circa un decennio era noto come comico prima di incontrare Oliver Hardy.

The Prisoner of Zenda è una delle varie versioni tratte dall’omonimo romanzo d’avventure scritto da Anthony Hope nel 1894. In questo caso la regia è di Rex Ingram, che aveva in precedenza diretto The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’apocalisse) con Rodolfo (Rudolph) Valentino. Quando avevo parlato di quello, avevo anche inserito una breve biografia di Ingram.

The Prisoner of Zenda ha come protagonisti Lewis Stone, davvero un bel tipo, capelli precocemente ingrigiti ma viso interessante e recitazione niente male, e Alice Terry, bella e aggraziata. Meno efficace secondo me Stuart Holmes nel ruolo del Duca “nero” Michael, ma forse è solo che all’epoca i malvagi dovevano apparire tali senza dubbi di sorta, e le perfide smorfie erano requisito essenziale (a tratti sono talmente accentuate da apparire buffe). Troppo svenevole Barbara La Marr nel ruolo di Antoinette, amante del Duca, ma anche lì, lo erano quasi tutte, ai tempi. Ramon Novarro in un ruolo secondario sarebbe in seguito succeduto a Rodolfo Valentino come latin lover in vari film, qui è uno degli scagnozzi del duca, ma come cattivo non è granché credibile.

Il film è ambientato in un immaginario regno, presumibilmente in Europa Orientale, Ruritania, alle prese con problemi di successione al trono. Quello che dovrebbe essere il legittimo sovrano, Rudolph, è debole e alcolizzato, e suo fratello trama nell’ombra per prendere il suo posto.

Quando il futuro re viene prima drogato e poi rapito, l’arrivo inatteso di un cugino inglese della casata, Rudolph Rassendyl, che è il perfetto sosia dell’altro Rudolph, sembra un dono del destino per sventare i piani del malvagio Michael. Un Rassendyl un po’ recalcitrante prende infatti il posto del re all’incoronazione, ma rischia di prendere il suo posto anche nel cuore della bella principessa Flavia, che per ragioni di stato dovrebbe sposare re Rudolph, benché non le piaccia molto. Rudolph Rassendyl, che è molto più deciso e virile, le piace invece eccome.

Nel frattempo sia Rassendyl che re Rudolph rischiano di finire vittime dei loschi piani del truce Michael…

Un buon film, non all’altezza del miglior Ingram, si dice, in effetti è in alcuni momenti forse un po’ troppo lungo, e benché all’epoca avesse ricevuto nel complesso recensioni positive, è stato criticato tra l’altro per una ragione curiosa per un film muto, il fatto cioè che si “parlasse troppo”. E devo dire che è un po’ spiazzante in effetti “vedere” questo ampio dispiegamento di dialoghi che non si sentono e non sono neanche, in buona parte, riportati nelle didascalie.

Consiglierei anche di mettere a zero il volume della musica, è di una monotonia da fare spavento, rasenta l’ossessione, forse più che di musica si potrebbe parlare di una sorta di accompagnamento ritmico che dopo un po’ diventa davvero fastidioso.

A parte questi che sono tutto sommato difettucci, è un bel film, l’avventura e la suspence non mancano e ho scoperto due attori, Stone e Alice Terry, ma in particolare il primo, che non conoscevo per niente e che valeva invece la pena di conoscere.