Sto leggendo…

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Libro amaro, rabbioso, ribelle, commovente, umano, sarcastico. Dalle radici ebreo-ortodosse a una vera e propria battaglia con Dio, conflitto-riavvicinamento-messa in discussione costante che ha molti elementi in comune con il rapporto padre-figlio, o forse più ancora il rapporto di un uomo adulto con il sé stesso padre e il sé stesso bambino represso e oppresso. Dietro ogni ironia, ogni battuta c’è un senso di profonda ingiustizia che colpisce allo stomaco, la consapevolezza del rischio di perdersi, ma anche la consapevolezza della possibilità di trovarsi, anche usando la stessa rabbia in modo diverso, in mezzo a un labirinto di esperienze, immaginarie e reali, di letture e scritture, di incontri e di scontri che conducono a superare in qualche modo quel senso di ingiustizia, sapendo che ha lasciato segni ma anche che si può sempre andare oltre.

Cominciavo a sentirmi anch’io un po’ come un prepuzio. […] Reciso dal mio passato, incerto sul mio futuro, insanguinato, pestato, buttato via. Mi chiesi se esistesse un posto dove i prepuzi possono andare, un posto in cui possono vivere insieme in pace, amati, voluti, una nazione di prepuzi, fatta dai prepuzi, per i prepuzi. (Shalom Auslander, il lamento del prepuzio, Guanda).

Fiamma e metamorfosi

Se vediamo da vicino questo pezzo di legno, come ci appare in queste pagine, poche righe, scopriamo subito che è titolare di un destino misto e drammatico. Viene definito legno da mettere nelle stufe e nei caminetti; più avanti, maestro Ciliegia lo dirà legno «da buttar sul fuoco», per «far bollire una pentola di fagioli». Dunque, legno da ardere, da consumare in fiamma, per sopravvivere agli inclementi inverni e per nutrirsi. Ma insieme un altro destino lo insegue: quello di essere lavorato: maestro Ciliegia vuol farne «una gamba di tavolino». E di altre metamorfosi presto sapremo. Ma quel che costantemente noteremo è che i due destini sono paralleli: quel legno è materia che chiama la distruzione e la cenere, e insieme vuole diventare e trasformarsi.

Se scrutiamo poi tra parola e parola vedremo dell’altro: che mai significa quel «capitò»? L’impressione è che il pezzo di legno abbia scelto di recarsi in quella bottega; e che un legno vada da un falegname ha certamente il suo significato. Possiamo suggerire che codesto legno si propone ad una trasformazione, una nascita? E donde viene? Non è verosimile che, a sbalzi e strattoni, bambinesco e cocciuto,ma fatalmente mosso, sia giunto fin qui per prati e sentieri, dopo essersi staccato dalla materia iniziale di una foresta materna? Presto lo sapremo capace di sgarbati strattoni, ed a quel modo si sarà staccato da una qualche madrepianta, e si sarà mosso in cerca di una bottega pervasa dall’odore fraterno di tutte le forme e i modi del legno.

(Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Adelphi)

Sto leggendo…

Libro preso un po’ per caso, vagando con lo sguardo e poi con la scala in recessi sempre meno a portata di mano, non so se vi succede, ne afferrate diversi, uno dopo l’altro, e vi sembra di non essere nel giusto mood per nessuno, finché alla fine ne scegliete uno, non convinti fino in fondo, ma perché ricordate che c’era stato un momento in cui averlo era sembrato imprescindibile e una ragione doveva pur esserci.

Una ragione c’era, infatti, e leggendo la sto riscoprendo. È un libro bellissimo, inquietante, dalla scrittura magnifica, severa, sicura e insieme aperta a mille altri dubbi, domande, possibilità, nuove interpretazioni, pensieri anche recalcitranti e ribelli, in disaccordo. Un libro fertile, ecco.

Volevo qualcosa che mi coinvolgesse profondamente, che anche senza rispecchiarmi del tutto, mi appartenesse al punto da rendere difficile staccarmi dalle sue pagine. L’ho trovato.

Il senso di scrivere

La scrittura è una fuga, un’ostinazione, un senso vietato, un frullar d’ali, un vuoto a perdere, un rifugio, un guscio, una ferita.

È stare in prima linea, è evitare la battaglia, è un modo indecente di esporsi, nudi e senza cornice, è un quadro, un nascondiglio, la ricerca di una platea, una smania incompiuta di silenzio.

Inizia dal basso, come una piccola scossa che sale su dai piedi, viene dal tuo corpo e lo ricostruisce ogni volta.

È una soluzione di ripiego, una ribellione meno scomoda, un cambiamento minuscolo e testardo. È un’utopia, un miraggio, la forza della realtà, prendersi la responsabilità con incoscienza, è spingersi al limite, è cancellare il limite per distrazione e leggerezza, è immaginarsi un criterio diverso, un’irriverenza rispettosa, senza senso come portar l’acqua con le orecchie, perché l’amore implica sempre una contraddizione.

O Captain, My Captain

Che in italiano non si potrebbe più dire, a poco a poco mi ruberebbero tutte le parole più amate, ma no, io non me le lascio rubare, e per me il Capitano – la voce interiore, il modello di riferimento, il daimon – è e sarà sempre solo uno, e non parlo tanto di John Keating, incantevole personaggio sia pure, ma dell’amato Robin. Uno che di muri ne parlava quindici anni fa, e non per dirne bene. Uno che di ambiente ne parlava oltre quarant’anni fa, e non aveva sedici anni, ma neanche poi tanti di più, e diceva attenzione, che la prossima guerra nel nostro pianeta rischia di non essere per il petrolio, ma per l’acqua (e no, nonostante tutto era un Genio sì, ma non un veggente. Solo uno che guardava e cercava di capire). Uno che odiava talmente tanto la guerra, da andare in Iraq e in Afghanistan, con una paura dell’inferno, ma bisognava farlo, fare spettacoli comici per i soldati “per ricordare che sono ancora lì e che stanno ancora morendo lì”. Uno, insomma, che non avrebbe mai cercato capri espiatori, che le sue responsabilità se le prendeva tutte e se ne assumeva anche qualcuna che non era nemmeno sua. Non esiste, per me, nessun altro modo di essere Capitani (nel senso di uomini. E aggiungerei: veri).

Merlin

Stasera una bella puntata di Merlin non me la toglie nessuno. Ho iniziato per fare qualcosa insieme ai figli (soprattutto uno) ed è diventato una droga, non riesco più a staccarmene, proprio io che di solito disapprovo film e fiction che si discostano dai miti e dalle storie originali – o almeno, dai miti e dalle storie come me li ricordavo io dai miei anni verdi… ma qui tutto è concesso perché mi piace davvero molto. E tenete d’occhio Colin Morgan, ha già avuto considerevoli riconoscimenti fin da giovanissimo, e secondo me è una spanna sopra anche rispetto ad attori affermati.