LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Seconda puntata

La prima puntata, se volete, la trovate qui.

II

Al di sopra del ruscello, un albero protendeva il suo tronco contorto. Io sono un albero, pensò Sakagaweah. Lo guardò ancora. La corteccia proseguiva per un tratto quasi perfettamente verticale, poi d’improvviso piegava in orizzontale, nella direzione da cui sorgeva il sole, e infine riprendeva il suo cammino verso l’alto, in un groviglio di rami intrecciati in fuga senza ordine, ciascuno per conto suo.
Quando avevano quella forma, le aveva spiegato suo padre, voleva dire che erano quasi seccati tante volte, tante volte quasi morti, e invece poi avevano trovato sempre un nuovo modo di sopravvivere.
Sakagaweah rivide una scena. Un’altra fuga disordinata, tanto tempo prima, ma quelle erano persone. C’era sangue. Sui vestiti, sulle mani, in terra, dovunque. Qualcuno l’aveva afferrata e portata via.
Non riusciva a liberarsi di quei ricordi. Bastava il verso stridulo di un corvo, un riflesso strano nell’acqua del fiume; o un tronco contorto. Si coprì con le mani tutti e due gli occhi per scacciarli, anche se sapeva che non serviva. Anche se fossero scomparsi per un po’, sarebbero tornati ancora, e ancora, e ancora. Ti prego, Grande Spirito, lasciami dimenticare, pensò.

Anche allora era andata a cercare cibo. Era insieme alla sua amica Kimama, e lo aveva detto a lei, quella volta: guardami, io sono un albero. E poi, cominciando a muovere le braccia su e giù: ora sono un uccello. Non era che una bambina, a quel tempo. Non che ne fosse passato poi molto: quattro inverni soltanto, ma era come se fosse stata un’altra vita.
Poco più avanti, avevano trovato delle orme di lupi, fresche e regolari, diverse impronte affiancate, un branco intero, cinque o sei almeno, con uno o due cuccioli.
Dove vanno i lupi, secondo te? – aveva domandato Sakagawea a Kimama.
Vanno in cerca di cibo, come noi, – aveva risposto lei, senza alcun interesse.
E poi erano tornate al villaggio e avevano sentito le urla, gli spari, avevano visto il sangue. Sakagaweah ricominciò a pensare ai lupi, per allontanare gli altri ricordi. Dove vanno i lupi? Qualcosa di loro era anche dentro di lei, lo sentiva. A volte, la notte, provava quello stesso, irrefrenabile desiderio di ululare alla luna.
Le bambine con cui era cresciuta, al vecchio villaggio… anche loro erano state caricate sui cavalli e via. Polvere e vento e terrore, ma le facce asciutte, perché piangere non si può, non si deve. Erano lì con lei, adesso, nel nuovo villaggio: Kimama, Cha’risa, Hai’wee.
Kimama cuciva abiti bellissimi, con le pelli. Era davvero brava, molto più brava di lei.
Hai’wee preparava cibi deliziosi col poco che c’era. Carne di cervo e di cinghiale, quaglie, trote, nocciole, mele. Presto, Haiwee era rimasta incinta. Sakajaweah accarezzava la sua pancia e pensava che sarebbe successo anche a lei. Voleva che succedesse, ma aveva paura. Tanta paura.
Cha’risa era quella che le somigliava di più, le piaceva camminare e guardare le cose che la circondavano, ma non aveva molta memoria. Doveva percorrere una strada almeno cinque o sei volte, prima di poterla ricordare. Non teneva a mente i segni, non distingueva una pianta da un’altra. Però riconosceva il verso di qualunque animale, e imitava perfettamente il canto di certi uccelli. E quando ballava, sembrava leggera come una piuma.
Dopo il sangue e gli spari e i cavalli al galoppo, il vento e la polvere, tutto il resto del tempo era trascorso sempre uguale, ogni giorno come quello prima, la terra da lavorare, le pelli da cucire, cibo da scavare, legna e acqua da trasportare, senza fermarsi mai.
Di tanto in tanto ci si spostava, in pochi minuti bisognava essere pronti, la carne riposta in borse di cuoio, i pochi abiti e oggetti da portar via raccolti nelle sacche, le tende smontate, i cavalli pronti per essere montati dagli uomini, mentre le donne seguivano a piedi.
In qualche modo, Kimama e Hai’wee e Cha’risa l’avevano aiutata ad andare avanti, solo sapere che erano lì, poterle vedere, anche se non c’era tempo per parlare. Era per loro che era riuscita a sopportare tutto, il dolore, la fatica, e persino Toussaint.
A volte le mancava il suo vecchio villaggio, i suoi genitori, i fratelli e le sorelle e tutti quelli che conosceva un tempo. A volte no.

La ragazza raccolse la cesta con le bacche, le radici e i due salmoni che era riuscita a prendere. Non c’era pesce nel fiume, in quella stagione, ma quei due salmoni sarebbero bastati, per qualche giorno. Ci sono momenti che la terra madre diventa crudele come un animale inferocito dalla fame; diventa secca, come bruciata: e bisogna scavare molto, per trovare qualche radice che permetta appena di sopravvivere.
Si avviò verso il villaggio a passo svelto, e arrivò alla tenda prima di sera. Ma per quanto facesse in fretta, per Toussaint non faceva alcuna differenza. Se era ubriaco, o semplicemente di cattivo umore, l’avrebbe picchiata comunque.
«Dove sei stata tutto questo tempo? Che me ne faccio di una piccola strega pigra per moglie, eh, me lo dici? Ti insegnerò io a ubbidire».
Sakajaweah gli vide prendere il ramo di nocciolo che teneva da una parte. Sapeva cosa l’aspettava. Era talmente abituata, ormai, che aveva imparato a non sentire neanche il dolore. Chiuse gli occhi, strinse i denti e si preparò a fingere di non essere lì, di essere molto lontana, una lupa con il suo cucciolo nei boschi, oltre le montagne.
Toussaint Charbonneau era molto vecchio, ma l’aveva comprata, o vinta al gioco, in ogni caso era sua.
Tanto tempo prima, sua madre le aveva raccontato quello che succedeva tra un uomo e una donna quando erano soli nella loro tenda. Dovrai sopportare, quando ti cerca, lascia che faccia ciò che vuole, poi tanto passa, le aveva detto. Ma sua madre non aveva mai conosciuto Toussaint. Non aveva potuto prepararla abbastanza, per lui. La puzza di alcool, sudore e fumo, il respiro affannoso, il corpo pesante. La prima volta aveva provato a scappare, ma dove avrebbe mai potuto andare? Lui rideva, ma non era una risata buona. Fermati piccola strega, smetti di sgusciare via come una biscia, tanto non mi scappi.
Alla fine si era rassegnata, e lui l’aveva schiacciata con tutto il suo peso. Si era sentita quasi soffocare. A un certo punto aveva provato un dolore tremendo, più forte persino delle botte. Aveva urlato, e nello stesso momento aveva sentito anche Toussaint urlare, ma il suo non era un grido di dolore. Di trionfo, semmai. Col tempo, il male era diminuito, anche se non era mai scomparso del tutto. Sua madre aveva avuto ragione. Ci si abitua a tutto, prima o poi.
Una volta, Toussaint l’aveva prestata a un mercante che conosceva. Quell’uomo gli aveva dato molte pelli, e in cambio aveva potuto “divertirsi un po’ con lei”, così aveva detto,. Solo una volta, comunque. Sapeva di ragazze che erano state costrette molte volte, con uomini diversi.
Toussaint non era cattivo, anche se si arrabbiava spesso, per un gran numero di motivi, e ogni volta la picchiava. Non aveva soldi e la picchiava, aveva finito il whisky e la picchiava, la picchiava se non rispondeva subito al suo richiamo, o se ci metteva troppo a portare la legna, o se il raccolto era scarso.
Aveva anche un’altra moglie, e picchiava anche lei.
Era così che andavano le cose: un giorno trascinavi canoe e mangiavi salmoni sul fiume Lemhi; il giorno dopo eri molte miglia lontano, a lavorare per gente sconosciuta, e potevi essere venduta a qualcuno che poi ti chiamava squaw, una tra tante mogli, buona per lavorare e generare figli; quello che decideva il Grande Spirito bisognava accettarlo.
Forse il suo spirito non era piegato del tutto; faceva tutto quello che le dicevano, ma c’era dentro di lei una minuscola scintilla di un fuoco che da qualche parte bruciava, anche se nascosto a tutti, persino a lei stessa.
La luna della semina era appena cominciata. Poche sere dopo, Sakagaweah sentì con certezza che una nuova vita si stava formando nel suo ventre.
Quella notte uscì, mentre tutti dormivano. Non andò lontano, solo fino a un punto in cui poteva sentire il rumore del vento unirsi in un tutt’uno con quello dell’acqua del fiume. Aveva piovuto molto; qualche goccia sottile scendeva ancora, sempre più piano. Le sue impronte si mescolarono ad altre, tutte confuse dal fango. Il giorno dopo non si sarebbe visto più niente.
Presto, anche gli altri si sarebbero alzati, e avrebbero pensato solo che si fosse svegliata un po’ prima; le stelle già schiarivano all’orizzonte, era quasi giorno. Aspirò profondamente l’aria, il profumo inconfondibile dell’inverno che finiva.

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