Sono a casa

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Immagine presa da qui

Sono a casa, un po’ stanchina dopo nove giorni in ospedale, di cui cinque a digiuno, nutrita via flebo, ma tutto sommato ho ancora buone riserve di energia. Un po’ preoccupata per l’operazione che non mi hanno fatto ma che a quanto pare è solo rimandata, e da fare in tempi non lunghissimi (e sì, l’ho capito che è una sciocchezza, e sono ben felice che non sia niente di più grave, ma comunque a me le operazioni preoccupano, anche le più semplici), ma comunque abbastanza tranquilla. Adesso piano piano riprendo le fila. Del mio blog, dei vostri, della scrittura, del lavoro, di tante cose. Ma prima di tutto, di me stessa.

Lascio da parte i disaccordi tra dottori, il male e la paura e mi porto dietro almeno tre cose importanti: la prima, il mio piccolo che è venuto a trovarmi, e lo so io quanto è stato difficile per lui; la seconda, una bellissima nuova conoscenza con la mia compagna di letto, con la quale forse non ci saremmo mai incrociate, non avevamo nemmeno un’amicizia in comune e a Genova non è facile, da un’occasione non bella è nata una cosa piacevolissima; la terza, non meno importante, l’idea di alleggerire ancor più il viaggio per dare spazio a  quello che è veramente prioritario per me, non tanto per correre meno (che sarebbe sicuramente positivo in sé), ma soprattutto per creare un’alleanza più forte con il mio tempo.

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Consolazioni

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Ieri sera ho finito di lavorare alle 11 passate, in pratica dopo 15 ore, ero bella cotta, ma la mia città sa (quasi) sempre consolarmi.

Dieci pensieri a caso su Sanremo

Dieci pensieri su Sanremo (di cui ho visto l’ultima puntata, delle altre ho solo ascoltato alcuni pezzi su Internet), scritti un po’ così, come mi sono venuti:

1 – ma quanto è bravo Favino?

2 – Ron in effetti è una spanna sopra tutti gli altri, penso che il Premio della critica sia la cosa più giusta e forse quello che davvero desiderava

3 – A me gli Stato Sociale hanno fatto tanto rimpiangere Rino Gaetano, di cui mi sembrano la versione stonata, ma forse è questione di età

4 – Matamoros… pardon, Meta & Moro sono carini, soprattutto il primo, e probabilmente ci credono, ma a me la loro sembra la classica canzone impegnatina di Sanremo, che ti fa sentire tanto buonino con poco sforzo

5 – La Vanoni premio per l’interpretazione non si può sentire. Mi piaceva tanto, ma secondo me avrebbe fatto meglio a smettere di cantare almeno 5-6 anni fa (e tralascio il resto, perché il gossip lo faccio solo tra me e me e al massimo con pochi intimi).

6 – Comunque secondo me Avitabile e Servillo avrebbero meritato un miglior piazzamento.

7 – Annalisa… mah! La sua canzone l’avevo completamente dimenticata prima di vedere che era arrivata tra le prime tre. Forse merita un secondo ascolto. Forse.

8 – Ok, io avrei fatto arrivare Barbarossa almeno terzo ma l’ho detto che sono di parte, mi piace come persona, mi piacciono le persone e le canzoni delicate e intense e la sua canzone è appunto così, come credo sia lui, mi dà questa impressione (avendolo visto anche a teatro, tra l’altro).

9 – Baglioni ha una grande classe e una grande voce

10 – Mirkoeilcane… è una canzone? non è una canzone? E’ una poesia con un buon accompagnamento musicale e un ottimo senso del ritmo? Ecco, forse questo. In ogni caso io l’ho trovata tra le più belle.

 

Moscow on the Hudson – La prima scena

Sto riguardando Moscow on the Hudson (Mosca a New York in italiano, regia di Paul Mazursky) credo per la quarta o quinta volta. Rivedo la scena iniziale, con Robin Williams-Volodya (benché ancora chi vede il film per la prima volta non sappia chi è) che fornisce indicazioni a un ragazzo dall’aspetto mediorientale: forse siriano, o persino iraniano, all’epoca non avevano ancora subito un veto di massa. Nonostante l’evidente sicurezza con cui spiega al ragazzo come arrivare a destinazione, il marcato accento del giovane russo (e avevo già parlato tempo fa, nella recensione del film, del lato linguistico della mia sconfinata ammirazione per Robin, che qui parla russo perfettamente, senza doppiaggio, e parla poi la sua lingua madre come la parlerebbe uno straniero) fa capire immediatamente che anche lui non è, strettamente parlando, “del posto” (in più, e forse non è un caso, dietro si intravede l’insegna di un locale italiano).

Da lì poi si dipanano, come in un flashback, e mi sembra una cosa meravigliosamente cinematografica, gli avvenimenti che hanno preceduto, in Russia, la tournée americana del circo in cui Volodya suona il sassofono (e sì, Robin aveva imparato a suonare il sassofono, per fare questo film), l’arrivo negli Stati Uniti, la decisione improvvisa e quasi malvoluta di chiedere asilo politico e tutto quello che ne è seguito.

La trovo una scena di grande delicatezza, dice molte cose “visivamente”, senza troppe parole, come poi accadrà nel corso di tutto il film: dice che l’integrazione è una questione di gradi, di stratificazione, avviene per addizione (di nuove conoscenze, di incontri, di modi nuovi di vedere le cose, di ricordi, di pezzi di vita) e per sottrazione (delle cose e persone conosciute prima, di ciò che si era amato, di pezzi di vita); dice che l’essere “straniero” o “del posto” non sempre è un semplice segno di spunta su un quadratino, che puoi essere entrambe le cose nello stesso momento, che una parte di te può appartenere a un altro luogo fin da quando sei nel tuo “paese di nascita”, e una parte di te non apparterrà mai al tuo “luogo di arrivo” e forse non apparterrà più a nessun luogo. Dice che la gentilezza, altrimenti detta buonismo, ristabilendo l’equilibrio delle parti nell’essere persone, ciascuna con la sua storia e il suo carico di dolore, ci salva dalla paura e dalla rabbia e ristabilisce l’umanità dei rapporti.

Ossigeno,  un antidoto al veleno, un lenta ma tenace frantumazione di tutti i possibili muri, per rivelare finalmente quello che c’è di potenzialmente poetico nella complessità del mondo, una volta che ci liberiamo di classificazioni ed etichette.

Pensieri su un pomeriggio denso

La protagonista del mio romanzo ha la sua “voce”, il co-protagonista anche, scrivo e scrivo, lavoro e scrivo, visito bellissime mostre e scrivo, guardo vecchi film e scrivo, sono orgogliosa dei miei figli e scrivo, scrivo, la malinconia degli ultimi giorni si dirada e mi sento quasi felice.

Stasera riguardavo una piccola parte di Moscow on the Hudson e anche quello è stato un piccolo frammento di felicità. Manchi da togliere il respiro, ma sono felice anche di questo, nel mio strano modo contorto, sono felice della nostalgia, e del fatto che né l’assenza, né un mondo così diverso da quello che immaginavi e che avresti voluto, né qualunque altra cosa della vita ha mai avuto il potere di togliermi il tuo pensiero dal cuore.

Eleganza e anticonformismo

Un paio di notti fa ho fatto un sogno stupendo, c’eri tu e giocavi con una sorta di doppio, che era la tua ombra, la tua anima, forse, anzi, anche più di uno, ma anche così identici alla tua “persona reale” da non distinguerli l’uno dall’altro. Era come una specie di scena cinematografica, ma c’era qualcosa di meravigliosamente reale, meravigliosamente tuo e mio. Credo proprio che tu potresti davvero giocare persino con la tua anima, scherzarci con quella tenerezza, quella divertita profondità, senza perdere mai di vista tutto ciò che tu “sei” e che ti appartiene. Il nostro cervello è davvero una “macchina” straordinaria. Quando più ne ho bisogno, tu arrivi, e sempre nel modo più incredibile, tutto l’incanto e il gioco e il sorprendente che tanto amo. Forse per questo che ho deciso di giocare un po’ anch’io. Un piccolo “colpo di testa”, un taglio nuovo, un tocco di colore, che una persona, facendomi un bellissimo complimento, ha definito “anticonformista con stile, e comunque elegante”. E io penso a quel tuo essere così elegante, in quella maniera così anticonformista, con quel tuo stile unico, che avrebbe sicuramente fatto scuola, se non fosse stato inimitabile, e mi sento un po’ più felice, proprio adesso che la tristezza stava rischiando di appannare un periodo in cui invece succedono (anche) molte cose belle.