Senza principio

Quanti nidi quest’anno, sotto il tetto,

nuove parole e insetti,

nuovi amici.

Rinascita.

Il vino si beve con calma,

ogni sorso una strada stretta,

un segnale di pericolo e dolcezza,

un amore largo e ingrato,

senza fine;

e persino,

forse,

senza principio.

Invecchiare con grazia

Invecchiare con grazia. Già, è una parola. Ci si prova, in mancanza di valide alternative; ma resta il fatto che l’immagine di te che hai dentro resta più o meno uguale, ed è quella che ti aspetti di ritrovare nello specchio, mentre lo specchio racconta un’altra storia, e la faccia che ci vedi lì smette di corrispondere a quella che credevi di conoscere meglio di qualunque altra.

Si invecchia comunque, con grazia o senza. E la mareggiata mi lascia un sapore dolceamaro di scelte fatte per far piacere ad altri più che a me stessa. Scelte che qualche volta si sono rivelate comunque giuste, e qualche volta no. Qualche volta mi hanno comunque portato, attraverso percorsi tortuosi e nient’affatto geometrici, verso la realizzazione di un qualche tipo di sogno, e qualche volta no. È il momento per me di decidere davvero, una volta per tutte, quello che desidero fare, e imperniare la mia vita su quel desiderio.

In uno dei primi ricordi che ho, ero sotto un tavolo.

Credo fosse una stanza dei giochi. Da successivi racconti di mia madre, ho dedotto che forse si trattava del posto dove mi aveva portato una volta o due nel tentativo, del tutto fallimentare, di farmi avvicinare all’inglese prima del tempo. Era la lingua di mio padre, dopotutto. Ed era per questo che lo odiavo, ed è per questo che dopo l’ho tanto amato.

Ecco, penso di aver trascorso un sacco di tempo sotto qualche tavolo, nella mia vita. Di solito era un tavolo metaforico, ma la ragione era sempre la stessa: volevo giocare, volevo conoscere gli altri, volevo scrivere, volevo fare la regista, la professoressa, volevo lavorare all’estero, volevo, volevo, volevo; ma la paura è (quasi) sempre stata più forte.

All’asilo, nel pomeriggio, ci facevano stare con “le mani in seconda”, braccia appoggiate al banco e testa sulle braccia, per fare il riposino. Avevo tante cose da fare, da immaginare, ed ero lì costretta su quel maledetto banco a far finta di dormire.

Da lì mi è rimasta una fortissima resistenza a dormire al pomeriggio – non lo faccio mai, a meno che non sia completamente sfinita – e un odore di pasta al sugo di cui non ho mai più sentito l’uguale, ma che doveva essere davvero insopportabile. Qualche volta, mi pare di avvertire qualcosa di simile, ed è sempre in luoghi e momenti sgradevoli. Avrei preferito le madeleines.

Dovevo apparire davvero infelice, e mia madre decise di risolvere la situazione. Mi mandò a scuola in anticipo, a cinque anni, a costo di iscrivermi a una scuola privata, perché quella pubblica al tempo non accettava primini sotto i sei anni.

Di quella scuola non ho praticamente nessun ricordo, pare che tutto sommato mi trovassi abbastanza bene. Solo che ebbero la cattiva idea di dire a mia madre che ero un genio. Se lei aveva avuto qualche dubbio sul farmi proseguire le elementari lì, quella frase infelice lo eliminò definitivamente: non che ci credesse molto, a quella faccenda del genio, ma anche la vaga possibilità che io potessi essere non “normale” la metteva in ansia, e a ogni buon conto mi iscrisse alla scuola pubblica già dalla seconda. Che io fossi “normale” è sempre stato il suo più grande desiderio per me, qualunque cosa questo significhi.

Sarei diventata un genio, se lei non avesse avuto questa ansia?

Improbabile. Molto improbabile. Tanto per cominciare, sono sempre stata troppo dispersiva.

Eppure, il tarlo… sarei diventata una scrittrice all’età giusta? Avrei smesso di inseguire una passione nuova ogni venti giorni e mi sarei accasata con uno o due sogni grandi, ardenti abbastanza da costruirci intorno una vita?

Improbabile, molto improbabile, anche questo. Soprattutto visto come sono andate le cose nella parte successiva della mia infanzia. E comunque, è passato. Quello che conta è l’oggi.

Il fatto è che oggi mi ritrovo con un sacco di passioni, sogni, cose, pensieri, e quando credo di essermi messa in testa di realizzare davvero qualcosa, mi scontro con una sfilza di ormai. Parola che odio, ma tant’è. La faccia che conosco non lo direbbe, ma lo specchio, il malefico specchio dei miei stivali, qualche volta mi illude, dai, su, sei sempre tu, quella di sempre, più o meno, qualche segno, che sarà mai, e poi torna con la sua liscia superficie argentata e maligna a tormentarmi ancora con quella stessa parola sussurrata all’orecchio. Ormai

A volte, invece, ho ancora la sensazione di avere tutto il tempo davanti. Mentre ascolto la musica che ascoltavo anni fa, oppure quella che avrei dovuto ascoltare, ma scoprirla adesso è un privilegio, il privilegio di chi si emoziona per la prima volta e pensa che nessuno mai abbia provato niente di simile; e poi la musica nuova, quella che per la maggior parte delle persone della mia età è rumore; e anche per me, spesso. Ma qualche volta mi piace, e mi commuovo all’idea che nulla si distrugge e tutto si ricrea, e le cose belle non muoiono, comunque. E scopro e riscopro il cinema (e le serie tv). E ricomincio a leggere. E penso di tornare su libri che ho dimenticato, e di riempirmi la libreria e la testa di libri nuovi, e di andare a teatro. E il deltaplano, e il cavallo, il pianoforte, il giardino, i cani e i cavalli (futuri), la patente da prendere, la bici elettrica, e tutte queste salite e discese… quanto tempo ho? Tutto quello che c’è, giorni, ore, minuti e secondi. Ma più di ogni altra cosa, il senso di infinitome lo dà scrivere.

Scrivere è una fatica enorme. Non sempre ne ho voglia, ma è una fiamma che brucia, sempre. A volte penso che te lo devo, ma no, lo devo a me. Di tutte quelle cose, passioni, voglie e quant’altro, è quella che dura da più tempo; insieme al giardino, forse, ma scrivere mi costa di più, mi prosciuga molto più di quanto non lo faccia vangare e zappare ed estirpare erbacce. Tu sai che più forte è la corrente di amore e desiderio che ti trascina verso un mestiere o una passione (o un mestiere che sia anche una passione, e viceversa), più forte è quel senso di gioia e appagamento che riesce a farti provare, più intenso è il dolore che sta dall’altra parte della medaglia. E viceversa.

Ormai lo buttiamo nel tritarifiuti insieme allo sfalcio e ne facciamo pacciamatura per il giardino, che dici? Nel giardino di agosto fioriscono le dalie, l’ibisco, la vinca, e persino le rose. Quest’anno ci pianto anche un hamamelis e un calicanto, per avere colore il prossimo inverno. E insomma, lo vedi, io sto scrivendo.

E voglio ancora volare

E così, avresti settant’anni. Sì, certo che lo so che il tuo compleanno era l’altro ieri, ma sai, per quanto normalmente cerchi di essere puntuale, questo non è certo il mio primo ritardo, né il più grave, nei tuoi confronti. Avrei dovuto venire a incontrarti prima, e non dopo. Avrei dovuto sapere prima che quelle parole che dicevo non erano uno scherzo. Io mi sentivo molto come Mork, sai, goffa, sempre inadeguata, fuori posto come un piolo rotondo in un foro quadrato. Che Mork sapesse guardare il mondo con l’intelligenza tanto acuta quanto generosa di chi le realtà più crudeli del mondo le conosce benissimo, ma sceglie l’innocenza per mostrarre il lato comico, assurdo, ma anche umanissimo delle nostre scelte quotidiane, beh, anche questo l’ho capito (un po’) più tardi. Ma io volevo trovare, come lui, il modo di essere allo stesso tempo fuori e completamente dentro. Volevo volare come Garp, possedere la dolcezza e il coraggio di Adrian Cronauer, e naturalmente, certo, cambiare il mondo insegnando come John Keating, ma sai, non è che veramente volessi insegnare, è che anche quella era una forma di volo, come l’uovo di Mork (e il suo piccolo amico Bruco), come il deltaplano di Garp, come la polvere di fata di Peter Pan, come quell’amore così grande e così fuori dall’ordinario che era in John e in Adrian, ma anche, che so, nella satirica “guerra” di Jack Moniker o di Jakob il Bugiardo; e anche in Volodya, che volava con il suo sassofono in Armand Goldman; in Chris Nielsen, naturalmente; e in Malcolm Sayer, che volava con la sua testardaggine; era nella rabbia di Henry Altmann, che come te ha deciso di non avere tomba, e nell’affetto sempre un po’ sbagliato del Papà migliore del mondo. Era nei tuoi spettacoli studiatissimi, eppure un po’ reinventati ogni volta, perché tu eri. Il volo e l’amore e tutto il resto. Ed era, continuo a pensarlo, in quella scelta estrema, che era estrema solo per gli altri, non per te, perché tu il tuo anticonformismo lo hai sempre vissuto quasi sottovoce, con umiltà e con quel cuore grandissimo che nessuno dimentica. Ed è un altro volo anche questo, mi piace sperare che non sia comunque l’ultimo, che tu continui, da qualche pianeta chissà dove, a esplorare mondi, a viverli raccontandoli e raccontarli vivendoli. Anche quella biografia bellissima, così bella che dopo sette anni non sono ancora riuscita a finire di leggerla, avrei voluto scriverla io, ma non ero lì, non c’ero, sono arrivata tardi, faccio altro, e comunque vivo, che era quello che tu dicevi di fare, dopotutto. Però, ecco, a un certo momento avevo “dovuto” scrivere, e tu eri nella mia scrittura, e adesso non scrivo quasi più, e so che sei anche nel mio non scrivere, sei il senso e la mancanza di senso, la rabbia e l’allegria e la malinconia e l’immensa dolcezza e questa ferita che non è una ferita, è una voragine, ed è incomprensibile, ma non vuole saperne lo stesso di chiudersi. Ma niente, ogni tanto provo a spiegare le ali, così, sai, giusto per fare un po’ di esercizio. Comunque, camminare nel tuo giardino è davvero un privilegio. Solo che qualche volta, quando le finestre sono chiuse, eppure un soffio leggero viene da chissà dove, penso che tu sei l’unico che possa venir fuori persino dal fondo dell’oceano, e ricominciare a volare.

E se, invece…

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Un imperativo a metà mi ha accompagnata per tutta la vita: focalizzarmi. Dico a metà, perché sebbene lo sentissi come una necessità impellente, metterlo in pratica è stato sempre tutto un altro paio di maniche. Avrei voluto essere un’esperta conoscitrice di cinema (e, ultimamente e in misura più limitata, anche di TV), oppure parlare correntemente sette lingue, oppure avere una vastissima cultura letteraria, oppure essere una studiosa di relazioni internazionali di fama, il che implica naturalmente un considerevole interesse per la politica, nel senso presumibilmente più nobile del termine, ma poi che dire della musica? Beh, quella più che altro l’ho sempre coltivata da ascoltatrice, ma strimpellavo un paio di strumenti, e se ci avessi dedicato più tempo… Mi sono dilettata varie volta con la cucina, e ho accarezzato l’idea che avrei potuto anche (oppure) studiare cucina seriamente. In tutto questo, avrei voluto avere una casa sempre in ordine e pulitissima, essere sempre impeccabile non solo quando esco, e avere un sito professionale pieno di contenuti, scritti, audio e video coinvolgenti e molto ben confezionati. E non ho ancora parlato di uno dei più importanti aspetti della mia vita, oggi purtroppo difficilmente raggiungibile in tempi di pandemia, ma di cui vorrei occuparmi a tempo quasi pieno (oppure): il giardino.

E se, invece, dovessi limitarmi a prenderne atto, fare pace, alla mia quasi veneranda età, con il fatto che tutte queste cose hanno per me un valore?

Unire, combinare, affratellare, innestare. Cosa implica questo? Non vorrei proprio continuare ad aprire e chiudere pezzi in maniera del tutto disorganizzata, secondo l’uzzolo del momento. Ma continuare a riflettere e poi agire in base a qualcosa di molteplice. Buttare giù idee e trovare un modo per metterle insieme. Magari non un piano, perché mi sa che ai piani, in senso stretto, sono altamente allergica. Ma qualcosa che gli somigli abbastanza da poter finalmente mettere tutte queste idee, questi pezzi di vita e di passione, a disposizione di qualcosa di concreto, per me, e se possibile anche per altri. Qualcosa di variegato, composito, ma in qualche modo intero e non più spezzettato.

E se, invece…

Radici

Come vivono le radici? | ILSA GROUP
Immagine presa da qui

Ogni tanto ci torno sopra… scrivo, e poi riedito, sempre alla ricerca di onestà, che quando si scrive è cosa del tutto diversa dalla verità, credo; rieditare la propria memoria, il racconto di una vita, è cosa delicata, ma va fatto. Perché bisogna essere onesti non solo nel ricordare, ma anche nel raccontare quei ricordi a chi non c’era. E dopo tutto, anche a chi c’era, ma ricorda in modo diverso. Perché la memoria, lo sappiamo bene, è soggettiva, e paradossalmente fragile, per un oggetto da cui traiamo la nostra forza.

Sono nata alle dieci di un mattino di quasi estate, non è mai stato ben chiaro se in anticipo o in ritardo.

Nel dubbio, il dottore salì con le ginocchia sulla pancia di mia madre per costringermi a uscir fuori. Metodo drastico, allora non del tutto inaudito, oggi, spero, caduto definitivamente in disuso. Nel tempo, ho sviluppato una certa  cautela nel mio approccio verso il mondo e le cose, e chissà che la mia brusca venuta al mondo non abbia avuto, in questo, una parte di un certo rilievo. Fu di certo traumatica per mia madre, furiosa per quell’abuso compiuto mentre si trovava in condizione di debolezza e impossibilità di reagire.

Mia madre è un bizzarro miscuglio di femminismo, insicurezza, difficoltà a farsi valere e dire di no, forza interiore, senso di colpa, bisogno di tenerezza e forte difficoltà di comunicazione emotiva.

Ha, o almeno aveva, anche quella convinzione, comune a non poche donne, di doversi assumere, per qualche oscura ragione, la mission impossible di cambiare un uomo estremamente problematico, tralasciando la propria presente infelicità in cambio della speranza di un’irrealistica, futura felicità perfetta.

Non si spiegherebbe altrimenti perché entrambe le relazioni importanti della sua vita siano state con uomini difficilissimi, molto diversi tra loro, ma comunque segnati dalla malattia e dalla violenza, subita o agita.

Quando conobbe mio padre Donald, in Inghilterra – ha sempre amato quel paese, luogo di fuga dalle catene familiari, di libertâ, di amore ancora puro e incorrotto – lui era già stato in guerra in Indocina, e ne era tornato con strani disturbi, di cui si sapeva pochissimo e si diceva ancora meno. Sindrome post traumatica da stress… forse. Nessuno usava quell’espressione. Si era parlato – certo sottovoce – di schizofrenia. I demoni si combattevano in silenzio. Solitudine. Vergogna. Alcool.

L’alcool che lo ha ucciso, fermandogli il cuore a 37 anni.

Mio padre è una ferita mai chiusa, la prima perdita, morto senza che io potessi fare in tempo a conoscerlo, o anche solo sapere di averlo visto; tanto che il mio dolore è rimasto lì, per anni inconsapevole, un sentimento fuori posto, uno spazio vuoto che bruciava, da cui uscivano, a momenti, granellini di rabbia, di paura, di nostalgia; la mancanza di qualcosa di cui non sapevo niente.

In seguito, per lungo tempo tutti i tentativi di mia madre di farmi innamorare dell’inglese fallirono miseramente: non volevo proprio saperne, a nessun costo. Oggi, benché ci siano nel mondo, a parte Genova, almeno tre o quattro luoghi che mi piacerebbe chiamare casa, mi capita spesso di pensare che la mia vera casa non sia un posto, ma una lingua: e quella lingua è l’inglese.

Mio padre, dicevo, era un inglese alto, dal viso angoloso e dolce. Quando si chinava su qualcosa di piccolo e indifeso, il suo sguardo sembrava assorbire e poi ritrasmettere la luce. La tenerezza gli creava piccole rughe sulla bocca, intorno agli occhi, sulle guance; e da quelle pieghe usciva e poi rientrava, come se, attraverso gli altri, lui potesse almeno un po’, almeno per qualche momento, proteggere sé stesso. Lo so perché ho una sua foto in cui mi guarda, minuscolo esserino in culla, io che forse sbadiglio e piango nello stesso momento, coi pugnetti chiusi, e lui che accenna un sorriso. Tu sei l’unica altra persona in cui io abbia rivisto con tanta intensità quello stesso sguardo.

Da lui ho ereditato qualche foto, i suoi occhi azzurri, una lingua; l’amore per la scrittura; un nome che ricorda il suo Paese di nascita, ma non troppo esotico per il Paese in cui aveva scelto di vivere; un legame tra due culture che mi appartengono entrambe, senza che debba sentirmi divisa; e la fortuna di non credere nei confini.

Non ho ereditato la sua malattia.

Mia madre si è portata dietro per anni la paura che i disturbi di mio padre non fossero solo una conseguenza della guerra, e che potesse averli trasmessi a me. Tremava al più piccolo segno di ribellione, e fino a quando non ho saputo la storia che c’era dietro, la disapprovazione che leggevo nel suo sguardo, o nel modo in cui pronunciava il mio nome, anche quando non avevo la minima idea di che cosa, esattamente, ci fosse da disapprovare, ha bloccato sul nascere ogni possibile allontanamento, anche lieve, dalla retta via di una consolidata normalità.

Credo che un po’ mio padre ti somigliasse; che aveste in comune una certa fragilità, acuita dagli eventi, e al tempo stesso una forza dolce, la capacità di non lasciare che le circostanze esterne cambiassero il nucleo essenziale su cui costruivate la vostra visione del mondo. Una bontà profonda, difficile, dura, che richiede molta più forza d’animo del cinismo e della ricerca di un nemico a cui affidare la parte di noi stessi che non ci piace, o la responsabilità del fallimento delle nostre vite.

Fu per suo desiderio che si trasferirono in Italia, a Genova, città d’origine di mia madre, e credo che lei abbia sempre rimpianto quella scelta.

Forse per questo, benché io abbia con Genova un legame molto stretto, ho sempre avuto e ho tuttora nel cuore una porta aperta verso altri luoghi; ma l’ho amata da subito, anche quando, per un lungo periodo, ho creduto di odiarla. È una città strana, ruvida, scorbutica, solitaria, apparentemente chiusa, ma capace di profonde tenerezze e di accoglienza concreta, senza fronzoli.

A Genova sono nata e ci vivo, ma non è per questo che la amo. È che Genova mi sorprende sempre. I suoi mari e le sue nuvole, San Martino alta e bassa, il Chiappeto e Borgoratti, il forte Richelieu, il Santa Tecla e il Puin, Boccadasse e Sampierdarena, Castelletto e la Maddalena, i carruggi e la Via Nuova, la Ripa Maris e il porto, i suoi monti sventrati e le sue divisioni, De André e Caproni, i salotti e i camalli.

Credo che anche il posto dove siamo nati influenzi il nostro carattere. Io non so se definirmi ruvida; scorbutica credo di sì, a volte; solitaria di sicuro, fino addirittura a una forma di lieve misantropia, che non mi impedisce di  incuriosirmi per le altre persone, di qualunque provenienza, e di coltivare (poche) amicizie profonde e durature.  La mia tenerezza l’ho conquistata a fatica con anni di lavoro, e la riservo a persone molto vicine o a piccoli gesti quotidiani, senza quasi mai esprimerla a parole. Il pudore di Genova. Il pudore di mia madre, e del mare. Perché dopotutto sono una donna di mare, benché non vada (per ora) in barca a vela; e lontano dal mare non potrei vivere; i luoghi dove ho immaginato e immagino, più o meno seriamente, di poter abitare sono molto diversi tra loro, ma tutti hanno in comune il mare.

Il mare, si sa, ha un forte simbolismo come luogo di origine e al tempo stesso di partenza, potrà essere pure una radice, ma è una radice instabile, in perpetuo movimento, aperta e infinita; è liquido protettivo ma anche profondo, abissale, anzi; arioso, azzurro e pieno di luce eppure oscuro e segreto. Chiunque sia nato vicino al mare non può non condividere sia pure in minima parte i suoi mutamenti di umore, i passaggi a volte inspiegabili dalla serenità all’agitazione e persino alla tempesta. E io lo so bene, io che passo per un tipo tranquillo e raramente agisco sopra le righe: perché nei miei pensieri – e nei miei improvvisi scatti d’ira – racchiudo tutte le inquietudini di tutti gli oceani del mondo.

 

Forse

Ecco le mie reazioni ancora eccessive, troppo pianto, troppo dolore, rabbia, anche, e tutta quella mancanza, tutta quella mancanza… questo buco che non si riempie mai, perché dopotutto è fatto della stessa materia di cui sono fatta io. Le stesse cellule, lo stesso miscuglio incasinato di ricerca di qualcosa di stabile a cui aggrapparmi e ricerca dell’instabilità come modo di leggere sempre il quotidiano in modo diverso. Forse, se non mi fosse arrivato qualcosa di così simbolico, suggello di un legame esattamente il giorno in cui. Forse, se non avessi aperto proprio quel giornale oggi che è il primo giorno dell’anno e volevo di nuovo ricordare, dopo essermi ripetuta mille volte che era inutile. Forse, se non avessi questa idea balzana dell’indispensabilità dell’inutile. Il fatto è che sei ancora un pezzo della mia mano, della mia caviglia, una qualche parte ribelle del mio stomaco che si ricorda anche quando non ci credo. E allora vorrei dirti che eri sempre tu, sei stato sempre tu, sempre, ma poi penso che forse è solo il mio cuore che batte da solo, e io non lo sento, ma soprattutto, tu non lo senti. Però, finché sei in qualche punto ribelle di me, posso ancora toccarti col pensiero, e sentirne il calore.

Natale con i tuoi

Non mi sento più saggia, tantomeno migliore. Forse, neanche peggiore. Sono più o meno, con i cambiamenti inevitabili che qualsiasi anno porta con sé, figuriamoci questo, la stessa strana donna misteriosa, probabilmente una strega, che vive appartata (benché nel mio caso non da sola) in una casa che non è in mezzo ai boschi, ma per quanto mi riguarda, è come se lo fosse, per i rapporti che ho con i vicini (e del resto, sono sempre più prossima a trasferirmi in una casa che è realmente tra i boschi, e in cima a una collina).

Alla fine, però, sono una persona da abbracci e strette di mano e coccole come chiunque altro. Per quanto da tempo gli scenari apocalittici spopolino in libri, film, e nei nostri incubi, penso che pochi avessero previsto che un abbraccio, una stretta di mano o un caffè con gli amici potessero diventare un pericolo, un atto di incoscienza, un desiderio proibito. E diventa una fortuna avere in casa qualcuno, non dover superare percorsi a ostacoli per incontrare i figli, anche se poi, mancano comunque genitori, zii e zie, fratelli e sorelle, e tante altre persone che qualche volta solo a Natale, o in quei dintorni, si riuscivano a incontrare.

In quest’anno dalle molte ombre, ho festeggiato con insolito calore il risultato delle elezioni USA, che per me ha rappresentato una delle poche luci, ma molto luminosa. La gioia che ho provato è sembrata strana pure a me: ho fatto – letteralmente – i salti, e la mia esultanza chiassosa ha stanato FiglioMinore dal soggiorno e lo ha spinto a chiedermi se avessi bevuto o fumato qualcosa. No, giuro, neanche un bicchierino, una sigaretta, niente. Semplicemente, ero stata praticamente incollata agli aggiornamenti, minuto per minuto, per quattro giorni: per quattro giorni ho seguito numeri, percentuali, commenti, smentite col muso incollato a tutti i siti che sembravano fornire informazioni più affidabili in tempo reale. Se avessi potuto, sarei scesa in strada a danzare e abbracciare le prime persone che capitavano. Un istintivo entusiasmo, una gioia pura, non mediata da niente, come nel 1982 per l’Italia di Bearzot, e con lo stesso urlo liberatorio (da allora il calcio ha perso quasi completamente interesse per me; la Terra, no). E poi ho ascoltato e compreso e anche condiviso dubbi, scetticismi, richiami alla prudenza, ma continua a importarmene poco.

Anche di quella luce mi sono presto dimenticata, e mi fa piacere ricordarla ora, che torno pian piano, e mai del tutto, a uscire di nuovo da quel velo di malinconia che mi accompagna da quando mi ricordo e fa al tempo stesso da protezione e da limite, da coperta calda e da costrizione dentro la quale scalpito per liberarmi. Mi riapproprio anche, in extremis, e non so se definitivamente o meno, ma non importa, della consapevolezza del valore di un desiderio forte, fortemente mio, che continuo ad accantonare per paura di qualcosa, e di cui invece voglio fare la mia forza e la mia luce, ma non contro la fragilità, perché è proprio dalla fragilità che nasce, dalla fragilità che acquista la sua energia.

Quest’anno che non è stato quasi per nessun un anno di nuove decisioni, in cui abbiamo fatto fatica a concentrarci, anche solo per leggere un libro, e le mancanze hanno a volte pesato tanto da spegnere forse persino le idee, o renderle confuse e accavallate, ecco, riappropriarmi di questo desiderio diventa di fondamentale importanza, e quindi l’augurio che voglio fare a chi passerà di qua è questo: riappropriatevi di un desiderio, uno piccolo, grande, che possa realizzarsi in dieci minuti o in dieci anni, ma che sia un desiderio decisamente, intimamente, fortemente vostro. E che l’anno nuovo possa portarvene altri, con la voglia, più forte di qualunque altra cosa, di mettervi sulla strada per farli diventare realtà, qualunque cosa questo comporti.

Bilanci

Avevo promesso di non sparire, e non intendo farlo, ma ebbene sì, questo anno pieno, come per molti, credo, più di sogni, nuovi progetti e nuove idee che di azioni concrete e di realizzazioni ha messo a dura prova tutto. Persino la scrittura, l’unica attività che pensavo sarebbe stata una presenza granitica in ogni momento della mia vita, qualunque cosa potesse succedere.

Non potendo viaggiare, non potendo praticamente vedere nessuno (e avendo scoperto che a me, misantropa quale sono, questa cosa è mancata un casino), mi sono messa a studiare. Un sacco di cose, come sempre. Nello stesso modo caotico e dispersivo con cui nella vita mi sono innamorata e disamorata varie volte di argomenti, passioni, canzoni, qualche volta anche di persone, e, spessissimo, del mondo.

E a guardare serie TV. Una, in effetti. E non so se ringraziare il Cielo e l’Inferno per Supernatural e per Sam e Dean, attraverso i quali ho potuto vivere, se non altro di riflesso, una vita eroica (e per Jared Padalecki, e per altri, che sono pure loro un balsamo per gli occhi), oppure maledire questa ulteriore, ennesima causa di distrazione che mi allontana dai miei obiettivi e, in certa misura, dalla realtà. L’unica cosa di cui ho scritto in questi mesi (in inglese, come vedrete se cliccate sul link), perché mi sono nascosta dietro storie e vite altrui e dietro la passione, questa sì irrinunciabile, per quella lingua che come ho detto altre volte, dovrebbe essere casa mia, e vorrei che lo fosse, e a volte la sento tale, ci provo con tutte le mie forze, perché lì sono metà delle radici del mio albero, e metà della strada su cui cammino.

Sam – dolce, leale, riflessivo, testardo, ironico e coscienzioso Sam del mio cuore, che quando non sa come affrontare un problema, che sia un mostro, la fine del mondo, Dean in pericolo di vita o la ricetta di un incantesimo, legge e studia, anche su Internet, ma preferibilmente sui libri (come non amarlo?). Sam che ha un cuore grande come una casa, ed è a causa di quel cuore che commette i suoi peggiori sbagli. Per essere quello “prescelto” dai demoni da piccolo, ha una commovente fiducia nelle possibilità del bene, anche nei momenti più oscuri. Quando viene toccato negli affetti più cari, diventa spietato e quasi senza scrupoli, ma si finisce per perdonargli anche questo, perché è estremamente generoso e pronto a dare la vita per proteggere o salvare altri (tutti gli altri, se potesse: ogni morte gli pesa come un macigno). Questo gli interessa molto di più che uccidere mostri, cosa che vede più che altro come un mezzo per raggiungere quel risultato: non lo fa per senso del dovere, ma perché ogni singola persona è importante per lui. Frase preferita: there’s always a way (c’è sempre un modo) e I/we will fix it (ce la farò/faremo, sistemerò/sistemeremo le cose). Difetto più grave: adora suo fratello e gli permette di fare il bello e il cattivo tempo anche quando non ce n’è motivo, perché Dean si è preso cura di lui da piccolo e tacitamente continua a farglielo pesare, sicché Sam si sente in colpa ogni volta che tenta di farsi una vita sua, lontano da demoni e mostri.

Dean – il macho che scherza di fronte al pericolo – di fatto il più tormentato dei due, sempre arrabbiato con qualcosa e/o qualcuno, di solito col mondo intero, a mascherare un cuore di panna (è molto più sentimentale di Sam, ma non lo ammetterebbe mai) e, soprattutto, un senso di responsabilità che comprende tutti e nessuno in particolare. Ama il rock classico e il cibo spazzatura, beve troppo e gli piacciono molto le donne: in genere ha molta fortuna con loro, è contento ma anche geloso quando qualcuna gli preferisce Sam, al quale toccano comunque, ovviamente, gli affetti più profondi e duraturi, perché l’unica “creatura” di genere femminile che Dean è in grado di amare nel tempo è Baby, la sua macchina (la famosa Chevrolet Impala del 1967). Dean è quello che irrompe ad armi spianate e spara a qualunque cosa gli sembri lontanamente “non umana”. Crede nel dovere di lottare contro il male, ma non nella possibilità di vincere. È del tutto incapace di stare da solo. A volte mi fa tenerezza, a volte lo detesto. Frase preferita: awesome (fantastico: sia in senso proprio, sia in senso ironico). Difetto più grave: l’arroganza.

Gabriel – che è (un pochino) meno bello ma assai più simpatico di quanto sembri qui. Decisamente il mio arcangelo preferito. Non compare molto (purtroppo), ma tutte le volte che succede è una gioia.

Crowley, il Re dell’Inferno, perfido Inglese, adorabile canaglia (e forse non uo dei più belli, ma sexy da morire!)

Castiel, l’angelo dalle molte personalità e dai magnifici occhi blu

Vero, trovo le sceneggiature di Supernatural alquanto ben scritte, in generale, pur con qualche caduta (ma suvvia, se fosse perfetto ci piacerebbe di meno, no?), e penso che potrei imparare come si scrivono i dialoghi, come dire senza dire, come esprimere emozioni con un breve tratto di penna, un primo piano e un aside.

Ma la verità vera è che se la nostra vita ci bastasse, se non fossimo infinitamente contraddittori e non volessimo cose diverse e in insanabile contrasto tra loro, probabilmente non avremmo inventato né la scrittura, né il cinema e la musica, e nemmeno le serie TV.

Per cui, mentre cerco di capire se voglio rimettermi in gioco ancora una volta, e come, e quanto; se il mio scarso senso pratico mi permetterà di realizzare un progetto che coinvolgerebbe le lingue, l’amore per i viaggi, le mie arrugginite conoscenze giuridiche, un paio di talenti che forse ho e un altro paio che dovrei inventarmi e costruirmi; e se la realizzazione di questo progetto (o sogno, o vaga idea) finirebbe per compromettere irrimediabilmente l’unica cosa che credevo valesse per me più di ogni altra (la scrittura, again, e tutti i suoi contorni e dintorni); mentre continuo a fare bilanci di quest’anno e of the road so far sempre nel modo caotico di cui dicevo, uso Supernatural e lo benedico, sì, perché mi ha messa ancora una volta di fronte al fatto che volevo rendere straordinaria la mia vita e non l’ho (ancora) fatto, non quanto chiedevo a me stessa (peraltro, sono consapevole che mi sono sempre chiesta e continuo a chiedermi parecchio). Di fronte al fatto che volevo lasciare qualche traccia buona nel mondo, qualunque cosa questo potesse costare, e ogni giorno mi arrendo un po’ e poi un pochino riprendo a combattere, contro demoni, parti oscure, stanchezza e molto altro. Che mi piacciono gli eroi, purché siano testardamente leali e non perdano mai la tenerezza (e amino leggere e fare ricerche). E che la mia vita continua a non bastarmi, e io continuo a volere almeno venti cose diverse e in insanabile contrasto tra loro.

E dunque, sono ancora, e di nuovo, qui, oggi, e forse domani, o dopodomani, o tra una settimana o un mese, a preparare il pandolce, questa volta solo per noi quattro, e a domandarmi quanto, davvero, sono disposta a dare e togliere e fare, in concreto, per la scrittura, quanto mi importa di ritrovarla in fondo alle stanze segrete murate nel seminterrato in cui troppe volte la nascondo, e ritirarla fuori e non nasconderla più.

P.S. perdonatemi se ho messo solo foto di personaggi maschili: ci sono alcuni personaggi femminili che adoro, e le donne del cast sono tutte una più bella dell’altra, ma in questi giorni avevo voglia di rifarmi un po’ gli occhi. Magari nei prossimi giorni…

The Emerald Isle Dream – Sognando l’Irlanda

It’s decided. My next trip will be to Ireland. I’ll write more on this soon, I’m preparing an itinerary. I’m not living in a nightmare, I can’t say that, not at all, I’m fine, and my life is good under so many aspects. But. I need a dream, one that matters and that can come true. Not tomorrow, but not so far in the future either. So, Ireland it is.

Ho deciso. Il mio prossimo viaggio sarà in Irlanda. Ne scriverò ancora, perché sto preparando un itinerario. Non posso certo dire che sto vivendo in un incubo, assolutamente, al contrario, sto bene e pur con difficoltà e tensioni inevitabili, è un periodo positivo sotto molti aspetti. Ma. Mi serve un sogno, un sogno che abbia un significato profondo, e che sia realizzabile. Non domani, ma neanche in un futuro troppo lontano. Che Irlanda sia!