LA RAGAZZA DELLA MONTAGNE – Tredicesima puntata

È passato un po’ di tempo, ma ecco di ritorno Sacagawea, Meriwether Lewis, William Clark e le meravigliose terre esplorate dalla Spedizione dopo l’acquisto della Louisiana. Proprio perché è passato un po’ di tempo, questa puntata è più lunga del solito, ma spero comunque leggibile. Come sempre, trovate le puntate precedenti cliccando sul tag corrispondente qui.

III

Piccoli sbuffi di fumo si alzavano dal gruppetto seduto in un cerchio più o meno regolare intorno al fuoco. Insolitamente, era presente anche Lewis: da qualche tempo, le serate nuvolose gli impedivano ogni osservazione della luna, con suo grande dispiacere, e così si era unito agli altri. C’erano anche Charbonneau e Sacagawea, con il piccolo Pomp che gattonava un po’ qui e un po’ là, senza allontanarsi troppo.
A un tratto, la ragazza si alzò e fece segno di seguirla. Non era sembrata rivolgersi a nessuno in particolare, ma solo Lewis e Clark si alzarono a loro volta. Quando le furono accanto, lei indicò un punto dell’altopiano alla loro destra.
«Quelle colline», disse, «noi le chiamiamo “La testa del castoro”. La vedete»?
I due uomini osservarono per qualche secondo la curiosa forma dei rilievi. «Non ci avrei mai pensato», ammise Lewis, «ma è vero, da questa angolazione, sembrano proprio una testa di castoro».
«Non è lontano dall’accampamento estivo della mia nazione», riprese Sacagawea. «C’è un fiume, oltre le montagne, che scorre verso la direzione in cui il sole tramonta. Lì troveremo la mia gente».
Queste parole furono un balsamo per Lewis. Trovare dei cavalli e ottenere informazioni sul territorio era sempre più indispensabile, e Lewis era determinato a farcela, gli fosse pure costato un mese di viaggio. Se non fosse riuscito nell’intento, avrebbero dovuto abbandonare gran parte delle scorte, che già bastavano a malapena. Proseguire l’esplorazione sarebbe diventato estremamente difficile, se non impossibile.
Oltre che un fallimento, il mancato completamento della missione avrebbe rappresentato, per Lewis, un vero e proprio dolore. Tra fiumi in piena e placidi cieli stellati, deserti di pietra e colline rigogliose di piante sconosciute; e tra bolle e tumefazioni su ogni parte del corpo, dissenteria e zanzare, gelo e caldo rovente, si era definitivamente innamorato di quella terra vasta e selvaggia, a tratti accogliente, a tratti scostante, dura e irta di pericoli. Nel tentare di descriverne la straordinaria geografia, e tutte le innumerevoli specie animali, le formazioni minerali, le specie botaniche, aveva finito per convincersi che il suo mistero sarebbe sempre rimasto in qualche misura impenetrabile; ma aveva deciso che conoscerla sempre più a fondo sarebbe stato, da quel momento, l’obiettivo di tutta la sua vita.

La prima cosa che Lewis vide fu il cavallo.
Aveva deciso di lasciare a Clark la responsabilità del gruppo, e di proseguire con due uomini, Drouillard e Shields, fin oltre le montagne verso il Columbia – il fiume di cui aveva parlato Sacagawea – in cerca dell’accampamento indiano.
Quando Lewis fu in grado di veder meglio l’Indiano a cavallo, si rese subito conto, dai suoi abiti, e dalla foggia dell’arco e delle frecce, che apparteneva a una nazione diversa da quelle finora viste. Il cuore gli si riempì di gioia. Di certo era uno Snake, appartenente alla Nazione di Sacagawea. Montava con eleganza, senza sella, e una cordicella attaccata alla parte inferiore del muso gli faceva da briglia.
Temendo che interpretasse la presenza di tre uomini come una minaccia, Lewis fece segno a Drouillard e Shields di fermarsi, ma loro parvero non accorgersene e continuarono ad avanzare.
Quando furono a circa quattrocento metri da lui, l’Indiano si fermò, e così fece Lewis: tirò fuori la coperta dallo zaino e la prese tra le mani ai due angoli. Per tre volte, la lanciò in aria sopra la testa, facendola poi ricadere come per distenderla. Era il segno dell’amicizia usato dagli Indiani delle Montagne Rocciose e a quelli del Missouri. L’origine di quel gesto, come Lewis aveva appreso nei suoi viaggi, veniva dalla loro abitudine di stendere un mantello o una pelle d’animale affinché gli ospiti che li visitavano potessero sedervisi sopra.
Tuttavia, l’uomo a cavallo mantenne la propria posizione, e parve guardare con sospetto Drouillard e Shields. Lewis avrebbe voluto ordinare loro di fermarsi, ma erano troppo distanti per udire la sua voce, mentre se avesse inviato loro dei segnali, probabilmente non avrebbe fatto altro che accrescere il sospetto dell’Indiano che avessero cattive intenzioni nei suoi confronti. Tirò allora fuori dallo zaino alcune perline, una lente d’ingrandimento e altra chincaglieria, e avanzò verso di lui disarmato.
L’uomo rimase immobile nella stessa posizione fino a quando Lewis fu a circa duecento passi da lui, allorché girò il cavallo e iniziò ad allontanarsi lentamente; Lewis lo chiamò a gran voce, ripetendo la parola tab-ba-bone, che a quanto ne sapeva, in molti dei dialetti nativi significava uomo bianco[i]. L’uomo si fermò, pare quasi voler aspettare Lewis, ma di tanto in tanto lanciava uno sguardo dietro le sue spalle, verso Drouillard e Shields, che continuavano ad avanzare. Possibile che non avessero abbastanza cervello da rendersi conto che stavano intralciando i suoi tentativi di avvicinare l’Indiano? A quel punto, non potendo fare altro, cercò di attirare la loro attenzione con i gesti, perché non si avvicinassero oltre. Drouillard obbedì subito, ma Shields non si accorse di nulla.
Lewis ripeté le parole tab-ba-bone e mostrò gli oggetti che aveva con sé, mentre si dirigeva verso l’uomo lentamente, con passo tranquillo. Tuttavia, quando fu a pochi passi da lui, questi voltò nuovamente il cavallo, con un colpo di frusta gli fece saltare il torrente e scomparve in un istante tra i salici, forse per colpa di Shields.
Lewis e i due uomini provarono a mettersi sulle tracce del cavallo, sperando di essere condotti all’accampamento. Tuttavia, in breve giunsero a un terreno aperto, e Lewis si rese conto che la traccia proseguiva verso le alte colline verso nord, e che dalle cime li avrebbero facilmente avvistati. Il rischio era di allarmare tutti gli abitanti del villaggio e farli fuggire ancora più lontano, dove non sarebbero più riusciti a trovarli.
Si fermarono dunque a far colazione e preparare un assortimento di oggetti, che Lewis attaccò all’estremità di un palo piantato vicino al fuoco: se gli Indiani fossero tornati in esplorazione, avrebbero compreso che non avevano intenzioni ostili. Poco dopo, iniziò a piovere e grandinare, e per quel giorno, ogni speranza di poter seguire ancora le tracce del cavallo dovette essere definitivamente abbandonata.

IV

Proseguendo lungo il sentiero indiano verso ovest, Lewis e gli altri due oltrepassarono una profonda valle solcata da un ampio fiume, ai piedi di una catena di monti con le pendici ricoperte di pini e le cime parzialmente innevate[1].
Le valli della zona, benché assai belle, erano piuttosto poco fertili, come Lewis ebbe modo di osservare: il suolo era argilloso e non produceva quasi nient’altro che fichi d’India. Ve n’erano infatti ben tre specie diverse, due comuni anche alle zone del Missouri; la terza caratteristica di quel territorio, con piccole foglie spesse e rotonde, irta di spine acuminate e taglienti, e per giunta ricoperte di una specie di barba che sembrava saldare insieme foglie e spine in maniera indissolubile: se solo una spina toccava un mocassino, infatti, vi aderiva immediatamente e si portava dietro la sua foglia, ricoperta in ogni direzione da un’infinità di altre spine. Delle tre specie, quella era di gran lunga la più fastidiosa.
D’un tratto, uno degli uomini fece segno a Lewis, indicando in silenzio un punto poco lontano. Lewis guardò, e solo allora si rese conto di essere a pochissima distanza da tre donne indiane, che al vederli apparvero terrorizzate: essendo troppo tardi per fuggire, sedettero sul pavimento, reggendosi il capo, quasi si aspettassero la morte certa.
Subito, Lewis posò la pistola e si diresse verso di loro. Due erano molto giovani, la terza più anziana. Prese quest’ultima per mano e la fece alzare, ripetendo più volte la parola tab-ba-bone e tirando su la manica della camicia perché vedesse la sua pelle. Voleva che capisse che erano bianchi, e non membri di una tribù nemica, visto che il loro viso e le mani erano stati esposti così a lungo al sole che erano ormai scuri quanto quelli di un Nativo.
Lewis diede loro alcune perline, dei punteruoli usati per fabbricare i mocassini e altri piccoli oggetti. Questo rassicurò molto le tre donne, che apparivano ora molto più calme e felici dei doni.
Pitturò quindi le loro guance con del colore vermiglio, che sapeva essere simbolo di pace presso la loro nazione, poi spiegò loro, a gesti, con l’aiuto di Drouillard, che essi desideravano moltissimo visitare il loro campo, per conoscere i capi e i guerrieri della Nazione.
Le donne non si fecero pregare, e subito partirono tutti insieme.
Dopo tre o quattro chilometri, si imbatterono in un gruppo di una sessantina di guerrieri, in groppa a splendidi cavalli, che si avvicinavano a grande velocità. Quando arrivarono presso di loro, Lewis avanzò verso di loro con la bandiera aperta.
Il Capo e altri due uomini, che erano un po’ più avanti rispetto agli altri, parlarono con le due donne, le quali mostrarono i piccoli regali ricevuti con grande contentezza. A questo, i tre uomini abbracciarono Lewis con molto calore; anche troppo, per quanto lo riguardava. Ciascuno di loro, poi, abbracciò a turno Drouillard e Shields, nello stesso modo, che era evidentemente quello per loro usuale: ognuno poneva il braccio sinistro sulla spalla destra dell’altro, cingendogli la schiena e appoggiando la guancia sinistra alla sua. Poiché i guerrieri si dipingevano il viso e tutto il corpo con una pittura oleosa e attaccaticcia, il fervido abbraccio nazionale li lasciò in breve tutti completamente impiastricciati.
Finalmente, esaurita quella parte dei convenevoli, Lewis fece accendere le pipe e diede loro da fumare: essi sedettero in circolo e si levarono i mocassini prima di accettare. Spiegarono poi che questo indicava un sacro obbligo di sincerità.
«Togliere le scarpe significa: “Fumando la pipa abbiamo preso un impegno di amicizia con te. Che Manitù ci faccia andare scalzi per sempre, se dovessimo comportarci in modo sleale”.
Non la si poteva certo definire una punizione da nulla, pensò Lewis, se hai da marciare su quell’accidentato territorio a piedi nudi.
Li accompagnarono al loro accampamento, e qui entrarono in una tenda di cuoio e sedettero su rami e pelli di antilope.
Uno dei guerrieri alzò l’erba al centro della tenda, formando un piccolo cerchio; il Capo tirò fuori una pipa di pietra serpentina verde e del tabacco, e una lunga cerimonia ebbe inizio.
Tutti tolsero i mocassini, quindi il Capo, di fronte al cerchio magico con la pipa accesa, pronunciò un discorso di diversi minuti, a conclusione del quale puntò il cannello della pipa verso i quattro punti cardinali, partendo da est e terminando a nord. Porse poi la pipa a Lewis come per offrirgliela, ma quando egli allungò la mano per prenderla, la trasse indietro.
Il Capo ripeté lo stesso rito tre volte, dopodiché puntò il cannello prima al cielo e poi verso il centro del cerchio magico, aspirò dalla pipa e ne trasse tre sbuffi di fumo, poi la tenne per Lewis fino a quando questi ebbe aspirato tante boccate quanto gli parve appropriato, passandola poi a ciascuna delle persone bianche presenti, e infine la diede ai suoi guerrieri.
Dopo la cerimonia, Lewis spiegò al Capo Cameahwait le ragioni del loro viaggio. Un nugolo di giovani donne, bambini e ragazzini si era radunato intorno alla tenda e li osservava con grande curiosità, essendo i primi bianchi che avessero visto nella loro vita. Dopo aver parlato con il Capo, Lewis distribuì a tutti altri piccoli oggetti.
A quel punto era ormai sera inoltrata, e Lewis e i suoi non toccavano cibo dalla sera prima.  Gli stessi Nativi, del resto, non avevano granché da mangiare. Il capo diede loro alcuni tortini di amelanchier e delle bacche di sambuco nero seccate al sole.
Lewis s’incamminò poi verso il fiume che scorreva accanto all’accampamento le cui acque assai rapide e trasparenti scorrono tra rive basse e scoscese.
Il Capo gli aveva detto che quel corso d’acqua sfociava in un altro fiume più ampio, a circa una mezza giornata di cammino[2]. Questo secondo fiume, assai rapido e roccioso, era stretto tra montagne inaccessibili: secondo Cameahwait, era impossibile attraversare quella zona, sia per via di terra che d’acqua. Non era certo una buona notizia: Lewis poteva solo sperare che avesse esagerato apposta, per indurli a desistere o a trattenersi più a lungo presso l’accampamento.
Più tardi, uno dei guerrieri invitò Lewis presso la sua tenda, e condivise con lui della carne di antilope bollita e del salmone fresco arrostito; era il primo salmone che vedeva, e oltre a essere grato del gesto generoso, tantopiù che aveva ancora una gran fame, questo lo convinse definitivamente di trovarsi già sulle acque del Pacifico.
Il Columbia era stato scoperto da Robert Gray appena una dozzina di anni prima. Nel preparare la Spedizione, Lewis e Jefferson avevano sottostimato le distanze tra le sorgenti del Missouri verso
Il Mississippi ad est, e quelle del Columbia che andava a gettarsi a ovest nel Pacifico. Avevano immaginato un percorso relativamente breve, facile da percorrere con le carovane, che nell’idea di Jefferson, avrebbero trasportato le merci da un fiume all’altro per il commercio. In realtà, come gli uomini della Spedizione avevano capito ben presto, il percorso non era né breve, né facile. Ma ancora non i erano resi del tutto conto di quanto lungo e difficoltoso fosse.
L’interno di tutte le tende del campo era confortevole, spazioso e fresco, e sempre pervaso dall’odore, per lui assai gradevole, del fumo delle pipe e del cuoio con cui fabbricavano gran parte dei loro strumenti e dei loro abiti. La luce proveniente dall’unica apertura dell’abitazione, sul tetto, creava talvolta l’effetto suggestivo di una colonna dorata posta al centro di un salone.
Dopo la frugale cena, i Nativi si intrattennero con danze quasi tutta la notte. Lewis si ritirò verso la mezzanotte, ma i suoi uomini restarono a lungo a divertirsi con loro. Diverse volte egli fu svegliato da grida e risate, ma era troppo esausto per lasciarsi distogliere da una notte di riposo quanto meno decente.

[1] Lewis stava in effetti guardando i Monti Lemhi, e la valle del fiume omonimo (oggi Lewis River) nell’odierna Lemhi County, nell’Idaho.

[2] Il fiume Salmon.

[i] Le fonti non sono concordi su questo termine, che alcuni ritengono significasse “straniero”, altre che non avesse alcun significato nella lingua Scioscione. Si ritiene che Lewis intendesse in realtà Ti-yo bo-nin, che vuol dire “Sono un uomo bianco, vedi!”, da Ti-you, che indica pressappoco “chi viene dalle terre del sole nascente”. È comunque più che possibile che a quel tempo gli Scioscione non avessero alcuna espressione specifica per riferirsi agli “uomini bianchi”, non avendo avuto precedenti incontri con essi.