Ancora sulle crisi fertili

Forse mi è utile essere più chiara sulla ragione della “crisi” di cui parlavo nel mio post precedente, perché se è stata interpretata come una crisi di ansia, o una crisi legata a un lasciare troppo spazio alla ragione rispetto all’istinto, forse un motivo c’è e (mi) vale la pena esplorarlo. In realtà succede questo: che quando altri leggono i tuoi scritti, specialmente se lo fanno con attenzione e coinvolgimento, ti aprono sempre nuovi scenari, punti di vista, nuove chiavi di interpretazione. Non è un caso se si dice che una volta che “lasci andare” una tua “opera”, di fatto non ti appartiene più, o comunque appartiene in buona misura anche ai lettori.

C’entra forse anche l’annosa questione “quanto è giusto andare incontro al pubblico” quando non si ha intenzione di scrivere un bestseller a tavolino, ma comunque ovviamente fa piacere che quanto si è scritto non  rimanga a prendere polvere sugli scaffali (altrimenti, tanto valeva lasciarlo nel cassetto e non condividerlo proprio). In realtà non è tanto questo che occupa la mia mente, anche perché il “pubblico” ha innumerevoli teste, diciamo così. Probabilmente entro certi limiti mettersi nei panni del lettore è giusto e necessario, ma resta il fatto che non ci si può mettere nei panni di “tutti” i lettori, ed è importante avere prima di tutto un’idea chiara di quello che “vogliamo dire” e di come “vogliamo dirlo”, della “nostra via”.

Però, ci sono prospettive e punti di vista che ti colpiscono, magari (anche) perché sono del tutto diversi da quelli che avevi in mente, eppure in qualche modo ti appartengono (altrimenti non ci sarebbe nessuna crisi). Ti spingono a metterti in discussione anche nel senso di chiederti “ho davvero detto quello che volevo dire, e nel modo in cui volevo dirlo”?

Forse chi scrive è portato a interrogarsi anche troppo, ma spesso interroga sé stesso, e può essere un peccato. La confusione momentanea che può venire da una lettura altrui forse è più proficua di ore e ore passate a leggere e rileggere da sé il proprio lavoro, e per questo parlavo di una crisi “fertile”. E mi serve anche parlarne qui, in quella che dopotutto, come ho detto altre volte, è la mia casa letteraria.

 

8 Pensieri su &Idquo;Ancora sulle crisi fertili

    • Capisco, ma io ho chiesto espressamente se qualcuno aveva voglia di darmi un suo parere e avendo ricevuto, piu’ che la cortesia, direi quasi il “dono” di una lettura approfondita, mi sembra giusto considerarla almeno con altrettanta attenzione, e questo e’ il primo punto. Il secondo punto e’ che a volte ti accorgi che altri, con uno “sguardo esterno” possono aver colto aspetti che a te erano sfuggiti ma che ci sono e forse vanno valorizzati (o al contrario messi piu’ in secondo piano) proprio per dare il senso piu’ profondo a’ quello che hai scritto (non per snaturarlo, ovviamente).
      Non credo molto alla scrittura di getto, quando si pubblica. E’ essenziale che quello che scrivi venga da un’urgenza, da una necessita’, e che dentro ci sia tu con tutto il tuo cuore e il tuo modo di essere, ma a questo deve seguire, secondo me, tutto un lavoro molto artigianale di revisione, aggiustamento, limatura, a volte (per quanto mi riguarda) anche riscrittura e vero e proprio stravolgimento. E ripeto, non per accettazione di una visione altrui che non ti piace (ci mancherebbe altro), ma per andare piu’ a fondo e trovare il miglior modo di esprimere quello che “per te”e’ importante dire, in modo che arrivi agli altri come “tu” lo hai inteso. E so che puo’ sembrare strano, ma a volte e’ proprio confrontarsi con gli altri che aiuta di piu’ in questa ricerca di se stessi.

      • Appunto, Credo sia chiaro quello che intendo, non che uno deva accettare la visione di un altro supinamente, ma fare tesoro dei pareri esterni puo’ servire molto perche’ chi scrive non ha sempre il distacco necessario. E la visione di un altro spesso aiuta a chiarire la propria. nella mia esperienza, almeno, non e’ raro che succeda. Magari subito ho una reazione di rifiuto e di chiusura, poi ci torno sopra emi accorgo che alcune cose possono essere modificate. Oppure anche no, e torno alla mia ‘visione”, ma con maggiore consapevolezza.

  1. giusta riflessione la tua. Difficilmente ho avuto riscontri sul quello che ho scritto e poi pubblicato, salvo mil confronto con un editor.
    Certamente le chiavi di lettura possono essere molteplici e certi spunti servono per fare chiarezza dentro di sè.

  2. Rispondo qui anche al commento con cui rispondevi al mio precedente sulla crisi, dato che alla fine tutto si collega. In questo caso è davvero difficile capire che cosa fare, perché la sensazione che si sarebbe potuto aggiungere o togliere, modificare, riscrivere, scrivere direttamente quacos’altro non è facile da tacitare ma non dà nemmeno troppe indicazioni su come risolvere il problema. Ci sono autori che a un certo punto sono rimasti prigionieri di una crisi del genere, che hanno limato la loro opera per anni: Manzoni scrisse di getto, nella sua vita, solo il “Cinque maggio”, mentre per “I Promessi Sposi” abbiamo una ben precisa data d’inizio – 24 aprile 1821 – e, se ben ricordo, quattro date di pubblicazione: il “Fermo e Lucia” del 1823; l’edizione riveduta e detta Ventisettana dall’anno d’uscita; la definitiva versione del 1840, ulteriormente riveduta, risciacquata in Arno e uscita a dispense; e infine, il volume unico della medesima (1842). Poi ci sono quelli – ma non credo sia il tuo caso – che arrivano a credere d’aver scritto l’Opera della Loro Vita, il Capolavoro che Finirà sui Libri di Letteratura, e allora lo limano, lo riscrivono, lo martoriano per decenni, quasi che la pubblicazione si dovesse tramutare nella fine di tutte le loro fatiche, nella fine delle cose da dire, e temessero di morire il giorno dopo. Poi scoprono che il mondo ha subìto mille mutamenti, che loro stessi l’hanno subìto nel profondo, e che lo scritto non è più attuale: e lo lasciano nel cassetto fino al fortuito ritrovamento da parte dei nipotini che frugavano in cerca dei cucchiai d’argento… Così ci troviamo alla Biblioteca Trivulziana di Milano un baule di quadernetti del Parini con tutti gli appunti su come continuare e ampliare il “Giorno”; al punto che, se avesse avuto il tempo di infilarci dentro tutto quello che aveva scritto in quei quaderni, avrebbe dovuto reintitolarlo “La settimana”. XD
    Scherzi a parte, spero che la riflessione giunga presto al punto in cui si trova la forza di lasciar andare il libro. Per un lettore che lo interpreta come pensavi tu, ce ne saranno almeno diecimila che lo leggeranno in un altro modo, cui forse non avevi pensato; così nascono le edizioni commentate, quindi potresti guadagnarci in fortuna letteraria fra trecento anni. Un lato positivo c’è sempre, è quello che intendo.

    • In realta’ l’ho gia’ lasciato andare due volte, se per lasciar andare si intende mandarlo agli editori. In un certo senso, tutte e due le volte l’ho dato per finito. Poi succede qualcosa che… ma sai, la vocina piu’ insistente e’ quella che dice di tradurlo. Solo che in una versione sono quasi duecento pagine fittissime, nell’altra una novantina, forse meno, gia’ in formato libro. Questo e’ probabilmente il momento della pausa, quando riprendero’ vedremo se sentiro’ piu’ forte l’esigenza di tornare su quello, o se magari riprendo invece con i racconti, o con l’altro romanzo che e’ pure in lavorazione. Io scrivo, scrivo, qualcosa restera’. Se non altro ai nipotini 😀
      Grazie!

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