LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – ottava puntata

III

La pioggia battente aveva picchiato con particolare tenacia nelle prime ore del mattino. Quando il tempo si schiarì, Lewis decise di andare a dare un’occhiata a un’altra delle cascate che Clark aveva visto nel corso delle ultime ricognizioni.
Raggiunta la gola tra le colline in cui passava il fiume, fu sorpreso da violente raffiche di vento e da un impetuoso acquazzone. La luce livida dei lampi si diffondeva nella vallata come un presagio, seguita dal fragore dei tuoni, che diffondevano tutt’intorno un’eco plumbea e sinistra. Come se non bastasse, iniziò a grandinare, a chicchi grossi come noci.
Lewis si rifugiò in uno stretto canale, riparato da grosse pietre, e si accinse ad aspettare che la furia degli elementi si quietasse.
Dopo mezzora, la calma era tornata, ma lui era inzuppato fino al midollo. D’altra parte, non era tipo da scoraggiarsi per così poco: ci sarebbe voluto ben altro a farlo desistere dal suo proposito di vedere la cascata.
La natura sembrava aver disteso su quella zona una mano particolarmente generosa, tanto nei suoi aspetti più incantevoli e riposanti per lo sguardo, quanto per quelli più selvaggi e spietati. Non c’era stato un solo giorno in cui egli non avesse posato lo sguardo su scenari magnifici, o assistito ad avvenimenti fuori dal comune.
La cascata rientrava a buon diritto tra quei prodigi: il fiume precipitava da rocce perpendicolari di tale altezza da far venire le vertigini. L’acqua, gelida e profondissima, e di una trasparenza cristallina, ribolliva con forza immensa al di sopra di un’ampia distesa di erba verdissima, fertile e ricca delle più varie specie di arbusti, alberi, fiori e uccelli.
Lewis rimase a contemplare quella visione per diverso tempo, prima di rendersi conto di essere ancora completamente fradicio e semicongelato e decidere di tornare infine all’accampamento.
Clark era ancora fuori, con il suo piccolo gruppetto di esplorazione, e gli uomini erano un po’ inquieti. Lewis cercò di rassicurarli, benché neppure lui fosse del tutto tranquillo. Quasi sicuramente era stato rallentato dal terreno fradicio e fangoso, che si attaccava alle ruote come colla, rendendo impossibile proseguire senza fermarsi ogni pochi minuti a ripulirle.

«Mi piace camminare», disse Sacagawea.
Clark sorrise.
«Anche a me», disse.
«Non lo sapevo, prima», proseguì la ragazza. «Quando ero al villaggio, sia quello dove sono nata, sia quello di Toussaint, camminavamo sempre tanto, per giorni e giorni, ma era per cercare cibo o per scappare… non era una bella cosa. Ma adesso mi piace. Molto più che stare ferma».
Era una strana sensazione, guardava i suoi piedi, le impronte, che lasciavano, e pensava agli antenati che forse avevano lasciato le loro impronte in tempi antichi. Ma lei era lì ora, percorreva quelle strade in quel preciso momento. Ciascun fiume, ciascun sentiero aveva i suoi odori, la sua musica, e lei sapeva riconoscerli, distinguerli dagli odori e dai suoni di ogni altro fiume e ogni altro sentiero. Era quella la felicità? Quando era bambina, capitava in certi momenti del giorno che lo scintillio d’argento del sole sul fiume Lemhi si fermasse sulle sue mani: l’acqua diventava luce, e la luce acqua. Durava solo un istante e non si poteva trattenere, ma era bellissimo, se lo ricordava ancora.
Da diversi giorni erano in viaggio, Clark e il suo servo nero York, oltre a Toussaint e a lei, per trasportare il carico della Spedizione attraverso le cascate: un passaggio strettissimo, scosceso e accidentato che i bianchi chiamavano portage e che, più che seguire, stavano costruendo centimetro per centimetro.
Quella mattina, rendendosi conto che le condizioni del terreno rendevano impossibile continuare il trasporto, Clark aveva deciso di tornare al campo per completare certi appunti presi diversi giorni prima.
Man mano che si avvicinavano alle cascate, però, il cielo si era sempre più scurito e gonfiato di pioggia. Verso mezzogiorno, era così nero che sembrava notte.
Presto cominciò a scendere una debole acquerugiola, subito seguita da un vero e proprio torrente d’acqua e grandine, un muro anzi, che precipitando sul fiume formava onde gigantesche. I flutti trascinavano via con sé tutto quello che trovavano sul loro passaggio, alberi e rocce come fossero ramoscelli e sassolini. Per quanto si guardassero intorno, quel muro liquido li inseguiva, li minacciava ovunque, dal cielo, dal fiume e da ogni lato, incalzato dal vento che soffiava con forza crescente di minuto in minuto; era come se avesse un’anima, e quell’anima fosse loro nemica.
«Arrampichiamoci su per la collina», disse Clark. Aveva nella mano sinistra la pistola e il sacchetto delle munizioni, mentre con la destra cercava di aiutarsi a salire su per la collina e di tanto in tanto spingeva Sacagawea, che aveva il bambino in braccio.
A un tratto, la ragazza sentì Toussaint afferrarle la mano. Tremava, e non si capiva bene se cercava di proteggerla o di farsi trascinare; forse tutte e due le cose. Sacagawea pensò che sarebbero morti. Toussaint non sapeva neanche nuotare.
Per un attimo, ebbe la tentazione di lasciarsi andare. Non avrebbe sentito più niente. Non più botte, ricordi che non voleva, malattie, paura. Si sarebbe riunita agli Antenati, parte di tutto. Ma loro l’avrebbero voluta con sé? Sentì la presa di Toussaint scivolare via, lui si sforzava di continuare a tenerla, ma non ce la faceva più. L’acqua arrivava loro ai fianchi, rendendo difficilissimo procedere. Saliva e saliva, una parete liquida di quattro metri che li attraeva a sé con violenza formidabile, verso l’immensa cascata, dove cadere avrebbe significato morte certa.
«Sacagawea!», gridò Clark. «Tieniti forte alle mie braccia. Vi tiro su io, te e il piccolo». Era preoccupato, per lei e per il bambino. Devo farmi forza, pensò. Per Pomp, e forse non solo per lui.
Toussaint perse la pistola e il sacchetto delle munizioni, il suo corno e il tomahawk, Clark l’ombrello e la bussola, ma in qualche modo, un po’ per fortuna, un po’ grazie alla tenacia di Clark e Sacagawea, riuscirono ad arrivare tutti sani e salvi sulla cima dell’altopiano. Gli occhi di Clark si illuminarono di gioia, vedendoli tutti al sicuro.
Buona parte dei loro vestiti, però, oltre all’imbracatura che legava Pomp, erano stati trascinati via dalla corrente. Sacagawea e Pomp tremavano di freddo.
«Dobbiamo tornare subito al campo», disse Clark alla ragazza. «Sei ancora debole e non voglio che ti ammali di nuovo».
Quando finalmente arrivarono, Clark diede a tutti del whisky.
«Servirà a scaldarci, e anche un po’ a riprenderci dallo spavento», disse. «Abbiamo corso un bel rischio».
«Mia moglie non beve», disse Toussaint.
«Oh, sì che beve», rispose Clark. «Oggi beve. Se la fa stare meglio, state certo che svuoterò tutte le nostre scorte di whisky».
Sacagawea nascose una risatina coprendosi la bocca con la mano. Forse non era solo il whisky, ma si sentiva davvero molto, molto meglio.

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