Dimmi dell’addio

Dimmi di questo addio che un cielo
vestito di niente e senza scarpe
sorvola come una rondine crudele;
la geografia di quest’erba
è una cintura di fuoco dietro l’orizzonte,
il passo del glicine che divaga
tra punti e linee, meridiani e paralleli
di un sentiero che si appaga
di desertici languori.
Dimmi di un addio che è
un rifugio antiatomico da un tempo
di stalattiti e stalagmiti dentro rocce
che accampano pretese sul mio mare,
un bunker d’acqua contro i barili
di benzina gettati sugli incendi.
Quando canti e s’alza il vento
dimmi di questo addio di navi e porti
che rompe gli indugi e spacca il cuore
per fare poesia anche dalla fame,
questo addio di braccia e mani
che va oltre il silenzio e l’aria;
dimmelo tu di questo addio, ti prego,
io ho perdite di addii sui muri,
passi in sovrimpressione sugli schermi
dell’onniscienza da spiaggia a fine estate,
un naufragio d’opposte stelle palpitanti,
e per il resto, vedi, non so niente.

Ora tra queste foglie piove

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Ora tra queste foglie piove
e io bagnando l’orto, per sbaglio
ho innaffiato anche
qualche pensiero, qui e là.
Vago tra le melanzane,
così violacee e tonde, e mi sovviene
dei muri scavalcati per provare
a spostare il confine un poco oltre,
e di passi tra il biancospino
e la chiave di un cancelletto che comunque
restava aperto giorno e notte.
I peperoni hanno l’estate nel sangue,
un ritmo oro di samba e rosso di grazia;
una forma ribelle e il gusto forte
di cose dolci e perdute.
Mi commuovono le cipolle,
le loro lacrime brucianti
sotto un esile velo inerme
che non protegge niente, ma
rende più palpabile il dolore.
Guarda gli zucchini, poi,
e i broccoli, di tutti i meno amati:
mi tocca il loro nobile fiorire
senza aspettarsi niente in cambio.
I carciofi, corazzati e irti, somigliano
a chi si è esposto troppo
e ora difende un fiore inaspettato,
la bellezza che non vedi
se non aspetti il tempo giusto.
Salvia e timo, invece,
e maggiorana, e rosmarino
offrono fiduciosi il loro aroma
a chiunque passi, e ancor meglio
verso sera, quando ogni cosa
si fa più densa, e più che l’occhio
servono altri sensi.
Qui batte il mio cuore,
tra questa terra scura e i fiori del castagno
semino i vinaccioli della tua uva
e aspetto
i nuovi getti di questo amore antico.

Prima di andar via

Il cielo schiuma di nubi
arcane, sghembe; com’è chiaro
ancora, troppo chiaro il giorno
tra le mie mani screpolate;
quanta luce, troppa sui muri
imbrattati e muti, le sillabe
trattenute tra le crepe, una babele
di lingue vive e morte, di segni
tatuati sotto la pelle, in modo
da non sentire altro dolore.
E poi, d’improvviso un soffio,
una nota jazz sulle scale affaticate
tra achillee, campanule e trifogli,
rifiorisce l’eco di una nostalgia
piccola, notturna, e sotto il tetto
s’attarda un’ombra come d’antica
pena, d’un pianto d’altri tempi.
Mi fermo e ascolto e tremo
per la dolcezza di quest’ora
l’eterno che si posa sul mio stelo
come quando ti volti un’ultima
volta e vedi il mare e l’ultima
stella ti stupisce ancora, lieve,
prima di andar via.