La fatica dei miracoli

Voglio, dicevo, ed era quello che volevi tu che io cercavo,  è come se lo avessi sentito, quel pianto di consapevole ingiustizia, di lucida angoscia, mi entra dentro come un’onda d’urto il tuo dolore di confine, la crudele bellezza di poter ancora scegliere. Mai nessun pretesto per nascondere gli angoli che restano bui, nessuna scusa per la cattiveria che ci appartiene, per la solitudine.  Nessuna scusa, ma una voglia di sentire e diffondere felicità come se piovesse, passare attraverso le cose, sentirne l’odore e il sapore, cogliere l’intensità, perché da lì passa il mondo, a costo di cercarlo in una bottiglia, e la grazia del dolore è la stessa dell’allegria.

Ho il vantaggio del senno di poi, ma per come sono andate le cose, credo che non avrei comunque dormito, ho imparato da tempo, anche prima di metterlo in pratica, che in certi momenti, se il sonno non arriva è perché non serve,  non è d’aiuto, semmai d’intralcio. I miracoli succedono, ma fino a un certo punto. Sono sempre faticosi e hanno comunque un prezzo. Ma anche se fosse vero che si muore sempre soli, se qualcuno tiene in mano un capo del filo, è meno duro lasciar andare l’altro.

La tua stella, che come sempre mi bagna il viso di risate, è il mio miracolo e io ci naufrago sopra come fosse la mia Agua Buena, sempre tra cielo e terra, ché a noi, dove c’è un confine, piace sempre stare un po’ da una parte, e un po’ dall’altra.

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Immagine dal web

Cose belle

Esercizio: pensare alle cose belle, piacevoli, quelle che fanno stare bene insieme, ed esprimerle ad alta voce, molto più di quelle che non vanno (che comunque vanno espresse, con chiarezza, prima di arrivare all’esasperazione). Costruire un “alfabeto delle emozioni” che ci aiuti a definire e comprendere meglio come ci sentiamo e perché. Fare domande, più che dare consigli o indicazioni. E comunque, cose belle, tante cose belle. Sento tanto questo bisogno di bellezza. Se la si cerca, la si trova sempre.

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Programmare

Programmare, pianificare… ah! Che brutte parole! Ma… se imparassi che programmazione e creatività, pianificazione e sogno non sono in contrasto, ma complementari tra loro, due facce della stessa medaglia? Inizio a pensarlo…

Edit: ma guarda, ne avevo già parlato qui e non me lo ricordavo. Appunto… e… a volte ritornano (i pensieri, ciclicamente).

Volevo essere Jo?

Ma certo che volevo essere Jo, ci mancherebbe altro. E se avessi conosciuto, all’epoca, il carattere di Katharine Hepburn e quello che le sarebbe costato voler essere sé stessa, indipendente e libera di decidere come fare il suo lavoro, come gestire la sua vita privata e come opporsi al Maccartismo, avrei voluto essere Jo (la sua Jo) molto, molto di più. Ho ammirato tanto Katharine Hepburn come attrice, è stata ed è tra le mie più amate. La Regina d’Africa, Scandalo a Filadelfia, Sul lago dorato, Indovina chi viene a cena, Improvvisamente l’estate scorsa, La costola di Adamo, tutti questi li ho visti e li rivedrò, altri forse ne ho visti e non lo ricordo.

Forse, mi ha colpita così tanto perché all’epoca era quasi il mio opposto, o almeno credevo lo fosse. Così apparentemente dura, e con le sue fragilità nascoste, mentre io ero così evidentemente fragile, arrendevole a volte, e della “durezza” (o forza) che avevo nascosta dentro non sapevo ancora nulla.

Evidentemente, ho sempre cercato nelle mie figure di riferimento, sia maschili che femminili, questo miscuglio di indipendenza di giudizio, umanità, individualismo (compresa la capacità di affrontare la solitudine, e talvolta di cercarla, senza per questo rinunciare a sentimenti intensi e profondi), senso di giustizia e forza di carattere, volontà e dolcezza, non disgiunti a volte da una certa arroganza. Del resto, in una donna, l’ironia contro la stupidità altrui è vista spesso come arroganza, specialmente se una decide di non sposarsi (che non vuol dire certo non amare) e di non avere figli, e allora certe risposte tra il brusco e il sardonico date da Katharine Hepburn si capiscono meglio. (“Ha figli?” “Come mai non ha figli?” e via discorrendo).

Promesso

Continuo a procrastinare, rimandare, perdere (o prendere) tempo. Faccio altro, trovo mille scuse e pretesti per non fare proprio quella che dovrebbe essere la cosa più importante per me. Paura, immagino. Momenti di insicurezza, un po’ di vigliaccheria. Cose che si superano, comunque, promesso. Devo solo sconfiggere questo senso di stanchezza, poterci mettere interamente dentro un’anima sgombra da inutili pesantezze.

#Film 1933 – tre musical di Berkeley

42nd Street

Gold Diggers of 1933

Footlight Parade

Sono tre musical di cui Busby Berkeley (pseudonimo di  Berkeley William Enos) ha curato la coreografia. Berkeley divenne noto per le sue coreografie sontuose e costosissime, in cui  le ragazze del corpo di ballo formavano complesse figure caleidoscopiche, come i celeberrimi numeri di Carmen Miranda e Esther Williams.

Nel primo, diretto da Lloyd Bacon, le canzoni sono di Harry Warren (musica) e Al Dubin (testi). Si crea qui quel cast che poi, con qualche variante, parteciperà anche ai musical degli anni successivi: in particolare la splendida Ruby Keeler, Dick Powell, che pochi anni dopo sarebbe stato il primo Philip Marlowe sul grande schermo, Ginger Rogers, Bebe Daniels, Ned Sparks, Guy Kibbee e altri. Si tratta in effetti di un musical sulla produzione di un musical, e l’esilissima trama è solo una scusa per lanciare i numeri musicali e di ballo: Julian Marsh (Warner Baxter), regista di numerosi musical di successo in passato, per motivi sia personali che legati alla Depressione si trova in guai finanziari e ha bisogno di uno show che “sfondi” per potersi ritirare. Viene chiamato a dirigere Pretty Lady, nel quale il ruolo principale dovrebbe andare a Dorothy (Bebe Daniels), “protégée” del ricco e anziano sponsor Abner Dillon (Guy Kibbee). Dorothy però è innamorata di un suo vecchio “collega”, attualmente disoccupato, Pat (George Brent). Quando Dorothy litiga con Dillon, che a quel punto vuole che sia cacciata dallo show, Marsh resiste, ma la sera precedente l’apertura, Dorothy si rompe la caviglia. Su suggerimento di Annie, una delle ragaze del corpo di ballo (Ginger Rogers), Marsh si decide ad affidare il ruolo della protagonista alla giovanissima e inesperta Peggy, a fianco del protagonista maschile Billy (Dick Powell). Serve che dica che i due sono innamorati? Naturalmente sarà un successo strepitoso.  Il finale è dato dalla rappresentazione di tre numeri di Berkeley molto noti, Shuffle Off to Buffalo, Young and Healthy e naturalmente 42nd Street. Piccola curiosità: nel romanzo da cui è tratto il film, Billy non era innamorato di Peggy, ma di Julian Marsh. Inaccettabile, per la Hollywood di allora… per quanto il Codice di censura Hays non fosse ancora in vigore, questo sarebbe stato troppo.

Gold Diggers of 1933 è di Mervyn LeRoy, ma musiche e testi sono degli stessi autori, il coreografo è lo stesso e il cast vede nuovamente la partecipazione di Ruby Keeley, Dick Powell, Guy Kibbee, Ned Sparks e Ginger Rogers, oltre a Joan Blondell e alla deliziosa Aline MacMahon. Anche qui, siamo in piena Depressione, le “cacciatrici d’oro) sono quattro giovani attrici squattrinate, Polly (Keeley), Carol (Blondell), Trixie (Mac Mahon) e Fay (Rogers), in cerca di una parte. Il produttore Barney Hopkins (Sparks) avrebbe tutto quello che serve per mettere in scena uno spettacolo, e vorrebbe scritturare le quattro ragazze, ma gli mancano i soldi. Mentre si trova con le ragazze, sente il loro vicino e fidanzato di Polly, Brad Roberts (Powell), cantare una delle sue composizioni, e immediatamente ne capisce le potenzialità. Gli parla dello show ma gli espone anche il suo problema finanziario, e Brad si offre di investire lui il denaro. Tutti pensano che stia scherzando, ma quando si presenta in effetti con i soldi, cominciano a sospettare qualche reato, tanto più che Brad, pur accettando di comporre le canzoni per il musical, si rifiuta categoricamente di apparire in pubblico, e quindi di cantarle. In realtà, Brad è il rampollo di una famiglia altolocata e facoltosa quanto snob, che vede piuttosto male il suo coinvolgiumento nel mondo della musica e del teatro, e molto peggio il fidanzamento con una ragazza dell’ambiente. il fratello Lawrence (Warren William) viene infatti inviato insieme con l’avvocato di famiglia Fanuel Peabody (Kibbee) per pagare la ragazza affinché si allontani da Brad. Lawrence, però, scambia Carol per Polly, e visto il suo atteggiamento sprezzante, Carol decide di stare al gioco e con Trixie – che è un’attrice comica – combina di prendere in giro sia Lawrence che Peabody. Lo scherzo in effetti funziona così bene che i due finiscono per innamorarsi delle due donne… La particolarità di questo musical, a parte i numeri di Berkeley-Warren-Dubin (We’re in the Money, cantata da Ginger Rogers, Pettin’ in the Park, cantata da Ruby Keeley e Dick Powell) e Remember my Forgotten Man (cantata da Joan Blondell), è la scena finale in cui si colloca quest’ultima, che in contrasto con la tradizione dei musical, si conclude con un sentito e drammatico riferimento ai reduci della Prima Guerra Mondiale, ispirato a una marcia di protesta che i veterani avevano realmente compiuto l’anno prima a Washington.

Footlight Parade è diretto nuovamente da Lloyd Bacon e ritroviamo nel cast Joan Blondell, Ruby Keeler, Dick Powell e Guy Kibbee, con un giovane James Cagney nel ruolo del protagonista Chester Kent. Per la colonna sonora, Warren e Dubin sono affiancati da Sammy Fain (per le musiche) e Irving Kahal (per i testi). Kent, ex regista di musical, cerca di riciclarsi come autore di “prologhi”, brevi numeri musicali recitati “dal vivo” nei cinema prima della proiezione del film. Tra una quasi-ex moglie rapinosa, una nuova fidanzata pure peggio, e qualcuno del suo staff che ruba le sue idee e le vende ad altri, Kent riuscirà comunque a preparare in tre giorni tre numeri tali (con Keeler e Powell, naturalmente), da convincere il titolare di una grossa catena di cinema a scritturarlo, ad accorgersi finalmente che la sua segretaria (Blondell) è innamorata di lui da sempre. Famosissima la scena della “cascata umana” nel numero By the Waterfall, mentre in Shanghai Lil un James Cagney almeno per me del tutto inedito balla il tip tap con Ruby Keeler.

Sherlock

Bellissima serie. Nei limiti del possibile l’ho guardata tutta d’un fiato e Jeremy Brent è (era, purtroppo) di una bravura da non credere. Considerato il migliore tra gli interpreti. Anche “Watson” è perfetto. Non amo particolarmente i gialli, specialmente in tv, ma questi telefilm meritano davvero.