#Film 1928 – The Circus, The Cameraman, The Last Command

Uff! Mi ostino a riprovarci, ma la comicità di Buster Keaton proprio non mi diverte. Il film di Chaplin non è comico, anzi, direi notevolmente triste. Nessuno dei due film è brutto, intendiamoci. The Cameraman, poi, è considerato un capolavoro, e se vi diverte Keaton, è senz’altro più adatto a una serata di relax. Su Chaplin si può contare per una visione poetica, pur se malinconica, anche in questa pellicola ritenuta “minore”.

The Last Command di Sternberg invece mi è piaciuto molto. Emil Jannings ha vinto il primo Oscar come miglior attore protagonista per il ruolo del generale russo Sergej Alexander, cugino dello zar, la cui vita cambia radicalmente in peggio dopo essere miracolosamente sfuggito alla morte nel corso della Rivoluzione. Proprio le dolorose circostanze che hanno accompagnato quegli eventi lo hanno segnato nel fisico e nel morale. Quando un suo vecchio nemico rivoluzionario (interpretato da William Powell), nel frattempo diventato regista in America, scopre il suo nome nell’infinita lista di chi cerca lavoro come comparsa, decide di assumerlo con l’intenzione di umiliarlo…

Una storia senza buoni e cattivi, con un personaggio femminile (la rivoluzionaria/amante di Alexander) sufficientemente complesso da essere considerato di notevole modernità, in un film che non ha morali chiare da diffondere, ma parla di arroganza punita, di orgoglio e caduta, di dignità e di fortissime emozioni in un quadro storico più generale. Raccontare la Rivoluzione russa nella sua verità non era affatto l’intento di Sternberg, che sembra piuttosto usarla come sfondo e come esempio dei grandi eventi che possono in qualunque momento travolgere i singoli.

Infinita presenza

Le mie parole sono rosse,
urlo di fuoco e sangue,
d’albero tagliato, di dolore incolto
nella gola stretta da una voglia di morte
vissuta ogni giorno, da una pretesa
immorale di vita data o tolta
per capriccio, da chi decide
se merito il mio tempo, le cure
o le ferite ricevute, le tacche sui muri
affamati di ragnatele, o i cerchi
sui tronchi nudi del frassino abbattuto
perché fa paura la fecondità del mondo.
Ho l’anima schiacciata sotto il corpo altrui,
ma non taccio. Parlerò dai rami
protesi verso il cielo, dalle radici
scavate fino agli inferi; avrò voce
d’uccello implacato, il nitrito
di un’interferenza nel segnale radio
che attraverserà le pareti
e vi verrà a cercare. Non avrete
il mio silenzio, la sopportazione
della ferocia, l’angolo chiuso
di una paura sottomessa e schiva:
parlerò da viva e da morta, dalla terra
e dal mare, non ci sarà luce né ombra
dove non voli il bianco uccello
della mia voce di tempesta.
Le mie braccia di luna solleveranno
il mare, la mia bocca si farà vulcano;
sono marea, grazia indomabile,
la forza dell’oceano che si fa seme.
Sono arma e musica, violino
e arco teso e freccia tra le stelle.
La mia voce
la porterò in volo
viva
infinita presenza
rifranta sugli ormeggi tra le navi
moltiplicata in milioni di gocce,
piccoli corpi d’acqua che spezzeranno
le corde alla mia gola
e il vostro silenzio
rotto
dallo scroscio assordante
di un giardino che nasce.

Verso New Orleans

Bene, anche l’ESTA è a posto, richiesta approvata! non mi sembra neanche possibile ma mancano poco più di dieci giorni alla partenza per New Orleans.

Non ho neanche un decimo delle aspettative che avevo verso San Francisco. Quelle, del resto, potevo permettermele, perché ci sono delle volte che sai perfettamente, nel più profondo del cuore, che un luogo ti corrisponde. Non avrei potuto rimanere delusa, perché amarla era una scelta, una decisione tanto istintiva quanto consapevole. Senza perdere neanche un’oncia dello stupore per la bellezza del nuovo e dell’ignoto, quando l’ho vista è stato come se la conoscessi da una vita, praticamente senza difficoltà nell’interpretare le sue strade, i suoi incroci, i collegamenti e le direzioni. Mi sono sentita esattamente “dove dovevo essere”.

New Orleans è una delle città che da anni vorrei vedere. Amo i libri di James Lee Burke, tra i pochissimi gialli che leggo, sono davvero scritti a ritmo di blues. Inoltre, ci vado per un motivo che mi inorgoglisce alquanto, per tenere una conferenza (io, una conferenza! Ma pensa te!). Resta comunque uno dei mille posti che vorrei vedere, e di cui sicuramente potrei innamorarmi, ma senza provare quel senso così forte di appartenenza. Vi saprò dire, il conto alla rovescia è iniziato, partiamo il 23. Sono comunque sicura che sarà un viaggio bellissimo!

#Film anni 20 – The Wind

Un film notevole, del bravissimo Victor Sjöström, che aveva a cuore il tema del rapporto tra uomo e natura ed ebbe, pare, una profonda influenza su Ingmar Bergman. Gli effetti sonori straordinariamente sinistri, ossessivi, sono perfetti per sottolineare le devastanti conseguenze del vento, che inaridisce la terra e rende le emozioni brucianti, amplifica i desideri, le paure e le frustrazioni. Non conoscevo il film, era uno di quelli consigliati su Mymovies e devo dire, meritava. Protagonisti molto espressivi: Lillian Gish interpreta Letty, Virginiana sprovveduta ma assai determinata, che raggiunge il ranch del cugino pensando di trovarvi prosperità. In realtà si tratta di una terra arida e desertica, battuta da questo vento di tempesta che gli Indiani, nel momento della sua massima ferocia, identificano con un cavallo demoniaco. La gelosia della moglie del cugino (Dorothy Cummings) è tale da spingerla a cacciare Letty, constringendola a sposare il rozzo cowboy Lige (Lars Hanson). Letty in effetti è attratta da Lige – e non a torto – ma i suoi modi alquanto lontani da quelli a cui è abituata la spaventano al punto da pretendere un matrimonio “bianco”. Molto evocativa la scena in cui si vedono solo gli stivali di lui e le scarpe di lei, e tutte le emozioni stanno nel movimento dei piedi. La bufera rischia davvero di far impazzire Letty, ma quando un vicino, approfittando dello stato di prostrazione in cui si trova, la violenta (o tenta di), lei…

L’ora del tè

È l’ora del tè, ho messo su il bollitore e mentre aspetto cerco un senso che non trovo. Certe ore passano lente, anche se le giornate, poi, corrono sempre via velocissime. A volte mi sembra che sarebbe bello vivere sempre così, scrivendo e perdendo tempo e bevendo tè mentre, ispirata da qualche scrittore a me caro, immagino vite avventurose, ma in fondo del tutto avulse dalla realtà, tra i moli di New Orleans, foschie artiche, notti di chiacchiere e racconti pubblicati su riviste letterarie. La realtà del resto mi piace pochissimo, ora, ma forse mi è sempre piaciuta pochissimo. La vita, invece, “che vita strana e bella è questa… incredibile e incantevole come il mare. È difficile dire addio. Ci sono molte cose che potrei dire ora, ma non le dirò, così, se non dovessi tornare mai più, nessuno mi piangerà. Ecco perché me ne vado, tranquillamente, con i miei progetti, e non faccio voti e non mi aspetto nulla, ma amo ogni cosa” (J. Keoruac, Lettere dalla Beat Generation, traduzione di Silvia Piraccini).

Il tè è pronto.è

Pallottolina di pelo

Sono sempre stata circondata da gatti, da che mi ricordo. Il primo non era nostro, ma circolava per il giardino del condominio in cui vivevamo. Era tutto nero, e spelacchiatissimo, non senza ragione: infatti mi attaccò la tigna in un’epoca in cui non era come adesso, una cremina e via. Dovetti stare in ospedale alcuni giorni e ricordo il fazzoletto da befana in testa per coprire i capelli rasati, e un ragazzino tremendo che si chiamava Ciro e che forse fu la prima persona che odiai davvero nella mia vita. Comunque neanche questo riuscì a spegnere la mia simpatia streghesca per i gatti neri. Dopo ne abbiamo avuti tanti di ogni colore, ma neri in effetti no, a pensarci. Forse perché sono abbastanza rari, almeno tra i trovatelli.

Quello che mi è rimasto di più nel cuore, prima di Tippete, è stato Paciughino, tutto rosso, di un’intelligenza da non credere, grande come un leoncino e bello come il sole.

Tippete è rimasto con noi diciassette anni, ha riempito tanti vuoti e ne ha lasciato uno enorme. Abbiamo aspettato un po’, ma alla fine, quando abbiamo saputo di questa pallottolina di pelo che tra volpi e macchine si trovava davvero in serissimo pericolo, non abbiamo resistito. Forse la chiameremo Nosy, ma ancora non siamo proprio sicurissimi, comunque ci ha catturati subito. Sembrava spaventatissima, è rimasta un giorno e una notte in un minuscolo spazietto irraggiungibile per noi umani, ma nonostante le apparenze, è curiosa e spericolata: un mese e mezzo di roba e già si arrampica su qualunque oggetto arrampicabile (e ci tenta anche con quelli che non lo sono). E nonostante la paura, la zampetta sulla mano me l’ha messa. Le unghiette fuori, ma ad ogni costo doveva capire se poteva fidarsi. È un amore!

 

 

Cinema anni ’20 – Underworld

Ovvero Le Notti di Chicago, di Joseph Von Sternberg (1927), con Clive Brook (“Rolls-Royce”), Evelyn Brent (“Feathers”) e George Bancroft (“The Bull” Weed). Forse il primo gangster movie, all’epoca colpì sia per il soggetto, sia per il modo in cui era trattato, che avrebbe poi ispirato i vari film successivi dello stesso genere. Bello, bello, bello, era consigliatissimo su Mymovies ma mi è piaciuto molto al di là delle mie aspettative.

Ingredienti per noi forse scontati, il gangster, la pupa del gangster, un amore contrastato, il mondo del proibizionismo, mai citato ma ben presente, allora però dovevano essere davvero innovativi e questo secondo me si percepisce. L’ho trovato ironico, a tratti divertente, a tratti denso di suspence e la scena del ballo dei malavitosi è splendida.

Non sono quasi mai certa del mio intuito quando si tratta di recitazione, ma in questo caso ho avuto ragione. Non conoscevo Clive Brook, l’ho molto apprezzato e ho poi scoperto che era uno degli attori più importanti del muto, passato poi al sonoro con un ottimo successo e molti bei film all’attivo.

La carriera di George Bancroft è stata molto più breve, almeno nei ruoli principali, ma con alcune punte interessanti, e con un seguito da caratterista tutt’altro che trascurabile.

Evelyn Brent è davvero bella e il suo sguardo le ha fruttato alcuni bei ruoli, anche se non forse tanti quanti ci si sarebbe potuti aspettare. Consigliatissimo, per quel che vale, anche da me. E con questo spero di riprendere infine alcune delle rubriche da tempo trascurate, il cinema del martedì, i blog del sabato, i libri della domenica e chissà, forse anche il Robin’s Monday, ma devo vedere cosa riesco a fare. Almeno quelle del cinema e dei libri spero proprio di sì!