Di malinconia e felicità

A seguito del mio ultimo.post ci tenevo a precisare che malinconia e tristezza per me non sono assolutamente la stessa cosa. Io mi considero una persona felice (e probabilmente lo sono in larga misura appunto perché lo penso, se capite cosa intendo). La malinconia, che è un mio modo di essere e oserei dire, di pensare, è parte strettamente integrante di quella intensità che mi è necessaria per essere felice. Contorto? Forse, ma se mi offrissero una vita senza malinconia non so se accetterei. Magari sì, ma dovrei pensarci bene.

Malinconia di terra e di mare

Malinconia è il mio stato d’animo prevalente, in questi giorni di mare e di terra, di quiete e scrittura e di piccole solitudini condivise con pochissimi.

Per me la malinconia è questo, tutto l’amaro è tutto il.dolce delle cose vive, di quel tempo che è passato e futuro insieme, racchiusi nel presente.

E ancora mi rifugio nei libri e nella dolcezza del tuo sguardo, contro quella parte di mondo che continuamente cerca di tirarmi dentro, ma c’è in me una forza più grande, un’altra parte di mondo che mi appartiene, che combatte con me per uno spazio che resti invalicabile, se non da chi si accosta volando. Impermeabile agli spauracchi, alle brutture inutili, agli omini di burro e ai paesi dei balocchi. Aperto ai falchi pellegrini, agli orsi in fuga, ai ponti color oro rosso, agli amori che ridono in un abisso di stelle.

Con tutto l’amore che posso

Mio figlio mi passa le cuffie per farmi ascoltare California Here We Come.

Ho creduto che fosse meglio per me rinunciare allo spazio che riservo alla tua ombra, per meglio vivere gli istanti, ripuliti dalla memoria, dal passato, dalla nostalgia. Illusione! Tu sei in tutte le cose della mia vita, e senza te la nostalgia non passa comunque, ma perde ogni intensità, ogni luce. Buon compleanno, mio gentile uragano. Mi manca da.morire la saggia allegria con cui avresti letto il mondo di oggi, con le sue follie e quell’insopprimibile impulso di umanità che ci resta anche nelle circostanze più ostili. Le tue luci formano la strada che dalla mia casa porta al tuo mare.

Lingua padre

Di questo cielo che mi attraversa come un fulmine improvviso
resta la luce impietosa del vetro delle auto
che avvizzisce la mia carne per il tempo
trascorso a offuscare i finestrini con il fiato.
Ho attraversato
un abbandono di spine,
un abbandono di foresta;
e ora non ho più scuse per non tornare
all’uovo delle origini
a quel ponte che unisce ad ogni inizio la sua fine.
Mi resta la tua lingua
lingua padre,
lingua di alberi,
cortecce riarse;
ombrello aperto alle raffiche di fuoco
che làncinano la mia casa di sale fino alle radici.
Vedi, ho scoperto una nuova parola:
ma potrò usarla, dici?
Raccontami dell’ultima volta
che ti sei spaccato la schiena per la parola giusta
limando le frasi con le unghie, dimmi
se ti sei addugliato come le spire dei cavi nautici
quando la solitudine della polvere non ti bastava
e volesti abbattere a mani nude
la congiura del silenzio che fa deragliare i muri.
Dimmi:
ti sei spinto a guardare il mare dagli ulivi,
dalle coste dei monti, dove è troppo freddo
per far crescere il grano, ma il mare
si vede ancora?