LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Quarta puntata

CAPITOLO II – autunno 1804 – primavera 1805

I

Il trenta dicembre del 1803, gli Stati Uniti presero formalmente possesso delle vaste aree note come Territori della Louisiana. La cerimonia pubblica si tenne nel marzo dell’anno successivo, e fu seguita da festeggiamenti, cene e balli ai quali anche Lewis dovette partecipare.
Il quattordici maggio, i poco più di quaranta uomini del Corpo di Spedizione, sotto il comando di William Clark, lasciarono definitivamente l’accampamento di Camp Dubois, Illinois, dove avevano trascorso l’inverno. Raggiunsero Lewis presso St. Charles, nel Missouri, un paio di giorni dopo e insieme ripartirono immediatamente, accingendosi a risalire il fiume con la chiatta e le due canoe più piccole. L’esplorazione dei Territori della Louisiana era ufficialmente iniziata.
Clark aveva ricevuto il suo ingaggio solo pochi giorni prima, ma con grande sdegno di Lewis, il Ministero della guerra aveva rifiutato di assegnare all’amico il grado di Capitano, attribuendogli quello inferiore di Secondo Luogotenente.
«Accidenti alla loro dabbenaggine, ero sicuro che fosse solo una formalità», aveva commentato, sbattendo la comunicazione sul tavolo in malo modo, tanto da stropicciarne il bordo.
«Dopotutto lo è», aveva risposto Clark. «Non vi nascondo che sono deluso io stesso, ma ciò che importa è che io abbia l’autorità per dirigere gli uomini, negoziare con i Nativi e con i mercanti spagnoli e francesi e condurre le necessarie osservazioni scientifiche. Quanto al resto…”, aveva alzato le spalle.
«Quanto al resto», aveva concluso Lewis, «io vi ho sempre considerato mio pari, e così gli uomini, e continueremo a farlo. Di fronte a loro, voi siete e resterete il Capitano Clark».

I primi mesi del viaggio non furono facili; sebbene si trovassero ancora in zone relativamente conosciute, e tracciate nelle mappe, più di una volta gli uomini diedero segni di insofferenza: qualche rissa, furti di whisky, persino un tentativo di fuga, in un ambiente in cui restare da soli significava la morte certa. In alcuni casi, le punizioni furono assai severe. Era necessaria una disciplina ferrea, né più né meno che se fossero stati in missione per conto dell’esercito, poiché anche il più piccolo dubbio riguardo all’autorità dei due capi avrebbe potuto mettere in pericolo l’intero gruppo.
D’altra parte, era necessario mantenere la fiducia degli uomini: la stanchezza, lo sconforto, la durezza di quella vita selvaggia, lontana da ogni forma di civiltà mettevano a dura prova i nervi di tutti, e bisognava tenerne conto, in un costante equilibrio tra rigore e comprensione. Il rispetto degli ordini doveva fondarsi in primo luogo su un vincolo di lealtà e reciproca fiducia, sulla condivisione di uno scopo comune, sulla certezza di poter contare in ogni momento l’uno sull’altro.
In agosto, le condizioni del giovanissimo sergente Floyd, da qualche tempo sofferente di una infezione di cui non era stato possibile scoprire la causa, si aggravarono improvvisamente, ed egli morì nel giro di poche ore.
Era stato uno dei primi ad arruolarsi. Aveva solo ventidue anni, eppure, e benché con tutta evidenza soffrisse molto, la dignità e il coraggio di cui diede prova toccarono profondamente tutti gli uomini. Alla cerimonia di sepoltura molti avevano gli occhi lucidi, compreso Lewis. Fu come perdere un fratello, un amico d’infanzia, un compagno d’armi.
Questo evento contribuì più di ogni altra cosa a creare tra i membri del Corpo di Spedizione quel vincolo di solidarietà che Lewis aveva tanto sperato, sebbene pagato a carissimo prezzo.
Pochi giorni dopo, mentre cercavano dei cavalli probabilmente rubati da un gruppo di Nativi, un altro degli uomini scomparve. Si trattava di un soldato semplice, George Shannon, il membro più giovane della spedizione, diciannove anni appena. Lewis da quel momento sembrò non darsi pace. Il ragazzo era uno dei “nove del Kentucky”, uomini che lui stesso aveva scelto; nel caso di Shannon, si era lasciato convincere dalla sua determinazione, nonostante l’evidente inesperienza.
Lo ritrovarono dopo sedici giorni. Uno degli uomini lo vide correre a fatica per qualche metro verso la barca e poi crollare a terra, esanime.
Lewis gli si avvicinò, gli toccò il polso, gli restò accanto per diversi minuti, poi alzò gli occhi, e gli altri videro i suoi lineamenti distendersi visibilmente, quasi aprirsi in un sorriso.
«È vivo», disse.
In seguito appresero che, avendo finito tutte le munizioni, per quasi due settimane Shannon non aveva mangiato altro che bacche, e un coniglio ucciso con un proiettile di legno fabbricato da lui stesso e inserito dentro il fucile. Clark gli batté una mano sulla spalla, in riconoscimento della capacità di sopravvivenza di cui aveva dato prova, poi si rivolse a Lewis.
«Sapete», disse, «credo che abbiamo scelto i nostri uomini davvero molto bene».

II

Nel frattempo, in tutt’altro luogo, un pericolo gravissimo, potenzialmente mortale, si stava preparando contro Lewis e i suoi, da una fonte che avrebbe dovuto essere insospettabile, e in realtà non lo era del tutto.
Nel marzo di quello stesso anno, due vecchi amici si erano scritti: un evento tutt’altro che fuori dell’ordinario, ma i due amici in questione non erano individui qualunque.
Il primo era un generale molto vicino a Jefferson, che lo aveva appena nominato governatore dei territori della Louisiana: il suo nome era James Wilkinson.
Il secondo era il marchese Sebastiàn Calvo de la Puerta y O’Farril, e si dava il caso che fosse il predecessore di Wilkinson, avendo governato gli stessi territori sotto gli Spagnoli, prima che questi li cedessero ai Francesi.
Il generale Wilkinson apparteneva all’élite del Paese sia per nascita che per matrimonio. Aveva una discreta dose di fascino e ottime relazioni in tutti gli ambienti giusti.
Era anche, secondo voci insistenti che non era mai riuscito a tacitare, una spia al soldo degli Spagnoli.
Tempo addietro era stato sottoposto a indagini serrate, dalle quali era uscito con la reputazione definitivamente macchiata, avendo evitato la corte marziale solo per uno di quei colpi di fortuna che in varie occasioni gli avevano salvato la pelle, non solo in senso metaforico. Eppure, per qualche oscura ragione, continuava ad avere un ruolo fondamentale nei più delicati intrecci della vita sociale e politica del Paese.
Lewis, del tutto immune al suo fascino, si era formato di lui un’opinione alquanto netta: lo giudicava egocentrico, avido, vanitoso, corrotto fino al midollo e disposto a utilizzare qualsiasi mezzo per raggiungere i propri scopi, incluso il tradimento. Non per niente, lo aveva inserito ai primissimi posti nella lista di coloro di cui era bene non fidarsi.
A questo, tuttavia, Jefferson aveva risposto, con un sorriso breve e un po’ forzato:
«Tendo a essere d’accordo con voi, Meriwether; tuttavia, posso solo dirvi che egli è il peggiore tra gli alleati di cui non posso e probabilmente non potrò mai liberarmi».
Wilkinson dunque scrisse a Calvo, e questi a sua volta inviò una lettera a Nemesio Salcedo, Comandante Generale delle Province Interne dello stato messicano del Chihuahua, e tutta questa corrispondenza aveva ad oggetto la spedizione di Lewis e Clark.
Essa confermava i timori della Spagna: ossia, che a parte gli scopi scientifici, quella spedizione intendeva in realtà creare un canale commerciale e instaurare rapporti con gli Indiani nei territori dell’ovest, preludio a una possibile futura espansione.
Così, Salcedo diede un certo ordine al Governatore del New Mexico, Fernando de Chacón. Il primo di agosto un gruppo armato di cinquantadue uomini, tra soldati, coloni, mercenari e Indiani partì da Santa Fe sotto la guida di Pierre – o Pedro – Vial, un esploratore e pioniere francese di nascita, anch’egli con molti e assai svariati legami di amicizia, di cui forse il più leale e duraturo era con gli Indiani Wichita del Texas e dell’Oklahoma. Vial fu incaricato di trovare Lewis e Clark, arrestare tutti i membri della spedizione e riportarli indietro, vivi o morti.
Il tre settembre, pochi giorni dopo la morte di Floyd, e mentre Shannon era ancora disperso, il gruppo di Vial raggiunse un accampamento Pawnee sul fiume Platte. In Nebraska. I capi vennero letteralmente sommersi di doni e fornirono un’informazione assai importante: sì, alcuni “commercianti” americani erano passati di lì alcuni giorni prima, diretti a nord.
Eppure, gli uomini di Vial tornarono indietro a Santa Fe senza praticamente neppure tentare di raggiungere la spedizione. Forse ritennero gli uomini di Lewis e Clark assai più lontani di quanto in realtà non fossero, o non riuscirono ad avere un’idea abbastanza precisa di dove precisamente si trovassero, il motivo di questo strano comportamento rimane in buona parte inspiegato.
Indubbiamente, Lewis e i suoi sembravano avere le ali ai piedi, in quel periodo, percorrendo una media di cento, centoventi chilometri al giorno, prevalentemente a forza di remi.
Si potrebbe azzardare che tra le ragioni di quella fretta non vi fosse solo il desiderio di arrivare il più lontano possibile prima dell’inverno. Forse, una sorta di sesto senso, un istinto, unito alle conoscenze di Lewis riguardo alla natura umana in generale, e più specificamente a quella di certi personaggi che bazzicavano gli ambienti governativi. Tuttavia, probabilmente egli non seppe mai quanto fosse stato vicino, in quella circostanza, a perdere tutto, compresa la propria stessa vita e quella dei suoi uomini.

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