LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Terza puntata

III

Lewis aveva lasciato Washington il cinque di luglio, di ottimo umore. Amava andare a cavallo, e nonostante il caldo e la polvere, si era goduto ogni minuto del viaggio verso Pittsburgh. C’era stato qualche intoppo con le provviste, ma nel complesso, come aveva scritto a Jefferson, tutto procedeva per il meglio.
Tre settimane dopo, iniziava ad essere preoccupato. Molto preoccupato. E quando era preoccupato, tendeva a perdere le staffe con più facilità del solito.
La lista degli acquisti necessari era stata predisposta e più volte ripassata e revisionata da lui stesso insieme al Presidente, e gran parte dell’equipaggiamento se lo era già procurato a Philadelphia: armi, medicinali, conserve alimentari, attrezzature da campeggio, strumenti scientifici, doni per gli indiani che avrebbero incontrato sul loro cammino, carta, inchiostro. Ma senza una barca per trasportarlo era come non avere niente.
Nel contratto era scritto chiaramente, la chiatta che aveva ordinato avrebbe dovuto essere pronta per il venti luglio, e già così, sarebbe stato tardi: il livello delle acque dell’Ohio iniziava ad abbassarsi fin dalla metà del mese, rendendo la navigazione sempre più difficile; ma sarebbe stato comunque possibile partire prima che il maltempo incombesse. Se il costruttore avesse rispettato i termini. Adesso, invece, veniva fuori che non aveva praticamente neppure iniziato.
«Maledizione, ma non capite che il tempo, per noi, ha un’importanza vitale?».
«Scusate», biascicò l’uomo, che sembrava aver bevuto un po’ troppo. «Il carico di legname che aspettavo ha tardato diversi giorni, ma adesso è arrivato. Avrete la vostra barca entro il trenta, ve lo prometto». Lewis ne dubitava fortemente. Anche a voler credere che ci fosse del vero nelle sue giustificazioni, al punto in cui erano le cose, sarebbe stata già una fortuna se fosse riuscito a consegnargli la barca ai primi di agosto. E intanto il livello del fiume scendeva di giorno in giorno, e la frustrazione e la collera di Lewis aumentavano in proporzione.
I suoi sospetti furono presto confermati. Visitava il cantiere quotidianamente, cercando di instillare nel capomastro almeno un barlume di quel senso di urgenza che egli sentiva come una pressione quasi insopportabile; ma invano. Né le minacce, né la persuasione sembravano sortire alcun effetto, il costruttore continuava a bere e accampare scuse. Troppo spesso non iniziava a lavorare prima del pomeriggio; e in certi giorni non lavorava affatto.
Il trenta luglio venne e passò; e venne la prima settimana di agosto, e passò anche quella, e niente barca. Lewis, disperato, acquistò due o tre canoe. Cosa pensava di farci? Non lo sapeva neppure lui. Discendere l’Ohio con quelle e cercare una chiatta da qualche altra parte? Una follia.
Il costruttore giurò che avrebbe finito il barcone entro il 13 agosto. Un’altra promessa a vuoto. Quattro giorni dopo, Lewis lo trovò in preda ai fumi dell’alcol, che sbraitava e inveiva contro i suoi lavoranti, i quali lo piantarono in asso su due piedi. Esasperato, lo minacciò per l’ennesima volta di cancellare il contratto, ma di fatto aveva le mani legate, e lo sapeva. Più che licenziarlo, lo avrebbe volentieri strangolato, ma l’uomo aveva su di lui un considerevole vantaggio: non c’era nessun altro in grado di costruire una chiatta nel raggio di centinaia di miglia.
Due cose soltanto gli risollevarono lo spirito così fortemente provato dalla frustrazione: la lettera di Clark, che accettava con slancio di partecipare alla spedizione, e lo splendido Terranova Seaman, acquistato in quei giorni: i venti dollari meglio spesi della sua vita.
Alla fine, tra urla, suppliche, minacce e imprecazioni, la barca fu ultimata. Era il trentuno di agosto. Neppure i più vecchi coloni di Pittsburgh ricordavano che il livello del fiume fosse mai stato così basso. Non era navigabile, gli dissero. Ma a quel punto, Lewis avrebbe tentato di discenderlo in ogni caso, se pure fosse rimasto solo il letto asciutto e cosparso di ghiaia.
La chiatta era pronta alle sette del mattino, alle dieci era stata già riempita di tutto il suo carico, e Lewis partì senza perdere neppure un altro minuto, con i primi undici uomini assunti come equipaggio.
Giunsero a Louisville il 14 ottobre. Quando entrò nel porto e vide Clark ad aspettarlo, il cuore di Lewis si allargò. Avevano perso oltre un mese sulla tabella di marcia, ma finalmente si cominciava ad entrare nel vivo.
«Perdonate il ritardo, Clark. Come sapete, quello sciagurato del costruttore mi ha fatto diventare matto».
«Non preoccupatevi, Lewis. Ne ho approfittato per reclutare altri uomini, anche se ho detto loro che la decisione finale sul loro ingaggio sarà vostra, e ho disegnato alcune mappe che intendo mostrarvi. Mi sono tenuto pronto per iniziare il viaggio anche domani stesso».
«Avervi con me è un vero dono del cielo, Clark», disse Lewis. «So di poter contare tanto sulla vostra capacità di valutare le qualità degli uomini, quanto sul vostro talento di geografo e disegnatore. Sono doti preziosissime, per un compito di questa natura».
«Mio caro Lewis, come vi ho scritto, non c’è nessuno sulla faccia della Terra col quale condividerei questo viaggio più volentieri che con voi. E visto che siamo entrambi impazienti di intraprenderlo, direi di andare a mangiare un boccone e metterci subito al lavoro».

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