LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – DECIMA PUNTATA

V

Finalmente, anche l’ultimo bagaglio era stato portato via. In quel mattino di metà luglio, sotto un cielo limpido e di fronte al fiume che scorreva tranquillo, Lewis salutò l’accampamento dell’ultimo mese e mezzo con uno strano miscuglio di emozioni. Sollievo, certamente. Quella sfiancante parentesi di semi-immobilità si era protratta fin troppo a lungo. Ma dopotutto, l’accampamento era stato la casa di tutto il gruppo per quasi cinquanta giorni, e all’eccitazione per il capitolo del viaggio che stava per iniziare si accompagnava un curioso senso di malinconia per quello che era appena finito.
Uno degli uomini che avrebbe dovuto essere assegnato alle canoe stava male, per cui Lewis mandò Charbonneau al suo posto e si avviò via terra e con l’infermo, sdraiato su una rudimentale portantina, e con Sacagawea, che lo avrebbe aiutato a prendersene cura.
Camminarono in silenzio per un tratto. Di tanto in tanto, la ragazza si fermava a raccogliere certe piante che crescevano in abbondanza nella zona: grindelia, violaciocca, lattuga azzurra, liquerizia selvatica. Forse, quello era un argomento di cui potevano parlare anche senza l’intermediazione di Drouillard.
«Cosa farai con quelle»? Chiese Lewis, cercando di aiutarsi con qualche gesto. «cibo?».
«Medicina», rispose la ragazza, continuando a separare un tipo di pianta dall’altra. «Faranno bene al vostro uomo che è malato. Curano i crampi allo stomaco».
«Chi ti ha insegnato queste cose?», domandò ancora Lewis.
«Mia madre», disse lei, senza alzare gli occhi.
«Anche mia madre sa molte cose delle piante. Le ha imparate dai Nativi che vivevano vicino a noi, e le ha insegnate a me».
Una nitidissima immagine gli si presentò alla mente. Un inverno in Georgia, doveva avere non più di otto o nove anni. Neve e nebbia, l’uggiolare impaziente dei cani, la notte che svaniva in una luce diafana che si faceva alba, e poi giorno, ma senza che uscisse fuori il sole. Il pretesto della caccia, per poi più che altro raccogliere erbe da portare a sua madre, e intanto osservare ogni pietra, ogni impronta, ogni foglia. Era sempre stata la passione della sua vita, conoscere luoghi, fauna, flora, persone, lingue.
Con stupore, si rese conto tuttavia che l’interesse che provava per Sacagawea aveva una natura assai più personale. Voleva conoscere la sua storia perché la sentiva, in qualche modo, curiosamente vicina.
Gran parte delle donne che aveva conosciuto erano vanesie, superficiali, intente solo a conquistare un buon partito per sé o per le figlie. Era, dopotutto, ciò che la società si aspettava da loro. Ma quello che lui desiderava era una donna dotata di dolcezza e capacità di comprensione, ma anche forza d’animo, determinazione, coraggio: gli aspetti che più aveva amato in sua madre, e che rivedeva in Sacagawea. Scacciò quel pensiero.
«Questo è il momento di raccontarmi la tua storia», disse alla ragazza. «Da quando sei nata a quando ci siamo incontrati».
«È una storia come tante altre», disse lei. «Non è interessante. So di avere vissuto finora diciassette inverni, più o meno, ma non so che luna era quando sono nata».
«Tutte le storie sono interessanti», rispose Lewis. «Se non sai in che luna sei nata, scegli tu quella che preferisci». Lei lo fissò intensamente per qualche momento, prima di riprendere a parlare.
«Il periodo dell’anno che mi è sempre piaciuto di più è quello in cui si scioglie la neve, quando fiorisce la sagittaria, o testa-di-freccia, e poi la fritillaria, e il lupino argenteo, il giglio delle valli, il fior-di-luna e l’euforbia, o neve-sulle-montagne. Vorrei essere nata in quel tempo, nella luna delle oche che depositano le uova o nella luna dei nidi, quelli che voi chiamate mesi di aprile e maggio. E voi, quando siete nato?».
«In agosto, la luna del raccolto».
«È una buona luna anche quella», disse la ragazza.
«So che stiamo passando vicino al posto in cui vivevi da bambina, immagino l’emozione che provi, spero che non ti rattristi troppo».
Sacagawea fece un piccolo movimento con le spalle e abbassò gli occhi.
«Ci spostavamo continuamente. Sono nata qui, ma avrebbe potuto essere anche molto lontano. Le persone con cui sono cresciuta non sono più qui da tanto tempo».
«Com’era la tua vita, nel villaggio?»
«Più o meno come dagli Hidatsa. Era una vita pericolosa. Nella stagione fredda, qui sulle montagne non si trova più niente, né animali da cacciare, né radici o bacche, e avevamo sempre fame. Così ci spostavano verso le pianure, dove avevamo tanti nemici. Ma appena le nevi si scioglievano, preparavamo tutto e ce ne tornavamo tra le montagne. Pensavamo di essere al sicuro».
«E poi cosa è successo?», chiese Lewis. La ragazza rimase in silenzio per un po’, poi riprese: «Gli Hidatsa ci hanno trovati. I nostri cacciatori li avevano visti, e siamo scappati tutti nei boschi, oltre il fiume, ma loro ci hanno trovati. Avevano i fucili. Noi non abbiamo fucili. Così gli Hidatsa venivano, rubavano i nostri cavalli, portavano via le ragazze.
Mi ero nascosta dietro una roccia, poi sentii mia madre gridare. “Prendi il tuo fratellino”, mi disse, e io lo cercai, lo presi in braccio, ma continuavo a sentire gli spari. C’era un odore… un odore di sangue. Ho cercato di dimenticare quell’odore e non ci sono mai riuscita. Qualcuno mi urlò di scappare, e io corsi, ma non sapevo proprio dove andare. Due uomini mi afferrarono e io cercai di lottare, ma non servì a niente. Mi strapparono mio fratello dalle braccia, e io mi coprii il viso con le mani, per non vederlo morire».
Lewis era visibilmente scosso. Non solo per la drammaticità degli eventi, ma per come lei li raccontava, con voce quasi piatta… no, piatta non era la parola giusta. Piuttosto, con la rassegnazione di chi sa che quelle cose sono sempre accadute, sono semplicemente fatti ordinari della vita. Eppure a lui il suo dolore arrivava come una punta di freccia nel petto.
«Mi dispiace tanto», disse. Parole inadeguate, ma le uniche che riuscisse a dire. «Se preferisci non parlarne, lo capisco».
«No, va bene. Volevo dimenticare, ma adesso, raccontarlo a voi, va bene. Ero molto triste, allora, avevo chiesto al Grande Spirito di farmi morire. Ma adesso sono qui, e vuol dire che le cose dovevano andare in questo modo».
Lewis annuì e Sacagawea continuò il suo racconto.
«Vidi una donna che conoscevo, un’amica di mia madre. La vidi cadere, aveva un buco rosso nel petto grande come un salmone e da quel buco continuava a uscire sangue, e allora capii che era morta e che non avrei mai più visto né mia madre, né i miei fratelli e le mie sorelle. Mi portarono via, con le mie amiche Kimama, Cha’risa e Haiwee e altre ragazze. Camminammo per tanti, tanti giorni, e io ricordo ogni montagna e ogni fiume, ogni foresta e ogni pianura, ogni curva e ogni pietra. Avrei potuto tornare a casa, se volevo, ma non era per questo. Guardavo e basta.
Gli Hidatsa parlavano una lingua diversa dalla nostra, e non li capivo. Non riuscivano a pronunciare certi suoni, e così mi cambiarono il nome, per questo sono diventata Sacagawea, la Donna Uccello. Ma io non sono un uccello, non so volare. Pensavo che non avrei mai lasciato il loro villaggio, e invece…» fece un piccolo sorriso e aprì le braccia. «Invece», concluse, «adesso viaggio insieme a voi, e mi sembra di volare».
Lo guardò con un leggero sorriso, poi guardò l’acqua del fiume, e Lewis trasalì. Gli occhi della ragazza avevano un’espressione del tutto diversa dal solito, persino un diverso colore, o così gli parve. Per i canoni di bellezza classici, Sacagawea era troppo robusta, aveva la pelle troppo scura, capelli troppo neri e le mani ruvide di chi ha passato tutta la sua vita a fare lavori pesanti. Eppure, proprio per quelle stesse ragioni, si sorprese a pensare, cominciava a trovarla più attraente di qualunque ragazza avesse mai conosciuto.
Quando i suoi occhi si illuminavano di interesse per qualcosa, il suo sguardo intenso sembrava contenere la curiosità ingenua dei bambini che guardano il mondo con lo stupore della prima volta e insieme una saggezza antica, legata alla natura e alla terra, ma anche a storie millenarie che appartenevano all’umanità intera.
«Parlami dei nomi che date alle piante nella lingua snake», disse, per tornare su un terreno meno pericoloso. «Testa-di-freccia, dicevi, e neve-sulle-montagne, e fior-di-luna. Sono nomi molto belli».
Così per il resto del tempo parlarono dei nomi indiani delle piante, e poi degli animali: bia’isa, il lupo, biagwi’yaa’, l’aquila, e tutti gli altri uccelli, e le volpi, gli orsi, e poi le stelle, e il tuono, la voce del Grande Spirito che parla dalle nuvole. Lewis cercava di pronunciare le parole nella lingua snake, e spesso, quando sbagliava, sorridevano entrambi.
Nessuno prima di allora aveva mai pensato che Sacagawea sapesse qualcosa che valesse la pena di imparare.
Lewis aveva con sé il suo quaderno, e mentre lei parlava, annotava tutto. Ogni tanto la fermava: «Aspetta, vai più piano, non riesco a scrivere così in fretta».
«Perché scrivete tutto?», gli chiese.
«Per ricordare», rispose lui.
«E perché volete ricordare?», domandò ancora lei.
«Più cose imparo di questa terra, più mi sento a casa».
Lei pensò che era un uomo molto strano, diverso da chiunque avesse mai conosciuto. E subito dopo pensò che le piaceva, e sentiva persino di somigliargli, in qualche modo.
C’erano molte cose che le piacevano, del signor Lewis. Spesso aiutava i suoi uomini, lavorava con loro o remava nelle canoe. Amava guardare le sue mani sulla pagaia, le nocche strette intorno al manico, la goccia di sudore che scendeva sulle sue sopracciglia, aggrottate per la concentrazione; quel segno che gli arrivava fino al naso e creava una specie di ombra, facendolo sembrare ancora più lungo di quel che era; tra lui e gli altri uomini non c’era solo rispetto. Si volevano bene. Lui era il capo, e anche se non era un guerriero, era il più coraggioso di tutti: non aveva paura di quella terra per lui sconosciuta, non aveva paura dell’ira del cielo e del fiume, né degli animali feroci. Aveva gli occhi di un uomo a cui il posto dov’è non basta mai, e cerca sempre qualcosa che si trova da un’altra parte; ma era anche saggio, e quando curava i malati, sembrava proprio un uomo di medicina. Meriwether Lewis, l’uomo dal nome che sembrava indiano, l’uomo che portava il tempo buono, che rasserenava il cielo.
Guardò il fiume per ritrovare un equilibrio, un contatto con gli Antenati e con le storie che erano scritte nella tela del Grande Spirito da sempre. La sua strada era tracciata dalla nascita, c’erano già le sue orme, prima ancora che vi camminasse sopra; e sebbene avesse già visto che quella strada poteva prendere direzioni impreviste, di certo le sue orme e quelle di Lewis non erano destinate a unirsi in nessun modo. Eppure…
Aveva fiducia in lui, come non ne aveva mai avuta in nessuno, a parte forse sua madre. Strano. Perché si fidava di lui? Non avrebbe saputo dirlo, ma era così.

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