LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – settima puntata

II

«Che diavolo… nessuno aveva parlato di una biforcazione del fiume in questo punto», disse Lewis, irritato e perplesso. Erano a un punto morto: il Missouri si divideva davanti a loro in due rami quasi perfettamente identici ma opposti, uno rivolto a nord, l’altro a sud. Gli Hidatsa avevano parlato di certe enormi cascate che avrebbero dovuto trovare sul loro cammino, ma non se ne vedeva traccia.
«Succede, quando non ci si può basare su altro che schizzi dei Nativi e rozzi resoconti di gente che sa commerciare ma di certo non tracciare una mappa», rispose Clark. «Dobbiamo mandare due gruppi in ricognizione per cercare le cascate, così sapremo che quello è il ramo giusto».
«Sì, avete ragione, una ricognizione richiederà solo pochi giorni, mentre se sbagliassimo la direzione con tutta la squadra, rischieremmo di perdere molto più tempo. Non possiamo permettercelo, specialmente considerando che abbiamo dei malati da curare».
Alcuni degli uomini, compreso lo stesso Lewis, soffrivano infatti di ricorrenti e dolorose crisi di dissenteria. La condizione più seria, negli ultimi giorni, sembrava quella della piccola Janey, la moglie di Charbonneau. Lewis aveva dato istruzioni a Clark di farle un prelievo di sangue, era una cura semplice, ma era stata d’aiuto a molti. Su Janey, tuttavia, sembrava non avere effetto, la povera ragazza si faceva forza, ma stava evidentemente molto male.
I due gruppi di ricognizione tornarono indietro dopo qualche giorno, senza nulla di conclusivo da riportare. Non avevano visto nulla né sentito alcun rumore o trovato altri segni cdi una cascata nelle vicinanze.
Lewis e Clark erano quasi certi che fosse il ramo sud quello da prendere, ma decisero di mettere comunque la questione ai voti, sapendo che era una scelta controversa. Uno degli uomini, Buckley, riportò il risultato: «Siamo tutti in favore del ramo nord», disse. Fece una pausa, poi aggiunse: «Mi hanno comunque incaricato di dirvi che vi seguiranno ovunque vorrete».
«Allora, dite agli altri che prenderemo il ramo sud».
«Ne siete certo, Lewis?», chiese Clark. «Se ci sbagliamo…».
«Non so darvi una ragione convincente, Clark. Posso solo dirvi che tutto il mio istinto mi dice che è la strada giusta».
«Questo mi basta», rispose Clark.
Una decina di giorni dopo, udirono il suono delle cascate. Lewis, sollevato e impaziente di vederle coi propri occhi, prese con sé quattro uomini e si diresse velocemente verso quella direzione, precedendo tutti gli altri di almeno un paio di giorni.
Lo spettacolo che si trovò di fronte superava ogni immaginazione. Gli spruzzi si sollevavano sulla pianura come una colonna di vapore impalpabile, mentre il rombante fragore delle cascate dava loro un frastornante benvenuto.
Corse giù per la collina, a rompicollo come un ragazzo, sbigottito dalla magnificenza di quell’opera d’arte della natura. Non aveva mai visto nulla di simile, e sapeva che nulla di simile avrebbe mai più visto nella sua vita. La furia del fiume, in quello stretto passaggio tra gli sproni rocciosi a picco, dava l’idea della potenza divina. Un salto di quasi venticinque metri, poi l’acqua veniva frantumata dagli scogli, protesi come braccia gigantesche, in una schiuma perfettamente candida, che assumeva da un momento all’altro mille forme diverse. Scintillanti zampilli si alzavano in volo, e subito enormi onde schiumanti vi si catapultavano sopra, celandoli alla vista, con un rumore tale che l’acqua pareva risuonare della sua stessa eco.
Dietro uno degli speroni di roccia si estendeva inaspettata una deliziosa piccola radura ombreggiata da alti pioppi e popolata da una quantità di specie animali, conosciute e ignote. Variopinti codirossi e uccelli gatto dalle penne grigiazzurre; lontre e castori, orsi bruni e lupi.
Quella sera, Lewis ebbe anche il conforto, grazie agli uomini che lo accompagnavano, ottimi cacciatori, di poter gustare una cena di tale nome, quasi sontuosa. Costate, lingue e midollo di bisonte, trota arrostita: e con appetito, che, dopo il tormento della dissenteria, era di certo il miglior condimento.
Nei giorni successivi, proseguì da solo l’esplorazione del ramo del fiume che i Nativi chiamavano torrente Medicina, imbattendosi in altre cascate di incomparabile bellezza. Dietro ognuna sembrava poi esservi una nuova meraviglia: un’isola con un albero al centro, su cui un’enorme aquila aveva costruito il suo nido; una collina dalla quale lo sguardo poteva spaziare sul sinuoso corso del Missouri verso sud, e sull’intera pianura che dal fiume si protendeva fino alla base dei monti Snowclad a sudovest, dove pascolavano centinaia, forse migliaia di bisonti.
Nel tempo, i bisonti avevano formato una specie di sentiero battuto per andare ad abbeverarsi nei pressi delle cascate, a costo tuttavia del grosso rischio di venire trascinati via dalla corrente e di precipitare nell’abisso; e i loro scheletri formavano un curioso contrasto con gli infiniti arcobaleni che il sole faceva nascere, illuminando il sottile velo di foschia creato dagli spruzzi: Lewis avrebbe voluto poter dipingere quel magnifico scenario, o saper usare le parole dei poeti. Nessun mezzo gli sembrava adeguato a rendere anche solo in minima parte le sensazioni che provava. Non aveva con sé, del resto, neppure la camera ottica. Solo nella sua memoria, quello spettacolo triste e grandioso, compendio di vita, bellezza e morte, sarebbe rimasto impresso come un ricordo indelebile.
Sfortunatamente, ciò che rendeva quel luogo incantevole alla vista era anche ciò che lo rendeva impenetrabile per qualunque barca: rapide e cascate si susseguivano ininterrottamente a strapiombo su scarpate e dirupi quasi perfettamente verticali: era come se il fiume, nel suo scorrere infinito nel corso dei millenni, si fosse scavato un passaggio attraverso il muro di roccia; ma nessuna canoa avrebbe mai potuto fare altrettanto.
Lewis decise di ridiscendere la collina e dirigersi verso la mandria, sperando di poter catturare uno degli animali: voleva continuare ancora per qualche ora nelle sue esplorazioni, e se avesse fatto troppo tardi per tornare all’accampamento quella sera stessa, avrebbe potuto accendere un fuoco con I legnetti secchi che c’erano lungo il fiume; e con qualche ramo di pioppi ricavarsi un rifugio.
Colpito mortalmente uno dei bisonti, mentre osservava con una certa compassione il possente animale cadere con un muggito terrorizzato e soccombere rapidamente alla ferita, dimenticò di ricaricare il fucile.
In quel momento, un grande orso bruno si avvicinò, muovendosi con tale scaltrezza e così silenziosamente, che non era a più di venti passi da Lewis, quando questi se ne accorse. Prese l’arma per sparargli, e solo allora ricordò che era scarica; l’orso si avvicinava rapidamente e non c’era più tempo per rimediare. La pianura era completamente aperta, senza un cespuglio o un albero per centinaia di metri; la riva del fiume era in pendenza e a non più di un metro sopra il livello dell’acqua.
In altre parole, non c’era modo che Lewis potesse nascondersi e ricaricare l’arma. Si incamminò a passo svelto sperando di poter raggiungere il primo albero, a poco meno di trecento metri, ma la bestia si lanciò contro di lui a bocca spalancata, guadagnando terreno a ogni passo.
Lewis si gettò allora in acqua: se avesse costretto l’orso a nuotare, avrebbe potuto meglio difendersi con la lancia.
Quando fu immerso fino ai fianchi, si voltò e rivolse la punta della lancia contro l’animale, proprio nel momento in cui questo arrivava sulla riva del fiume. L’orso si girò di scatto e prese a correre nella direzione opposta, con la stessa velocità con cui fino ad allora aveva inseguito Lewis. Questi tornò a riva, ricaricò il fucile che aveva tenuto in mano per tutto il tempo, e poté vedere l’animale attraversare fulmineo la tratta scoperta, voltandosi di tanto in tanto come se temesse di essere inseguito, e nascondersi poi nel folto dei boschi.
Che cosa precisamente lo avesse spaventato, rimase un mistero per Lewis, comunque grato dell’improvvisa decisione dell’orso di evitare lo scontro.
Lewis terminò di esaminare il torrente e si apprestò a tornare indietro. Erano le sei e mezza di sera e stava rapidamente calando il buio.
Non aveva percorso che un paio di centinaia di metri, quando finì quasi addosso a un animale: subito gli parve un lupo, ma guardandolo meglio, vide che era quasi certamente un felino, forse una lince, un puma o un ghiottone. Non era molto grande, ma era la bestia più feroce e aggressiva che Lewis avesse mai visto. Lo vide accovacciarsi come un gatto e un attimo dopo spiccare un balzo, pronto a saltargli addosso con le fauci spalancate. Gli sparò e l’animale parve letteralmente scomparire nella sua tana, quasi svanire nell’aria, come se non fosse mai stato lì.
Altri trecento metri e tre bisonti, separatisi dal branco poco lontano, presero a inseguire Lewis a tutta velocità. Forse qualche spirito del luogo aveva deciso di inviare tutti gli animali dei dintorni, per farli divertire a sue spese? In tal caso, pensò, tanto valeva concedere loro un po’ di quel divertimento: si voltò di scatto e cambiò direzione all’improvviso, correndo verso i tre bisonti. Forse per la sorpresa, o più probabilmente per il fucile e la lancia che Lewis teneva in mano, questi batterono precipitosamente in ritirata.
Finalmente, Lewis si ritrovò nel luogo dove aveva lasciato il bisonte ucciso qualche ora prima, ma l’idea di passare la notte lì non gli piaceva per nulla.  Ne aveva passate tante in un solo giorno, che si sarebbe convinto di aver sognato, ma le dolorose spine dei fichi d’india che gli tormentavano i piedi a ogni passo, specialmente adesso che il buio era ormai fitto, lo convinsero che in realtà era ben sveglio, e che era meglio che si sbrigasse a tornare.
Il suo arrivo risollevò non poco l’animo degli uomini, i quali lo piangevano già quasi per morto, e stavano discutendo su come organizzare le ricerche il mattino dopo.
«State bene, Lewis?», chiese Clark con ansia.
«Benissimo», rispose lui, che quasi crollava per la stanchezza. «Non preoccupatevi, non ho niente che un buon pasto e un sonno ristoratore non possano guarire prontamente. Che mi dite dei malati, stanno meglio?».
«Sì, quasi tutti. Purtroppo, Janey è invece ancora gravemente inferma. L’ho fatta trasferire nei miei appartamenti. Charbonneau voleva protestare, ma l’ho messo a tacere».
«Avete fatto benissimo. Quell’uomo si sta rivelando anche peggio di quanto pensassi, è pigro e vigliacco, e tratta sua moglie peggio di un cavallo da soma».
«Le ho somministrato anche una dose di sali, e ho massaggiato la zona infetta con un miscuglio di corteccia. Sembrava stare meglio, ma questa sera le sue condizioni sono nuovamente peggiorate. Charbonneau insiste che dobbiamo tornare indietro e riportare la ragazza al villaggio».
«Ovviamente gli avrete fatto presente che questo non è in alcun modo possibile. Del resto, che beneficio ne avrebbe? Sarà di certo meglio curata, qui con noi».
Lewis era più preoccupato di quanto volesse ammettere. Naturalmente, c’era il fatto oggettivo che senza Janey sarebbe stato più difficile dialogare con gli Indiani Snake, da cui dipendevano per l’acquisto dei cavalli, indispensabili per attraversare le montagne. Inoltre, la ragazza lavorava instancabilmente, sobbarcandosi anche i compiti più pesanti senza lamentarsi mai, anche dopo che si era ammalata.
Ma non era solo questo. Stava diventando a tutti gli effetti un membro della Spedizione, e i due Capitani erano in ansia per la sua salute come lo sarebbero stati per uno qualunque dei loro uomini.
Charbonneau, quella peste, continuava a non darle i medicinali e prestarle le cure necessarie, riferì Clark. Non che si rifiutasse apertamente; ma erano più le volte in cui si “dimenticava” di quelle in cui si occupava di quel compito, forse per lui già fin troppo impegnativo, perché anche il più leggero dei lavori sembrava essere un peso insopportabile per quell’uomo.
Quando Lewis scese a visitare la ragazza, il pomeriggio successivo al suo ritorno dall’esplorazione delle cascate, le tastò il polso: il battito era a malapena percettibile, rapidissimo e irregolare; ella soffriva inoltre di spasmi in tutto il corpo e fortissimi dolori all’addome.
Lewis continuò con le applicazioni di corteccia e laudano già ordinate da Clark, e le fece anche portare dell’acqua solforosa da una certa fonte minerale, sui cui effetti nutriva grande fiducia.
Nel frattempo, aveva messo gli uomini al lavoro per costruire delle ruote da carro, mentre Clark cercava un passaggio via terra per trasportare le canoe attraverso le cascate. Era ormai evidente che questo tratto sarebbe stato assai arduo, e avrebbe richiesto ben più di un giorno, come avevano preventivato. Era passata la metà di giugno, la luna delle fragole che diventano rosse, per Sacagawea. E sembrava improbabile ormai riuscire a oltrepassare le Grandi Cascate prima della luna delle ciliegie, ovverosia luglio.
Un paio di giorni dopo, Janey iniziò a riprendersi: non aveva più dolore né febbre, e mangiò di gusto tutto il bisonte alla griglia che le aveva dato Lewis. Era di tempra robusta, e vi era buona ragione di credere che fosse ormai fuori pericolo. Lewis, che aveva davvero temuto per la sua vita, la considerò una delle notizie migliori di quel periodo.
Il giorno successivo, decise di assecondare un poco il lato solitario del suo carattere, restandosene qualche ora per conto suo, a pescare e riflettere. Teneva in gran conto quei momenti, di cui non poteva beneficiare che di rado.
Al ritorno, trovò però ad attenderlo una brutta sorpresa: Sacagawea aveva avuto il permesso di alzarsi, e camminare un poco se voleva, ma non certo di affaticarsi; invece, doveva essersi stancata troppo: aveva di nuovo la febbre e le sue condizioni erano visibilmente peggiorate. Incalzato da Lewis, Charbonneau ammise che l’aveva mandata a raccogliere frutta e legna, e che inoltre le aveva permesso di mangiare pesce secco e mele acerbe, contro l’espresso divieto dei due Capitani.
«Dovrei forse trattarla come una principessa?», rispose Charbonneau in malo modo, alle proteste di Lewis. «Il suo cibo deve guadagnarselo».
«E per guadagnarselo deve morire? Vi abbiamo detto più volte cosa può mangiare, e abbiamo raccomandato riposo. Se sta di nuovo male è solo colpa vostra. Le darò del salnitro per la febbre, e questa sera del laudano per farla dormire. È forte e spero che superi anche questa crisi, ma se disubbidite ancora alle mie disposizioni, ne risponderete a me personalmente».
Quasi senza rendersene conto, Lewis aveva a poco a poco smesso di chiamare la ragazza Janey, Nei suoi diari, trascriveva il suo nome in quattro o cinque modi diversi, secondo la fonetica inglese, per impararlo meglio; e così faceva anche Clark.
«Come state questa mattina, Sacagawea?». Chiese Lewis qualche giorno dopo.
«Oh, sto molto meglio. E adesso dite il mio nome giusto», disse la ragazza con un piccolo sorriso. Nel suo sguardo non c’era solo gratitudine: Lewis capì che la ragazza aveva ormai riposto in lui e in Clark tutta la sua fiducia e la sua lealtà. Il legame di affetto, che aveva cominciato a crearsi nei mesi passati insieme al forte e nelle prime fasi del viaggio, era diventato ormai indissolubile.

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