Belfiore (Una fiaba), prima parte

Ho pensato che a chi piacciono le mie storie sugli eroi del mito potrebbero forse piacere anche le mie fiabe incentrate sul coraggio. Chissà… Sono tutte molto lunghe, quasi dei romanzi fiabeschi, ma finora avete avuto pazienza 😀  

Voglio ora narrarvi la storia di Belfiore, che nacque figlio di re e giunse, dopo molti patimenti e innumerevoli avventure affrontate con coraggio, ad essere re a sua volta.

   Belfiore dunque era l’ultimo dei tre figli del re Generoso di Buonaterra, un sovrano giusto e molto amato da tutti.

   La Fortuna aveva sempre assistito quel paese, dove in primavera ogni albero era carico di frutti, la verdura nasceva da sola dalla terra, il mare e i fiumi erano così ricchi che il pesce saltava direttamente nelle barche dei pescatori senza necessità di reti, nei boschi ogni cacciatore non mancava di tornare con il carniere gonfio di selvaggina, e ognuno viveva in belle case luminose e calde. Era, insomma, un buon posto dove vivere.

   Purtroppo accadde un giorno che la Fortuna voltasse le spalle all’improvviso, come del resto è solita fare, si dice, essendo una dea volubile che non rimane mai a lungo nello stesso luogo.

   Da un giorno all’altro, la terra smise di produrre i suoi frutti, il mare e i fiumi e i boschi si svuotarono, la luce e il riscaldamento cominciarono ad essere sempre guasti e a non funzionare mai.

   E’ facile comprendere che in una tale situazione ben presto il paese sarebbe stato in preda alla miseria, e il re capì che bisognava fare qualcosa. Ormai stava diventando vecchio, e non poteva più procurare alla sua terra il benessere e la pace che aveva garantito per tanti anni.

   Egli chiamò dunque il maggiore dei suoi figli, che aveva nome Pietro, e gli disse che era giunto il momento in cui avrebbe dovuto ereditare il trono, ma prima avrebbe dovuto dimostrare di meritarlo, riportando le cose a quella felice situazione in cui erano sempre state fino a poco tempo prima.

   Il giovane era molto diverso dal padre, un ragazzo pigro e presuntuoso, che a quelle parole rimase assai male, poiché credeva che il regno gli spettasse di diritto.

   Ma il re fu irremovibile, e il giovane dovette partire.

   Cammina cammina, si trovò di fronte all’incrocio di tre strade: la prima era un’erta salita, piena di rovi spinosi; la seconda era piana e ombrosa, ma sembrava assai lunga; la terza era una dolce discesa, una strada larga e comoda che sembrava là apposta per lui.

   Senza esitare, il ragazzo si avviò giù per quella discesa, ma non aveva fatto che pochi passi quando si imbatté in un enorme leone bianco, dall’aspetto così feroce che egli si sentì perduto. Si mise a correre, e corse per molto, molto tempo, tuttavia più strada faceva, più il leone sembrava avvicinarsi. L’aveva ormai quasi raggiunto quando il giovane vide davanti a sé una porta aperta, entrò e si trovò in un magnifico giardino. Il leone era scomparso, e una fanciulla gli si avvicinò sorridendo.

   Era bellissima, vestita riccamente con un abito che pareva risplendere come il sole, e il ragazzo ne rimase abbagliato.

   Ella lo stupì mostrando di conoscere l’intera sua storia, gli diede da bere e da mangiare, lo fece riposare su un letto di morbidissima piuma e organizzò solo per lui uno spettacolo con musiche e balli deliziosi. Sempre più confuso, il giovane pensò di trovarsi in paradiso.

   – Vuoi restare con me ed essere il mio sposo? – Gli chiese la giovane donna, che era una Principessa, ed egli non ci pensò due volte e disse subito di sì. Quella era la vita che voleva! Cosa gli importava in fondo del regno di suo padre, e di quei due buoni a nulla dei suoi fratelli? Qui avrebbe vissuto da gran signore, con la donna più bella del mondo, e ogni suo desiderio sarebbe stato esaudito.

   – Ebbene, allora la cosa è decisa – disse lei, – ma a una condizione. Devi promettermi che non cercherai mai di oltrepassare il fiume che segna il confine del mio regno.

   Al giovane non sembrò poi una gran promessa. Aveva lì tutto ciò che voleva, perché mai avrebbe dovuto desiderare di andarsene?

   E così si fermò in quel paese dei sogni, e trascorse là diverso tempo, tra feste, balli, canti, cibo squisito e le gioie dell’amore. Ma ad un certo punto cominciò a sentire la nostalgia di casa, la mancanza di suo padre e dei suoi fratelli.

   – Ti prego, lascia che vada a trovarli – disse alla sua sposa. – Tornerò presto, voglio solo vedere che stiano bene. Sono mesi che non li vedo!

   La Principessa scoppiò a ridere.

   – Mesi? Quanto tempo credi che sia passato? – gli domandò. E invero il ragazzo credeva di aver trascorso in quel luogo incantevole non più di tre mesi, mentre erano passati tre anni. Ma quando lo seppe, ancor più insistette per poter andare dai suoi, portar loro sue notizie, poiché certamente credevano di averlo perduto per sempre.

   Alla fine la moglie acconsentì a lasciarlo andare, ma pretese da lui un giuramento:

   – Bada, non dovrai parlare di me con anima viva, altrimenti ti trasformerai immediatamente in una statua di pietra.

   Il giovane promise e partì.

   La moglie gli aveva spiegato che non avrebbe potuto passare il fiume che delimitava il suo regno né a piedi né a nuoto, ma solo volando sul dorso di un’aquila: egli fece così e in tal modo poté giungere sano e salvo dall’altra parte. Dopo un lungo viaggio ritrovò infine il suo paese, ma ahimè, come era cambiato! Ovunque miseria, fame, desolazione. L’antico castello della sua infanzia era in rovina, ed egli si accorse che non sapeva più dove andare per ritrovare la sua famiglia.

   Infine, qualcuno si ricordò del giovane che era partito tre anni prima ed era poi scomparso, lasciando la sua famiglia nella disperazione, poiché lo credevano morto. Gli indicarono una casupola cadente, dove il re e i suoi due figli rimasti avevano dovuto adattarsi ad abitare, anch’essi ormai troppo poveri per mantenere il loro maniero.

   Ed anche loro erano assai mutati nell’aspetto: smunti e smagriti, tristi da far pietà. Lo accolsero con gioia indicibile, pensando che avesse trovato ciò che avrebbe riportato il benessere al loro paese, e che tutto sarebbe tornato come prima. Il giovane ne fu davvero molto rattristato, pensando a quanto era stato egoista, perché mentre egli si intratteneva piacevolmente in un luogo di delizie con la sua bella sposa, i suoi avevano sofferto tanto, e allora gli scappò detto:

   – Eh, se ci fosse la mia sposa, lei sì che saprebbe rimettere tutto a posto.

   Ma non aveva finito di dirlo, che venne trasformato in una statua di pietra, e la disperazione del re e dei suoi fratelli divenne ancora più grande.

   A questo punto il secondo figlio, Giovanni, decise di partire a sua volta. Il re non voleva, pensava che avrebbe perso anche lui, sperava che la fortuna sarebbe cambiata anche senza che un altro dei suoi ragazzi dovesse rischiare la vita, ma il giovane non volle sentire ragioni.

   – Vedrò se mi riesce di riportare alla nostra terra la sua ricchezza, e a nostro fratello la vita – disse, e partì.

   Cammina cammina, anch’egli giunse al bivio di fronte al quale si era già trovato suo fratello. Vide la prima strada, così difficile e faticosa, e decise che non faceva per lui; ma neppure quella discesa così comoda gli sembrò la via giusta: infatti, pensò, se all’andata vado in discesa, mi toccherà la salita al ritorno. Scelse dunque la strada pianeggiante, a camminò molto, molto a lungo, fino a che si trovò in una immensa prateria a bordo di un fiume impetuoso. Su questa prateria, per miglia e miglia a perdita d’occhio non sembravano esservi altri esseri viventi a parte un branco di enormi cavalli selvaggi, dal mantello nero e dall’aspetto imponente, che tuttavia si rivolsero al giovane in tono gentile. Chissà come, avevano imparato a parlare, non solo tra loro, ma anche con le altre creature. Erano occupati, così gli spiegarono, a cercare di smuovere la terra dal fiume per liberarne il letto, affinché con la stagione delle piogge non straripasse sommergendo il loro regno e tutto il mondo con esso.

   Ora però bisogna sapere che quando il figlio maggiore del re era presuntuoso e amante della bella vita, il secondo figlio era pigro e arrogante e così scoppiò a quelle parole in una risata di scherno.

   – Non è lavoro per il figlio del re, questo – disse, e fece per sedersi all’ombra di un albero a riposare. Ma immediatamente i cavalli smisero la loro occupazione e gli si avvicinarono minacciosi, costringendolo infine a montare in groppa a uno di loro.

    Galopparono e galopparono per ore, fino a che il giovane, esausto, pensò che non sarebbero mai arrivati, quando ecco una distesa d’acqua, un fiume immenso come il mare, le cui acque parevano continuamente agitate da un vento misterioso. Tutto il resto, intorno, era quieto e immobile e silenzioso, né si vedeva anima viva.

   Senza esitare, i cavalli si diressero tutti dentro il fiume, e il povero ragazzo pensò che questa volta era proprio finita, lo avrebbero annegato.

Ettore (da IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

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           Sebbene l’Iliade sia un poema greco, che vede la guerra di Troia dalla parte dei vincitori, tuttavia non mancano descrizioni dei vinti altrettanto accuratamente caratterizzate ed emotivamente intense di quelle dedicate agli eroi Greci. Forse anche questo è un segno di quel desiderio di pace che come è stato detto più volte, sembra pervadere l’opera. Un desiderio forse riferito al presente, al momento in cui il poema venne scritto, probabilmente molti secoli più tardi rispetto agli eventi narrati.

            Omero canta la gloria della battaglia, il coraggio degli eroi, ma ha in cuore anche lo spreco di tante vite, lo strazio dei genitori e delle spose, e non  sembra affatto, in questo, fare alcuna differenza tra i Greci e i Troiani. In lui è la negazione del concetto di “nemico”: un concetto che perde interamente il suo senso in una comune umanità nella quale le doti e i vizi individuali, la lealtà, la solidarietà verso la propria gente, il coraggio e la generosità, o al contrario, la vigliaccheria, l’arroganza, l’avidità dei singoli appartengono agli uni come agli altri.

            Ettore ne è uno straordinario esempio. Ettore il sostegno, o colui che resiste è la guida dell’esercito troiano. Pare quasi che nelle sue mani sia il destino della città, tanto che secondo Omero il figlio di Ettore, chiamato Scamandrio, era soprannominato Astianatte (difensore della città) perché Ettore salvava Ilio lui solo”[1].

            Eppure Ettore non aveva voluto questa guerra: più volte la chiama “l’odiosa battaglia”. Suo fratello Paride ne era stato la causa, con il rapimento di Elena, ed invano Ettore aveva inizialmente consigliato ai suoi la restituzione della donna per evitare lo scontro sanguinoso. In più di una occasione nel poema lo sdegno nei confronti di Paride si mostra così acceso da sconfinare in una collera violenta: come quando lo vede sottrarsi allo scontro con Menelao, e lo apostrofa con parole durissime:

Paride maledetto, bellimbusto, donnaiuolo, seduttore,
ah non fossi mai nato, o morto senza nozze!
Sì, vorrei proprio questo, questo sarebbe meglio,
piuttosto ch’esser così, vergogna e obbrobrio degli altri…
Ahi! certo sghignazzano gli Achei dai lunghi capelli:
credevan che fosse gagliardo il capo, perché bellezza
è nell’aspetto, ma forza in cuore non c’è, non valore.
E tu così vile, su navi che vanno pel mare,
fatto viaggio per mare, raccolti compagni fedeli,
vissuto fra stranieri, portasti via bella donna
da una terra lontana, nuora d’uomini bellicosi,
al padre tuo grave danno e alla città e a tutto il popolo,
e godimento ai nemici, e infamia per te?
E non affronterai Menelao caro ad Ares?
Almeno saprai di che uomo hai la sposa fiorente!
E non ti salveranno la cetra e i doni d’Afrodite,
la chioma o la bellezza, quando rotolerai nella polvere.
Ma sono molto paurosi i Troiani, o da tempo
vestivi chitone di pietre per tutto il male che hai fatto!
[1]

[1]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

            E più avanti, quando i Troiani sfiniti venivano massacrati dai Greci guidati da Diomede, di nuovo Ettore s’infuria vedendo il fratello restare al sicuro in casa con Elena, e lo esorta a combattere: “… per te strepito e guerra/ circondano questa città; anche tu con un altro l’avresti/ se lo vedessi lasciare l’odiosa battaglia; / ma levati su, che presto la rocca non crolli nel fuoco nemico[3].

            Ma la collera di Ettore è profondamente diversa dall’ira funesta di Achille. Questa, sebbene giustificata, e non solo dall’offesa all’orgoglio e ai sentimenti dovuta alla perdita di Briseide, ma in primo luogo dall’arroganza di Agamennone, finisce tuttavia per apparire insensata, priva di un limite ragionevole. Nella sua furia Achille si disinteressa perfino del destino dei propri compagni, che la sua assenza lascerà preda di un inevitabile massacro. La collera di Ettore contro Paride deriva al contrario dalla preoccupazione per la propria gente, per i propri cari.

            In entrambe le occasioni Paride ammette che i rimproveri del fratello sono giustificati: “poiché secondo giustizia m’assali, non contro giustizia…”, e proprio per questo accetta, sia pure malvolentieri, di combattere.

            D’altra parte, in quanto più forte tra tutti gli eroi Troiani, Ettore fa in un certo senso da contrappunto ad Achille, quasi ne fosse una sorta di doppio. Ettore ha quasi la stessa forza, ha la stessa franchezza, la stessa capacità, soprattutto, di chiamare le cose con il proprio nome, di non fuggire davanti alla verità, per quanto dolorosa possa essere. Ed essendo ciascuno il “doppio” dell’altro, Achille ad Ettore sono strettamente legati nel proprio destino: Ettore sa, o intuisce, che Achille lo ucciderà, e ad Achille è stato predetto che alla morte di Ettore seguirà a breve la sua.

            La cosa forse più straordinaria di Ettore, tuttavia, è che egli abbia coniugato in sé, cosa molto rara per un eroe, soprattutto un eroe della mitologia greca, le virtù “guerresche”, il coraggio e la forza, con una capacità di mostrare i propri sentimenti, di lasciarsi andare a gesti di profonda tenerezza nei confronti della sua sposa e del piccolo Astianatte. Questi due aspetti convivono senza che l’uno prevalga sull’altro, senza che nessuno dei due sminuisca in alcun modo l’altro.

            In questo i due eroi sono profondamente diversi: che Achille sia capace di grandi passioni, di grandi affetti lo sappiamo; ed è confermato dal fatto che Briseide non voglia staccarsi da lui, che le schiave da lui conquistate piangano con lui la morte di Patroclo. Achille non è affatto inumano,  ma il dolore che egli prova, per la perdita di Briseide come per la morte di Patroclo, si trasforma in una sorta di furia cieca, nefasta non solo per gli altri, ma anche per lui stesso, che quasi lo rende nella nostra memoria, davvero inumano. Quando si accinge a vendicare la morte di Patroclo uccidendo Ettore, la madre tenta di dissuaderlo ricordandogli che morto Ettore, egli non sopravviverà che pochi giorni. “Potessi morire anche adesso”, risponde Achille, “poiché non dovevo all’amico portare soccorso in morte; molto lontano dalla patria è morto; e io gli sono mancato, difensore del male”. E’ il riconoscimento del proprio errore, delle terribili conseguenze che la sua collera verso Agamennone ha avuto per Patroclo ma anche per tanti altri suoi compagni. Ma è anche la noncuranza per la propria vita, che deriva in Achille da un’istintività quasi priva di freni. Poco dopo egli afferma di voler gettare nella disperazione le donne di Ilio: “… ma adesso voglio aver gloria; e ognuna delle Troiane, delle altocinte Dardanidi con tutte e due le mani sulle tenere guance asciugando le lacrime voglio far singhiozzare”. E sebbene abbia appena compreso quali spaventose conseguenze possano derivare da una collera violenta, si abbandonerà alla stessa collera al momento dell’uccisione di Ettore, il cui corpo trascinerà nella polvere intorno alla tomba di Patroclo, per sfregio e per vendetta, fino a rischiare lo sdegno degli dèi.

            Ben diverso è l’atteggiamento di Ettore. Egli non è affatto incurante della propria vita, anche perché è ben consapevole di quanto essa sia importante anche per altre persone: il coraggio gli deriva dalla consapevolezza che non si può sfuggire al proprio destino, e che proprio l’affetto, la fiducia che gli altri hanno in lui, gli impongono di non venire meno al suo ruolo di custode dell’altrui sicurezza. Così, se pure egli è violento in battaglia (più volte Omero lo chiama “massacratore”, e alla sua morte Andromaca ricorda, come se parlasse ad Astianatte, che “Non era dolce, no, il padre tuo nella carneficina paurosa”), tuttavia nella memoria la forza, l’ardimento, rimangono inscindibilmente legate alla dolcezza del carattere, alla generosità, ad una certa fiducia nella vita che gli consente di affrontare le situazioni più difficili. Ed è questo che ne fa uno degli eroi più amati non solo della mitologia greca, ma della letteratura di ogni tempo.

            Uno dei libri del poema è dedicato ad un colloquio tra Ettore e Andromaca, così dolce, commovente e intriso di umanità da costituire una rappresentazione universale dei sentimenti di un soldato che rivede la propria famiglia e non sa se sarà l’ultima volta:

Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella/
portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino,
il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella.

Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio:
ma Andromaca gli si fece vicino piangendo,
e gli prese la mano, disse parole, parlò così:
‘Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione/
del figlio così piccino, di me sciagurata/che vedova presto
sarò, presto t’uccideranno gli Achei,
balzandoti contro tutti: oh, meglio per me
scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra
dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai
….

            Per Andromaca, privata a causa della guerra dei genitori e di tutti i fratelli, Ettore è anche “padre e nobile madre e fratello”, oltre che marito, ella non ha più altri che lui.

E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse:
“Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo
rossore dei Teucri, delle Troiane lungo peplo,
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a esser forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,
e non per i fratelli, che molti e gagliardi
cadranno nella polvere per mano dei nemici,
quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo,
trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti

            Ettore presagisce che morto lui, e caduta Ilio, Andromaca certo andrà schiava a qualcuno dei nemici: e solo per non vedere il suo dolore, egli si augura di essere già morto, prima che ciò avvenga:

Morto, però, m’imprigioni la terra su me riversata
prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!”
E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della balia bella cintura
si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra:
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò tra le braccia,

… mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:
“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!
nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;
ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,
sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato”.

            Questo comportamento di Ettore con il bimbo spaventato dall’elmo, pieno di sorridente tenerezza, e il gesto verso Andromaca, ne mettono in mostra il lato gentile, la comprensione che egli ha verso tutti: perfino con Elena, che tutti disprezzano, e che ne confermerà, nel lamento funebre, questo aspetto che lo ha posto nel cuore  di tanti:

Ettore, tra tutti i cognati il più caro al mio cuore,
ah, il mio sposo è Alessandro simile ai numi,
che m’ha condotto a Troia; ma fossi morta prima.
E’ questo, ormai, il ventesimo anno
da che partii di laggiù, lasciai la mia patria,
e mai ho udito da te mala parola o disprezzo;
anzi, se qualcun altro mi rimbrottava in casa

tu con parole calmandoli li trattenevi,
con la dolcezza tua, con le tue dolci parole.

            Altri indizi sul carattere e sull’umanità di Ettore ci vengono dalla descrizione del duello con Aiace: era stato lo stesso Ettore a sfidare gli Achei, che erano rimasti incerti: “di rifiutare arrossivano e d’accettare temevano[4]”. Alla fine, incitati dalle dure parole del saggio ma anziano Nestore, nove tra i Greci si fanno avanti: e sarà appunto Aiace Telamonio ad essere estratto a sorte. Ettore non è fatto di ferro come Achille, e di fronte ad Aiace gigante, la rocca degli Achei, per un attimo persino lui resta sgomento: “ma non poteva nascondersi più, né tirarsi/ indietro, tra la folla, lui che sfidò la battaglia”. Il combattimento che segue è violento, nessuna delle due parti risparmia i colpi, fino a che Zeus manda i suoi messaggeri ad esortare i due eroi a cessare temporaneamente le ostilità, poiché è ormai vicina la notte. La risposta di Ettore è emblematica:

«Aiace, un dio t’ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l’asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
E dunque tu rallegra presso le navi gli Achei,
soprattutto gli amici e i compagni che hai;
e io nella grande città del sire Priamo
rallegrerò i Troiani e le Troiane lunghi pepli,
che a render grazie per me nel tempio dei numi entreranno.
E diamo entrambi nobili doni uno all’altro
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei:
“Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici”».

            C’è tutto Ettore in queste parole: l’obbedienza al volere degli dei, il rispetto per l’avversario, il disprezzo per la guerra cui, essendo costretto, partecipa senza tirarsi indietro, ma che resta qualcosa che “divora il cuore”, la capacità di pensare all’affetto dei compagni dell’uno e dell’altro, alla gioia che proveranno sapendoli vivi. Egli deve combattere Aiace in quanto “nemico”, ma in quanto uomo ne onora le qualità che lo rendono grande, e vorrebbe potergli essere, invece, amico.

            Cosa hanno in comune questi personaggi così profondamente diversi? Gli eroi greci sono quasi tutti “eroi culturali”, cioè fondatori di stirpi e civiltà. La loro grandezza, il motivo della venerazione di cui sono oggetto, è il fatto che siano stati i capostipiti di quegli Elleni che appunto li celebrano. Ma questo non toglie nulla alla loro umanità, i dubbi, i contrasti, le paure sono quelle di qualunque uomo. Le menzogne di Odisseo, il tradimento e la doppiezza fanno parte di lui come la sua pazienza, la sua sete di sapere, l’amore per la moglie. Lo detestiamo per la crudeltà contro Palamede, per le arti subdole che non può fare a meno di usare, ma lo amiamo per la nostalgia di esule e la forza disperata con cui tenta, contro ogni saggezza, di salvare i compagni che non possono nessere salvati. L’orgoglio e la furia devastatrice di Achille non rendono meno grande il suo coraggio, la generosità, il carattere sincero e leale, fino a divenire il simbolo stesso della verità e della prevalenza dell’unicità individuale sulla sostituibilità indistinta. Comprendiamo perché, quando Agamennone gli sottrae l’amata Briseide, egli si chiude nella sua muta offesa, insensibile al massacro degli amici, tornando a combattere solo quando viene ferito nei suoi personali affetti dalla morte dell’amico fraterno, ma non gli possiamo perdonare lo strazio del giovanissimo Troilo, o il sacrificio dei dodici giovani Troiani sulla tomba di Patroclo. Di Eracle ammiriamo la forza con cui torna ogni giorno a combattere la lotta per la sopravvivenza, ma non possiamo non temere la sua follia distruttrice. Gli orrori commessi da tutti loro non sono forse il contrappunto della lotta che tutti sostengono con le forze oscure dell’inferno che sono nella loro anima prima ancora che nel regno sotterraneo di Ades?

            Ciascuno di questi eroi è profondamente diverso dall’altro. Il rassegnato, paziente Eracle che si adatta al suo destino senza averlo mai cercato, il servitore delle donne, è diverso dallo sconsiderato, temerario Teseo, seduttore inveterato, quanto il saggio ma collerico Edipo, signore della parola, era diverso dal dolce Orfeo, incantatore di mostri.

            Eppure non c’è uno solo tra questi eroi che non sia legato alla morte, spesso fin dalla nascita e dal nome che viene loro imposto. Non c’è uno solo di essi che non debba sconfiggere una qualche forma mostruosa di morte, che non debba recarsi, se non proprio agli inferi, in un misterioso regno di confine il cui rapporto con l’Ade è del tutto evidente.

            L’eroe greco è pienamente uomo, il suo marchio non è diverso in fondo dal marchio dell’eroe della fiaba, la sua eccezionalità è dovuta a nient’altro che al fatto di aver preso in mano la propria vita, sconfiggendo  la paura della morte, che diventa altrimenti paura delle emozioni, e dunque della vita.

[1]Omero, Iliade, op. cit., p. 219

[2]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

[3]Ibidem, Libro VI, v. 328-331, pag. 215

[4]Omero, op. cit., Libro VII, pag. 231 e ss.

Diomede, Aiace Telamonio e Aiace Oileo, Filottete – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

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      Filottete, Vincenzo Baldacci

             Tra i più forti combattenti greci c’erano anche tre guerrieri quasi selvaggi, Diomede, e  due Aiace.

            Diomede era figlio di quel Tideo che godeva della protezione di Atena e avrebbe potuto diventare immortale, se non si fosse reso indegno della dea succhiando in punto di morte il cervello del nemico che lo aveva ucciso. Suo figlio divenne il prediletto di Atena, ma non era tanto diverso dal padre. Il suo carattere acceso e la sua forza possente lo fecero rivaleggiare addirittura con Ares, che trafisse con la sua lancia (si è detto che gli dei, se non potevano morire, potevano comunque essere feriti e soffrirne).

            Diomede aveva lasciato per andare in guerra la moglie Egilea, che presto si consolò dell’abbandono con un amante, e forse, si dice, cacciò Diomede da Argo. Secondo altri Diomede evitò di passare per Argo, e si recò direttamente nell’Italia meridionale, dove ebbe un culto nelle isole che oggi sono chiamate Tremiti[1].

            Abbiamo incontrato Aiace Telamonio come rivale di Odisseo nella lotta per le armi di Achille. Simile a un gigante nella statura, con uno scudo “alto come una torre”, Aiace combatteva ancora come gli Eroi del tempo antico, lanciando pietre. Si diceva che il nome gli fosse stato dato da Eracle quando, ospite di Telamone, aveva chiesto a Zeus di concedergli un figlio invulnerabile e coraggioso. In segno di accoglimento della richiesta, Zeus aveva fatto avvicinare in volo la sua aquila, aietòs, e per questo Eracle disse a Telamone che il figlio avrebbe dovuto chiamarsi Aiace.

            Questo Aiace avrebbe dovuto diventare famoso come nemico di Odisseo, e suo rivale per la conquista delle armi di Achille dopo la morte dell’eroe, armi che avrebbero dovuto andare a colui che tra i Greci aveva maggiormente contribuito alla vittoria. Quando venne prescelto Odisseo, Aiace, dal carattere impetuoso e portato agli eccessi sempre, si infuriò al punto da impazzire e uccidersi.

            Ben diverso era l’altro Aiace, l’empio figlio di Oileo, che non si curava degli dei e meno ancora degli uomini e dei loro culti sacri. Quando Troia cadde, egli inseguì Cassandra per violentarla, e la giovane si rifugiò presso la statua della dea Atena. Sprezzante, egli rovesciò la statua e avrebbe certamente portato a termine il suo intento se gli stessi Greci, inorriditi, non lo avessero fermato. Per questo, durante il ritorno in Grecia, la nave di Aiace affondò. Poseidone fece in modo che Aiace raggiungesse a nuoto gli scogli vicini. Ma, ancora una volta stolto nel suo smisurato orgoglio, Aiace si vantò di essersi salvato contro il volere degli dei. Allora il dio del mare fece crollare le rocce ed egli annegò.

            Filottete era invece l’eroe al quale Eracle aveva donato il suo arco perché egli solo aveva avuto il coraggio di porlo sulla pira quando, in preda a sofferenze inumane per aver indossato la tunica di Nesso, l’eroe aveva invano supplicato i suoi amici di farlo. Quell’arco avrebbe avuto una parte essenziale nella sconfitta di Troia.

            Tuttavia, quando Filottete guidò i compagni greci a Crise, primo confine di Troia, e li guidò all’altare della dea che portava lo stesso nome, compagna di culto di Apollo su quell’isola vulcanica, la dea inviò il serpente a lei sacro, custode del tempio, a mordere al piede Filottete, causandogli una ferita purulenta che non guariva mai, e il cui fetore indusse i compagni greci a lasciare l’eroe sull’isola,

            Molto tempo dopo, quando Achille già era morto per mano di Paride, e la guerra infuriava con esiti ancora incerti, Odisseo si recò con Diomede per convincere Filottete a unirsi a loro, poiché secondo l’oracolo solo la sua presenza avrebbe consentito che infine le mura di Troia cadessero.

            Naturalmente, non fu facile convincere l’eroe ad aiutare i compagni che lo avevano abbandonato e tradito tanti anni prima. Fu necessaria l’apparizione di Eracle stesso a persuaderlo, dopodiché egli venne guarito da Macaone, il medico meraviglioso, figlio di Asclepio. Allora la freccia infallibile di Filottete abbatté il principe Paride, e fu per Troia l’inizio della rovina.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 510

Odisseo – (da: IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

Tiepolo_Il cavallo di Troia

L’intelligenza, è stato detto, non è importante per gli eroi, almeno non per gli eroi greci. Non solo Eracle, ma quasi tutti gli eroi ellenici sembrano affetti da una sorta di “alta ottusità”, una goffaggine che si manifesta nei loro ripetuti errori e orrori, dagli assassinii spietati di Eracle alla fatale distrazione di Teseo che costa la vita a suo padre, alle ripetute violenze sulle donne. Non riescono ad andare oltre un ruolo ben definito, quello di uccisori di mostri: “quando l’eroe stesso riuscirà a spezzare la cornice del suo ruolo, senza abbandonarlo, quando imparerà a essere anche traditore, mentitore, seduttore, viaggiatore, naufrago, narratore, allora sarà Odisseo, allora alla sua prima vocazione, che è quella di sconfiggere tutto, se ne affiancherà una nuova: capire tutto”[1].

            Prima ancora di Odisseo, era stato Edipo “il più infelice tra gli eroi, e il più inerme”[2], il primo ad andare oltre quel ruolo prefissato. Edipo che uccide il mostro non con le armi, ma con la parola che precipita la Sfinge nel baratro. E rifiuta di toccarla. Questa è la grande differenza tra lui e gli eroi che lo hanno preceduto, ma anche la sua più grande debolezza. Egli non si riveste con la pelle del mostro, come Eracle, non ne raffigura l’immagine sullo scudo, come Perseo con la Gorgone, non porta con sé alcun talismano, rimane esposto, e per questo finirà cieco e mendico. La sua grande intuizione è che la parola possa laddove nessun’altra arma giunge; la sua grande debolezza è di non aver compreso che limitarsi a vincere il mostro, senza cercare il contatto con lui, senza identificarsi con lui e prenderne il posto, come Apollo con il Pitone, non basta: “La parola… rimane nuda, e solitaria, dopo la sua vittoria”.

            Ma Ulisse, Odisseo, è un eroe? Odisseo, che è appunto per noi la personificazione dell’astuzia, che vince i Troiani con il tradimento, anziché combattendo, ci diventa più simpatico nell’Odissea, quando diviene il simbolo di quella sete di conoscenza che già Omero, molto prima di Dante, aveva contrapposto al “viver come bruti”, punendo la rozza ignoranza dei suoi compagni con la trasformazione in porci ad opera di Circe. E nell’Odissea Ulisse deve, questa volta sì, adoperare le proprie virtù eroiche, combattere contro i mostri, rinfrancarsi e lasciarsi allettare dal canto delle sirene come dalla bellezza delle donne che incontra, ma tenendo sempre viva la fiamma dell’amore più domestico per la fedele moglie Penelope.

            E tuttavia egli rimane pur sempre il “re degli inganni” che tanto Agamennone come Achille disprezzavano: probabile derivato di una tradizione che ne faceva prima di Omero un personaggio negativo. Si raccontavano di lui azioni ripugnanti: l’inganno con cui indusse Clitemnestra a lasciargli portar via la figlia Ifigenia fu solo una di queste azioni certo poco “eroiche”. La menzogna più orribile egli l’architettò contro Palamede, uno dei compagni di battaglia. Palamede era colpevole di aver smascherato l’inganno con cui Odisseo aveva cercato di sottrarsi alla guerra. Egli aveva finto di essere pazzo, aveva legato all’aratro un bue e un cavallo, si era messo un copricapo da essere primordiale fallico, e in questa strana tenuta si era dato a fingere di dissodare i suoi campi. Ma Palamede aveva messo davanti all’aratro il figlio di Odisseo, Telemaco, e il padre non poté continuare l’inganno. La sua vendetta fu atroce: un giorno, tempo dopo, introdusse nella tenda di Palamede dell’oro e una falsa lettera di Priamo, perché fosse accusato di tradimento. Così infatti si verificò, e Palamede fu lapidato dai suoi stessi compagni.

            Incapace di affrontare il nemico a viso aperto, egli evita con tutte le sue forze di diventare, come Achille, un “eroe tragico”: è l’antitesi dell’eroe romantico. Come aveva vinto i Troiani nascondendosi nel cavallo di legno, affronta le Sirene evitandone il pericolo grazie allo stratagemma suggeritogli da Circe, e uccide i Proci dopo essersi mascherato da mendicante[3]. Sembra suo destino indossare sempre una maschera, e quando dà ad intendere a Polifemo di chiamarsi “Nessuno” non fa altro che indossare la maschera più estrema: egli infatti è il “polimorfo”, l’uomo dalla mente variopinta, multiforme e metamorfico come Ermes e chi può essere chiunque, alla fine, è “Nessuno”.

            A dire la verità, Ulisse è un eroe “sui generis”: il suo tempo non è il tempo eroico degli Achei, le sue qualità sono quelle di un uomo “domestico”. Egli rappresenta due cose più di ogni altra: l’amore per la conoscenza e l’amore per la casa, la nostalgia della propria terra e dei propri cari. Quando gli tocca combattere, non lo fa certo alla maniera di Achille: i due del resto sono diversi come il giorno dalla notte, e non si comprendono affatto: tanto è diretto, “veritiero”, istintivo e passionale Achille, tanto Ulisse è razionale, infido, doppio, subdolo e freddo, perfino quando rischia la vita, come appunto nell’impresa del cavallo di Troia. A questa sua natura Achille si riferiva quando, senza nominarlo, gli mostrava tutto il suo disprezzo: “odioso come le porte dell’Ade è per me quell’uomo che una cosa nasconde nel cuore e un’altra ne dice”[4].

            E Aiace, l’eroe solitamente svelto di mano più che di mente, diventa perfino eloquente, quasi quanto lo stesso Ulisse, quando l’indignazione lo coglie per dover contendere proprio a lui le armi di Achille: “proprio Ulisse mi si vuole paragonare! … Certo è più sicuro contendere con parole menzognere che combattere con la mano! Ma io non sono portato all’eloquenza, come costui non è portato all’azione…. Comunque io non credo di dovermi mettere a ricordare a voi le mie imprese, o Pelasgi; le avete viste coi vostri occhi. Ulisse piuttosto racconti le gesta sue, gesta che compie quando nessuno vede, di cui solo la notte è testimone. Riconosco che grande è l’onore a cui aspiro. Ma l’onore è sminuito dal mio avversario: Aiace non può essere orgoglioso di ottenere una cosa, sia pure grande, sperata da Ulisse”[5]. Il soldato rinfaccia all’uomo astuto la sua astuzia; l’irruente non può sopportare gli inganni, che il “facondo Ulisse” mette in atto non solo contro i nemici, ma anche contro i suoi: l’infame azione che portò alla condanna di Palamede, il vile abbandono di Filottete ferito sull’isola di Lemno. Ma proprio per questo Ulisse finirà per ottenere le armi. La sua è la vittoria della parola, dell’intelligenza contro la forza, sì, ma anche dell’opportunismo contro l’onestà senza compromesso. Perché, è vero, Ulisse ha compiuto tutte quelle missioni nelle quali c’era bisogno dello scaltro diplomatico. Ma, soprattutto: “Se io ho commesso un’infamia accusando falsamente Palamede, voi avete fatto una bella cosa? … Quando al fatto che il figlio di Peante [Filottete] si trovi a Lemno, isola di Vulcano, anche qui è ingiusto farmi responsabile. Giustificatela voi, quest’azione vostra; e infatti voi deste il vostro consenso”[6]. Insomma, Ulisse respinge le accuse reclamando che vengano condivise da tutti. Colpa di tutti, colpa di nessuno. Forse le armi gli vengono alla fine concesse per la sua utilità nel condurre a buon fine difficili opere di convincimento; forse. Ma forse, invece, è stata la sua abilità nel far credere agli altri che, condannando lui per le sue azioni riprovevoli, avrebbero condannato se stessi. E allora, la vittoria è sua, le armi sono sue, e Aiace, sconfitto e furioso, si uccide.

            Anche Ulisse è tra gli eroi greci uno dei più umani, nel bene e nel male. Talvolta ha quegli scatti appassionati e velleitari che lo inducono a prendere le armi contro Scilla, quando dovrebbe sapere che nulla si può con le armi nel mondo dei mostri, oppure a gridare il suo nome a Polifemo dopo averglielo nascosto, dimenticando che nel mondo “di là” è meglio tacere. Talvolta si ribella contro il destino che gli strappa i compagni ad uno ad uno, benché sia consapevole della vanità dei suoi sforzi. La sua intelligenza non arriva a comprendere il “mondo di là” e le sue leggi, non intuisce che né il coraggio né l’astuzia possono nulla contro le forze primordiali di Polifemo o di Scilla, e questa è una delle ragioni delle sue sventure e di quelle dei suoi compagni. L’unica cosa che lo aiuta è allora la sua pazienza, la fede incrollabile che nonostante tutto ha ancora negli dei, la rassegnazione[7]. E questi sono forse i momenti in cui lo amiamo di più.

            Per molti aspetti lo si potrebbe definire un “anti-eroe”. Tuttavia, il protagonista dell’Odissea ha, molto più dello stesso personaggio nell’Iliade, diversi elementi che possono caratterizzarlo come eroe, la pazienza, l’audacia, ma più di tutto la capacità di accedere all’aldilà. E questa volta Ulisse, cui certo non difetta l’amore per l’avventura, per lo meno intesa come ricerca, viaggio per la conoscenza, rimane sgomento, angosciato, non vorrebbe andare. Se Teseo va tra i morti con la tracotanza di voler rapire anche la loro Regina, come se Persefone non fosse che una qualsiasi fanciulla da sedurre, con l’incoscienza di chi non ha (apparentemente almeno) paura di nulla, Ulisse affronta il viaggio in modo ben diverso. Si avvicina di più a Eracle, in questo, e diviene il precursore di quello che qualcuno dice essere anche più eroe degli altri: l’uomo che affronta i rischi non per sfida e temeraria passione, ma consapevole della propria fragilità e delle proprie angosce, e che tuttavia accetta di cercare di superare i limiti che questa fragilità e queste angosce gli imporrebbero, per qualcosa che ne valga la pena. L’aspetto forse più grande della condizione umana.

            Ulisse, che ama la vita sopra ogni cosa, e non comprende il regno della morte, e piange quando gli viene imposto di scendere nell’Ade, cerca di convincere prima di tutto se stesso, quando, incontrando Achille, crede che sia un privilegio poter essere onorato anche dopo la morte, poter dominare tra i defunti come “il più valoroso”.

            Ma Achille, l’unico tra gli eroi greci a non avere paura di guardare le cose in faccia sempre, di chiamarle col loro nome, anche la morte, ha il coraggio (e l’onestà) intellettuale di ammettere ciò che Ulisse, il troppo umano, non voleva accettare: la morte è il niente, ed è meglio essere servo di un bracciante senza terra, ma vivo, che dominare una schiera di ombre.

            In questo modo così profondamente diverso, Ulisse e Achille affermano la stessa verità: tutto ciò che è importante è la vita, il regno delle ombre cancella tutto, non esiste il regno dei Beati, quella bella immagine di cui la civiltà eroica aveva cercato di circondare la morte[8].

[1]R. Calasso, op. cit., pp. 361-362

[2]Ibidem, pp. 384-85

[3]P. Citati, op. cit., p. 205

[4]P. Citati, op. cit., p. 229

[5]Ovidio, Metamorfosi, op. cit., p. 503

[6]Ibidem, p. 519

[7]P. Citati, op. cit., pp. 167-68

[8]P. Citati, op. cit., p. 198

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Gli eroi della Guerra di Troia

 

La Guerra di Troia, voluta dagli dei per esaltare la schiatta degli eroi greci nel momento stesso della loro distruzione, scoppiò a causa di un uomo, ma un uomo che era stato guidato dagli dei a compiere quella nefasta azione.

Paride, figlio del re di Troia Priamo, era stato allevato come un pastore dopo che i genitori lo avevano abbandonato sul monte Ida, proprio perché era stato loro predetto che il ragazzo sarebbe stato causa della distruzione del loro regno.

A lui gli dei diedero l’incarico, una volta divenuto uomo, di scegliere tra le tre grandi dee, Era, Atena e Afrodite, quale fosse la più bella. E non si trattava in realtà di un giudizio sulle attrattive erotiche, delle quali Afrodite era regina indiscussa. La scelta riguardava piuttosto i doni che le dee avevano proposto al giovane principe: Atena gli avrebbe offerto la grandezza nelle battaglie, l’eroismo; Era la signoria sull’Asia e sull’Europa; Afrodite l’amore di Elena, moglie del re greco Menelao, la più bella tra le donne di ogni tempo, che si diceva figlia di Zeus. Alla guerra e al regno Paride preferì l’amore, e appena ne ebbe l’occasione rapì la sposa di Menelao, scatenando così quella guerra che, come l’oracolo aveva predetto, sarebbe stata causa di orrore e di morte non solo tra i Troiani, ma anche tra i Greci. Da tanta rovina si sarebbero salvati i meno eroici tra tutti coloro che vi avevano preso parte: Enea fra i Troiani, molto più noto come fondatore di stirpi che come guerriero; e tra i Greci  l’astuto e “domestico” Odisseo, e il paziente, mite Menelao, che non riuscì ad uccidere l’amata moglie neppure nel momento della maggior furia e rimase con lei “compagno obbediente di una moglie divina” che lo avrebbe portato ancora vivente negli Elisi[1].

Agamennone, il capo dell’esercito greco, sopravvisse alla guerra solo per essere massacrato, appena giunto a casa, dalla moglie Clitemnestra. Questa aveva fatto del vile Egisto il suo amante, e inoltre non aveva mai perdonato al marito l’inganno con cui le aveva tolto la figlia Ifigenia. Era stato, naturalmente, Odisseo l’artefice della crudele menzogna. L’indovino Calcante aveva detto che per placare l’ira di Artemide, offesa dallo stesso Agamennone, e far partire le navi rimaste bloccate in una bonaccia senza un filo di vento, egli avrebbe dovuto sacrificare la figlia. Così venne detto a Clitemnestra che la fanciulla doveva venire data in sposa ad Achille (il quale, quando lo seppe, ebbe uno dei suoi accessi di ira, e già come è noto non provava certo un grande affetto per Agamennone). Si disse poi che Artemide avesse salvato la giovane, sostituendola al momento dell’uccisione con una cerva e facendo di lei una sua sacerdotessa. Ma certo per Clitemnestra la figlia era perduta, e la madre ferita divenne un’assassina sanguinaria, capace di colpire tre volte con l’ascia lo sposo a tradimento, quando non poteva difendersi.

Le storie successive, che non fanno parte della guerra di Troia, ci sono state tramandate soprattutto dai grandi tragediografi: Oreste, figlio di Clitemnestra, ancora bambino, sarebbe forse stato a sua volta ucciso dalla madre inferocita, se la sorella Elettra non lo avesse salvato. Più tardi avrebbe vendicato il padre, uccidendo sia la propria madre, sia il suo amante Egisto. Per molto tempo Oreste, nonostante avesse ricevuto da Apollo l’ordine di vendicare il padre, sarebbe stato perseguitato, come omicida, dalle Erinni. Fino a che un giorno gli venne detto di recarsi in Tauride a prendere la statua di Artemide. Di questa statua Ifigenia era divenuta la sacerdotessa e la custode. Così Oreste, con l’amico Pilade, era stato in realtà mandato a sua insaputa proprio dalla sorella. Quando avvenne il riconoscimento, e la sacerdotessa tornò in patria, poté avvenire il perdono definitivo, e così Menelao e Oreste, benché colpiti dalla maledizione della stirpe di Atreo, furono anche coloro che vi posero fine.

Ma tutto questo naturalmente sarebbe avvenuto molto tempo dopo. All’epoca della guerra di Troia Agamennone era solo un guerriero potente e presuntuoso, arrogante perfino con gli dei, ciò che in più di una occasione sarebbe stata causa della morte di tanti suoi compagni.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 512

Orfeo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nelle fiabe)

Immagine dal web

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            Meno forte di Eracle, meno coraggioso di Achille, meno astuto di Ulisse, meno desideroso di gloria di Teseo, Orfeo potrebbe sembrare una figura di scarso rilievo nella mitologia greca. Spesso viene ricordato per le due caratteristiche che più lo rendevano lontano dagli altri eroi: la musica straordinaria che sapeva tirar fuori dalla sua cetra, e l’amore appassionato per Euridice, che – ed ecco l’elemento eroico – lo avrebbe condotto a varcare per lei la soglia degli inferi.

            Dunque Orfeo, come Eracle, come Teseo, come Giasone, come, più tardi, Odisseo, scende nel regno di Ades, ma diversamente da tutti gli altri eroi non lo fa per vincere un mostro uscito dagli incubi della sua natura selvaggia, ma per amore. E non si fa strada in quel regno triste né con la violenza, né con l’astuzia, ma con la musica della sua cetra, che incantava gli animali, gli alberi e perfino le pietre. Egli solo, tra tutti gli eroi greci, riuscì a domare col suo canto quanto vi era di più selvaggio: le creature che regnavano sulla Morte[1]. Del resto lo si diceva figlio di Calliope “dalla bella voce”, la musa della poesia epica: e questo, ci dice Ovidio, fu ciò che egli disse:

O dèi del mondo che sta sottoterra, dove tutti veniamo a ricadere, noi mortali creature, senza distinzione, se posso parlare e se mi permettete di dire la verità, senza i rigiri di chi dice il falso, io non sono disceso qui per visitare il Tartaro buio, né per incatenare i tre colli ammantati di serpenti del mostro della stirpe di Medusa […] e se non è menzogna quanto si narra di un antico ratto, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per i silenzi di questo immenso regno dell’abisso, vi prego, ritessete il filo prematuramente spezzato della vita di Euridice! […]. Qui tutti siamo diretti, questa è l’ultima nostra dimora, e il vostro dominio sul genere umano non ha poi più fine. Anche costei sarà vostra quando avrà compiuto fino in fondo il giusto percorso della sua vita: vi prego solo di ridarmela in prestito. Ma se il destino mi nega questa grazia per la mia consorte, io non voglio riandarmene, no. Così godrete della morte di due!”

             E a questo canto, accompagnato dall’incomparabile suono della sua lira, tutto per un momento si ferma in quel luogo che non conosce la pietà e perfino le anime più perverse, tormentate dai supplizi peggiori, hanno un momento di pace:

Tàntalo non cercò di afferrare l’acqua che rifluendo gli sfuggiva, e la ruota di Issìone si arrestò, attonita … e tu, Sìsifo, ti sedesti sul tuo macigno. Si narra che allora per la prima volta s’inumidirono le guance alle Furie, commosse dal canto[2]

Certo, il suo era un desiderio impossibile: solo Eracle, l’unico tra coloro che vantavano origini divine che potesse davvero definirsi, senza eccesso di autoesaltazione, un semidio, aveva potuto tanto: riportare una donna dal regno dei morti. Ma Euridice resta nella nostra memoria non tanto per il suo legame con gli inferi (è solo una delle tante fanciulle amate da eroi il cui nome già ne rivelasse questo ambiguo rapporto), quanto perché fu lei l’unica tra queste donne per cui un uomo arrivasse, senza nessun altro motivo che l’amore, senza sogni di gloria né di saggezza, a passare anche il confine della vita.

            Si sa perché Orfeo fallì nella sua impresa, quando già sembrava compiuta: il suo canto aveva addolcito Persefone al punto da consentirgli di portare con sé la moglie, purché non si voltasse a guardarla prima di essere tornato sulla terra. Era questa la condizione che più di tutte distingueva il regno dei morti da quello dei vivi: i morti non potevano essere visti, come non potevano essere visti i loro sovrani: e i sacrifici agli dei dell’Ade erano fatti col viso rivolto dall’altra parte.

            Ma Orfeo non resse a quella prova. Si dice che avesse creduto di udire la voce della sposa in pericolo che lo chiamava, e per questo si voltò e la perse per sempre. Ma non c’è bisogno di una ragione particolare. Egli aveva potuto, con lo strumento donatogli da Apollo, incantare per un momento quelle forze oscure, perfino interrompere il tormento delle anime dei titani e degli uomini invisi agli dei. Ma strappare un morto al suo destino, questo non poteva farlo, forse neppure Persefone, per quanto provasse pena per quell’amore così grande, avrebbe potuto concederglielo.

            Ciò che Orfeo riportò da quella discesa furono i misteri, i riti orfici, la conoscenza dei segreti che non aveva desiderato, che non erano mai stati lo scopo del suo viaggio e che pure aveva appreso da Persefone. Quei misteri sarebbero anche stati la causa della sua morte. Orfeo era sicuramente “apollineo” nella sua natura, un conciliatore di opposti: legato alle muse più di qualunque altro prima e dopo di lui, portatore dell’armonia dove non c’erano che contrasti selvaggi, colui che aveva ricevuto in dono la cetra del dio, e dopo il quale la cetra sarebbe scomparsa tra le costellazioni celesti, perché nessun altro avrebbe potuto suonarla. Ma era divenuto il cantore dei misteri di Dioniso[3], e la sua fu una fine dionisiaca, e non apollinea.

            Si dice che dopo la morte di Euridice egli non avesse più voluto amare alcuna altra donna, e si circondasse di giovani uomini, ai quali trasmetteva la conoscenza dei misteri. Forse per questo, le donne lo presero in odio: e una volta, durante la celebrazione dei misteri, lo assalirono e lo fecero a pezzi. Secondo la versione più comune, la testa venne gettata nel fiume Ebro insieme alla cetra, e finì a Lesbo, l’isola dove la poesia è sovrana. Ma ancora più suggestivo è, tra i racconti legati alla sua morte, quello che voleva che la testa, gettata in mare, fosse stata portata dalla corrente fino a Smirne, alla foce del fiume Melete, dal quale sarebbe un giorno nato Omero.

            La scena della morte di Orfeo, in Ovidio, è bellissima: sembra quasi che l’umanità, che più volte traspare dietro l’ironia, trovi la sua massima espressione quando egli parla di un altro poeta: come nell’immagine del sasso che

“[…] mentre ancora vola, rimane estasiato dai soavi concenti della voce e della lira, e gli cade dinanzi ai piedi, quasi a chieder perdono di quell’ardire folle

Ma la furia delle Baccanti non si placa, il clamore delle loro urla, dei tamburelli, dei flauti sovrasta il suono della lira:

Allora le Baccanti dapprima fecero strage degli innumerevoli volatili, ancora incantati dalla voce del cantore, e dei serpenti e delle schiere di quadrupedi che erano la dimostrazione vivente della grandezza di Orfeo. Poi con le mani grondanti di sangue si rivolsero direttamente contro di lui, accalcandosi come gli uccelli se vedono svolazzare di giorno il rapace notturno. E il poeta pareva il cervo destinato a perire al mattino nell’arena, nel chiuso dell’anfiteatro, preda dei cani”.

            Alcuni contadini che stavano là svolgendo il loro lavoro fuggono spaventati dalla scena, lasciando gli attrezzi :

  “… e per la campagna divenuta di colpo deserta rimasero sparsi sarchielli e pesanti rastrelli e lunghe zappe. Le forsennate si precipitarono a prendere questi oggetti, e fatti a pezzi i buoi che le minacciavano con le corna, tornarono di corsa a uccidere il poeta che, protendendo le braccia, per la prima volta pronunciava parole senza effetto e nulla riusciva ad ammaliare con la voce. Lo ammazzarono, sacrileghe, e da quella bocca ascoltata perfino dai sassi e compresa dalle bestie commosse, o Giove! L’anima si disperse, con l’ultimo respiro, nel vento.

                Gli uccelli afflitti ti piansero, Orfeo, ti piansero le schiere di animali selvatici, e i sassi duri, e le selve che spesso avevano seguito il tuo canto: gli alberi, deposte le loro chiome, rimasero rasi, in segno di lutto. E dicono anche che i fiumi crebbero a furia di piangere, e che le Naiadi e le Drìadi misero manti neri sui loro veli e andarono con i capelli scompigliati.

 […] Qui [sulle coste di Lesbo], un feroce serpente si avventa contro la testa sbattuta su quella spiaggia straniera, contro i capelli grondanti di stille rugiadose; ma all’ultimo istante Febo interviene, e blocca il serpente che si appresta a mordere, congelandone in pietra le fauci spalancate, indurendolo così com’è, a bocca aperta.

L’ombra di Orfeo discende sottoterra. Egli riconosce uno per uno i luoghi che ha già visto una volta e, cercandola per i campi delle anime pie, ritrova Euridice, e la abbraccia appassionatamente. E qui passeggiano insieme: a volte, accanto; a volte, lei lo precede e lui la segue; altre volte è Orfeo che cammina davanti, e ormai senza paura di perderla, si gira indietro a guardare la sua Euridice.”

            Per punire le donne di quel misfatto, Bacco (Dioniso) le trasforma in alberi:

Come l’uccello che posa la zampa sulla rete astutamente mascherata dal cacciatore, sentendosi preso si dibatte e agitandosi convulsamente non fa che stringere le maglie, così ognuna di esse ritrovandosi immobilizzata e confitta nel terreno cerca invano, atterrita, di fuggire, ma la radice flessibile la trattiene e ne frena gli scatti. Mentre si chiede dove siano le dita, dove i piedi e le unghie, ognuna vede legno salire su per i lisci polpacci, e tentando di percuotersi la coscia in segno di dolore, picchia su del legno. Anche il petto diventa legno, legno sono le spalle, e le braccia tese le prenderesti per rami veri, e non ti sbaglieresti[4].

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 472

[2] Ovidio, op. cit., p. 388-89

[3] Ovidio, op. cit., p. 429

[4] Ovidio, op. cit., pp. 427-431

Teseo – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

Immaine dal web

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Teseo, il giovane ammiratore e compagno di Eracle in  tante imprese, è anche il suo opposto. Se Eracle agisce perché costretto, Teseo agisce invece “obbedendo alla sfida, al capriccio, alla curiosità, al piacere”[1].

            Per molto tempo, e ancora oggi, l’eroe è spesso contraddistinto da questo aspetto: affrontare il rischio per il puro gusto di farlo: sarà vero, come dice Bettelheim, che questa incoscienza nasconde in effetti una paura molto più profonda e mortale? Sarà vero che questa corsa verso il pericolo è una fuga dalle emozioni? Se fosse così, allora se ne dovrebbe concludere che Teseo, l’eroe conquistatore di donne, quello che diversamente da Eracle le donne ha saputo tanto spesso portarle dalla sua parte, fino a indurle addirittura, come Antiope, a tradire per lui tutto il proprio mondo, il capostipite di tutti i seduttori, in fondo aveva altrettanta paura delle donne di quanta (si dice) ne aveva Eracle.

            E se alla fine una donna è stata lo strumento (inconsapevole) della morte di Eracle, non è meno vero che egli ha accettato il rischio, contrariamente a Teseo, non è fuggito. Teseo è tra tutti l’avventuriero temerario e irridente, che non ha rispetto per il regno dei morti, ma ancor meno per i vivi, mentre alla fine dei conti Eracle, con tutta la faticosa inutilità delle sue imprese, con il suo sapersi rendere perfino ridicolo, è vivo nella nostra memoria e nel nostro affetto molto più di quanto lo sia mai stato Teseo, proprio perché i suoi eccessi nascondono un profondo rispetto per il dolore e le emozioni umane.

            Calasso dice che Teseo è l’iniziatore dell’eroe, senza il quale l’eroe grezzo (cioè Eracle) non potrebbe essere ammesso ai misteri di Eleusi. Ma è stato anche detto[2] che ai misteri di Eleusi Eracle si accosta solo per poter entrare nel Regno dei Morti a rapire Cerbero in una delle sue fatiche. E in realtà, si tratta di una strada ingannevole, non è tramite i misteri che egli potrà accedere all’Ade, ma solo con l’aiuto di Ermes e di Atena: dunque l’apparente superiorità che in questo modo si vorrebbe attribuire a Teseo è la superiorità di un mondo falso.

            Teseo ed Eracle introducono comunque, e questo è un elemento comune a entrambi, un modo nuovo di intendere la forza: non più come mezzo di sopraffazione e umiliazione contro altri uomini, ma al contrario, come un mezzo per aiutare altri. I concetti di giustizia e di rispetto cessano di essere considerati come virtù di chi era troppo debole per agire altrimenti, e divengono valori al cui servizio l’eroe può porre la propria forza.

            Per questo entrambi sono in Grecia i primi eroi: perché l’eroe, fin dalle epoche più remote, implica nella sua essenza un insieme di qualità positive di cui la forza non è che un aspetto, e probabilmente neppure il più importante.

            La versione più nota della sua nascita è questa: Egeo, re di Atene, era senza figli, e per questo si recò a Delfi per consultare l’oracolo e chiedere come avrebbe potuto avere un erede. L’oracolo gli diede l’incomprensibile consiglio di “non sturare il suo fiasco di vino prima di giungere in Atene”. Confuso, il re andò allora a Trezene, dove regnava l’amico Pitteo, uomo noto per la sua saggezza. Pitteo interpretò giustamente l’oracolo come l’annuncio di una grande paternità, e fece ubriacare Egeo perché giacesse con sua figlia Etra e avesse con lei l’erede destinato alla gloria.

            Risvegliandosi accanto alla fanciulla, Egeo comprese ciò che era accaduto e diede a Etra la sua spada e i sandali, con l’incarico di consegnarli al figlio quando fosse grande abbastanza da portare la prima e indossare i secondi. In tal modo egli lo avrebbe riconosciuto e lo avrebbe designato come suo erede. Si trattava certamente di un’arma molto pesante e di calzari da uomo: Teseo aveva solo sedici anni quando la madre gli rivelò le sue origini e gli mostrò i due oggetti, ma il ragazzo senza difficoltà sollevò la spada e calzò i sandali, e subito partì per Atene.

            Naturalmente circolava anche un racconto che accreditava, come per tutti gli altri grandi eroi, una paternità divina: sarebbe stato Poseidone a sedurre Etra. E si diceva che Teseo stesso avesse diffuso questa voce, certo non si era preoccupato di sfatarla. Del resto il nome stesso di Egeo richiamava il mare: Aix, la capra, era un appellativo delle onde, ed Egeo era pure chiamato il primo dio del mare, Briareo dalle cento braccia. Così, forse Egeo non era che il nome dato al duplicato di  Poseidone nella sua veste di padre di Teseo[3].

            Nel suo viaggio verso Atene, Teseo mostrò subito il proprio desiderio di eguagliare le imprese di Eracle, all’epoca già famoso: anziché prendere la via del mare, più rapida e più facile, andò per la strada di terra, sperando di potersi far valere poiché era noto che si trattava di una via estremamente pericolosa. E certo le avventure non gli mancarono: ed esse parvero anche in un certo qual modo richiamare la lotta di Eracle contro i poteri oscuri del re degli inferi. Tutti i nemici che Teseo si trovò ad affrontare avevano caratteristiche appartenenti al sovrano dei morti: Perifete uccideva tutti i viandanti con la sua mazza, e Teseo, dopo averlo ucciso con la stessa arma, la tenne con sé, ed essa divenne il suo emblema, come la clava era l’emblema di Eracle. Sinide (o Sini) legava i passanti tra due pini piegati, che poi lasciava andare sicché gli alberi, raddrizzandosi, laceravano i malcapitati. Anch’egli fu ucciso da Teseo nello stesso modo, e si dice anche che il giovane avesse sedotto la figlia di lui Perigine, che gli avrebbe dato Melanippo. Poi fu la volta di Scirone, che gettava gli uomini in mare per nutrire la sua gigantesca tartaruga, e che fu dato a sua volta in pasto all’animale da Teseo. Ancora, il re di Eleusi, Cercione, sfidava tutti gli uomini ad una lotta nella quale essi non potevano che perdere, e allora li assassinava: Teseo lo vinse e lo uccise, annettendo così il suo regno a quello di Atene. Infine sconfisse Procuste, il terribile “tenditore”, chiamato anche Damaste, “costrittore”, o Polipemone “puliriguastatore” (si diceva anche che Procuste fosse, come Sinide e forse anche Scirone, il figlio di Polipemone). Si tratta sempre di nomi che richiamano senz’altro un dio degli inferi. Procuste, come dice il suo nome, faceva giacere i suoi ospiti su un letto troppo lungo, e li “tendeva”, slogando loro le membre per allungarli. Secondo versioni più tarde e più note egli aveva anche un letto più corto, che usava per coloro che erano più alti, e ai quali venivano tagliati i piedi o la testa per adattarli. Così, si raccontava, Teseo uccise Procuste.

            Quando giunse a casa del padre Teseo, la sua fama di eroe vincitore della morte lo aveva già preceduto, e Medea, che sarebbe stata a quel tempo moglie o compagna di Egeo, ne ebbe paura, poiché voleva per sé e per suo figlio il trono di Atene. La maga terrorizzò il marito con i racconti sulle gesta dell’eroe, e lo convinse ad offrirgli una coppa di vino avvelenata. Ma quando già aveva in mano la tazza mortale, Teseo estrasse la spada, forse per tagliare un pezzo di carne dell’animale da sacrificare, e allora Egeo lo riconobbe e gettò in terra il vino, impedendogli di bere. Medea venne poi cacciata dal paese.

            Così il popolo di Egeo festeggiò l’eroe, dopo che fu sventato l’atroce delitto:

Te, grandissimo Teseo, Maratona ha ammirato per l’uccisione del toro di Creta, e se a Crommione il contadino ara senza paura della scrofa, è merito e opera tua. Per mano tua la terra di Epidauro ha visto cadere il figlio, armato di clava, di Vulcano, la piana del Cefìso ha visto cadere il crudele Procruste, Eleusi sacra a Cerere ha visto la morte di Cercione. Morto è quel Sini che male usava la sua forza immensa, che era capace di piegare i tronchi e curvava le cime dei pini fino a terra per lacerare e disperdere per gran tratto i corpi. Aperta e sicura è la strada per Alcàtoe, roccaforte dei Lèlegi, da quando tu hai messo a posto Scirone: e alle ossa disperse del brigante la terra nega una dimora, nega una dimora il mare, e si dice che a lungo sbattute esse si siano indurite, col tempo, in scogli: a quegli scogli è rimasto il nome di Scirone. Se volessimo fare il conto dei tuoi meriti e dei tuoi anni, le gesta supererebbero gli anni. Per te, o fortissimo, facciamo pubblici voti, alla tua salute sorseggiamo questo vino[4].

            Un vero e proprio peàna, in cui attraverso la voce del popolo Ovidio conferma il ruolo del ragazzo come protettore del suo popolo, uno che usa la sua forza per scopi di giustizia.

            Sembra che da molto tempo il regno di Egeo fosse minacciato da un fratellastro di questi, chiamato Pallante, il quale aveva cinquanta figli che continuamente tramavano per vincere il re e appropriarsi della città. Essi tesero un agguato a Teseo, ma questi, informato da un loro araldo, ne uccise molti, e gli altri fuggirono.

            L’avventura che segue può essere considerata una sorta di anticipazione di quella che sarà poi la più famosa impresa di Teseo: l’uccisione del Minotauro. Alcuni narratori dissero anzi che il toro selvaggio che Teseo aveva preso per le corna e riportato vivo ad Atene per poi sacrificarlo ad Apollo fosse in effetti lo stesso che Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, aveva amato, e dal quale aveva avuto il Minotauro.

            Il feroce mostro, mezzo toro e mezzo uomo, divoratore di carne umana era già stato affrontato da un altro giovane ateniese, Androgeo, il quale però era rimasto ucciso nel tentativo. E’ noto che Minosse aveva imposto ad Atene, da lui sottomessa in battaglia, l’atroce tributo annuale di sette giovani e sette fanciulle da sacrificare all’animale. Minosse si era impegnato a cancellare il tributo se uno dei ragazzi avesse vinto il mostro, ma senza l’ausilio di armi. Teseo si unì alle vittime in partenza per Creta, forse come volontario, forse perché sorteggiato o su espressa richiesta dello stesso Minosse. Pare che quest’ultimo durante il viaggio avesse anche cercato di sedurre una delle fanciulle, Eribea, futura madre di Aiace Telamonio. La sua richiesta di aiuto mise Teseo nella posizione per lui insolita di difensore delle donne. Minosse lo minacciò, dichiarandosi figlio di Zeus, ma il giovane lo affrontò coraggiosamente. Il re rise della sua dichiarazione di essere figlio a sua volta di Poseidone, e gettò un anello in mare sfidandolo ad andarlo a prendere: ma Teseo gli riportò l’anello e anche la corona di Anfitrite, moglie del dio del mare.

            Ma un’altra versione si raccontava, secondo cui Teseo sarebbe partito non sulla nave di Minosse, ma su una nave ateniese, e il padre Egeo gli avrebbe raccomandato, se fosse tornato sano e salvo, di sostituire la vela nera segno di lutto con una bianca, così egli avrebbe potuto essere certo della benevole sorte del figlio.

            In ogni caso, Teseo poté riuscire nella sua impresa grazie anche all’aiuto della dea Afrodite, che fece innamorare di lui Arianna, figlia di Minosse. In cambio dell’amore del giovane, la fanciulla gli svelò come uscire dal labirinto, dandogli un gomitolo il cui capo avrebbe dovuto assicurare allo stipite dell’ingresso. Così Teseo lasciò i suoi compagni all’entrata e affrontò il Minotauro, riuscendo ad ucciderlo. Sembra che questa sia stata proprio un’idea di Arianna, e non, come alcuni dissero, suggerita da Dedalo, perché lo stesso artefice del labirinto vi venne più tardi rinchiuso col figlio Icaro e non ebbe altro modo per uscirne che quello di costruire le ali di cera che sarebbero state causa della morte del ragazzo che voleva volare troppo vicino al sole.

            Il successivo abbandono di Arianna sull’isola di Nasso (motivato, si dice, dalla passione di Teseo per Egle, “la luce” figlia di Panopeo, il cui nome peraltro la mette in stretto rapporto con Arianna/Aridela), è coerente con il carattere di Teseo come lo conosciamo, instancabile seduttore di donne da cui poi sempre fuggiva. Tuttavia sembra si trattasse di una storia relativamente tarda, poiché secondo gli antichi, al contrario, Teseo sarebbe stato stregato per dimenticarla: forse perché Arianna “la pura”, che si chiamava anche Aridela “la luminosa” era già amante di Dioniso, come lui legata, anche nel suo doppio nome, al mondo celeste come a quello sotterraneo. Così, Dioniso, nella versione seguita anche da Omero, l’avrebbe fatta uccidere da Artemide a causa del suo tradimento (Teseo, tornando a prenderla, l’avrebbe trovata morta di parto). Oppure invece Dioniso rapì allora la bella giovane all’eroe per farne la sua sposa.

            Ma forse questo incanto dell’oblio che si diceva gettato su Teseo si ricollega a ciò che accadde dopo: la superficialità e la distrazione del ragazzo non furono fatali solo alla sua innamorata, ma anche al padre perché, nella gioia del ritorno l’eroe dimenticò di sostituire la vela nera con quella bianca ed Egeo, credendo che il figlio fosse morto, si gettò dall’Acropoli, o forse nel mare che da lui avrebbe preso il nome.

            Ovidio, cantore sempre ironico e spesso irriverente dei miti greci, almeno nell’opera più giovanile, sceglie della storia di Teseo e Arianna la versione meno edificante, per mettere in guardia le donne contro le malizie di un amante spesso ingannatore:

 Oh, guardatevi, figlie di Cecrope

dai giuramenti di Teseo! Quei numi

ch’egli ora invoca, li invocò più volte[5].

                Com’è nella sua natura scanzonata, il poeta riprende anche la versione del rapimento da parte di Dioniso, facendone una scena quasi farsesca, con cembali e tamburi, e le Baccanti e i Satiri, ma soprattutto Sileno “il vecchio ubriaco” che riesce a malapena a tenersi in groppa al somarello, e infine Dioniso sul carro trainato dalle tigri, alla cui vista in Arianna “disparve ogni ricordo di Teseo”. Il dio promette alla fanciulla l’onore di un posto tra gli astri:

Mio dono è il cielo: chiara tra le stelle

t’ammireranno nuova stella in cielo.

La corona di Creta ai naviganti

guiderà spesso il corso[6]

             Ma queste parole suadenti sono subito seguite dalla scherzosa descrizione del divino amplesso:

… e sul suo petto

stretta che l’ebbe (né valeva in lei

forza a vincere il dio), la possedette.

Tutto può un nume e sempre ciò che vuole

e s’unirono insieme il dio e la sposa

sul sacro letto

            Abbiamo visto d’altra parte come lo stesso poeta abbia in seguito lodato, molto più seriamente, il coraggio con cui Teseo affrontava le sue avventure eroiche sempre volte alla protezione dei più deboli, benché questo aspetto convivesse felicemente con un rapporto alquanto spregiudicato con il sesso femminile.

            Divenuto re, Teseo riunì le varie borgate dell’Attica nella città di Atene, e fu venerato in seguito come creatore della politeia, la vita comune in uno stato. Ma non per questo abbandonò le avventure né i rapimenti di donne. Ad un certo punto della sua vita fu persino sposo di Elena prima che ella, riportata a casa dai Dioscuri, venisse sedotta da Paride (si diceva che Ifigenia fosse figlia non di Clitemnestra, ma di Elena che l’avrebbe avuta da Teseo e l’avrebbe consegnata alla sorella al momento della nascita). Fu allora che l’amico Piritoo, che diceva di essere uno dei numerosi figli di Zeus, e che aveva aiutato Teseo nel rapimento di Elena, pretese che egli lo aiutasse nella più sfrontata delle imprese: il rapimento di Persefone, moglie di Ades e dea degli inferi. Forse a quel tempo i due uomini erano già avanti negli anni, Piritoo era già vedovo della moglie Ippodamia e Teseo aveva già subito la tragedia che si era abbattuta sulla sua casa dopo aver sposato Fedra, sorella di Arianna, di cui parleremo tra breve. In ogni caso, essi scesero entrambi nell’oltretomba dove Ades, fingendo di ascoltare la loro richiesta, li fece sedere sulla sedia dell’oblio, da cui non avrebbero mai più potuto liberarsi. Ma si sa, nei miti come nelle fiabe non si può prestare troppa fede al tempo, che non è certo uguale a quello che noi conosciamo. Infatti Teseo sarebbe stato liberato dagli inferi, molti anni più tardi, da un Eracle ancora giovane durante la ricerca di Cerbero, il che non sarebbe possibile, perché Teseo era assai più giovane dell’altro eroe. E’ probabile dunque che il rapimento di Elena sia avvenuto molto tempo prima, forse prima ancora dell’avventura del Minotauro.

            Come aiutante di Eracle nella lotta contro le amazzoni, Teseo rapì Antiope, sorella della regina Ippolita, se non, come taluno riteneva, la stessa regina. Per questo le amazzoni attaccarono Atene, a Antiope, innamoratasi del giovane, le tradì, consentendogli di difendere la sua città, e per questo venne uccisa, non prima di avergli dato il figlio Ippolito.

            Più tardi Teseo, come si è accennato, sposò Fedra, sorella di Arianna: Minosse nel frattempo era morto e Deucalione cercava così di rinsaldare l’alleanza con il potente vicino. Fedra diede a Teseo i due figli Acamante e Demofonte (che anni dopo avrebbe salvato la nonna Etra, divenuta schiava di Elena, dal palazzo reale di Troia dato alle fiamme). Tuttavia la storia che segue è fosca: Fedra si innamorò di Ippolito, un giovane bellissimo e strano, devoto ad Artemide e disdegnoso dei doni di Afrodite: forse per questo la dea lo punì con l’amore della matrigna, al quale egli reagì con disgusto. Fedra allora si uccise, lasciando una lettera a Teseo, che era lontano, in cui accusava il figliastro di averla sedotta. Teseo chiese allora al padre Poseidone di far morire suo figlio per il disonore che aveva arrecato alla sua casa, e il esaudì il suo desiderio, inviando dal mare un toro selvaggio che fece imbizzarrire i cavalli del suo cocchio, sicché il giovane morì, sebbene si dicesse che Artemide lo aveva fatto riportare in vita da Asclepio, e lo si riconoscesse in cielo nella costellazione dell’Auriga.

            Alla fine della sua vita Teseo fu costretto a lasciare l’Attica. Chi poneva il rapimento di Elena in questo periodo, riteneva che ciò fosse avvenuto perché i Dioscuri avevano dato battaglia e Atene era caduta, o forse il suo stesso popolo gli era divenuto ostile, istigato da un discendente del demagogo Eretteo. Sembra comunque che egli si recasse nell’isola di Sciro dove, forse ritenendo pericolosa per il suo regno la presenza di un uomo così forte, gli finse amicizia e un giorno lo gettò da una collina. Il regno rimase nelle mani del nipote di Eretteo fino a che questi morì e Demofonte, di ritorno da Troia, ereditò il regno del padre Teseo.

[1]Ibidem

[2]P. Citati, op. cit., p.

[3]K. Kerényi, op. cit., p. 421

[4] Ovidio, op. cit., p. 270

[5]Ovidio, L’arte di amare, Rizzoli, Milano, II edizione 1979, trad. di Ettore Barelli, p. 275

[6]Ibidem, p. 145

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle, Parte II

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Avendo ormai terminato le dodici fatiche previste (in origine erano dieci, ma come si è detto Euristeo ne aveva invalidate due), Eracle dovette tuttavia affrontare altre durissime prove. Secondo Euripide, fu dopo il suo ritorno dagli inferi che, profondamente cambiato, Eracle fu assalito da Lyssa, la follia, uccise i suoi figli e la moglie Megara. In quel caso le sue dodici fatiche avrebbero avuto un’altra motivazione, forse un prezzo da pagare per poter entrare nel regno del cugino Euristeo. Per Euripide è proprio con la follia che Eracle paga il prezzo della sua natura divina: la follia che egli non merita e che subisce unicamente a causa della cieca gelosia di Era. Tanto che perfino la stessa Lyssa, ironicamente più saggia della grande dea, esegue malvolentieri gli ordini recati dalla messaggera degli dèi Iris, portatrice della volontà di Era:

Voglio dunque esortare Era, prima di vederla cadere in errore, e anche te, se mai diate retta ai miei consigli. L’uomo nella cui casa mi introduci è tutt’altro che oscuro sulla terra e fra gli dèi: ha bonificato le regioni inaccessibili e le terre inospitali e, da solo, ha ripristinato il culto divino che era messo in pericolo da uomini empi; non vi consiglio dunque di tramare una così grave sciagura”.

Proprio nel momento in cui sta per compiere il più orribile delitto della sua vita, viene confermato il ruolo di Eracle come protettore dell’umanità e del culto divino! e proprio dall’incarnazione della sua follia, quella che lo accecherà, rendendolo strumento di una strage voluta dagli dèi senza alcuna ragione di giustizia. Quale miglior prova della sua innocenza? L’eroe di Euripide non è l’uomo arrogante, accecato dalla mania di grandezza, che attira su di sé lo sdegno divino; al contrario, sono gli dèi ad essere oggetto di critica. Anche qui, tuttavia, viene adombrata una ragione diversa:

Nel massacro opera della sua stessa mano, sappia qual’è l’odio che Era nutre per lui e conosca anche il mio; altrimenti gli dèi non varranno più nulla e il potere dei mortali sarà grande, se lui non sconta un castigo[1].

Nelle parole della  si manifesta l’idea che proprio la grandezza di Eracle, più che la sua nascita illegittima, sia la causa scatenante della gelosia di Era. E allora si potrebbe pensare che Zeus, il grande assente, non protegga suo figlio perché, dopotutto, condivide quella gelosia per gli uomini troppo vicini all’immortalità. Non dimentichiamo che si tratta dello stesso Zeus che scatenerà la guerra di Troia come un mezzo per distruggere la stirpe degli eroi di discendenza divina, lasciandone solo il ricordo nella poesia.

            Per piegare Eracle gli dei scelgono appunto la sua qualità “sovrumana”, la sua forza, che diventa strumento della distruzione di coloro che egli maggiormente ama. E’ questa la ragione per cui, come abbiamo visto, Eracle rinuncia ai suoi tratti divini: all’eroismo della forza giovanile viene in un certo senso contrapposta un’altra forma di eroismo, molto meno visibile, nelle parole che lo stesso Eracle pronuncia dopo il massacro, al termine della tragedia: “è insensato chi antepone la ricchezza o la forza ai suoi amici”: è Teseo che lo sostiene, anche dopo l’ignominioso delitto, senza il timore di “contaminazione” che il popolo attribuiva all’autore di un crimine. E’ lo stesso atteggiamento di lealtà totale, di affetto senza cedimenti che già si era visto in Anfitrione, ma Teseo non è un parente. Sembra qui prospettarsi una scala di valori in cui l’amicizia, l’affetto, sia che provenga da un parente o da un “estraneo” è il bene più grande, l’unico che possa sottrarre Eracle al senso di annientamento che lo spingerebbe al suicidio. E questo affetto, la phylia che antepone ad ogni rischio per sé la protezione dei propri amici sembra una forma di eroismo estremamente “moderna”. Forse anche improntate ad una razionalizzazione del “superstizioso” timore popolare legato alla contaminazione, le parole di Teseo sembrano comunque ribadire che anche se dalla sua solidarietà dovesse derivare qualcosa di male, nondimeno egli aiuterebbe comunque l’amico:

“Perché agitando la mano mi segnali il tuo terrore? Forse perché la contaminazione non mi arrivi con le tue parole? Non mi preoccupa per nulla condividere con te la sfortuna: in altri tempi ho diviso la buona sorte”[2].

Oltre ad essere innovativa e affascinante, questa rappresentazione sembra anche dare una spiegazione molto vera e reale della follia di Eracle: infatti è difficile credere, anche per un eroe del suo calibro, che egli potesse lottare col signore delle tenebre senza alcuna conseguenza. Ma le tante guerre che combatté e gli assassini che commise dopo, alcuni dei quali non  certo onorevoli, furono anch’essi frutto di una sorta di follia. Sembra allora più coerente pensare ad un Eracle che, pur avendo combattuto tanto a lungo contro le forze oscure che lo perseguitavano, e pur avendo tante volte vinto, dovesse ancora soffrire per molti anni le conseguenze della sua natura incontrollata, fino a un’apoteosi finale nella conquista di un’essenza divina che potrebbe allora assumere, non diversamente dalla conquista del trono dell’eroe delle fiabe, il senso di una conquistata maturità, di quella che Bettelheim chiamava una “superiore umanità”.

Ma c’è un altro aspetto che emerge con chiarezza nella tragedia di Euripide forse più che nei precedenti miti. Certo, Eracle è sempre stato “unico”, come tutti gli altri eroi, tutti caratterizzati da un segno distintivo, un “marchio” che, anche quando non è “fisico” (come la stella in fronte di tanti eroi delle fiabe) è certamente morale: la furia, il coraggio, l’intelligenza, l’astuzia. Ma è qui che viene fuori in tutta la sua forza la solitudine, che non sempre viene associata a Eracle. Troppo spesso l’eroe viene rappresentato nel suo massimo splendore, con la sua incrollabile forza fisica, la determinazione, la sicurezza di sé che sembrano escludere ogni fragilità. Invece Euripide lo rappresenta nella sua più tremenda debolezza, nel suo destino di reietto, di uomo contaminato che “è diviso tra la cerchia degli intimi che condivide il suo marchio d’infamia e la società in generale che lo teme e lo rifiuta”[3]. A questa debolezza Euripide non contrappone più la forza semidivina dell’eroe, ma la ricerca tutta umana della dignità perduta. La pazienza, la rassegnazione, il recupero dei valori di solidarietà e compassione cui si faceva cenno prima. La solitudine estrema di chi ha varcato il confine tra umano e divino non può essere superata con la pacificazione tra gli opposti, con le qualità che rendono l’eroe diverso dagli altri, ma al contrario, solo con il recupero del rapporto con gli altri uomini, grazie a ciò che lo accomuna a loro. E infatti, contrariamente a quanto vorrebbe Teseo, che vede le lacrime dell’amico come contrastanti con il prestigio e la virilità dell’eroe, Eracle non rinnega più nulla di ciò che è umano. E non ritiene affatto incompatibile con la dignità, ma anzi, parte di essa, tanto il coraggio di continuare a vivere, quanto l’esprimere col pianto la pietas che ancora lo lega ai suoi cari che ama, e che ha assassinato senza colpa[4].

La tragedia di Euripide si chiude qui, con la partenza dell’eroe per Atene con l’amico Teseo, ma Eracle era ancora destinato, anche dopo aver terminato la sua ultima fatica, ad altre grandi imprese, ad altre umiliazioni, ad altri passaggi attraverso crisi di furia simile alla pazzia.

A Ecalia egli partecipò a una gara di tiro con l’arco indetta dal re per dare in sposa la figlia Iole, e la vinse, ma il re non volle mantenere l’impegno, proprio perché in precedenza Eracle aveva ucciso la moglie Megara (o secondo un’altra versione dopo aver ucciso i figli l’aveva data in sposa al nipote Iolao). Eracle, furioso, se ne andò, ma venne scoperta la mancanza di alcuni armenti del re che, si sarebbe scoperto poi, erano stati rubati da Autolico. Il figlio del re Ifito andò a cercare Eracle per pregarlo di aiutarlo a ritrovare le bestie, ma egli pensò che il ragazzo lo sospettasse del furto, e lo gettò dalle mura della città, provocandone la morte, benché fosse suo ospite, e così macchiandosi di un crimine molto grave agli occhi degli dei[5].

Nuovamente in preda alla follia, dovette servire ancora per tre anni presso la regina Onfale di Lidia, che secondo alcuni gli diede anche un figlio. Ma si diceva anche che presso di lei egli fosse stato costretto a indossare vesti femminili e compiere lavori da donna, o comunque imprese di poco conto. Una ulteriore umiliazione, o una ulteriore dimostrazione della grandezza di Eracle e a un tempo del suo carattere così umano, nonostante la sua asserita natura divina? Poiché egli non solo non si sottraeva a quelle piccole meschinità che altri avrebbero disdegnato, ma addirittura acconsentiva a lasciarsi prendere in giro, ridendone a sua volta. Questo accadde quando su ordine della regina Onfale egli andò a catturare i cercopi, strani esseri simili a scimmie, furfanti bugiardi e ladri che erano la disperazione degli uomini. Quando essi cercarono di rubargli le armi mentre dormiva, l’eroe si svegliò, li appese per i piedi ad un bastone e li portò dietro di sé “come due secchi”[6]. Nonostante la scomoda posizione i due fratelli, ricordando l’ammonimento della madre a guardarsi da uno che aveva “il posteriore nero”, si misero a ridere. Eracle si fece dire il motivo della loro allegria, e scoppiò a ridere anche lui. Ed ecco che allora questo eroe eccessivo, violento, quasi terrificante, subisce d’improvviso un rassicurante ridimensionamento, e acquista un carattere che pochissimi altri eroi avevano avuto prima di lui, e pochissimi avrebbero avuto in seguito: ci diventa simpatico. Questo eroe divino che lotta e vince la morte sotto i suoi molteplici aspetti ridiventa il buffo gigante che ama mangiare bene e bere vino e godersi la vita. Persino quando sottrae la dolce Alcesti a Thanatos, immaginarlo in questa rissa a pugni nudi con lo “scheletro con la falce” suona un’impresa magnifica ma anche grottesca, quasi buffa.

Sempre per ordine di Onfale, Eracle lavorò presso Sileo, che rendeva schiavi gli stranieri spogliandoli di ogni loro avere e costringendoli a lavorare nella sua vigna. Eracle stesso venne forse da lui acquistato come schiavo, ma quando gli venne messa in mano la zappa, egli sradicò tutte le viti e le usò per accendere il fuoco e arrostirsi la carne per un banchetto; poi prese il vino migliore dalla cantina e scardinò la porta per usarla come tavola. Quando Sileo vide quella rovina e si adirò, Eracle lo invitò a pranzare insieme a lui. L’uomo allora, infuriato, prese a bestemmiare e per questo rimase ucciso. Sembra che Eracle facesse di sua figlia una delle proprie mogli, ma alla sua partenza la fanciulla si sarebbe uccisa, ed egli tornando qualche tempo dopo l’avrebbe trovata morta.

Benché Eracle abbia amato nella sua vita molte donne, di lui non si parla mai come di un rapitore, di un seduttore: accadde anche che egli portasse via una fanciulla come un Teseo, poniamo: lo fece con Auge, con Iole. Ma si trattò di episodi particolari: colui che venne definito il “servo delle donne” le amò probabilmente tutte con uguale passione e devozione.

Una volta terminato anche il periodo di servitù presso Onfale, l’eroe si dedicò a dar battaglia a coloro che in vario modo gli avevano fatto del male, tra cui Laomedonte, re di Troia, al quale dopo l’avventura della cintura di Ippolita, sulla strada del ritorno Eracle aveva salvato la figlia da un mostro marino. Il re gli aveva promesso in cambio le cavalle che Zeus gli aveva donato, ma poi aveva rifiutato di dargliele. Eracle tornò a Troia con Telamone e uccise Laomedonte e tutti i suoi figli tranne Podarce, che la sorella Esione riscattò in cambio del suo velo, e Titone. Podarce rimase re di Troia col nome di Priamo (“compero”), proprio per il fatto che era stato riscattato. Esione venne data in sposa a Telamone e gli diede il figlio Teucro (da cui i Troiani vennero chiamati anche Teucri).

Dopo aver vinto anche gli Spartani e aver sedotto Auge, che gli diede il figlio Telefo, Eracle ricordò la promessa che aveva fatto a Meleagro, e si recò a Calidone, dove regnava Eneo. Per averla in sposa sconfisse il dio del fiume Achelòo, pure un pretendente della fanciulla che da quel giorno ebbe un solo corno sulla fronte. Il racconto lo fa il fiume stesso a Teseo, di ritorno dopo l’impresa del cinghiale di Calidone: “la sconfitta non fu tanto un’onta quanto fu un onore combattere, e molto mi consola la grandezza di chi mi vinse”[7]. Auge diede ad Eracle due figli, e un altro figlio egli lo ebbe dalla figlia di Fileo, Astioca. Un giorno, forse per un incidente, Eracle uccise uno dei figli di Eneo e ancora una volta volle espiare recandosi in esilio. Deianira lo accompagnò (secondo altre versioni questo episodio si verificò invece appena dopo che Eracle ebbe conquistato Deianira, mentre la conduceva con sé). Giunti al fiume Eveno in piena, il centauro Nesso si offrì di traghettare Deianira, poi cercò di violentarla: allora Eracle con una freccia avvelenata uccise Nesso che, morendo, disse a Deianira di conservare il sangue della sua ferita per farne un filtro d’amore, da usare se un giorno Eracle si fosse stancato di lei.

Dopo aver compiuto altre imprese, Eracle decise di vendicarsi di Eurito, padre di Iole. Lo affrontò con l’esercito, lo uccise e fece di Iole la sua amante. Poi decise di offrire un sacrificio a Zeus e fece inviare a Deianira un messaggero perché gli inviasse una tunica pulita. Temendo che il suo sposo le preferisse Iole, Deianira gli inviò una tunica impregnata del sangue di Nesso, e quando l’eroe la indossò, essa gli bruciò le carni: infatti a Eracle era stato predetto che non sarebbe morto per mano di un vivo, e Nesso a quel tempo era morto da molti anni. Deianira, scoprendo di essere stata ingannata, si uccise. Eracle si fece erigere una pira e scomparve tra le fiamme: era infatti stato assunto sull’Olimpo, dove si riconciliò con Era ed ebbe in sposa sua figlia Ebe. Solo la sua ombra rimase agli inferi, dove più tardi incontrò Odisseo. Anche in cielo Zeus aveva voluto eternare il ricordo delle fatiche del figlio, nella costellazione del Sagittario, dove lo si vede inginocchiato sempre nell’atto di scoccare una freccia.

[1]Euripide, Eracle, cit., p. 205-207

[2]Ibidem, p. 253

[3]R. Parker, Miasma, cit. in M. Serena Mirto, op. cit., p. 43-44

[4]M. Serena Mirto, op. cit., p. 47, ed Euripide, Eracle, op. cit. p 279-281

[5] E’ Apollodoro a parlare di questo come di un nuovo episodio della follia di Eracle. La versione di Omero, nell’Iliade, è molto meno favorevole all’eroe, sostenendo che egli uccise Ifito, che tra l’altro in precedenza aveva preso le sue parti contro il padre, perché aveva egli stesso le bestie,  comprate da Autolico.

[6]K. Kerényi, op. cit., p. 401

[7] Ovidio, op. cit., p. 343

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle – Parte I

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I miti che circolavano sull’origine divina di Eracle non erano dissimili da quelli riferiti per molti altri eroi. La madre Alcmena era sposa di Anfitrione, e si diceva che entrambi fossero discendenti di Perseo. Secondo il mito, però, non toccò ad Anfitrione la prima notte di nozze della sua sposa vergine: Zeus le si presentò sotto le vesti del marito vittorioso e la possedette per tre giorni, o per una notte tre volte più lunga di quelle normali. Per questo il bambino nato da quella unione aveva una forza sovrumana. Zeus era un gran seduttore di dee come di donne mortali, ma in questo caso, ci si dice, “il padre di uomini e dèi / un altro pensiero tesseva nella mente: come, per gli dèi / e per gli uomini che si nutron di pane, far nascere un difensore[1]. Ma quella stessa notte, o forse il giorno dopo, giunse anche Anfitrione, e quando Alcmena gli disse che era già stato da lei, che già le aveva narrato le sue imprese e l’aveva amata, egli comprese subito ciò che era accaduto. Dalla sua unione con la sposa nacque Ificle, il gemello mortale di Eracle.

A causa del fatto che era stato generato da una delle numerose amanti di Zeus, Eracle ebbe per tutta la vita l’ostilità della gelosa Era, e fu questo uno dei principali motivi delle tragedie che lo colpirono ma anche, attraverso le fatiche che la dea gli impose, la causa della sua grandezza.

Quando, ancora in fasce, Eracle uccise i due serpenti entrati nella stanza dove dormiva col fratello, si disse che i mostri fossero stati inviati da Era, ma anche che Anfitrione stesso li avesse posti nella culla per capire quale dei due bambini fosse figlio del dio.

Eracle veniva venerato nella sua doppia veste di dio e di eroe, ma fino alla sua discesa al Tartaro non era che un eroe umano come gli altri che lo avevano preceduto e quelli che lo avrebbero seguito, dei quali tutti si diceva che avessero origine divina, e che tuttavia avevano terminato la loro vita come comuni mortali (quasi tutti, da Perseo ad Achille: solo per Cadmo e Armonia si era parlato di un’eternità in forma di serpenti, legati dunque pur sempre agli inferi, mentre Castore, grazie all’affetto del fratello, ogni due giorni ne trascorreva uno sull’Olimpo e uno nel regno sotterraneo).

Sotto certi aspetti, Eracle appare anzi come il più umano, se pure il più grande, tra gli eroi greci: più di ogni altro egli rappresenta la quotidiana fatica dell’uomo, tanto che si potrebbe dire che le sue grandi, ciclopiche imprese sono poi assurte a simbolo della apparentemente (ma solo apparentemente) molto meno grandiosa lotta umana per la sopravvivenza.

La tradizione greca lo vedeva però superare i limiti della condizione umana fino a raggiungere, al termine della sua vita, la piena condizione di divinità, e ancora di più di questo,  il superamento del conflitto con Era, e il matrimonio con la figlia di lei, Ebe.

Rispetto a questa tradizione, la figura di Eracle nella tragedia di Euripide che da lui prende il nome appare davvero rivoluzionaria.

Qui Anfitrione rivendica per sé una sorta di doppia paternità. E’ vero, l’aver condiviso il letto della sposa con Zeus sembra l’ultimo sprazzo di orgoglio del vecchio che sta per essere ucciso dal nuovo re di Argo, Lico, per vendetta contro Eracle: ma nondimeno è un tratto che percorre l’intera tragedia, la contrapposizione del ruolo davvero paterno di Anfitrione, che difende il figlio e, per quanto può, protegge la sua prole, disposto anche a sacrificare se stesso, rispetto all’assenza di Zeus, che dovrebbe essere, di Eracle, il vero “padre naturale”, ma non fa nulla per alleviare le sue disgrazie, non si comporta affatto da “genitore”, rimane distante e irraggiungibile e sordo a ogni preghiera fino alla fine. Anzi, per la prima volta nella rappresentazione di un mito, si esprime con chiarezza l’idea che sia proprio questa la verità: una straordinaria mescolanza del seme umano e divino, che avrebbe dato vita al più contraddittorio degli eroi greci, diverso da tutti gli altri[2].

Tanto che, una volta guarito dalla tremenda follia che, per vendetta di Era, lo aveva colpito al ritorno dall’ultima sua fatica, Eracle fa una scelta radicale e del tutto contraria a quella del mito originario: decide di abdicare completamente alla sua divinità, di rinnegare il padre Zeus. Scegliendo l’umanità di Anfitrione, che appare ai suoi occhi provvisto delle doti di giustizia e di affetto che un dio, in quanto tale, non possiede, Eracle mostra di dare più importanza a questi sentimenti pienamente umani, piuttosto che alla fredda equidistanza di qualcuno che si dice padre ma che, in quanto essere perfetto, non può dargli altro che un destino sovrumano, nella gloria ma anche nel dolore. La giustizia, la morale, la compassione, la solidarietà appartengono agli uomini, dice Eracle all’amico Teseo, e non bisogna cercarli negli dei. Gli dei non hanno morale, perché sono eterni, è l’uomo a cercare il prestigio e la gloria per lasciare un segno durevole che lo compensi della sua mortalità. E il prestigio e la gloria discendono dalla protezione dei deboli. E’ la fragilità umana che dà luogo ai più alti sentimenti umani. Ma la commistione tra la fragilità umana e la potenza divina è distruttiva, sempre: anche quando dovrebbe essere mediata dalla consanguineità, anche quando, come nel caso di Eracle, sembra portare grandi doni. Questi doni finiscono inevitabilmente per ritorcersi contro l’uomo, e proprio Eracle ha sperimentato che ciò che lo distingueva dagli altri uomini, la forza con cui ha sconfitto i mostri, lo ha anche fatto “sprofondare ben al di sotto della soglia di umanità”. Di qui la scelta radicale e rivoluzionaria di negare addirittura la sua paternità immortale, rinunciando a ogni natura divina che potesse essergli stata tramandata da Zeus.

Su questa strada, l’Eracle di Seneca va addirittura oltre. La sua follia è sì indotta da Era, ma viene giustificata dal timore provocato dall’eccessiva ambizione dell’eroe, quasi un “delirio di onnipotenza”. Qui appunto la commistione tra umano e divino è tutta a carico di Eracle, che travalicando i confini riservati ai mortali, si attira la punizione divina. Nella sua megalomania, egli avrebbe potuto altrimenti, una volta tornato dall’Ade, e dunque da un regno inaccessibile per ogni altro vivente, non soltanto paragonarsi a un dio, ma addirittura scalzare il padre celeste, spodestandolo come Giove aveva fatto con Saturno[3].

E’ interessante il parallelismo che è stato proposto con il percorso di Dioniso: figlio di Zeus e dell’umana Semele, Dioniso era un Dio, e per affermare il proprio culto contro chi negava la sua natura divina, aveva sparso sangue a fiumi nella famiglia di sua madre: la stessa Semele era stata uccisa da Zeus, sia pure contro la sua volontà; la sorella Agave, fatta impazzire da Dioniso, aveva ucciso il proprio figlio, e così l’altra sorella Ino, pure colpita dalla follia insieme al marito Atamante. Alla fine, Dioniso abbandona ogni legame con la famiglia umana, tornando alla sua natura pienamente divina di figlio di Zeus. Sebbene la scelta di Eracle, nella tragedia euripidea, sia diametralmente opposta, l’obiettivo sembra lo stesso: la pacificazione delle due stirpi, quella umana e quella divina, non può ormai più avvenire, nell’età di Euripide, se non al prezzo di ristabilire una distanza incolmabile, in cui non c’è più spazio per quella “contaminazione” tra uomini e dei che era stata al contrario alla base di tutta la mitologia precedente[4].

Così, lungi dall’essere l’immagine della forza bruta, incapace di pensiero, come talvolta è stato rappresentato, Eracle era un eroe estremamente complesso. Aveva difetti umanissimi, ma centuplicati: era violento, lussurioso, ingordo. Eppure, la sua generosità, il coraggio con cui difendeva sempre i deboli, sono rimasti proverbiali quanto la sua forza. Era “bello e grande, eroico e vigoroso”, “il più grande, ma anche il più esposto alla sofferenza”, “il più valoroso degli uomini”, uomo di “straordinaria forza (e pazienza)”, che una perduta statua di Lisippo probabilmente rappresentava in una luce del tutto diversa, malinconica, pensosa, con la testa piegata in segno di fatica e di sdegno per ciò che gli si imponeva[5].

A lui si attribuiscono domande simili a quelle che assillano tutti gli uomini: Eracle ha tanti nomi, ogni popolo gliene ha dato uno diverso, dai Fenici ai Celti agli Etruschi e agli Asiatici, ed è quindi naturale che si chieda chi è, se è davvero figlio di Zeus, un essere speciale, autore di imprese uniche, o un uomo come tutti gli altri, la cui fatica, il cui dolore, non è altro che la fatica e il dolore di tutti i viventi. E se le lotte che ha sopportato sono servite a qualcosa, se sono opera sua, frutto di una sua scelta, oppure ogni cosa è predestinata dalla Moira, dal destino, e quindi la libertà di cui è così orgoglioso non è in realtà che un’illusione.

Secondo una versione del mito, Eracle si chiamava in origine Alceo[6]. Questo nome, che forse derivava dall’omonimo nonno paterno, conteneva già in sé una promessa di coraggio indomito, se alké  è appunto in greco il coraggio armato. Più tardi Era gli ispirò la follia per cui egli uccise i suoi stessi figli, e forse anche la moglie Megara. Per questo, per espiare, egli dovette cambiare nome, diventare “gloria di Era”, assoggettarsi a quella stessa dea che nel suo odio lo aveva fatto indicibilmente soffrire, e compiere quelle dodici fatiche che gli uomini hanno poi visto come simbolo della lotta di ognuno contro il male che è fuori come dentro di lui. E così anche la sua follia, la sua parte violenta e crudele ogni uomo la può riconoscere come il mostro creato in se stesso dalle proprie paure, dall’odio, dall’orrore, o, secondo un’altra prospettiva, dall’ostilità degli dei.

Anche la pazienza di Eracle è la stessa degli uomini, la pazienza di riprendere ogni giorno la lotta dell’esistenza, spesso senza neppure chiedersi perché, o se ne valga la pena.

Eracle dunque non ha affatto voglia di affrontare le sue fatiche. Egli avrebbe dovuto, secondo la volontà del suo divino genitore, regnare su Argo, ma Era aveva tramato per mettere al suo posto il cugino Euristeo, un uomo che valeva assai meno. Assoggettarlo ai capricci e alla vanagloria di quest’uomo sciocco era dunque una doppia umiliazione. Spesso le fatiche che il re imponeva al cugino erano ridicole, e certo erano quasi sempre inutili. E’ dunque solo la pazienza, la   sottomissione agli dei e la consapevolezza della propria colpa che trattengono Eracle dall’annientare quel nemico così sciocco e pauroso che neppure osa guardarlo in faccia. Ma se fosse per lui, Eracle non affronterebbe tanto volentieri le battaglie che pure costituiscono una costante della sua vita.

In questo è simile a Giasone, che “preferirebbe vivere da borghese nella sua casa”[7], e prega gli dei di liberarlo dalle sue imprese. Lui è, appunto, uno di quegli uomini che dell’eroismo hanno fatto un ruolo, quasi un lavoro. Come Eracle, e diversamente da Teseo, ad esempio, o da Achille, egli non corre incontro all’avventura, non sceglie, ma lascia che il suo destino si compia, esegue con rassegnazione quei grandi compiti che gli dei hanno voluto per lui, di fronte ai quali si sente talvolta inadeguato, e che spesso guarda con una sorta di annoiato, malinconico distacco, proprio come Eracle.

A ben vedere, con tutta la sua forza, le sue imprese grandiose, i suoi eccessi, Eracle resta l’eroe “troppo umano”, come dice Calasso (ma questa frase è stata riferita anche ad altri: Ettore, e forse anche Odisseo: è un caso che per questi eroi greci, tanto vicini agli dei, si insista così spesso sul loro opposto legame con l’uomo, i suoi vizi, i suoi timori e la sua debolezza?), e lo sprone delle sue imprese non è lo spirito d’avventura, ma la necessità.

La prima impresa di Eracle è l’uccisione del leone di Nemea, un mostro che non poteva essere sconfitto con armi, sicché l’eroe dovette battersi con lui a mani nude. Fu allora che lo scuoiò e si rivestì con la sua pelle, in questo modo identificandosi in un certo senso col mostro. Potremmo vedere questo rito come una sorta di purificazione, di catarsi: accettare il proprio lato mostruoso, rivestirsene e farlo uscire allo scoperto è un modo per cominciare a vincerlo. Euristeo invece è l’uomo che ha paura del lato oscuro, che non ha mai superato la paura dei mostri che nascono dall’oscurità dell’inconscio: per questo, quando Eracle gli getta ai piedi la carcassa del leone, egli fugge a nascondersi e impone ad Eracle di non mostrarsi mai più al suo cospetto, ma di lasciare i frutti delle sue fatiche alle porte della città e di comunicare col re solo tramite un araldo.

O forse, come è stato anche ritenuto, il leone inviato dagli dei a seminare terrore tra gli uomini, che era figlio della mostruosa dea preolimpica Echidna e che non poteva essere ferito da alcuna arma, simboleggiava la morte, e già con questa prima impresa dunque Eracle avrebbe sconfitto le forze oscure degli inferi. Allora indossare la pelle dell’animale avrebbe significato che ciò che prima recava paura e dolore avrebbe portato da quel momento la salvezza[8]. In tal caso sarebbe stato semplicemente della morte che Euristeo, invece, continuava ad avere paura.

La seconda impresa fu l’uccisione dell’idra della palude di Lerna, un mostro con molte teste (il numero variava nei racconti) di cui una sola immortale. L’idra non era mai stata vinta da nessuno, poiché ad ogni testa che le si tagliava ne ricrescevano subito due. L’enorme difficoltà della lotta ha fatto identificare anch’essa, pure ritenuta figlia di Echidna, dalla discussa natura di serpente o di cane, con la Morte[9]. Eracle chiese aiuto a Iolao, figlio di suo fratello e suo compagno in molte imprese, il quale bruciò i tronconi per impedire che le teste si riformassero. Così Eracle riuscì a tagliare anche la testa immortale, ma Euristeo rifiutò di considerare l’impresa come valida, dal momento che egli non l’aveva compiuta da solo.

Eracle catturò poi la cerva di Cerinea, un animale dagli zoccoli di bronzo e dalle corna d’oro, sacra ad Artemide. Questa avventura ricorda molto da vicino la caccia al bianco cervo dei racconti medioevali. Eracle non doveva colpire l’animale con la sua freccia, ma inseguirlo per prenderlo vivo, e questo inseguimento rappresentava il vero pericolo, perché non potendo fare a meno di rincorrere l’animale sacro – che forse anche si identificava con la stessa dea – si rischiava di lasciarsi portare “al di là del territorio di caccia conosciuto, in un altro paese, dal quale non si ritornava”[10]. In pratica, la caccia sarebbe, qui come nelle leggende del ciclo bretone, il modo in cui l’eroe si avvicina al confine col mondo sovrannaturale. la dea, insieme ad Apollo, rimproverò l’eroe di aver catturato la cerva, ma egli si difese dicendo di essere stato costretto da Euristeo, e gli dei gli consentirono allora di portarla fino a Tirinto per poi lasciarla libera.

Durante la quarta impresa, la cattura del cinghiale Erimanzio che devastava la campagna in Arcadia, Eracle uccise i centauri che, ubriachi, lo avevano assalito, lasciando solo pochi superstiti tra cui Nesso, che in seguito sarebbe stato la causa della morte dell’eroe. Dopo questa impresa Eracle si imbarcò con gli Argonauti per cercare il vello d’oro, ma essendosi fermato a cercare il proprio scudiero Ila, rapito dalle ninfe sulla costa della Bitinia, venne abbandonato dai compagni.

La quinta fatica (ma l’ordine non è certo) fu la pulitura delle stalle di Augia, re dell’Elide. Questo re era così ricco, che si diceva possedesse nei suoi armenti le ricchezze del dio del sole. Si diceva anche che i suoi occhi splendessero come i raggi del sole, e che lui stesso fosse figlio di Elio. Tuttavia le sue stalle erano così piene di sporcizia da aver provocato una pestilenza nella regione. Così al luminoso regno del sole sembra corrispondere  un opposto governo sotterraneo su un paese tetro e sudicio. Eracle deviò il corso del fiume Alfeo in modo che le sue acque entrassero nelle stalle e così le pulì perfettamente, ma Euristeo non volle riconoscergli l’impresa perché egli aveva tentato di ottenere da Augia una parte del suo bestiame in cambio del lavoro. Augia aveva acconsentito ma poi aveva rifiutato di onorare il patto, il figlio Fileo aveva criticato il padre per questo e venne esiliato. In seguito Eracle tornò in Elide, uccise Augia e mise sul trono Fileo.

Poi Eracle uccise o comunque scacciò gli uccelli della palude Stinfalia, anch’essi creature infernali dai becchi e dagli artigli di bronzo, che sterminavano uomini e animali e con le loro feci avvelenavano i raccolti.

Recatosi in seguito a Creta, Eracle catturò il Minotauro, ma lo lasciò libero: l’animale sarebbe poi stato ucciso da Teseo. L’ottava fatica fu invece la cattura delle cavalle che Diomede, re dei Bistoni di Tracia, nutriva di carne umana (anche l’ordine di queste due imprese viene talvolta scambiato).  Ancora una volta, Eracle si trovava a combattere con la Morte: i cavalli erano animali molto legati al re degli Inferi, al quale tra l’altro le anime defunte portavano in dono dei destrieri. Talvolta in certi racconti questi animali vengono rappresentati mentre lacerano un eroe, ma si tratta sempre di una raffigurazione della Morte, e così sarebbe anche nel caso di queste cavalle mangiatrici di uomini[11]. Eracle diede in pasto alle bestie lo stesso Diomede e da quel momento esse furono domate, ma in seguito vennero a loro volta divorate dagli animali selvaggi del monte Olimpo. Fu durante questa impresa che Eracle, in visita dall’amico Admeto, re di Fere, venne a sapere che la moglie di costui, Alcesti, si era offerta di morire in sua vece, e riuscì a salvarla lottando con Thanatos, la Morte. Non solo, ma dopo aver ucciso Cicno, un altro figlio di Ares, l’Eroe si trovò addirittura a lottare contro il dio. Secondo una versione Zeus sarebbe intervenuto tra i due contendenti separandoli con la sua folgore. Secondo un altro racconto, invece, l’Eroe avrebbe ferito il dio della Guerra ad una coscia con la sua lancia.

Come nona fatica Eracle doveva prendere la cintura, simbolo di potere, che Ares aveva donato alla regina delle amazzoni Ippolita. Forse perché si era innamorata di Eracle, la donna gli diede la cintura senza opporsi, ma Era, furiosa per  questa facile vittoria, convinse le altre amazzoni che Eracle voleva rapire la loro regina, ed esse attaccarono l’eroe. Eracle forse si convinse che la giovane volesse venir meno alla parola data e l’uccise; oppure, come pure si raccontava, l’Eroe rapì Melanippa, mentre Teseo che lo accompagnava rapì Antiope: Melanippa venne restituita a Ippolita in cambio della cintura, mentre Antiope rimase con Teseo, di cui si era innamorata. Al ritorno, Era aveva scatenato una tempesta che aveva ucciso numerosi compagni di Eracle e lo aveva costretto ad approdare sull’isola di Coo. Il re di questa, Euripilo, “dal portone ampio”, non era altro che un’ennesima impersonificazione del signore del regno dei morti, il cui carattere ironicamente “accogliente”, come sovrano di un popolo numeroso, compare spesso nei suoi numerosi nomi. Questa volta nella lotta l’Eroe si trovò vicino a soccombere, e fuggì, vestito da donna, presso una schiava tracia, fino a che Zeus intervenne, punì la sua divina sposa e soccorse il figlio in difficoltà.

Se anche non si volesse accreditare l’idea che il Peloponneso e la Tracia delle prime fatiche di Eracle fossero in effetti un confine, e che i luoghi dove Eracle sconfisse i suoi mostri fossero situati oltre questo confine, al di sotto della terra, è certo che le successive imprese debbono aver condotto Eracle al limite del regno dei morti, per rubare il bestiame di Gerione e per prendere le mele d’oro del giardino delle Esperidi.

Gerione possedeva dei buoi custoditi dal cane a tre teste Ortro, fratello di Cerbero e dell’idra di Lerna. Gerione stesso si diceva avesse tre teste. Nel viaggio Eracle giunse a Cadice, ove eresse le famose colonne che avrebbero segnato il limite estremo oltre il quale non vi era passaggio per l’occidente, e inoltre sconfisse il gigante Anteo, figlio della terra, che da essa quindi traeva forza ogni volta che cadeva. Eracle se ne accorse e riuscì a vincere tenendolo sollevato fino a renderlo sufficientemente debole da poterlo uccidere. Addormentatosi, ebbe poi un’avventura con i pigmei che abitavano la regione, che richiama molto da vicino quella di Gulliver con i Lillipuziani. Poi, per dirigersi a Oriente dove risiedeva il mostro Gerione, Eracle colpì il sole con una freccia, e il sole, forse per timore, forse per ammirazione, o divertito dalla sua impudenza, gli diede la coppa d’oro con la quale ogni giorno compiva il suo viaggio sull’oceano, diretto ad est. Si narra anche di diverse deviazioni che Eracle fu costretto a compiere per riportare il gregge intero a Micene, poiché molti tentarono di rubargli i preziosi armenti. Si spinse fino in Mauritania, fondò il regno degli Sciti in Russia, arrivò in Italia dove uccise Caco, figlio di Vulcano (il nome latino di Efesto, certo un altro essere in stretto rapporto col regno dei morti) e dove un giovane toro riuscì a fuggire e dal suo nome vitulus prese nome la terra chiamata Vitalia e in seguito Italia. Infine, combattendo e uccidendo il gigante Alcioneo, Eracle avrebbe contribuito alla vittoria degli dei olimpici contro i giganti, figli della terra, prima di tornare finalmente a Micene con i buoi che Euristeo aveva sacrificato a Era.

Per la successiva impresa Eracle dovette chiedere consiglio alle Moire, poiché non poteva raggiungere senza aiuto divino il giardino delle Esperidi. Esse gli spiegarono che se fosse riuscito a trattenere Nereo, il vecchio che non mentiva mai, nonostante le sue metamorfosi, questi gli avrebbe indicato il cammino. Così infatti fece Eracle. Nel suo viaggio si imbatté in Prometeo incatenato alla roccia e lo liberò: Prometeo gli suggerì di non entrare egli stesso nel giardino da dove non sarebbe mai potuto tornare. Avrebbe invece dovuto convincere Atlante a prendere i pomi sostituendolo nel suo compito di reggere la volta celeste. Il titano accettò di fare quanto gli si chiedeva, ma al ritorno rifiutò di riprendere il proprio posto e decise di portare egli stesso i frutti a Euristeo. Eracle finse di acconsentire, ma lo pregò di caricarsi il cielo sulle spalle ancora per qualche minuto, in modo da potersi fasciare la testa a svolgere il compito più facilmente. Atlante si lasciò convincere e naturalmente appena Eracle ebbe in mano le mele fuggì in Grecia. Secondo un’altra versione invece fu lo stesso Eracle a prendere le mele, uccidendo il serpente Ladone dalle molte voci, che le custodiva e che non chiudeva mai gli occhi. Esso sarebbe stato trasformato da Era nella costellazione del Serpente.

Sappiamo già che molti eroi rivelavano un rapporto con “l’altro regno” nel loro nome, come Cadmo, o nella sorte cui andavano incontro dopo la morte, come lo stesso Cadmo e sua moglie Armonia, come Castore e Polluce e molti altri. Tuttavia prima di Eracle solo Perseo aveva compiuto, da vivo, un vero e proprio viaggio nell’“altro regno”, e si era trattato di un viaggio simbolico. Quello che Eracle compì per la sua dodicesima e ultima fatica fu invece reale: egli si recò effettivamente nell’Ade per catturare Cerbero, il cane infernale. Euristeo sperava così di liberarsi del suo rivale, mentre fu proprio sconfiggendo Ade in persona che Eracle conquistò l’immortalità. Per poter scendere nel regno degli inferi egli fu iniziato ai misteri di Eleusi, e poi venne accompagnato da Atena ed Ermes, la guida delle ombre, che lo accompagnarono. O forse in realtà i due dei soccorsero Eracle dall’inganno dei misteri, che non lo avrebbero aiutato. Eracle incontrò Meleagro, che gli raccontò di come fosse stato ucciso, ancora giovanissimo, durante la caccia al cinghiale calidonio: egli aveva voluto dare le spoglie dell’animale ad Atalanta poiché ella lo aveva colpito per prima e anche perché era innamorato di lei; i due fratelli della madre del giovane, in collera per la vittoria accordata a una donna, avevano cercato di sottrarle il premio, e Meleagro li aveva uccisi. Quando il giovane eroe era nato, le Moire ne avevano predetto la morte quando un tizzone che era nel fuoco si fosse consumato: la madre allora aveva tolto il legno dal camino e lo aveva nascosto dove nessuno potesse trovarlo. Alla notizia dell’uccisione dei fratelli lo aveva gettato nel fuoco provocando così la morte di suo figlio. Poi, in preda ai rimorsi, si era a sua volta uccisa. Eracle, commosso alla storia del giovane, promise di sposarne la sorella Deianira. Poi creò molti danni nel Tartaro. Si battè perfino con lo stesso Ades e lo ferì, poi incontrò Teseo e Piritoo, legati alla sedia dell’oblio dal giorno in cui avevano tentato di rapire Persefone. Ades acconsentì a lasciargli portar via Teseo, colpevole solo di aver aiutato l’amico, mentre la punizione di Piritoo doveva essere eterna. Inoltre gli lasciò prendere Cerbero, purché non usasse armi e con la promessa di riportarlo subito indietro, non appena esaurito il compito affidatogli da Euristeo, e così l’eroe fece.

IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – I Dioscuri

I Dioscuri – foto dal web

            Come molti eroi greci, i due gemelli Castore e Polluce avevano una doppia origine, mortale e divina: erano figli di Leda, moglie di Tindaro o Tindareo, perciò chiamati anche Tindaridi; ma sono meglio noti come Dioscuri, Figli di Zeus, per la nota leggenda secondo cui il dio li avrebbe avuti seducendo Leda in forma di cigno. Sarebbero dunque nati, come le sorelle Elena e Clitemnestra, da un uovo, sulla rocciosa isola di Serifo.

            Una versione più tarda riteneva che Castore e Clitemnestra fossero figli di Tindaro, e dunque mortali, mentre Polluce ed Elena sarebbero stati immortali.

            I due gemelli parteciparono alla spedizione degli Argonauti e al ritorno aiutarono Giasone e Peleo a distruggere il regno di Iolco, il cui re Acasto aveva in passato tentato di ingannare e di far morire Peleo.

            In seguito si innamorarono di due cugine, Febe e Ilaira o Ileira e le rapirono. A loro volta le due fanciulle erano figlie del mortale Leucippo oppure del dio Apollo. Esse si chiamavano Leucippidi, che vuol dire Bianche cavalle del cielo, e il significato dei loro nomi, la Pura e la Serena sembra anch’esso riferirsi alle fasi lunari. Esse erano state promesse in sposa da Leucippo a un’altra coppia di gemelli, Idas e Linceo, cugini dei Dioscuri, figli del mortale Linceo oppure del dio Poseidone.

            Dal rapimento di Febe e Ileira o, secondo un’altra versione, da un furto di armenti compiuto insieme dai quattro cugini a seguito del quale Idas e Linceo si sarebbero impadroniti con l’inganno dell’intero bottino, nacque la rivalità tra le due coppie di gemelli.

            E’ noto che Afrodite aveva promesso a Paride, che l’aveva eletta più bella tra tutte le dee, l’amore di Elena, la più bella tra le donne. Ma Elena era sorella dei Dioscuri, e benché il suo sposo Menelao l’avesse lasciata sola, fino a che essi la proteggevano non sarebbe stato possibile al principe troiano rapire la giovane. Accadde dunque che quando Paride venne a trovare i Dioscuri, accompagnato da Enea, venne dato un banchetto in onore dei due ospiti asiatici, al quale parteciparono Idas e Linceo. Questi presero a dire che Castore e Polluce avevano rapito le loro spose per non pagare al loro padre il prezzo della dote: e allora i due fratelli dissero che avrebbero ripagato Leucippo portandogli in dono ricchi armenti, e partirono per rubare le bestie dei cugini.

            Così Elena rimase incustodita, e Paride poté sedurla e portarla con sé a Troia, dando origine alla guerra narrata nell’Iliade.

            Nel frattempo anche Idas e Linceo lasciarono il banchetto per raggiungere i due cugini. Questi se lo aspettavano, e per questo Castore era rimasto nascosto in una quercia in agguato. Ma Linceo Occhio di lince se ne accorse e lo disse al fratello, che colpì Castore con una lancia. Polluce, l’immortale, uccise sia Linceo che Idas, ma quando raggiunse Castore e vide che stava morendo, pregò Zeus di far morire anche lui. Il dio, commosso da questa prova di affetto, lasciò al giovane la scelta: salire all’Olimpo e restarvi per sempre da solo, oppure scendere per l’eternità un giorno agli inferi col fratello, e un altro giorno vivere con lui sull’Olimpo. Egli scelse questa seconda strada, e da allora i Dioscuri partecipano per sempre della luce e dell’oscurità. Ma forse tutte le più famose coppie di gemelli dell’antichità greca erano in fondo la rappresentazione di un lato oscuro e di un lato luminoso, degli opposti inseparabili.

            Secondo una variante del mito, i due fratelli salirono al cielo trasformati nella costellazione dei Gemelli.

            Venerati insieme ad Eracle e ad altri, essi però rappresentavano forse qualcosa di più degli altri eroi: ad Atene avevano il titolo di Anakes, “Signori” o “Protettori”[1]: si riteneva che essi accorressero a cavallo rapidissimi in soccorso da chiunque si trovasse in pericolo, sia in battaglia, sia soprattutto in mare. Infatti essi erano considerati anche dei del mare, e in questa veste si presentavano non come cavalieri, ma come esseri celesti alati: la loro presenza era segnalata dai fuochi di sant’elmo sulle navi, alla cui comparsa le tempeste si placavano.

[1]Anthony S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende,  II edizione Newton Compton, trad. in italiano di Rita Gatti e Lucilla Rodinò, p. 165; v. anche K. Kerényi, op. cit.,  p. 333-334