Giulia e il Trovarobe

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Foto dal web

Giulia aveva un gatto. Si chiamava Ermes, e non era un gatto come gli altri. Cioè, il suo aspetto era abbastanza comune, un bel pelo grigio lucente, curiosi occhioni verdi e baffi bianchi sottili come fili di nylon, sempre all’erta. Però Giulia era convinta che Ermes fosse una specie di mago, perché qualsiasi cosa lei perdeva, un giocattolo, una calza, un fermaglio, poteva stare sicura che lui glielo avrebbe ritrovato. Bastava che dicesse, per esempio: “Ermes, fermaglio”. E in capo a dieci minuti al massimo, ecco il suo fermaglio ben in vista in un posto dove non poteva non vederlo.
La mamma diceva che era lei che era disordinata, lasciava le cose in giro e il gatto se le trascinava via per poi riportarle chissà dove, ma Giulia sapeva che non era così. Perché non era mai successo che se gli chiedeva una cosa qualsiasi, magari scomparsa da mesi, lui non gliela facesse ritrovare.
Così per tutta la famiglia il gatto di Giulia era diventato Ermes il Trovarobe.
Un giorno a Giulia venne un’idea, perché era molto curiosa e le piacevano le strade nuove, e pensò che Ermes avrebbe potuto trovarle la strada dei sentieri perduti.
Una strada così doveva esserci, perché quando qualcuno si perdeva, prima di ritrovare la via giusta c’era tutto un pezzo di cammino che faceva così, a caso, e quel pezzo di cammino poi dove andava a finire? Doveva essere una strada molto più bella di quelle che non si perdevano mai, piena di storie fantastiche, di professori con la testa tra le nuvole, di poeti, di persone venute da paesi lontani dove magari esistevano ancora le fate.
Doveva trovare quella strada a tutti i costi, e chi avrebbe potuto aiutarla se non Ermes?
Ma quando glielo chiese, lui rispose solo miao.
Fu così il primo giorno, il secondo, il terzo. Passò un mese, ne passarono due, e poi tre, e venne l’estate. Ma la strada dei sentieri perduti Giulia non l’aveva ancora trovata.
Giulia abitava in una piccola città sul mare, e l’estate era per lei la stagione più speciale di tutte. Aveva una tale passione, per il mare, che sarebbe rimasta in silenzio a guardarlo per ore senza far nulla, soltanto pensare, seguendo con la mente il ritmo delle onde e colorando i suoi sogni con l’azzurro dell’acqua. Sognava che un giorno avrebbe avuto una barca come casa, e avrebbe vissuto sempre sul mare.
Qualche volta si portava dietro anche Ermes. Era sempre stato un gatto tranquillo, si rannicchiava nel suo cestino e dormiva, incurante delle follie della sua piccola amica, aspettando paziente che venisse, per tutti e due, l’ora della pappa.
Ma un giorno di quell’estate, inspiegabilmente, Ermes fuggì. Giulia era andata a fare il bagno, e al suo ritorno il micio non c’era più. Inutilmente lo chiamò, inutilmente lo cercò in ogni angolo della spiaggia, tra gli alberi dei giardini, sulla piazza coi gatti vagabondi, tra le macchine del parcheggio.
Sempre più preoccupata, continuò a camminare finché giunse ad una piccola cala dove non era mai stata prima. Era un po’ nascosta e protetta da alti scogli, ma presa com’era dall’angoscia Giulia li aveva saltati senza neanche accorgersene.
E lì in pieno sole, spaparanzato a guardarla innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo, c’era Ermes. E dietro Ermes, una barca rovesciata.
Mentre il micio continuava a fissarla, Giulia prese a intonare una strana filastrocca mai sentita prima:

Barca, piccola barca
Sogno di luna
Canta sull’onda
La vela fatata
Il tempo va in fretta,
piccola barca,
il guizzo di un pesce
l’istante di un sogno
e sei già arrivata…

Giulia era sicura che sotto la barca ci fosse qualcuno, sentiva il rumore di un respiro un po’ affannato. Ma chi era? Forse un elfo, o una strega, o forse solo un vecchio che voleva restare solo ed essere lasciato in pace. Incerta su cosa fare, Giulia stava infine per andarsene, quando la barca si sollevò, e uscì fuori un bambino più o meno della sua età.
– Ciao – disse Giulia.
– Ciao – disse l’altro bambino.
– Come ti chiami? – Chiese Giulia.
– Ahmed – rispose lui.
– Che nome buffo! Esclamò lei.
– Non è buffo, è solo che vengo da lontano. – parlava l’italiano con un po’ di difficoltà e un accento al tempo stesso duro e musicale.
– lontano dove?
– Dal Marocco, in Africa.
– E come mai sei qui? Hai perduto la strada?
– Sì e no – disse Ahmed.
– Come, sì e no?
– La strada di casa non si perde mai. Però altre strade si possono perdere. Noi siamo andati via perché abbiamo perso la strada della speranza. Nel mio paese quella strada non si trova più, è solo un vicolo cieco che non porta da nessuna parte.
– Beh, ma se è solo per questo, Ermes quella strada lì te la può ritrovare. Lui trova tutto, sai? Lo chiamiamo Ermes il Trovarobe. Pensa, qualche mese fa gli ho chiesto di trovarmi la strada dei sentieri perduti. Ci ha messo un po’ di tempo, però alla fine l’ha trovata, perché qui ci sono i tuoi sentieri perduti, no? E io scommetto che chi si perde ha storie bellissime da raccontare e anche tu ne hai.
Ahmed scoppiò a ridere, ma poi, mentre Ermes lo fissava, anche lui cominciò a cantare la sua nenia sconosciuta.

Barca, piccola barca
Sogno lontano
Il tempo si ferma
Luna stregata
Sull’acqua d’argento
Danza la vela
al suono del mare
piccola barca
adesso è arrivata…

Allora Ahmed disse, guardando Ermes: – Sai, forse il tuo gatto un po’ magico lo è. Forse è davvero qui il sentiero che cercavi tu, e anche la strada che avevo perso io.
E poi cominciò a raccontare…

Udite udite

Vedete che funziona, è meglio di un incantesimo…

Ho scritto dei miei progetti, ho dato loro un ordine anche secondo la semplicità di realizzazione e… magia… il primo è in parte già concretizzato. Ho già pronto un pdf, del tutto artigianale ma comunque fatto con affetto, che raccoglie gli articoli che avevo postato finora sull’eroe nei miti (l’introduzione, il primo capitolo sull’eroe sciamano e il secondo sui miti greci).

Chi lo vuole non ha che da chiedere, posso inviarvelo per email, magari metto un link anche qui, è del tutto gratuito ma, eccezionalmente, protetto da password. Del resto io per pigrizia non ho ancora fatto la pagina dei diritti d’autore (forse sarebbe il caso che le dessi priorità?) ma mi sembra scontato, tutto quello che pubblico è frutto della mia testa balzana (a meno che non sia specificato diversamente). Ovvio che mi faccia un immenso piacere se circola: reblog, recensioni, citazioni, disegni a tema, ricette gastronomiche che si ispirino ai miei post, va bene tutto, anzi, adoro tutto, ma tanto di più se citate la fonte (la sorgente, la polla, il rubinetto, insomma, ci siamo capiti).

Poi restate sintonizzati perché sono in arrivo altre novità (forse): una o due giornate a settimana fisse per il romanzo, una per i post sull’adozione, una per il seguito dei post sui miti. Il resto (poesie, racconti, citazioni, libri, musica ecc.) continuerà penso a essere postato random. Non pretendete troppo, via su, siete incontentabili! Quelle sono cose che devono seguire l’estro del momento 😀

 

Il figlio perfetto

Niccolò amava la notte, perché di notte non doveva scappare. Non dagli sguardi severi di suo padre, non dal terrore di deluderlo, o dall’ansia di dover essere sempre il primo, dai suoi compagni che sfuggivano la sua pretesa perfezione, senza capire che lui non poteva non essere perfetto, che dentro di sé aveva le stesse loro paure e la stessa voglia di sbagliare, ma era necessario che fosse perfetto.
Era necessario, perché suo padre controllava il suo grado di perfezione, e non era mai abbastanza. Con un cenno accoglieva i suoi dieci a scuola, fissandolo con aria di riprovazione se per una volta il voto era un nove. Senza un segno di sorriso ascoltava il professore di tennis lodarlo come un piccolo campione, proprio come era stato lui, anche se poi aveva dovuto smettere quando aveva cominciato a lavorare. Ma se Niccolò sbagliava un passante incrociato, se la pallina finiva fuori di un soffio, se un tentativo di ace finiva invece in net, poteva star sicuro di sentire lo sguardo deluso di suo padre dietro la nuca. Lo vedeva, quello sguardo, anche senza voltarsi, e lo costringeva a tenere la testa bassa, senza piangere perché piangere non era da uomo.
Per questo Niccolò amava la notte. Era l’unico momento in cui nessuno lo controllava. Probabilmente se suo padre avesse potuto, avrebbe detto la sua anche sui sogni che doveva fare. Anzi, i sogni glieli avrebbe proibiti del tutto. I sogni sono improduttivi, irrazionali, per nulla adatti a un futuro ingegnere.
Non che Niccolò volesse essere un ingegnere. Lui faceva disegni e scriveva poesie, ma di nascosto però, perché quelli che suo padre aveva trovato, glieli aveva sventolati davanti agli occhi come esempio della perversa ingratitudine di quel figlio bislacco, e poi li aveva stracciati.
“Io non ti mando a scuola perché impari a fare scarabocchi e scribacchiare versi insulsi. Credo che sarai d’accordo con me che questo ti fa perdere del tempo che puoi invece utilizzare in modo più utile. Tra un po’ andrai alle superiori e poi all’università, studierai ingegneria e ti leverai tutti questi grilli dalla testa”.
“Ma papà…” aveva timidamente tentato di rispondere lui.
Suo padre lo aveva costretto con un’occhiata a inchiodare lo sguardo a terra.
“Dimmi pure, se sei proprio sicuro di avere qualcosa da obiettare”.
“Scusa, papà, ma io preferirei…”
Suo padre lo aveva interrotto bruscamente.
“Lo so benissimo cosa preferiresti. Preferiresti bighellonare tutto il giorno, giocare a pallone come quegli sciocchi dei tuoi compagni, fare i tuoi compiti svogliatamente, e magari neanche quelli, e scrivere le tue… poesie!” Aveva detto quest’ultima parola con tale accento di disprezzo che Niccolò era ammutolito definitivamente. E poi aveva aggiunto quelle parole che ancora adesso gli bruciavano dentro, peggio di una cinghiata:
“Sono io che ti mantengo, e fino a che resti in questa casa, devi fare quello che ti dico io”.
Da quel momento Niccolò era stato certo che suo padre non lo teneva con sé per affetto, perché gli faceva piacere averlo vicino, ma solo perché in quel modo poteva essere sicuro di controllarlo, in modo che i soldi che spendeva per lui, prima o poi andassero a frutto.
Era stato il suo primo e ultimo tentativo di ribellarsi alla volontà di suo padre.
Questi pensieri passavano nella sua mente mentre come ogni sera aspettava di addormentarsi, con gli occhi chiusi ma ancora sveglio, sospeso tra un vago, irrealizzabile desiderio di cambiare le cose nella realtà, e la voglia, più facile da soddisfare, di dimenticare tutto per qualche ora cercando il conforto dei sogni.
Ma qualcosa, quella sera, stava andando in modo diverso dal solito. Proprio mentre stava, finalmente, per cedere al sonno, fu svegliato del tutto da qualcosa che lo soffocava, togliendogli l’aria. Si guardò intorno e vide uno strano, buffissimo ometto che lo additava e rideva. Era grande meno della metà di lui, e avrebbe voluto prenderlo per la collottola e chiedergli cosa stava succedendo, ma si accorse che non poteva. Era chiuso in una sorta di guscio di vetro senza porte, senza la minima apertura di alcun genere. Ecco perché gli mancava l’aria. Prese a smaniare e dibattersi, tirando calci e pugni contro quella gabbia spaventosa, mentre il respiro gli veniva a mancare. Pareva che quell’omino volesse farne una specie di oggetto da collezione, come le farfalle che suo padre teneva nello studio, inchiodate con spilli, chiuse dentro minuscoli scatolini, chissà perché. Non c’era né vita né bellezza in quelle farfalle, erano solo oggetti morti.
L’omino voleva ucciderlo, allora? Ma perché?
Per molti minuti Niccolò non riuscì a far altro che dimenarsi con urla silenziose, perché il fiato non gli usciva dalla gola, ed era come se picchiasse se stesso. Si faceva male, ma il guscio non si apriva. Fino a che comprese che non avrebbe mai potuto, così, restituire fiato ai polmoni. Si calmò. Tacque. L’ometto là fuori faceva gesti e smorfie, quasi incitandolo a riprendere quella sua forsennata attività. Niccolò invece cominciò a picchiettare con le dita la parete di vetro. Se qualcuno lo aveva infilato lì dentro, pensò, evidentemente doveva essere anche possibile uscire.
Senza più fretta né impazienza, quasi con delicatezza, senza più contare il tempo, e senza quasi più paura. Finché d’improvviso, chissà come, il guscio si aprì in due metà come un uovo di pasqua.
E Niccolò tornò a respirare.
Un attimo dopo, vide davanti a sé il viso di un altro bambino. Era avvolto in una specie di nebbia dal collo in giù, e sembrava un po’ triste un po’ contento.
– Sei stato bravo – disse il bambino. – Se tu non avessi aperto quella prigione di vetro, io sarei ancora tutta immerso nella nebbia. Però per liberarmi del tutto dovresti fare ancora due cose, vuoi?
Niccolò lo guardò, confuso e spaventato, ma anche con tanta voglia di dirgli di sì.
– Mi piacerebbe aiutarti, ma non so se ce la faccio, – disse. – E poi chi sei?
Lui gli sorrise.
– Questo lo capirai da te, a suo tempo – rispose.
Questo un po’ fece arrabbiare Niccolò, però chissà perché gli fece venire ancora più voglia di farlo uscire da quella nebbia. Poi magari avrebbe preso a pugni quel piccolo insolente, anche se non aveva mai preso a pugni nessuno, però adesso aveva un gran desiderio di farlo.
Un attimo dopo vide un’ombra allungarsi, allungarsi sempre più, e poi ingrandirsi, fino a diventare enorme, coprendo tutto con un buio che non era quello normale della sua stanza a luci spente, ma un nero più nero di qualsiasi notte senza stelle. Eppure c’era qualcosa di rassicurante in quell’ombra. Guardò su e vide un enorme gigante, tanto grande che il palazzo dove c’era casa sua non avrebbe potuto contenerlo tutto intero. Era davvero spaventoso, e aveva anche una faccia sgradevolissima. Niccolò sapeva che era sicuramente cattivo, eppure non sapeva se voleva combatterlo. Non solo perché era così grosso e pericoloso, non è neanche che avesse tanta paura quanto forse avrebbe dovuto. Ma c’era qualcosa che lo frenava, come se in un certo senso quel gigante lo proteggesse da qualche enorme pericolo.
E in un primo tempo parve infatti che il gigante volesse solo tenerlo al riparo della sua gigantesca mano, senza fargli male, al contrario, quasi per difenderlo. Eppure…
Impercettibilmente quella mano si muoveva, si faceva più vicina a lui. E più la mano si avvicinava, più Niccolò si sentiva schiacciato da un peso insopportabile, fin quasi a toccare con la faccia per terra. Qualcosa dentro di lui gli diceva che non doveva farsi abbattere, ma era tanto più facile e comodo lasciarsi andare, lasciare che il gigante lo coprisse con la sua ombra, non dover scegliere, non dover combattere…
Però quel peso diventava sempre più doloroso e d’improvviso gli venne il pensiero di quel bambino che doveva liberare dalla nebbia. Sentì dentro una grande rabbia contro il gigante, e una grande forza. Proprio quando stava per essere definitivamente buttato a terra e schiacciato come un insetto, con tutta quella rabbia e quella forza riuscì a tirarsi su. E più si tirava su, più il gigante si rimpiccioliva, fino a che poté guardarlo dritto negli occhi. E più lo guardava, più il gigante rimpiccioliva ancora, fino a che scomparve in una nuvola di cenere.
Niccolò poté finalmente voltarsi e vide accanto a sé il bambino di prima che era emerso dalla nebbia fino alla cintola e gli sorrideva, sempre con un po’ di tristezza, ma molto più contento di prima.
Aveva appena finito di provare sollievo che sentì un immenso dolore nel petto, come se il cuore dovesse scoppiargli da un momento all’altro. Smarrito, abbassò la testa e vide un enorme mucchio di strani vermi d’oro che gli ballavano sul torace e cantavano:

desideri mai realizzati ti divorano il cuore
nella notte li sogni, muoiono al mattino
ognuno il suo verme, ognuno un dolore
che ti resta nel petto, ti impedisce il cammino
c’è un solo rimedio, che non sia falso e bugiardo
levarsi di dosso ogni pelle di troppo
fino a che il sogno si sveli allo sguardo
dalla gola si sciolga l’inutile groppo
con occhi d’altri non potrai mai vedere
e udir con altrui orecchie neppure, direi:
perché dunque ubbidire sol degli altri al volere
lasciar che sian gli altri a decider chi sei?

Niccolò non capiva tutto quello che dicevano. Cosa voleva dire levarsi di dosso la pelle di troppo? Ma sapeva cosa voleva dire quando i sogni ti mangiano dentro. Che quegli animaletti fossero d’oro non toglieva nulla al fatto che si stavano divorando il suo cuore. Niccolò provò a toglierne uno, due, dieci, venti, ma per ogni verme levato, ne nascevano altri cento. Il bambino nella nebbia, doveva cercare il bambino nella nebbia. E in quel momento vide uno strato di pelle staccarsi dal suo petto. I vermi cominciarono a contorcersi. Gli parve di sentire qualcosa, come una musica, non più la canzone stonata dei vermi d’oro, ma qualcosa che veniva direttamente da lui. La musica era una cosa buona? Suo padre ascoltava dei dischi, ma quando lui gli aveva chiesto di poter imparare a suonare, gli aveva risposto che non lo riteneva compatibile con i suoi impegni scolastici. Quelle erano state proprio le sue parole, le ricordava bene. Provò a immaginarsi con una chitarra in mano, e un altro strato di pelle gli venne via dal petto. Ma non faceva male, al contrario. Si sentiva più leggero. Come se qualcuno gliel’avesse appiccicata addosso quella pelle, come se non avesse fatto davvero parte di lui. I vermetti adesso erano rimasti pochissimi, e la musica che gli veniva da dentro si era fatta più forte. Era bella, era sua, la sua musica, la sua canzone. Provò a immaginare di riempire quella canzone di parole e di immagini. Suo padre non lo sapeva, ma lui era bravo a colorare le cose con le parole, a disegnare poesie, a dipingere la vita con i racconti. Lui voleva continuare a scrivere, a disegnare, a raccontare. Si guardò il petto e vide che l’ultima pelle si era staccata, lo vide nudo, come avrebbe dovuto essere, senza più vermi, d’oro o non d’oro. E il bambino era uscito definitivamente dalla nebbia e gli sorrideva, e lui non poteva prenderlo a pugni perché gli somigliava troppo, gli pareva di guardarsi in uno specchio.
Finalmente si addormentò.
L’indomani, per prima cosa, disse a suo padre che voleva imparare a suonare la chitarra, che avrebbe ripreso a scrivere poesie e disegnare, e che non avrebbe fatto l’ingegnere.
– Tu mi mantieni perché devo ancora crescere – gli disse. – E io sono in questa casa perché sono tuo figlio. Solo per questo.
Non so se suo padre lo ascoltò, quella prima volta. Non so se lo fece la seconda volta, o la terza. Ma presto o tardi deve averlo ascoltato per forza, perché Niccolò è diventato un grande poeta, e gira il mondo raccontando storie con le parole, con i disegni, e con la sua inseparabile chitarra.

IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba – Gli eroi romani

Ben diverso dall’eroe greco è quello romano, il soldato tutto d’un pezzo che non ha altri amori che Roma, che non si pone mai dubbi. L’eroe romano non ha scelte difficili da fare, non ha domande da porsi, non conosce sfumature o ripensamenti.

Si tratta in effetti, più che di uomini con le loro qualità, debolezze e complessità, di personificazioni delle principali virtù che si volevano trasmettere ai giovani, specie patrizi: l’amor di patria, il coraggio militare, la semplicità e la morigeratezza.

Non è un caso, forse, che la straordinaria satira di Asterix abbia colpito i Romani e non i Greci. Con i Greci ci possiamo identificare, possiamo sentirci vicini a questi uomini che hanno dato tanto ma senza rinunciare alla loro umana fragilità. I Romani sono troppo lontani da noi, troppo sicuri di sé e certi della loro incrollabile verità: o sono il nostro incubo, o ridiamo di loro.

Prendiamo Orazio Coclite, che da solo affrontò un intero esercito etrusco, quello di Tarquinio il Superbo, ultimo Re di Roma. Questi, mandato in esilio, voleva tornare e aveva chiesto aiuto agli etruschi (dai quali del resto probabilmente proveniva, come rivelerebbe il suo nome, come quello del suo predecessore Tarquinio Prisco). Gli Etruschi arrivarono fin sulle porte della città; stavano per entrarvi, dovevano solo attraversare il Tevere attraverso il ponte Sublicio. Dopo averli sconfitti da solo (mentre i suoi soldati distruggevano il ponte), Orazio si gettò nel Tevere e, nonostante l’armatura, riuscì ad attraversarlo e a rientrare in città dove fu onorato addirittura con la prima statua mai dedicata a un uomo.

Sempre nel conflitto con gli Etruschi si pone l’episodio di Muzio Scevola. Il giovane aveva ottenuto dal senato il permesso di entrare nel campo nemico per tentare di uccidere Porsenna, re della città di Chiusi e capo della lega dei popoli etruschi. Giunto al campo nemico, dopo aver ucciso quello che credeva il re, si accorse che si trattava in realtà di un suo scrivano; catturato e portato al cospetto del sovrano, Muzio pose sul braciere ardente la “mano che aveva fallito” e la tolse solo quando fu completamente consumata. Proprio per questo prese il soprannome di Scevola (“il mancino”), con cui è passato alla storia. Porsenna, impressionato dal gesto e ammirato, decise di liberarlo. Muzio allora inventò una storia, per spaventarlo: gli disse che c’erano trecento giovani nobili romani intenzionati a ucciderlo, e che se lui che era il primo aveva fallito presto sarebbero arrivati gli altri.

Porsenna, che già aveva visto Orazio Coclite e ora si trovava alle prese con Muzio Scevola, si impaurì, temendo questi Romani così pieni di valore e attaccamento alla patria; decise di proporre trattative di pace, ma come prima condizione chiese alcuni ostaggi. Tra gli ostaggi però c’era qualcuno destinato a dargli ancora filo da torcere: si tratta di una fanciulla, la giovane Clelia; questa riuscì a fuggire, ad attraversare il Tevere a nuoto e a riportare a Roma sane e salve tutte le fanciulle romane che erano con lei. Porsenna se la prese un po’ e minacciò di interrompere le trattative: i Romani allora rimandarono gli ostaggi e a quel punto Porsenna, ancora una volta stupito del loro coraggio e della loro correttezza, decise di liberare gli ostaggi una volta per tutte.

Un altro romano famoso, grazie alla semplicità e all’austerità dei suoi costumi, fu Lucio Quinzio Cincinnato (“riccioluto”); narra la leggenda che, nel momento in cui gli fu consegnata la nomina a console, Cincinnato stava arando il suo campicello; e non perse mai la passione per l’agricoltura: infatti quando fu eletto dittatore per combattere contro gli Equi rimase in carica giusto il tempo di sbaragliare i nemici e riportare una bella vittoria; subito dopo rinunciò a ogni onore e incarico politico, e tornò ad arare il suo campicello. Non disdegnò invece gli onori Marco Furio Camillo, valente generale: con le guerre che condusse portò Roma a raddoppiare il suo dominio territoriale. Era in un momento di riposo lontano dalla città quando venne a sapere che i Galli avevano preso Roma; pronunciando la famosa fraseNon con l’oro ma con il ferro si salva la patria fece immediatamente ritorno e cacciò via gli invasori.

Cneo Marcio Coriolano, così chiamato perché conquistò la città di Corioli, apparteneva alla classe dei patrizi; i plebei non lo amavano fatto, e accusandolo di volerli ridurre alla più totale povertà riuscirono a farlo esiliare dalla città; questo si recò presso i Volsci, e li convinse a dargli in mano il loro esercito per guidarlo contro Roma; la leggenda vuole che dopo i primi successi acconsentì alle preghiere della madre Veturia e della moglie Volumnia, e si ritirò, andando incontro alla morte (i Volsci lo uccisero per averli illusi e delusi) per non mandare la sua città in rovina; però questo personaggio è uno dei più controversi: si dice che sia stato inventato solo per esaltare la classe patrizia e la sua nobiltà d’animo (oltre che per dare una spiegazione alla guerra contro i Volsci).

Possiamo chiudere con due personaggi che forse non sono considerati eroi in senso stretto e tuttavia possono essere considerati per certi aspetti vicini a un più moderno concetto di coraggio, i Gracchi (Tiberio e Caio), tribuni della plebe, uccisi per le avanzate riforme che avevano voluto proporre in favore del popolo.

 

Belfiore – 6a parte – Fine!

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La stella di Betlemme è il primo o uno dei primi fiori di primavera

Anche questa volta andò per prima cosa a parlare con Stella di Primavera, per dirle che era riuscito anche nella terza prova.

Quando la Principessa vide che il giovane era riuscito in tutte quelle imprese, gli diede un bacio e gli disse:

– Hai fatto grandi cose, però adesso viene il compito più difficile di tutti, cioè sconfiggere mio padre definitivamente, altrimenti appena lui avrà quei tre preziosi oggetti, non esiterà a ucciderti. Adesso avrai bisogno del mio aiuto, poiché nulla può fermare il Re del Fuoco se non proprio le tre cose che sei andato a cercare: la Pietra della Forza contro la sua potenza invincibile, lo Scrigno della Saggezza contro i suoi poteri magici, e la Spada del Coraggio contro il tremendo terrore che è capace di ispirare in tutti gli esseri viventi. Quando ti troverai in difficoltà strofina la Pietra tre volte. Se ancora non dovesse bastare, apri lo Scrigno, e se neppure così riuscirai a sconfiggere il Re, tira fuori la Spada dalla sua elsa. E’ l’unica cosa che possa ucciderlo.

Poi Stella di Primavera indossò il suo abito che l’avvolgeva come una lieve nuvola bianca, con un ricamo di vento e piccole gocce di pioggia fresche come l’alba di un mattino di aprile, e con quell’abito andò da suo padre, perché il lieve soffio del vento e la pioggia d’aprile lo indebolissero e gli facessero dimenticare per tre giorni almeno di chiedere i tre oggetti che Belfiore era andato a cercare.

In quei tre giorni diede da mangiare a Belfiore le bacche dell’Albero della Vita, gli diede da bere acqua della Fonte di Ochran, dove anche la Pioggia andava ad abbeverarsi prima di scendere sulla terra, e lo fece dormire in un letto di foglie di quercia, per renderlo più forte.

All’alba del terzo giorno, la Principessa cantò una canzone che era una preghiera agli elementi di tutte le stagioni, perché aiutassero Belfiore a sconfiggere il Re del Fuoco:

Chiedo che tu, Pioggia gentile,
non tolga il tuo dono alla terra assetata
non la luce del Sole illumini aprile
ma il fulmine forte, la saetta spietata
Chiedo che il Sole, per oggi soltanto
dall’incantevole Luna stregato
resti nascosto, rimanga al suo fianco
Così che Belfiore, mio sposo, mio amato
dalla Notte protetto, dall’ombra fedele
non soccomba alle fiamme del fuoco crudele
E tu Vento, ribelle giocoso
non bufera ti chiedo, o uragano,
ma un alito dolce, un respiro amoroso
che l’ardore del fuoco porti lontano
soffio che le forze ritempra, e il cuore rinsalda
E che infine la Terra, facendo barriera,
il mio amore difenda dall’onda troppo calda
Così Pioggia e Sole, terra ed aria leggera,
aiutatemi a spegner del fuoco il furore
così che il mio principe sia il vincitore

 

Quando Stella di Primavera finì di cantare, il Re del Fuoco si risvegliò dal suo torpore e scoprì che erano passati tre giorni dal termine che aveva dato a Belfiore per portargli la Pietra della Forza, lo Scrigno della Saggezza e la Spada del Coraggio. Allora capì che sua figlia lo aveva ingannato, e si infuriò al punto che l’avrebbe uccisa, ma la fanciulla venne protetta dagli alberi del bosco, che la nascosero tra i loro rami, poiché grazie a lei essi continuavano a vivere e non erano distrutti dal suo malvagio padre.

Allora il Re rivolse tutta la sua collera contro Belfiore.

– Dammi subito la Pietra, lo Scrigno e la Spada – gli ordinò, minacciandolo se non avesse obbedito di tremendi castighi.

– Se volete la Pietra – disse il giovane – dovrete lottare per averla.

Il Re del Fuoco si mise a ridere, perché era molto più forte e potente di quel piccolo ragazzo, e aveva armi che il giovane non possedeva. Poteva scatenare contro di lui tutte le fiamme del suo vasto regno, e così fece.

Ma prima che una sola scintilla potesse lambire il giovane principe, il Sole si ritirò lasciando che il ragazzo si nascondesse in un’ombra scura come la notte, scrosci di Pioggia caddero in un fragore di tuoni, la Terra sollevò una barriera contro il fuoco, e quando ormai non c’era più che qualche brace senza forza, il Vento inviò il suo soffio gentile a spegnerla e allontanare ogni pericolo.

Allora il Re dovette affrontare Belfiore senz’altra arma che la propria forza, tuttavia la sua forza era immensa, e il giovane non  avrebbe mai potuto stargli a pari. Allora strofinò la pietra tre volte, e sentì dentro di sé una forza straordinaria, così grande che stava quasi per sconfiggere il malvagio sovrano.

Ma il Re conosceva i segreti della Magia Nera, e quando vide che il ragazzo stava per sopraffarlo, gli scatenò contro terribili incantesimi e le forze più malvagie che vivono sospese tra la terra e il cielo.

Belfiore allora aprì lo scrigno, e sentì la sua mente aprirsi, e il potere della saggezza farsi strada dentro di lui. Conoscendo tutti i segreti del mondo, non gli sarebbe stato difficile contrastare la magia nera del suo nemico, ma il Re aveva ancora un’ultima arma a sua disposizione, il Terrore: quel suo servo tremendo portava la sua volontà ovunque, rendeva pericolosi gli animali in preda al panico e annebbiava la mente degli uomini, conducendoli ad azioni folli e senza scopo. Per due volte il Terrore si avventò contro il ragazzo, e per due volte il ragazzo lo respinse, ma la terza volta uno spavento senza nome lo avvolse, e certamente il Re del Fuoco sarebbe riuscito ad ucciderlo, se non fosse intervenuta Stella di Primavera:

– Ricordati della Spada! – gli disse, e a sentire la voce amata della sua Principessa, Belfiore sentì tornare le sue forze, sfilò la spada dal suo fodero e riuscì infine ad uccidere il Fuoco crudele.

Così finalmente tutto tornò a posto: l’uomo-drago tornò uomo completamente, e si riprese la sua sposa, la Principessa delle Rose; il Principe Belfiore tornò a casa con la sua bella e dolce Stella di Primavera, e trovò che i suoi fratelli erano già lì che lo aspettavano; nel suo palazzo e in tutto il paese era tornata la serenità, e il vecchio re lo accolse con le lacrime agli occhi per la gioia.

Tutto il paese proclamò che Belfiore avrebbe dovuto essere re, e Stella di Primavera regina, e così fu deciso: quando fu tempo, Belfiore divenne sovrano del suo paese, e la sua saggia sposa fu regina. Pietro fu nominato Ciambellano e Giovanni Ambasciatore, e così furono tutti felici per tanto e tanto tempo.

FINE

Belfiore – 5a parte

– Cosa fate qui? – chiese la Principessa. – Non sapete che il Re del Fuoco divora ogni malcapitato che si trova a passare di qui? Andatevene, presto, prima che torni.

– Mi manda il vostro sposo, che è stato trasformato in drago, ma vuole ritrovarvi. Non vorreste rivederlo?

– Oh sì, lo vorrei con tutto il cuore, ma questo probabilmente vi costerà la vita. Non si sconfigge così facilmente il Re del Fuoco!

– E va bene, se questo deve essere il mio destino, sia, altrimenti vedremo, chi può mai dire nella vita?

Allora la Principessa gli diede da bere a da mangiare e poi lo fece riposare su un morbido letto di piume perché potesse riprendere le forze.

A mezzanotte, tutto il palazzo fu avvolto da un’intensa luce rossastra, e da un calore che non si può immaginare, un calore che bruciava ogni stilla di vita intorno a sé.

Il Re del Fuoco entrò con un gran frastuono e crepitar di scintille.

– Principessa mia – disse alla Principessa delle Rose – chi è entrato a palazzo?

– Un giovane che è stato mandato dal mio sposo a salvarmi – rispose la Principessa, che sapeva che al Re non si poteva mentire.

– Ebbene, avrà quel che si merita. E dopo aver ucciso lui, ucciderò anche il tuo sposo, ma prima farò in modo che si penta mille volte di essersi messo sulla mia strada!

E con questo, il Re fece una risata diabolica, e si allontanò.

La povera Principessa rimase lì più morta che viva, temendo per il bravo giovane che era venuto fin lì a salvarla, e per il suo sposo.

Ma Belfiore, che era rimasto ad ascoltare, si fece coraggio, e senza uscire dal suo nascondiglio – aveva indossato il Mantello Invisibile – disse:

– Poiché siete senza dubbio molto più forte di me, maestà, e ad uccidermi non ci sarebbe nessun gusto per voi, vorrei chiedervi di darmi una possibilità. Tre prove, e se fallisco potrete fare di me ciò che vorrete, ma se riesco, mi restituirete la Principessa. Non credete che così la sfida sarebbe più divertente anche per voi?

Il Re del Fuoco si guardò intorno.

– Chi ha osato parlare? – chiese. – Abbi il coraggio di farti vedere, senza restare nell’ombra come un vile animale notturno, un amico delle tenebre che non lascia mai che i raggi del sole lo illuminino. Fatti vedere, ed io deciderò se meriti quello che mi hai chiesto.

A queste parole, Belfiore capì che non gli restava altro da fare che farsi vedere, e sperare per il meglio.

Il Re del Fuoco vide quel ragazzo così giovane ed esile, e sorrise tra sé.

– Così tu vorresti sfidare il Re del Fuoco, vero? Ebbene, te lo concedo. Ti darò tre prove, ma bada che se fallirai, lascerò che il tuo corpo arda lentamente per cento anni, fino a che invocherai la morte come una liberazione. Sei disposto, a queste condizioni? Forse sarebbe meglio per te che io ti uccidessi subito, senza dolore.

– Forse, – rispose il ragazzo. – Ma preferisco tentare la fortuna, poiché me lo concedete.

– E va bene dunque. Dovrai portarmi tre cose in cambio della Principessa: la Pietra della Forza, lo Scrigno della Saggezza e la Spada del Coraggio. Se riuscirai, potrai portare con te chi vorrai dal mio palazzo, in caso contrario… sai quello che ti aspetta.

Il ragazzo non si perse d’animo: consultò il suo orologio per sapere dove poteva trovare la Pietra della Forza, e si mise in cammino.

Ora però bisogna sapere che il Re del Fuoco aveva una figlia di nome Stella di Primavera, tutto il contrario di suo padre: tanto il Re era brutto, malvagio e crudele, tanto lei era bella, buona e gentile. Dove suo padre passava portando l’aridità, la sterilità e la morte, lei riportava i raggi di un sole gentile, una pioggia rinfrescante e una brezza che restituiva il soffio della vita ad ogni creatura vivente intorno a lei.

Stella di Primavera sapeva che suo padre non avrebbe mai rispettato i patti: aveva dato al giovane principe delle prove impossibili, e comunque anche se lui chissà come fosse riuscito a superarle, il Re lo avrebbe ugualmente divorato, e in più avrebbe avuto i tre preziosissimi oggetti.

Allora la fanciulla si preparò, mise dell’oro tra i suoi capelli, un abito color zaffiro che aveva ricamate tutte le stelle del cielo, e insieme il sole e la luna,  e perle di rugiada che risplendevano come diamanti. Poi andò dal principe, che rimase abbagliato dalla sua bellezza, incapace di muoversi o di fare un solo gesto.

– Ascolta, Belfiore, ho sentito quando mio padre ti ha fatto tutte quelle promesse, ma devi sapere che sebbene egli uccida tutti coloro che mentono dinanzi a lui, egli stesso è solito mentire e rompere ogni suo giuramento. I compiti che ti ha dato sono molto difficili, ma più difficile di tutto è che il Re ti lasci in vita, se pure dovessi portarli a termine. Dovrai usare tutto il tuo coraggio e tutta la tua astuzia, ma se tu lo vorrai, io ti aiuterò.

– Con un simile aiuto, non potrò mai fallire – disse il giovane, che ancora era incantato da quella dolce visione. La fanciulla sorrise, e gli disse:

– Se riuscirai a prendere gli oggetti che il Re mio padre ti ha chiesto, come prima cosa vieni a parlare con me, e io ti dirò cosa fare.

Il principe promise, e poi proseguì la sua strada alla ricerca della Pietra della Forza.

Dopo tre giorni di cammino incontrò un elefante, che gli chiese:

– Dove vai, bel giovane?

– A cercare la Pietra della Forza – rispose Belfiore.

– Sappi che la Pietra della Forza è custodita dalle Fiamme del Tempo, ma non potrai arrivarci altro che in groppa ad un uomo-drago. Ma bada, che dovrai cavalcarlo ad occhi chiusi, se dovessi aprire gli occhi anche solo per un istante durante il volo, precipiterai immediatamente al suolo, e morirai.

– Ebbene, allora prometto di tenere gli occhi chiusi – rispose il ragazzo, e immediatamente gli comparve dinanzi un essere che aveva la testa di un uomo e il corpo di un drago. Senza esitare, Belfiore gli saltò in groppa e chiuse gli occhi.

Non fu un compito facile, tenere gli occhi sempre chiusi. L’uomo-drago si alzava vertiginosamente in volo e poi scendeva in picchiata, prendeva velocità inimmaginabili e poi di colpo si bloccava e restava così a mezz’aria per un tempo che al povero principe sembrava non finire mai. Pure, intuiva di potersi fidare, e comunque aveva promesso.

Finalmente, dopo un viaggio lungo e tormentato, l’uomo-drago depositò Belfiore a terra, e gli disse:

– Sei arrivato. Ora tocca a te, per prendere la Pietra della Forza dovrai sconfiggere le Fiamme del Tempo, pensa tu a come fare. – Il ragazzo aprì gli occhi e lo vide scomparire in una nuvola di fumo, e di fronte a sé aveva un terrificante cerchio di fuoco. Come attraversarlo? In quel momento gli venne in mente l’ampolla dell’uomo-cavallo. L’agitò, chiedendo tanta acqua che servisse a spegnere il fuoco. Si scatenò allora una forte pioggia, che colpì solo il luogo dove si trovava il cerchio delle fiamme. Le Fiamme del Tempo si spensero, e il giovane vide una meravigliosa pietra, che non aveva colore poiché rifletteva in sé tutti i colori della luce.

La prese, e si incamminò per tornare al palazzo del Re del Fuoco.

Quando giunse a palazzo, per prima cosa andò a parlare con la figlia del Re.

– Stella di Primavera, sono riuscito a prendere la Pietra della Forza, ora dimmi cosa dovrò fare.

– Tienila con te. Per nessuna ragione dovrai darla a mio padre prima di avere gli altri due oggetti che ti ha chiesto. Quella pietra dà a chi la possiede una forza senza uguali, e se il Re dovesse averla nelle sue mani, nulla più potrebbe fermarlo.

Il Principe fece come la fanciulla gli aveva detto. Il Re lo minacciò, lo pregò, gli fece mille promesse, ma il giovane non si smosse dalla sua posizione. Disse – ed era la verità – che gli erano state minacciate cose terribili se la Pietra della Forza avesse lasciato le sue mani prima che egli avesse in suo possesso gli altri due oggetti che doveva cercare. Alla fine il Re dovette cedere, perché non poteva prendere la Pietra contro la volontà di colui che l’aveva conquistata.

Il secondo giorno Belfiore consultò ancora una volta il suo orologio per chiedergli il cammino che lo avrebbe condotto allo Scrigno della Saggezza, dopodiché partì.

Dopo tre giorni e tre notti incontrò un barbagianni, che gli chiese:

– Dove sei diretto, bel giovane?

– A cercare lo Scrigno della Saggezza – rispose Belfiore.

– Ebbene, sappi che lo Scrigno della Saggezza è custodito dal Lago di Ghiaccio, ma non potrai raggiungerlo se non cavalcando un uomo-drago. Però bada che non dovrai dire una sola parola per tutta la durata del tragitto. Se un solo suono dovesse uscire dalla tua bocca, precipiterai a terra e morirai.

– Va bene, prometto di non dire una sola parola – disse il giovane, e allora trovò vicino a sé l’uomo-drago, che adesso aveva anche le spalle e le braccia di un uomo, ma per il resto era ancora drago. Subito gli si mise a cavalcioni, e l’uomo-drago si alzò in volo, sorvolando cose che gli avrebbero strappato oh! di meraviglia ed altre che lo avrebbero fatto gridare per l’orrore, ma Belfiore non disse nulla. Uccelli mostruosi gli rivolsero la parola, minacciandolo con i loro becchi adunchi e i tremendi artigli perché rispondesse, ma benché spaventato, il ragazzo continuò a tacere. E finalmente, quando credette che quel viaggio non sarebbe mai finito, l’uomo-drago lo depositò a terra.

– Siamo arrivati. Adesso sta a te vincere il Lago di Ghiaccio e prendere lo Scrigno – e detto questo disparve nella notte.

Cosa poteva fare Belfiore? Agitò la sua preziosa ampolla, chiedendo tanta acqua tiepida che sciogliesse i ghiacci: ed ecco che piano piano lo strato di ghiaccio cominciò a spaccarsi, e le spaccature divennero sempre più grandi, fino a che il lago fu completamente sciolto, e il giovane poté tuffarsi e prendere lo Scrigno.

Allora tornò a palazzo, e andò a parlare con la Principessa.

– Stella di Primavera – le disse – sono riuscito a prendere anche lo Scrigno, e adesso cosa devo fare?

– Tieni con te anche questa, fino a che non avrai anche la Spada del Coraggio, altrimenti si preparano per te grandi sciagure! Lo Scrigno consente di conoscere tutti i segreti del mondo, e non immagini cosa potrebbe fare mio padre se l’avesse in mano.

Così tutto andò come la prima volta: minacce, preghiere, promesse di doni inestimabili, ma il giovane non si lasciò smuovere, e lo Scrigno non poteva essere sottratto a chi lo aveva conquistato senza il suo volere.

Il terzo giorno il ragazzo, consultato per l’ultima volta il suo orologio, partì alla volta del luogo dove si trovava la Spada del Coraggio.

Camminò per tre giorni e tre notti, poi incontrò un lupo, che gli chiese:

– Che cosa cerchi, bel giovane?

– Cerco la Spada del Coraggio – rispose Belfiore.

– Ah! Sappi che la Spada del Coraggio è custodita dal Vento del Terrore, e nessuno si può avvicinare se non lo accompagna in volo un uomo-drago. Ma se vuoi arrivarci vivo, non dovrai mangiare né bere per tutto il viaggio. Se anche un solo boccone o una sola goccia d’acqua sfiorano le tue labbra, precipiterai subito a terra, e morirai.

Ancora una volta, il ragazzo promise, e ancora una volta gli comparve di fianco l’uomo-drago, che ormai però aveva solo le zampe, le ali e la coda di un drago, mentre per il resto sembrava un uomo in tutto e per tutto.

Il giovane salì sulla sua schiena, il drago si alzò in volo e immediatamente il povero Belfiore fu assalito da una fame e una sete da non dirsi. Gli parve di non riuscire neppure a tenersi seduto, per la gran debolezza, il suo stomaco era come un immenso buco vuoto, e la gola riarsa come se fosse avvolta nelle fiamme. Più andavano avanti, meno gli sembrava di riuscire a resistere, era come se mille diavoli gli mordessero la pancia e l’inferno gli infiammasse la bocca. Allora comparvero fanciulle meravigliose che gli offrivano ogni ben di dio: carni, pesci, ogni tipo di prelibatezza, e vini squisiti da bere. Ma quando ormai sarebbe stato disposto a morire pur di assaggiare anche solo un boccone di pane secco e bere anche una sola stilla d’acqua di pozzanghera, improvvisamente il drago lo depositò a terra, e ogni traccia di fame e sete scomparve, benché il povero giovane fosse ancora piuttosto spossato dalla lotta sostenuta per non cedere.

– Bene, adesso non ti resta che affrontare il Vento del Terrore e prendere la Spada del Coraggio – disse l’uomo drago, dopodiché sparì come se non fosse mai stato là.

Belfiore agitò ancora una volta la sua ampolla, perché pensava che spesso con una dolce pioggia sottile, il vento si placa e le tempeste si acquietano. Infatti, così fu. Quando il luogo fu completamente tranquillo, non più scosso neppure da un lieve alito di brezza, il giovane vide la Spada del Coraggio scintillare come l’oro ai raggi del sole, e subito l’afferrò e la portò al palazzo del Re del Fuoco.

 

Belfiore – 4a parte

Camminò e camminò, per sette giorni e sette notti, fino a che giunse sulla riva di un fiume che sembrava non finire mai, e vide diversi giganteschi cavalli selvaggi, ancora intenti a smuovere la terra dal letto del fiume per evitare le inondazioni. Senza neppure attendere che glielo chiedessero, il giovane si offrì di aiutarli, e si mise al lavoro con tanta lena, che da solo faceva quasi più lavoro di tutti loro messi insieme. Il lavoro così venne finito assai presto, e i cavalli gli chiesero:

– Cosa possiamo fare per ricompensarti della tua gentilezza?

– Tutto quello che vi chiedo è di accompagnarmi dal Re del Fiume.

I cavalli si guardarono l’un l’altro, preoccupati.

– Ma sei sicuro? – gli chiesero. – Il re è molto malvagio.

– Sarà – ribatté Belfiore. – Ma io devo per forza parlare con lui.

Allora i cavalli acconsentirono, uno di loro lo prese in groppa e poi tutti insieme si inabissarono, scendendo giù nelle profondità dell’oceano, dove si trovava lo splendido palazzo di cristallo del Re del Fiume. Quando furono al cospetto del Re, i cavalli riportarono l’ambasciata del giovane e poi lo lasciarono lì. Il Re lo guardò con fiero cipiglio e gli chiese.

– Che cosa vuoi da me?

– Vi chiedo di liberare il popolo dei cavalli, e con loro mio fratello.

– Ah! – Disse il Re. – Non è cosa da poco quella che chiedi. Sappi che tutti coloro che vengono nel mio regno devono rispondere a tre domande. Chi non ci riesce viene trasformato in cavallo e diventa servitore ai miei ordini, fino a che è in grado di lavorare, dopodiché lo do in pasto ai coccodrilli del fiume. Poiché tuo fratello e tutti gli altri non hanno saputo rispondere alle mie domande, se vuoi liberarli dovrai farlo tu al loro posto. Accetti le mie condizioni?

– Le accetto – disse Belfiore.

– Allora dovrai dirmi il nome di questo luogo, il mio nome e il nome di mia figlia, ti do tre giorni di tempo per pensarci.

– Va bene, maestà.

Il principe venne accompagnato come suo fratello in una stanza magnifica, piena di tutto ciò che potesse desiderare. Mangiò e bevve tranquillamente, poi andò a riposarsi, e quando fu quasi l’alba si svegliò e interrogò l’orologio:

– Come si chiama questo paese?

E sul quadrante dell’orologio vide scritto: Kindnaloch.

Il Re lo mandò a chiamare, e gli chiese:

– Hai trovato dunque la risposta alle mie domande?

– Soltanto alla prima per oggi, maestà – rispose il ragazzo. – Conosco il nome di questo paese, che è Kindnaloch.

L’ira del re fu tale che il fiume straripò, sommergendo tutta la pianura. Poi prese il Libro Magico e stava per fare un incantesimo contro il giovane, ma in quel momento comparve una creatura con la testa di uomo e il corpo di cavallo. L’uomo-cavallo lottò con il Re del Fiume, gli portò via il Libro Magico e lo diede a Belfiore, dicendogli di tenerlo con sé, e così il Re non poté fargli più nulla.

Quella sera Belfiore tornò a mangiare e bere come si doveva, poi dormì nel suo morbido letto, e all’alba del secondo giorno interrogò nuovamente l’orologio.

– Come si chiama il Re di questo pese?

Vide che sul quadrante c’era scritto: Perdenklar, e così quando il Re lo mandò a chiamare gli disse che aveva la risposta alla seconda domanda:

– Conosco il vostro nome, è Perdenklar.

Il Re andò talmente in collera che il fiume sommerse tutte le colline, poi lo minacciò con la Spada d’Acqua, ma proprio allora riapparve l’uomo-cavallo, che adesso aveva anche braccia e spalle umane, e lottando con il Re gli portò via la Spada d’Acqua e la diede al giovane dicendogli di conservarla con cura.

La terza sera tutto si svolse come al solito, Belfiore si rifocillò e si riposò nella sua bellissima camera, e al mattino interrogò l’orologio:

– Come si chiama la figlia del Re di questo paese?

Sul quadrante comparve la parola “Asharun”, e così il giovane quando il Re lo mandò a chiamare poté dirgli che aveva la risposta anche alla terza domanda:

– Conosco il nome di vostra figlia, è Asharun.

Allora per la furia il Re del Fiume mandò le acque a sommergere le montagne, minacciando il cielo. Poi indossò il Mantello Invisibile e si preparò a distruggere Belfiore con le forze delle acque:

– Onde e Cavalloni, sommergetelo! Coccodrilli e Capitoni, divoratelo! Rapide e Mulinelli, annegatelo!

Così il ragazzo, assalito dalle acque, inseguito dai feroci pesci e coccodrilli del fiume, a fatica evitando di precipitare in una rapida o essere trascinato a fondo da un mulinello, era ormai stremato dalla fatica e stava per soccombere, ma ecco di nuovo la creatura che già lo aveva aiutato le altre volte, e che ormai aveva solo le zampe e la coda di un cavallo, ma per il resto era un uomo in tutto e per tutto. La lotta fu molto dura, questa volta, il Re del Fiume era potentissimo e fortissimo, e l’uomo-cavallo non  riusciva a ucciderlo.

– Per uccidermi dovresti poter prendere il Luccio Longevo che nuota nel fiume, e aprirgli la pancia. Dentro la pancia c’è un Serpente Pitone che ha mangiato un’acciuga, e tu dovresti far uscir fuori l’acciuga, che ha intorno al corpo l’Anello di Lapislazzuli. Se prendessi quell’anello e lo lasciassi attraversare da un raggio di sole, la luce pura della pietra mi ucciderebbe. Credi di riuscirci? – Gridò il Re del Fiume.

Ma mentre si accaniva contro l’uomo-cavallo, si era momentaneamente dimenticato di Belfiore, che in un lampo, grazie al Libro Magico, trovò il Luccio Longevo, e con la Spada d’Acqua gli aprì la pancia. Il Mago del Fiume cominciò ad avere un po’ di vertigini, e la furia delle creature che tormentavano l’uomo-cavallo si placò appena. Dentro la pancia del Luccio Longevo il ragazzo trovò il Serpente Pitone, e prima che quello potesse fuggire, lo bloccò e lo costrinse a sputar fuori l’acciuga. Allora l’acciuga, per la gratitudine di essere stata liberata, si tolse l’Anello di Lapislazzuli e glielo diede. Il Mago del Fiume sentì una grande stanchezza, le acque infuriate si ritirarono e lambirono appena  il povero uomo-cavallo sfinito, rinfrancandolo. Coccodrilli e capitoni sparirono.

In quel momento Belfiore alzò gli occhi e vide il sole di mezzogiorno sopra di lui. Alzò l’anello e un raggio di sole lo attraversò. Allora il principe tornò indietro, mostrò l’anello al Mago del Fiume e la pura luce azzurra della pietra con la luce d’oro del sole furono troppo per il Mago, che morì all’istante. Le acque del fiume tornarono placide nel loro letto, l’uomo-cavallo tornò ad essere uomo dalla testa ai piedi, e tutta un’enorme folla di uomini e donne che il mago aveva trasformato in cavalli uscì dall’acqua, ringraziando Belfiore con le lacrime agli occhi. Il giovane ritrovò anche suo fratello Giovanni, che lo abbracciò felice.

Il re di quel popolo allora gli disse:

– Per il tuo aiuto, voglio darti qualcosa che sia d’aiuto a te. Ti darò questa ampolla di acqua fatata. Se agiterai l’ampolla, potrai avere una goccia d’acqua, o un fiume, o un oceano, secondo le tue necessità.

Il principe lo ringraziò e si rimise in cammino.

Aveva ancora con sé l’orologio che gli era stato tanto utile, e che questa volta gli diede le indicazioni per trovare il Grande Vulcano dove il Re del Fuoco aveva la sua dimora e dove teneva prigioniera la Principessa delle Rose.

Lì si diresse, e quando scese nel cratere del Vulcano vide un regno straordinario, in cui ogni cosa pareva ardere senza bruciare, avvolta in eterno da fiamme che non distruggevano, e che tuttavia sottraevano la vita a tutto ciò che toccavano.

Belfiore aveva già affrontato cose terribili, ma questa gli parve la più spaventosa di tutte, e per un momento, ebbe paura. Ma si fece forza, ed entrò nel palazzo. Girò molte stanze, una più risplendente di tesori dell’altra, e nell’ultima, la più bella, vide finalmente la Principessa delle Rose, che era così bella che non si può descrivere.