LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Nona puntata

IV

«Zanzare!», disse Lewis in tono esasperato. «Zanzare, e zanzare, e ancora zanzare. E topi. E orsi, e cactus, e tempeste di grandine. Quando ho visto le cascate per la prima volta mi era sembrato un sogno, ora mi pare di vivere in un incubo. Da allora, non abbiamo percorso più di una trentina di chilometri. Un chilometro al giorno, Clark! Una tartaruga andrebbe più veloce di noi. Gli uomini sono spossati dal caldo e dopo le cascate, dicono i Nativi, non ci saranno più bisonti, né selvaggina di alcuna specie, e dovremo nutrirci di radici e poco altro, la terra è avara, non vi cresce quasi niente. Finalmente stiamo arrivando alla fine del portage, e quello che ci aspetta dopo è un deserto di topi, zanzare, cactus, caldo e fame. E Indiani, Indiani che non hanno mai visto un bianco, e potrebbero semplicemente decidere di ucciderci tutti. A volte, temo di avervi trascinati in un’impresa impossibile, Clark».
«Non fatevi prendere dai pensieri cupi, tenete, bevete un sorso». Clark era seduto su una pietra e appariva tranquillo e comodo come se fosse stato nel salotto di casa sua. Gli porse la fiaschetta in cui aveva messo un po’ di whisky, per celebrare degnamente il Quattro Luglio. «Non ci avete trascinati in nessuna impresa impossibile», continuò. «Voi ci riporterete tutti a casa, Lewis. Non ne ho mai dubitato, neppure per un attimo, e, cosa ancora più importante, nessuno degli uomini ne dubita. Sarà difficile? No, sarà molto peggio. Se prestiamo fede alle parole dei Nativi, sarà come attraversare l’inferno stesso. Ma andremo fino in fondo, tutti noi, e voi questo lo sapete. Sapete che ognuno di quegli uomini, laggiù – Clark fece un gesto ampio con la mano, indicando le tende che punteggiavano il terreno come piccole, fragili stelle in un cielo impervio e accidentato – ognuno di loro vi seguirà dovunque gli direte di andare».
Lewis annuì.
«È questo che mi preoccupa. Questa spedizione è la cosa più importante della mia vita, e ad essa intendo dedicare tutte le mie forze. Ma ogni mio errore può mettere in pericolo la vita di altri. Sono responsabile di oltre quaranta persone, Clark. Non è una cosa da prendere alla leggera».
«No», convenne Clark, «non lo è. Ma non è necessario che vi carichiate il mondo intero sulle spalle. Ciascuna di quelle persone ha scelto di essere qui, e sapevano a cosa sarebbero andati incontro. Potete contare sulla determinazione, il coraggio, le capacità di ognuno di loro. Ma loro devono poter contare su di voi, Lewis, non lo dimenticate». Gli batté una mano sulla spalla. «Se c’è qualcuno che può portare a termine il compito siete voi. Lo sa Jefferson, lo so io, lo sanno i vostri uomini. L’unico che ancora non lo sa siete voi, ma lo capirete presto, e allora non ci sarà ostacolo che possa impedirci di raggiungere la nostra meta.
E adesso andiamo a festeggiare. Dopotutto, non c’è momento migliore per bere, suonare e ballare che quando ci si trova alle porte dell’inferno».
La cena fu ottima: fagioli e pancetta, gnocchi di pastella cotti nel sugo di carne, bistecca di bisonte… nulla da invidiare neppure al più sontuoso dei pasti che avrebbero potuto fare a Washington, dove all’anniversario dell’Indipendenza si faceva onore come si doveva.
Subito dopo, i due uomini distribuirono tutto il whisky rimasto nelle scorte. L’occasione lo meritava. Forse, qualcuno ne sentì gli effetti anche troppo, ma al diavolo, era il Quattro Luglio, avevano finito il portage e stavano per iniziare la parte più difficile del viaggio. Nessuno di loro avrebbe rinunciato per tutto l’oro del mondo a quel ballo sotto la luna, intorno al fuoco, al suono del violino e della fisarmonica di Lewis.
Danzò anche Sacagawea, per la prima volta da quando l’avevano conosciuta. Da sola, poi con Charbonneau, poi con qualcuno degli uomini, incluso Lewis.
Lui e Clark avevano iniziato da qualche tempo a insegnarle un po’ di inglese, notando che aveva un buon orecchio e buona memoria per le parole. Imparava sorprendentemente in fretta, e questo rendeva un po’ più facile scambiarsi qualche parola in occasioni come quella.
«Sei già stata in questi posti, Sacagawea?», le chiese, mentre le note del violino pian piano si spegnevano.
«Sì», rispose lei. «Sono cresciuta qui vicino».
«È un luogo davvero splendido, anche se pericoloso. Sai cosa mi affascina di più? Gli uccelli. Dalla grande aquila grigia al piccolo martin pescatore. Molti sono rari in questa zona, e quando ne vedo uno è come un regalo, per me. Sei stata bene qui, quando eri bambina?».
«Sto bene adesso, qui con voi», disse la ragazza. «Tutti sono così gentili con me, e vorrei che questo viaggio non finisse mai. Sapete, nel mio villaggio mi chiamavano Sakajaweah, vuol dire “donna-che-trascina-la-barca-in-acqua”. Dagli Hidatsa, dopo che mi hanno rapita, mi hanno cambiato nome, sono diventata Sacagawea, la donna-uccello».
«Un giorno voglio che mi racconti la tua storia. Abbiamo parlato tanto della tua Nazione, ma so così poco di te».
Sacagawea sorrise, prese per mano un altro degli uomini per una breve danza, poi andò verso la culla dove Pomp dormiva, prese il bimbo in braccio e tornò a sedersi.
Erano le nove di sera e il cielo, chiaro fino a poco prima, andava rapidamente rannuvolandosi, mentre la luna scompariva dietro una cortina di cumulonembi. Il clima era sempre estremamente mutevole, quasi ogni giorno le nuvole venivano da direzioni diverse, per scaricarsi poi in forma di pioggia e grandine. Tempeste di breve durata, che lasciavano quasi sempre il cielo ancora più limpido di prima. Durante il giorno, i monti a nordovest brillavano, sotto il sole, bianchi di neve persino in quel periodo dell’anno: a questo, probabilmente, dovevano il nome con cui i Nativi li conoscevano, i Monti Scintillanti. Forse, la neve lassù non si scioglieva mai.
Quasi certamente era proprio a causa di quella variabilità che gli alberi in quella zona erano del tutto privi di resina. Da mesi, Lewis lavorava alla costruzione di un’altra barca, più grande di quelle con cui avevano viaggiato fino ad allora, che era adesso quasi pronta, non fosse stato che senza resina era impossibile renderla impermeabile.
Uno scroscio improvviso di pioggia lo distrasse dai suoi pensieri.  Era ora di rientrare. Gli uomini avrebbero certamente proseguito la serata in allegria, cantando e raccontandosi storielle al riparo delle tende, fino a tarda notte; ma per lui, era il momento di un buon sonno ristoratore.

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