I morti ci guardano

Vedo
le parole del giorno venirmi incontro
in fila come
i condannati a morte del supermercato
e i perdoni a tavolino.
Hanno vinto loro,
le loro paure di circostanza,
i loro morti pallidi,
fotografati di sbieco,
e un saluto ai tuoi,
è tanto che non ci vediamo.
Cosa non si deve fare per campare,
signora mia,
anche morire, a volte.
Noi,
mi creda,
abbiamo atrofizzato gli occhi
ma i morti ci guardano
e non è giusto.
Ci dicono colpevoli, ma noi,
lo giuro sui gradini del sagrato
di questa chiesa sconsacrata,
noi
siamo innocenti.

Il blog (e la scrittura): passione indisciplinata

Sono disordinata, sconclusionata, disorganica, lo sapete. Non sempre, qualche volta. Per scelta, più spesso che no. Faccio duemila cose perché ne inizio cinquecento e poi devio, vado un po’ qua e un po’ là, ne incontro altre, mi lascio incantare e perdo la strada, trovo altri sentieri nascosti.

Tutto questo per dire che ho iniziato tante rubriche e sono anche riuscita, per qualche tempo, a seguirle con una certa regolarità, ma credo che questo non sia il momento adatto per proseguire in quel modo. Scriverò, d’ora in poi e non so per quanto, forse per sempre, quello che voglio quando ho tempo e quando mi viene, per cui può essere che un giorno posti tre articoli, o chissà, magari quattro o cinque, e poi non scriva per una settimana. Come già sta accadendo, del resto, sto solo prendendo maggiore consapevolezza del fatto.

Scrivere è una fatica, bellissima, ma una fatica. Molta della sua bellezza sta, per me, nel fatto che è una fatica non organica, non sistematica, indisciplinata. Alla fine, mi ci sono voluti oltre cinquant’anni, ma ho capito che ogni volta che comincio a fare qualcosa con una cadenza fissa, perdo la passione, e quella, proprio non voglio perderla.

Quindi ecco, volevo dirvi, non aspettate il Robin’s Monday o il Sabatoblogger o il Cinema del Martedì, o la Lettrice della Domenica (e poi la musica, allora? e i viaggi? e…) perché mi sa che tutto potrà succedere in qualunque giorno della settimana…

La lettrice della Domenica – “Madre Notte”, di Kurt Vonnegut

L’ho appena finito, proprio in questo momento,  in quattro ore, dirante il viaggio di ritorno da Pordenone. Forse era davvero il momento giusto. Sono più forte, quando viaggio. Credo che sia meglio trovarsi in un momento in cui ci si sente forti, per leggerlo.  L’ho trovato estremamente duro, nel suo mettere a nudo la parte disgustosa che ci si può trovare a recitare in situazioni in cui la scelta morale è davvero difficile, forse non esiste, come può essere una guerra, anche la più “giusta”. Durante la seconda guerra mondiale, nell’agire per il suo Paese e contro il nazismo, Howard Campbell si trova a dover fingere idee ripugnanti, ma finge talmente bene da commettere più di un crimine contro sé stesso e la propria identità. Talmente bene, che si potrebbe dire che la sua molto peculiare forma di eroismo consista proprio nell’accettare di perdere del tutto e definitivamente la propria innocenza.

La stagione dei viaggi

Per me non finisce mai, ma si intensifica in primavera. Stamattina, in partenza all’alba per Pordenone dove ho una giornata di formazione professionale domani, ho pensato, non per la prima volta, che devo ricordare di svegliarmi presto più spesso.

La luce di queste ore mi entra nel cuore come una prova che tra il giorno e la notte esiste qualcos’altro, un istante indefinito e breve e non etichettabile, come tutte le cose migliori.

A Pordenone non sono mai stata, è collegata malissimo con Genova ma mi incuriosisce tanto di più in quanto non è la prima che viene in mente per una visita turistica, ma sono sicura che possiede la sua parte di bellezza. Vi racconterò.

The principle of entropy increasing

For those of you who speak English…

I have no sense of time, I mix up
the hours, the days and the seasons;
it was a year ago, I say,
but it’s been five instead, ten, a hundred.
Little by little, it’s getting late,
a few mass slaughters have escaped me,
and some war that was too far to see on time;
an earthquake too, and the offense of mud,
the raging fires of forests and homes.
Look at this dust,
the cobwebs spread among the tombs
of this country graveyard, that
tell us about the running of the river,
the waves travelling, one by one,
irreversibly.
We recognize time from the leaves
that breath in the wind,
their clinging to the branch, like a last
surrender to the principle of entropy increasing,
the miracle of the disorder of life,
of its infinite possibilities,
against the celebrants of a mortal order,
of the lethal quietness of security
that only belongs to what does not exist.
You’ve buried my heart, and
you don’t know where, but my wounded knee
is an island of salt where Nobody will land,
a creation of the sea that brings back to me
the echo of the absent ones, whom I’ve always talked to
and who always answer.