Ribellioni poetiche – Premio Poesia senza Confine di Polverigi (AN)

“La voce poetica di Alexandra Mc Millan è ribelle, voce di guerriglia e di frontiera: combatte “con parole viventi” pronunciando il no, dice Io – chi sono e cosa sono negli universi – per differenza e per scostamento. Le sue visioni riportano cosmogonie disvelate in una dimensione onirica di sguardo, dove la nebbia – avverbio – “generosamente regala alla terra il suo mistero fiabesco” di verità, contrario agli incanti degli imbonitori di città; sostiene che la Terra, maiuscolo habitat/contenitore, avrebbe, con le parole, “un rapporto quotidiano’, se solo l’uomo ricercasse il bianco, colmo, limpido silenzio d’amore ed imitasse Dio, vivesse in limine “solo per il piacere di oltrepassarlo”.

Con questa bellissima motivazione l’Associazione “La Guglia” di Agugliano (AN) ha assegnato il primo premio a tre mie poesie, C’era il fiume, L’inverno Parole, universi. E già dalle prime parole, a sentir definire la mia poesia “ribelle, voce di guerriglia e di frontiera”, mi sono sentita felice. Perché ho questa idea di una poesia che sia in qualche modo combattiva, ma non sono sempre certa di essere in grado di farla “arrivare”, e qui ho avuto la grandissima emozione di una lettura profonda  da parte di persone che sanno molto, molto bene di cosa parlano.

Ed ecco le tre poesie:

C’ERA IL FIUME

C’era il fiume, e un vento cattivo
creava gelide rughe in superficie;
c’era il sangue, e lo vedevo bene
spargersi su un confine immaginario.
Avevo il cuore in sospeso, perché
avevano sparato all’usignolo,
e la musica taceva, ferita quasi a morte.
Eri forse sulla riva? Tra tanti spettri
mi parve di vederti, prima che tu cadessi
e l’acqua si facesse rossa, poi pallida
di rabbia e di dolore adunco, rapace.
Mi parve di vederti, dicevo, e avevi
lo sguardo di chi muore all’improvviso
ma non è affatto colto di sorpresa
ché la guerra è questo e altro,
la guerra infanga gli stivali e il resto;
si scherza, si fuma e si muore
con lo stesso ironico sorriso
di chi sa che sarebbe stato meglio
nascere altrove. Ma è forse
un peccato agli occhi di Dio
essere creature di frontiera?
Io ho un’idea incorreggibile,
spettinata, forse un poco irriverente:
Dio
in fondo
dev’essere poliglotta
e di sicuro vive su un confine
solo per il piacere di oltrepassarlo.

L’INVERNO

L’inverno arriva sempre inatteso,
cadiamo come nevischio,
cristalli appesantiti dalla pioggia
e dalla grazia insostenibile dei desideri.
La perfezione del freddo
macchia l’anima come una morte ingiusta,
un deragliamento, una fame feroce.
Siamo tutti precari, soggetti
agli inganni del tempo, dei datori di lavoro
e dei pensieri in dormiveglia,
spezzati, inerti, le spalle incurvate
dalla monotonia delle rinunce,
dal nostro voltarci indietro, guardinghi,
in cerca di un sospetto, di un’ombra furtiva;
dalle luci spente dei cinema, che chiudono
sempre troppo presto, o troppo tardi;
dai negozi falliti, dalle stelle abbassate
come saracinesche, dai chiavistelli;
dalle città distrutte, dai deserti
geografici e dell’anima,
dalle oasi prosciugate, infertili,
dove l’ultima pioggia cadde
in un precedente infinito.
Costruiamo muri con le ossa dei morti,
col materiale di riporto del tradimento,
siamo troppo vecchi, troppo livore
ha ormai sferzato la nostra schiena,
per poterci commuovere ancora
ai nostri giardini sfioriti anzitempo,
e così inesorabili aspettiamo
solo l’arrivo dell’inverno.

PAROLE, UNIVERSI

Combatto con parole viventi, anime feconde,
le guardo dal mare, e la bellezza aspra del giorno
mi fende il cuore come la prua di un rompighiaccio,
tremo, ma lascio che da ciò che si spacca
emerga la mia anima segreta, l’ombra luminosa
che mi attardo a guardare prima che faccia giorno.
Con le parole la Terra ha un rapporto quotidiano,
i passi tra le montagne sono verbi, che attraversano
sassi crudi, portano alle valli luce ed acqua ai fiumi,
tracciano sentieri, inventano orme al tuo passaggio,
scrosciano e rumoreggiano, scandalizzano,
innevano e impioggiano, franano e frantumano,
illuminano e rabbuiano, muoiono e rinascono,
tra le vette e le pianure spauriscono la notte.
Gli alberi sono aggettivi vetusti, austeri, talvolta
un poco malmostosi, coriacei in apparenza, eppure
tutt’altro che inflessibili, ma generosi ai sensi e al tempo,
fino all’ultima fioritura, la più intensa, la più viva.
La nebbia è un avverbio, impenetrabilmente fitta,
avvolgentemente calda, brumosamente liscia,
generosamente regala alla terra il suo mistero fiabesco.
Le città sono nomi, sostantivi impetuosi, corpi
densi di case e strade, di voci e silenzi, di fanali
e d’altre luci, di cattiveria, di frodi e di errori,
di cani e gatti, di solitudine, di voglie e di fortune,
di incanti, fattucchiere, ciarlatani e giocolieri,
imbonitori, dulcamara, streghe e meraviglie
L’amore, invece, è un silenzio colmo, limpido,
bianca rifrazione di tutte le parole mai create,
materia di un universo così piccolo
da poterlo tenere in una mano, così grande
che non basta il mondo a sostituire un bacio.

 

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