Belfiore – 4a parte

Camminò e camminò, per sette giorni e sette notti, fino a che giunse sulla riva di un fiume che sembrava non finire mai, e vide diversi giganteschi cavalli selvaggi, ancora intenti a smuovere la terra dal letto del fiume per evitare le inondazioni. Senza neppure attendere che glielo chiedessero, il giovane si offrì di aiutarli, e si mise al lavoro con tanta lena, che da solo faceva quasi più lavoro di tutti loro messi insieme. Il lavoro così venne finito assai presto, e i cavalli gli chiesero:

– Cosa possiamo fare per ricompensarti della tua gentilezza?

– Tutto quello che vi chiedo è di accompagnarmi dal Re del Fiume.

I cavalli si guardarono l’un l’altro, preoccupati.

– Ma sei sicuro? – gli chiesero. – Il re è molto malvagio.

– Sarà – ribatté Belfiore. – Ma io devo per forza parlare con lui.

Allora i cavalli acconsentirono, uno di loro lo prese in groppa e poi tutti insieme si inabissarono, scendendo giù nelle profondità dell’oceano, dove si trovava lo splendido palazzo di cristallo del Re del Fiume. Quando furono al cospetto del Re, i cavalli riportarono l’ambasciata del giovane e poi lo lasciarono lì. Il Re lo guardò con fiero cipiglio e gli chiese.

– Che cosa vuoi da me?

– Vi chiedo di liberare il popolo dei cavalli, e con loro mio fratello.

– Ah! – Disse il Re. – Non è cosa da poco quella che chiedi. Sappi che tutti coloro che vengono nel mio regno devono rispondere a tre domande. Chi non ci riesce viene trasformato in cavallo e diventa servitore ai miei ordini, fino a che è in grado di lavorare, dopodiché lo do in pasto ai coccodrilli del fiume. Poiché tuo fratello e tutti gli altri non hanno saputo rispondere alle mie domande, se vuoi liberarli dovrai farlo tu al loro posto. Accetti le mie condizioni?

– Le accetto – disse Belfiore.

– Allora dovrai dirmi il nome di questo luogo, il mio nome e il nome di mia figlia, ti do tre giorni di tempo per pensarci.

– Va bene, maestà.

Il principe venne accompagnato come suo fratello in una stanza magnifica, piena di tutto ciò che potesse desiderare. Mangiò e bevve tranquillamente, poi andò a riposarsi, e quando fu quasi l’alba si svegliò e interrogò l’orologio:

– Come si chiama questo paese?

E sul quadrante dell’orologio vide scritto: Kindnaloch.

Il Re lo mandò a chiamare, e gli chiese:

– Hai trovato dunque la risposta alle mie domande?

– Soltanto alla prima per oggi, maestà – rispose il ragazzo. – Conosco il nome di questo paese, che è Kindnaloch.

L’ira del re fu tale che il fiume straripò, sommergendo tutta la pianura. Poi prese il Libro Magico e stava per fare un incantesimo contro il giovane, ma in quel momento comparve una creatura con la testa di uomo e il corpo di cavallo. L’uomo-cavallo lottò con il Re del Fiume, gli portò via il Libro Magico e lo diede a Belfiore, dicendogli di tenerlo con sé, e così il Re non poté fargli più nulla.

Quella sera Belfiore tornò a mangiare e bere come si doveva, poi dormì nel suo morbido letto, e all’alba del secondo giorno interrogò nuovamente l’orologio.

– Come si chiama il Re di questo pese?

Vide che sul quadrante c’era scritto: Perdenklar, e così quando il Re lo mandò a chiamare gli disse che aveva la risposta alla seconda domanda:

– Conosco il vostro nome, è Perdenklar.

Il Re andò talmente in collera che il fiume sommerse tutte le colline, poi lo minacciò con la Spada d’Acqua, ma proprio allora riapparve l’uomo-cavallo, che adesso aveva anche braccia e spalle umane, e lottando con il Re gli portò via la Spada d’Acqua e la diede al giovane dicendogli di conservarla con cura.

La terza sera tutto si svolse come al solito, Belfiore si rifocillò e si riposò nella sua bellissima camera, e al mattino interrogò l’orologio:

– Come si chiama la figlia del Re di questo paese?

Sul quadrante comparve la parola “Asharun”, e così il giovane quando il Re lo mandò a chiamare poté dirgli che aveva la risposta anche alla terza domanda:

– Conosco il nome di vostra figlia, è Asharun.

Allora per la furia il Re del Fiume mandò le acque a sommergere le montagne, minacciando il cielo. Poi indossò il Mantello Invisibile e si preparò a distruggere Belfiore con le forze delle acque:

– Onde e Cavalloni, sommergetelo! Coccodrilli e Capitoni, divoratelo! Rapide e Mulinelli, annegatelo!

Così il ragazzo, assalito dalle acque, inseguito dai feroci pesci e coccodrilli del fiume, a fatica evitando di precipitare in una rapida o essere trascinato a fondo da un mulinello, era ormai stremato dalla fatica e stava per soccombere, ma ecco di nuovo la creatura che già lo aveva aiutato le altre volte, e che ormai aveva solo le zampe e la coda di un cavallo, ma per il resto era un uomo in tutto e per tutto. La lotta fu molto dura, questa volta, il Re del Fiume era potentissimo e fortissimo, e l’uomo-cavallo non  riusciva a ucciderlo.

– Per uccidermi dovresti poter prendere il Luccio Longevo che nuota nel fiume, e aprirgli la pancia. Dentro la pancia c’è un Serpente Pitone che ha mangiato un’acciuga, e tu dovresti far uscir fuori l’acciuga, che ha intorno al corpo l’Anello di Lapislazzuli. Se prendessi quell’anello e lo lasciassi attraversare da un raggio di sole, la luce pura della pietra mi ucciderebbe. Credi di riuscirci? – Gridò il Re del Fiume.

Ma mentre si accaniva contro l’uomo-cavallo, si era momentaneamente dimenticato di Belfiore, che in un lampo, grazie al Libro Magico, trovò il Luccio Longevo, e con la Spada d’Acqua gli aprì la pancia. Il Mago del Fiume cominciò ad avere un po’ di vertigini, e la furia delle creature che tormentavano l’uomo-cavallo si placò appena. Dentro la pancia del Luccio Longevo il ragazzo trovò il Serpente Pitone, e prima che quello potesse fuggire, lo bloccò e lo costrinse a sputar fuori l’acciuga. Allora l’acciuga, per la gratitudine di essere stata liberata, si tolse l’Anello di Lapislazzuli e glielo diede. Il Mago del Fiume sentì una grande stanchezza, le acque infuriate si ritirarono e lambirono appena  il povero uomo-cavallo sfinito, rinfrancandolo. Coccodrilli e capitoni sparirono.

In quel momento Belfiore alzò gli occhi e vide il sole di mezzogiorno sopra di lui. Alzò l’anello e un raggio di sole lo attraversò. Allora il principe tornò indietro, mostrò l’anello al Mago del Fiume e la pura luce azzurra della pietra con la luce d’oro del sole furono troppo per il Mago, che morì all’istante. Le acque del fiume tornarono placide nel loro letto, l’uomo-cavallo tornò ad essere uomo dalla testa ai piedi, e tutta un’enorme folla di uomini e donne che il mago aveva trasformato in cavalli uscì dall’acqua, ringraziando Belfiore con le lacrime agli occhi. Il giovane ritrovò anche suo fratello Giovanni, che lo abbracciò felice.

Il re di quel popolo allora gli disse:

– Per il tuo aiuto, voglio darti qualcosa che sia d’aiuto a te. Ti darò questa ampolla di acqua fatata. Se agiterai l’ampolla, potrai avere una goccia d’acqua, o un fiume, o un oceano, secondo le tue necessità.

Il principe lo ringraziò e si rimise in cammino.

Aveva ancora con sé l’orologio che gli era stato tanto utile, e che questa volta gli diede le indicazioni per trovare il Grande Vulcano dove il Re del Fuoco aveva la sua dimora e dove teneva prigioniera la Principessa delle Rose.

Lì si diresse, e quando scese nel cratere del Vulcano vide un regno straordinario, in cui ogni cosa pareva ardere senza bruciare, avvolta in eterno da fiamme che non distruggevano, e che tuttavia sottraevano la vita a tutto ciò che toccavano.

Belfiore aveva già affrontato cose terribili, ma questa gli parve la più spaventosa di tutte, e per un momento, ebbe paura. Ma si fece forza, ed entrò nel palazzo. Girò molte stanze, una più risplendente di tesori dell’altra, e nell’ultima, la più bella, vide finalmente la Principessa delle Rose, che era così bella che non si può descrivere.

Belfiore – 3a parte

– Ebbene, allora vieni con me – disse la fanciulla, e prendendolo per mano lo condusse al castello.

Là tutto risplendeva come l’oro, e c’erano morbidi tappeti su cui camminare, letti con lenzuola di seta per dormire, tavole imbandite con ogni ben di dio per mangiare e bere. Tuttavia, non c’era nessuno oltre a loro, e Belfiore capì quanto doveva essere triste e solitaria la vita della principessa, che di notte se ne stava tutta sola nel palazzo fatato, e di giorno si trasformava in una belva che tutti temevano e da cui tutti fuggivano. Ancor più si ripromise allora di fare tutto ciò che poteva per liberarla dall’incantesimo.

Mentre era lì che pensava, si fece avanti un Gigantesco Gigante, con i capelli verdi, un solo dente, tre occhi in mezzo alla fronte e una coda che non finiva mai. Era talmente orrendo che solo a guardarlo rabbrividivano anche i serpenti, e le pietre diventavano molli come mozzarelle.

– Cosa fai qui? – chiese con un vocione che non prometteva niente di buono.

– Niente, mangio e bevo e dormo, come tutti, senza dar fastidio a nessuno.

– Dai fastidio a me, ragazzetto impertinente – ribatté il gigante.

– E tu chi sei? – chiese Belfiore.

– Sono il Gigantesco Gigante, e sono il padrone di questo castello, dove tu sei entrato senza chiedere permesso. Chi ti ha detto che potevi venire qui a fare i tuoi comodi?

Il giovane stava quasi per rispondere, istintivamente, “la principessa Fiordimaggio”, ma si ricordò in tempo che non doveva fare il suo nome, e così rispose:

– Nessuno me lo ha detto, il posto mi è piaciuto, avevo fame e sete e c’erano cose buone da mangiare e da bere, avevo sonno e c’erano letti morbidi dove dormire, così sono entrato.

– E allora, se è tua abitudine entrare senza invito dove ti pare e piace, è ora che qualcuno ti dia una lezione! – Il Gigantesco Gigante prese il povero giovane per i piedi e se lo trascinò dietro come se fosse stato un fuscelletto. Si mise a correre su una strada piena di sassi, e Belfiore sempre dietro, tutto ammaccato e dolorante. Ma dove il Gigantesco Gigante lo portò c’era un enorme pentolone che bolliva sul fuoco, e fece per infilarcelo dentro.

– Ti mangerò in un solo boccone, lessato e condito per benino – disse, quand’ecco, oh meraviglia! da chissà dove venne fuori una strana creatura, con la testa di un uomo, ma leone dalle spalle in giù. Con una zampata lo strano essere uccise il Gigante. Poi disse a Belfiore:

– Adesso tagliagli la coda, e tienila con te. – Dopodiché scomparve nel nulla.

Belfiore tagliò la coda del Gigante e se la mise in tasca, poi tornò al palazzo, mangiò, bevve e dormì.

Ma prima che scoccasse l’ultimo rintocco della mezzanotte, sentì bussare al portone del castello.

– Chi è? – chiese.

– Aprimi, per carità – disse una vocina esile. – Qui fuori piove e tira vento ed io sono una creatura debole e indifesa, se non acconsentirai a farmi entrare morirò, e la mia morte ti porterà sfortuna.

Belfiore era un ragazzo generoso, e non ci pensò su due volte. Aprì il pesante portone, e dall’oscurità venne fuori un Subdolo Serpente.

– Grazie, mio buon amico. Ma adesso ti prego, lascia che mi metta accanto al fuoco per scaldarmi un po’, e dammi qualcosa da mangiare per rifocillarmi.

Di nuovo, il giovane acconsentì. Con delle coperte fece un giaciglio e lo mise accanto al fuoco, poi prese dell’erba fresca destinata alle vacche e alle pecore, e gliene diede una buona quantità.

Appena l’animale si fu scaldato ed ebbe mangiato, gli disse:

– Sono venuto a cercarti perché devo portarti un messaggio. Purtroppo i tuoi genitori sono molto malati, e solo tu puoi salvarli, però per contrastare la magia che li sta uccidendo, l’unica cosa che serve è il nome della Principessa che vive in questo castello. Tu pronuncia quel nome tre volte, e loro guariranno.

Il giovane esitò. Se fosse stato vero, se quello che diceva il Serpente non faceva parte della magia della Strega dei Boschi, e lui non avesse parlato, sarebbe stato responsabile della morte di suo padre e sua madre. Come avrebbe potuto vivere con quel rimorso? Ma se avesse pronunciato il suo nome, probabilmente avrebbe sacrificato la Principessa, e questo non voleva farlo. Ma mentre pensava così, guardò negli occhi il Serpente e vide la luce malvagia che li accendeva. Allora capì, e disse:

– Non dirò mai quel nome!

Allora il serpente si gettò nel fuoco, e dalle fiamme venne fuori un essere spaventoso, con enormi occhi da scarafaggio, ali di pipistrello, un gigantesco corpo peloso e colossali zampe di pietra.

Il mostro si lanciò addosso a Belfiore che fece appena in tempo a schivarlo.

– Bella gratitudine, la tua! – commentò il giovane.

– Io sono la moglie del Gigantesco Gigante, questo castello era nostro, tu sei entrato qui senza bussare e senza chiedere permesso, e hai ucciso il Gigante, e adesso io ucciderò te!

Quell’essere orrendo era dotato di una forza sovrumana, sollevò Belfiore come se fosse stato una piuma e lo fece roteare in aria una volta, due, tre, dieci, fino a fargli girare la testa. Poi lo portò al fiume, e gli disse:

– Adesso ti annegherò come un topo, e diventerai pasto per i pesci, a meno che tu non mi dica il motivo per cui sei entrato nel mio castello.

Ma Belfiore non poteva dir nulla senza tradire la Principessa, e così tacque, e stava per essere gettato in acqua quando d’improvviso, ecco ricomparire il suo aiutante della volta prima, un po’ uomo un po’ leone, ma questa volta anche le spalle e le braccia erano quelle di un uomo. Nelle braccia, la creatura aveva una clava, e con quella tagliò la testa al mostro, poi disse a Belfiore:

– Tagliale le ali, e tienile con te. – poi scomparve un’altra volta.

Belfiore prese le ali del mostro e se le mise in tasca, poi andò a mangiare, bere e dormire preparandosi a quello che sarebbe successo la notte dopo.

La terza notte, appena prima che la campana finisse di suonare la mezzanotte il giovane sentì latrare il cane, che era nella sua cuccia in giardino, e udì un urlo straziante.

Subito si alzò e andò a vedere che cosa stava accadendo. Nel buio, vide che il cane stava per mordere una fanciulla che si ritraeva terrorizzata. Stupito, ordinò all’animale di lasciar stare la ragazza, e quello ubbidì, ma sempre ringhiando.

– Mi dispiace – disse. – Non so che cosa gli sia preso, di solito non fa così. Venite dentro, se volete, così potrete riposarvi un po’ e riprendervi dallo spavento. Ma ditemi, chi siete?

– Mi chiamano la Dolce Donzella, e abito nella foresta, e voi?

Belfiore le disse il suo nome e le raccontò la sua storia, ma proprio all’ultimo momento ricordò di non parlare della principessa Fiordimaggio.

– E come siete arrivato fino a questo castello? Che io sappia non è facile da raggiungere, e solo i prescelti vi possono accedere.

Belfiore stava per chiedere chi fossero i prescelti, e per che cosa fossero stati prescelti, ma capì che sarebbe andato a finire in discorsi pericolosi, che avrebbe rischiato di tradire il suo segreto, così disse solo:

– Ero a caccia, e inseguivo una lepre, non mi sono accorto che mi stavo allontanando, così mi sono perso, e quando si è fatta notte ho visto questo bel palazzo e ho deciso di entrare.

La Dolce Donzella non disse nulla e lo seguì nel palazzo.

Trascorsero un’ora piacevolmente, chiacchierando, scherzando e ridendo, poi, con uno sguardo malizioso, la Donzella disse a Belfiore:

– Senti, Belfiore, io però non ci credo mica tanto a quella storia della lepre. A me puoi dirlo, ormai siamo amici.

Belfiore sotto lo sguardo di quei begli occhi neri si sentiva sciogliere, e quasi quasi le avrebbe detto tutto, ma una promessa era una promessa.

– No, devi credermi Dolce Donzella, tutto è andato proprio come ho detto io.

La Donzella non disse niente, ma per un’altra ora gli fece mille complimenti, moine e carezze, tanto che il povero giovane stava andando in confusione, gli girava la testa e non capiva più niente.

– Ma sei proprio sicuro che non vuoi raccontarmi come è andata? Io sono terribilmente curiosa di tutto quello che ti riguarda, sei così bello, e coraggioso, e gentile…

Belfiore, un po’ per i complimenti, un po’ per quelle moine era diventato tutto rosso come un peperone e non sapeva più in che mondo si trovasse, ma di tradire un segreto non ne voleva sapere.

– Mia bellissima Dolce Donzella, mi dispiace che tu non ti fidi di me, ma cosa vuoi che ti dica? Ti ho raccontato la verità

Ancora una volta, la Donzella non disse niente, ma preparò da bere per tutti e due, solo che nella bevanda del principe aveva messo una droga che faceva dire anche quello che non si voleva.

Il principe però non aveva nessuna voglia di bere, ma la Dolce Donzella si infuriò tanto per il suo rifiuto, che lui cominciò a sospettare qualcosa, allora finse di bere ma gettò tutto il contenuto del bicchiere in un vaso di fiori dietro di sé. Poi la principessa si sdraiò accanto a lui, e trascorsero insieme ancora del tempo, ma quando la terza ora fu quasi scaduta, la Donzella vide che non succedeva niente, il principe continuava a tacere, e allora si arrabbiò moltissimo, e gli disse:

– Se vorrai rivedermi ancora, dovrai rivelarmi la verità, altrimenti scomparirò per sempre dalla tua vita!

Belfiore stava quasi per cedere, la Dolce Donzella era incantevole, e volentieri egli avrebbe dimenticato tra le sue braccia tutti i suoi segreti e le sue promesse, ma proprio quando stava per parlare, vide negli occhi della giovane uno scintillio giallo che non gli piacque affatto, e così disse:

– Mi dispiacerà non rivederti, ma non posso dirti nulla di più di quanto ti ho già detto.

In quell’istante, la Dolce Donzella scomparve e si trasformò nella Strega dei Boschi, un essere ripugnante che somigliava ad un immenso albero, ma un albero bruttissimo. I capelli erano come una folta chioma verde, il corpo dritto come un tronco, e aveva dodici braccia come rami adunchi e spinosi. Il principe fece un balzo indietro.

– Ah, però! – disse. – Al buio mi eri sembrata più bella!

A quelle parole beffarde, la furia della Strega si scatenò in una danza feroce, cantando una canzone di malaugurio:

“Fulmini di Fuoco, inceneritelo, Pioggia Scrosciante, frustalo, Vento Vorticoso, trascinalo lontano, Freddo Glaciale, trasformalo in una statua di ghiaccio!

Con questa danza e questa canzone la Strega provocò l’uragano più violento che si possa immaginare. L’acqua sferzava Belfiore come un giunco, i fulmini gli saettavano intorno, minacciando di bruciarlo tra le loro fiamme, vortici di vento implacabile lo trascinavano qua e là, e infine un gelo intenso lo avvolse, intorpidendogli le membra, fino a che fu quasi assiderato. Però, appena un attimo prima di soccombere, riuscì a strappare una ciocca dei capelli della Strega.

Allora, ecco che comparve un uomo, che aveva le zampe e la coda di un leone. L’uomo lottò con la strega, con le zampe le graffiò tutto il corpo, ma non poteva ucciderla.

La strega scoppiò in  una risata malvagia.

– Per uccidermi dovrete bruciare il noce che si trova in mezzo alla foresta, da quel noce uscirà un’aquila con un uovo nel becco, voi dovrete sottrarle quell’uovo e romperlo, dall’uovo uscirà una tartaruga, e col suo guscio dovrete fabbricare un arco e una freccia, e con quelli potrete uccidermi. Vi sembra un compito facile?

Dicendo così, la Strega rivolse fulmini, pioggia, vento e gelo contro l’uomo-leone, ma così liberò Belfiore, che si sentì più forte, e subito prese la coda del Gigante, la incendiò con un fulmine, e corse in mezzo alla foresta per ardere il noce. La Strega cominciò a sentirsi un po’ intorpidita, e il violento uragano si fece un po’ meno forte. Dal noce uscì un’aquila con un uovo nel becco, Belfiore prese le ali di pipistrello del secondo mostro, se le legò sulla schiena e riuscì a raggiungere l’aquila e afferrare l’uovo che aveva nel becco. La Strega aveva le convulsioni e il mal di pancia, e ormai l’uragano era diventato una pioggerella sottile tanto che il povero uomo-leone si sentì quasi rivivere. Belfiore ruppe l’uovo, e ne uscì una tartaruga. Con i capelli della Strega, il giovane divise l’animale dal suo guscio, fabbricò un arco e una freccia e tornò indietro. Non appena la freccia scoccata dall’arco raggiunse la Strega, quella morì, e il giovane con le zampe e la coda di leone si trasformò in un uomo dalla testa ai piedi. Allora anche la Principessa Fiordimaggio uscì dal castello per ringraziare Belfiore, perché ormai sarebbe rimasta una Principessa sia di giorno che di notte, e nessuno più sarebbe fuggito davanti a lei.

– Senti, per ricompensarti di quello che hai fatto per noi, voglio farti un dono – disse il giovane che era stato leone. Ti darò questo orologio fatato, che risponde a qualsiasi domanda tu possa fargli.

Belfiore lo ringraziò e si rimise in cammino, perché ancora doveva trovare il regno del Mago del Fiume e aiutare tutte quelle persone che erano state trasformate in cavalli, compreso suo fratello Giovanni.

Per provare le virtù del suo dono, gli chiese la strada per arrivare al Regno del Fiume, e sul quadrante dell’orologio, al posto dell’ora apparve una freccia che indicava la via. Il ragazzo capì che doveva seguirla, e così fece.

Belfiore – Seconda Parte

Invece, i cavalli continuarono a galoppare sott’acqua come fossero stati nel loro ambiente naturale, e presto giunsero ad uno straordinario palazzo, immensamente più ricco e splendido di qualunque castello il giovane avesse mai visto. Era tutto di cristallo e risplendeva di luce come se fosse stato in pieno sole. Dentro non c’erano altro che cavalli. Cavalli nelle stalle, cavalli che pulivano le stanze, cavalli nelle cucine. Un cavallo aveva loro aperto la porta e li aveva introdotti, annunciandoli poi ad un altro cavallo più grande ed evidentemente più importante, che a sua volta li aveva accompagnati da quello che sembrava il Re di quello strano luogo.

Quando furono in sua presenza, i cavalli che avevano accompagnato il giovane raccontarono ciò che era accaduto vicino al fiume, e il Re lo guardò accigliato.

– Ah, così si è comportato? – Disse, in tono che fece gelare il sangue nelle vene al malcapitato. Poi si rivolse a lui. – Ebbene, allora ti porrò tre domande. Dovrai indovinare il nome di questo luogo, il mio nome e il nome di mia figlia. Ti do’ tre giorni di tempo, e se allo scadere di questo termine non saprai rispondere verrai tramutato in cavallo.

Il giovane venne poi accompagnato in una stanza riccamente adornata, e colma di ogni ben di dio, ma tanta era la sua disperazione che non poté toccare nulla, né gioire della bellezza che lo circondava. Come avrebbe mai potuto conoscere le risposte a quelle domande? Non solo non era mai stato prima in quel luogo, ma non ne aveva mai neppure udito parlare, ignorava del tutto la sua stessa esistenza.

Il giorno dopo venne ricondotto alla presenza del Re, che gli chiese:

– Ebbene? Hai la risposta alle mie domande?

– No. Maestà – rispose il giovane, che si stava pentendo amaramente dell’atteggiamento sprezzante che aveva tenuto prima.

Lo riportarono allora nella sua stanza, ma ancora una volta egli passò l’intera giornata e la notte a piangere senza pensare a come avrebbe potuto risolvere il suo problema. E la stessa cosa accadde il secondo giorno e il terzo giorno, e così alla fine egli venne trasformato in cavallo.

Ora però avevo dimenticato di dirvi che prima di partire il giovane aveva lasciato al fratello minore una clessidra magica. Fino a quando egli fosse stato in salute e non si fosse trovato in pericolo, la clessidra sarebbe rimasta sempre nella stessa posizione, la parte piena di sabbia in basso. Ma se gli fosse accaduto qualcosa, la clessidra si sarebbe girata da sola e la sabbia avrebbe cominciato a riversarsi dall’altra parte. Quando questa si fosse completamente riempita, ciò avrebbe significato che egli era morto.

Naturalmente Belfiore tutti i giorni guardava la clessidra e la trovava sempre nella stessa posizione. Ma un giorno l’aveva trovata voltata, ciò era accaduto proprio mentre il giovane veniva condotto al palazzo del Re dei cavalli. Dopo tre giorni trovò che la sabbia si era trasferita quasi completamente dalla parte opposta della clessidra, e allora disse a suo padre che voleva partire e andare a cercare suo fratello. Il re smosse i mari e le montagne, proibì e minacciò e pregò e pianse, poiché se anche quell’ultimo suo figlio, il suo prediletto, fosse morto la vita per lui non avrebbe avuto più alcun senso. Ma a nulla valsero preghiere o minacce, lacrime o divieti.

Belfiore partì, e cammina cammina giunse anche lui all’incrocio delle tre strade da cui i suoi fratelli erano passati prima di lui.

“Probabilmente”, pensò, conoscendo i due fratelli maggiori, “Pietro avrà preso la strada in discesa, e se seguissi anch’io quella strada, forse scoprirei il modo di salvarlo; tuttavia quasi certamente Giovanni avrà preso la strada di mezzo, e se io facessi lo stesso, forse lo ritroverei. Nell’incertezza, meglio prendere la terza strada, sperando che si riunisca presto o tardi alle altre”.

Così, presa la sua decisione non stette più tanto a pensarci su, e anche se la salita era ripida e faticosa, e le spine gli martoriavano le gambe, non perse tempo a lamentarsi. Andando avanti, vide che dopo un po’ la salita cominciava ad attenuarsi, le piante spinose sparivano, e presto si accorse di camminare su una comoda strada larga e pianeggiante, costeggiata da file di bellissimi alberi secolari  che con i loro rami lunghi e fronzuti gli facevano gentilmente ombra. Dinanzi a lui si estendevano prati pieni di fiori, e gli animali gli si facevano intorno senza fargli male e senza fuggire.

– Che luogo meraviglioso – disse ad alta voce. – Gli alberi e gli animali sono così gentili con me, eppure io non posso dar loro in cambio nulla. Se potessero sentirmi, gli direi che per la loro gentilezza, io farei tutto ciò che posso per dar loro qualunque cosa chiedessero.

Non aveva finito di dire così, che gli si avvicinarono un leone, un cavallo e un drago.

– Bada bene, non fare promesse se non hai dentro te la ferma intenzione di mantenerle. – disse il leone.

– E anche se avessi l’intenzione, potrebbe mancarti il coraggio – gli fece eco il cavallo.

– E anche se avessi il coraggio, ancora non è detto che tu possa riuscire contro le forze della Magia Nera. – Continuò il Drago.

Il giovane aveva un po’ paura, quei tre animali erano enormi, e non sembravano proprio così gentili e inoffensivi come tutti gli altri, però si fece coraggio, e disse:

– Ho promesso di fare tutto ciò che posso, e questo farò. Se avete qualcosa da chiedermi, non esitate. La mia promessa è sincera, e ci metterò tutto il mio coraggio, ma se poi non dovessi riuscire, pazienza, non sarà certo per non aver tentato con tutto il cuore.

– Parli bene – ribatté il leone – ma sappi che contro la Magia Nera non c’è da scherzare. La Strega dei Boschi ha trasformato me e mia sorella Fiordimaggio in leoni, e solo di notte possiamo riprendere le nostre sembianze umane. Quello che ti chiedo è di togliere l’incantesimo, ma se non dovessi riuscirci, la strega ti ucciderà, e se non lo farà lei, sarò io a divorarti.

– Quanto a me – disse il cavallo – il Mago del Fiume ha trasformato in cavallo non solo me, ma tutto il mio popolo. Io ero il re, e adesso tutti i miei sudditi, dal Gran Ciambellano allo spazzacamino, sono tutti finiti in fondo all’oceano, tutti agli ordini del Mago del Fiume. Ti posso assicurare che il Mago del Fiume è peggio della Strega dei Boschi, e se lei non ti ucciderà, sarà lui a farlo, e se dovessi sfuggire anche a lui, io stesso ti schiaccerò sotto i miei zoccoli, se non riuscirai a riportarmi il mio popolo.

– Io invece ho perduto la mia sposa – disse il Drago. – Il Re del Fuoco mi ha trasformato in Drago e me l’ha rapita, e adesso la tiene prigioniera nel suo palazzo in fondo al Grande Vulcano. Il Re del Fuoco è molto peggio della Strega dei Boschi e del Mago del Fiume messi insieme, e anche se tu dovessi scampare alla loro furia, lui ti distruggerebbe, e se non fosse lui a farlo, sarò io a bruciarti con le fiamme che escono dalle mie fauci, se non mi riporti indietro la Principessa delle Rose.

Chiunque altro si sarebbe pentito di aver fatto quella promessa avventata, ma non Belfiore. Lui non perse tempo a pentirsi, chiese la strada per trovare la Strega dei Boschi, e avuta l’indicazione si incamminò.

Camminò e camminò, senza quasi fermarsi, protetto dall’ombra degli alberi. Gli animali gli portavano bacche e noci per sfamarsi e gli facevano letti di foglie per riposare un’ora ogni tanto, quando era proprio sfinito. Per dissetarsi beveva acqua di fonte. Ma dopo sette giorni e sette notti di cammino, crollò addormentato così come si trovava, sulla nuda terra, senza aver né mangiato né bevuto, tanto era esausto.

Al suo risveglio, vide accanto a sé un leone, e balzò in piedi, temendo che fosse venuto a divorarlo, vedendolo dormire. Ma questo era un altro leone, infatti sebbene fosse una bestia imponente, era più piccolo dell’altro e tutto bianco. Il ragazzo pensò che forse poteva essere la sorella del leone del bosco, e prese ad inseguire l’animale, ma più lui correva, più quello si allontanava. Ad un tratto scomparve, e il ragazzo, disperato, non sapeva più dove cercarlo, ma ecco che si trovò davanti ad un magnifico castello, con un bellissimo giardino, e nel giardino c’era la fanciulla più bella che avesse mai visto che lo aspettava.

– Sono io Fiordimaggio – gli disse. – E’ stata la Strega dei Boschi a trasformarmi così. Devi sapere che io sono la sposa di tuo fratello Pietro, che è giunto qui prima di te. Lui avrebbe potuto salvarmi, ma non ne è stato capace. Se tu riuscissi a non parlare di me con nessuno per tre giorni e tre notti, qualunque cosa accada, mio fratello ed io saremmo liberati dall’incantesimo, e la Strega del Bosco morirebbe, ed anche tuo fratello sarebbe salvo. Bada però, che in questo tempo potranno accadere cose spaventose, e tu potrai trovarti in grave pericolo, ma non dovrai fare il mio nome, e neppure menzionare di avermi incontrato, altrimenti tutto sarà vano. Credi di avere abbastanza coraggio per riuscire?

– Ho certamente il coraggio per tentare – disse il giovane. – Non sapendo quali pericoli mi aspettano, non posso promettere di riuscire, ma il desiderio di salvare voi e mio fratello è forte, e se posso manterrò il cuore saldo

Belfiore (Una fiaba), prima parte

Ho pensato che a chi piacciono le mie storie sugli eroi del mito potrebbero forse piacere anche le mie fiabe incentrate sul coraggio. Chissà… Sono tutte molto lunghe, quasi dei romanzi fiabeschi, ma finora avete avuto pazienza 😀  

Voglio ora narrarvi la storia di Belfiore, che nacque figlio di re e giunse, dopo molti patimenti e innumerevoli avventure affrontate con coraggio, ad essere re a sua volta.

   Belfiore dunque era l’ultimo dei tre figli del re Generoso di Buonaterra, un sovrano giusto e molto amato da tutti.

   La Fortuna aveva sempre assistito quel paese, dove in primavera ogni albero era carico di frutti, la verdura nasceva da sola dalla terra, il mare e i fiumi erano così ricchi che il pesce saltava direttamente nelle barche dei pescatori senza necessità di reti, nei boschi ogni cacciatore non mancava di tornare con il carniere gonfio di selvaggina, e ognuno viveva in belle case luminose e calde. Era, insomma, un buon posto dove vivere.

   Purtroppo accadde un giorno che la Fortuna voltasse le spalle all’improvviso, come del resto è solita fare, si dice, essendo una dea volubile che non rimane mai a lungo nello stesso luogo.

   Da un giorno all’altro, la terra smise di produrre i suoi frutti, il mare e i fiumi e i boschi si svuotarono, la luce e il riscaldamento cominciarono ad essere sempre guasti e a non funzionare mai.

   E’ facile comprendere che in una tale situazione ben presto il paese sarebbe stato in preda alla miseria, e il re capì che bisognava fare qualcosa. Ormai stava diventando vecchio, e non poteva più procurare alla sua terra il benessere e la pace che aveva garantito per tanti anni.

   Egli chiamò dunque il maggiore dei suoi figli, che aveva nome Pietro, e gli disse che era giunto il momento in cui avrebbe dovuto ereditare il trono, ma prima avrebbe dovuto dimostrare di meritarlo, riportando le cose a quella felice situazione in cui erano sempre state fino a poco tempo prima.

   Il giovane era molto diverso dal padre, un ragazzo pigro e presuntuoso, che a quelle parole rimase assai male, poiché credeva che il regno gli spettasse di diritto.

   Ma il re fu irremovibile, e il giovane dovette partire.

   Cammina cammina, si trovò di fronte all’incrocio di tre strade: la prima era un’erta salita, piena di rovi spinosi; la seconda era piana e ombrosa, ma sembrava assai lunga; la terza era una dolce discesa, una strada larga e comoda che sembrava là apposta per lui.

   Senza esitare, il ragazzo si avviò giù per quella discesa, ma non aveva fatto che pochi passi quando si imbatté in un enorme leone bianco, dall’aspetto così feroce che egli si sentì perduto. Si mise a correre, e corse per molto, molto tempo, tuttavia più strada faceva, più il leone sembrava avvicinarsi. L’aveva ormai quasi raggiunto quando il giovane vide davanti a sé una porta aperta, entrò e si trovò in un magnifico giardino. Il leone era scomparso, e una fanciulla gli si avvicinò sorridendo.

   Era bellissima, vestita riccamente con un abito che pareva risplendere come il sole, e il ragazzo ne rimase abbagliato.

   Ella lo stupì mostrando di conoscere l’intera sua storia, gli diede da bere e da mangiare, lo fece riposare su un letto di morbidissima piuma e organizzò solo per lui uno spettacolo con musiche e balli deliziosi. Sempre più confuso, il giovane pensò di trovarsi in paradiso.

   – Vuoi restare con me ed essere il mio sposo? – Gli chiese la giovane donna, che era una Principessa, ed egli non ci pensò due volte e disse subito di sì. Quella era la vita che voleva! Cosa gli importava in fondo del regno di suo padre, e di quei due buoni a nulla dei suoi fratelli? Qui avrebbe vissuto da gran signore, con la donna più bella del mondo, e ogni suo desiderio sarebbe stato esaudito.

   – Ebbene, allora la cosa è decisa – disse lei, – ma a una condizione. Devi promettermi che non cercherai mai di oltrepassare il fiume che segna il confine del mio regno.

   Al giovane non sembrò poi una gran promessa. Aveva lì tutto ciò che voleva, perché mai avrebbe dovuto desiderare di andarsene?

   E così si fermò in quel paese dei sogni, e trascorse là diverso tempo, tra feste, balli, canti, cibo squisito e le gioie dell’amore. Ma ad un certo punto cominciò a sentire la nostalgia di casa, la mancanza di suo padre e dei suoi fratelli.

   – Ti prego, lascia che vada a trovarli – disse alla sua sposa. – Tornerò presto, voglio solo vedere che stiano bene. Sono mesi che non li vedo!

   La Principessa scoppiò a ridere.

   – Mesi? Quanto tempo credi che sia passato? – gli domandò. E invero il ragazzo credeva di aver trascorso in quel luogo incantevole non più di tre mesi, mentre erano passati tre anni. Ma quando lo seppe, ancor più insistette per poter andare dai suoi, portar loro sue notizie, poiché certamente credevano di averlo perduto per sempre.

   Alla fine la moglie acconsentì a lasciarlo andare, ma pretese da lui un giuramento:

   – Bada, non dovrai parlare di me con anima viva, altrimenti ti trasformerai immediatamente in una statua di pietra.

   Il giovane promise e partì.

   La moglie gli aveva spiegato che non avrebbe potuto passare il fiume che delimitava il suo regno né a piedi né a nuoto, ma solo volando sul dorso di un’aquila: egli fece così e in tal modo poté giungere sano e salvo dall’altra parte. Dopo un lungo viaggio ritrovò infine il suo paese, ma ahimè, come era cambiato! Ovunque miseria, fame, desolazione. L’antico castello della sua infanzia era in rovina, ed egli si accorse che non sapeva più dove andare per ritrovare la sua famiglia.

   Infine, qualcuno si ricordò del giovane che era partito tre anni prima ed era poi scomparso, lasciando la sua famiglia nella disperazione, poiché lo credevano morto. Gli indicarono una casupola cadente, dove il re e i suoi due figli rimasti avevano dovuto adattarsi ad abitare, anch’essi ormai troppo poveri per mantenere il loro maniero.

   Ed anche loro erano assai mutati nell’aspetto: smunti e smagriti, tristi da far pietà. Lo accolsero con gioia indicibile, pensando che avesse trovato ciò che avrebbe riportato il benessere al loro paese, e che tutto sarebbe tornato come prima. Il giovane ne fu davvero molto rattristato, pensando a quanto era stato egoista, perché mentre egli si intratteneva piacevolmente in un luogo di delizie con la sua bella sposa, i suoi avevano sofferto tanto, e allora gli scappò detto:

   – Eh, se ci fosse la mia sposa, lei sì che saprebbe rimettere tutto a posto.

   Ma non aveva finito di dirlo, che venne trasformato in una statua di pietra, e la disperazione del re e dei suoi fratelli divenne ancora più grande.

   A questo punto il secondo figlio, Giovanni, decise di partire a sua volta. Il re non voleva, pensava che avrebbe perso anche lui, sperava che la fortuna sarebbe cambiata anche senza che un altro dei suoi ragazzi dovesse rischiare la vita, ma il giovane non volle sentire ragioni.

   – Vedrò se mi riesce di riportare alla nostra terra la sua ricchezza, e a nostro fratello la vita – disse, e partì.

   Cammina cammina, anch’egli giunse al bivio di fronte al quale si era già trovato suo fratello. Vide la prima strada, così difficile e faticosa, e decise che non faceva per lui; ma neppure quella discesa così comoda gli sembrò la via giusta: infatti, pensò, se all’andata vado in discesa, mi toccherà la salita al ritorno. Scelse dunque la strada pianeggiante, a camminò molto, molto a lungo, fino a che si trovò in una immensa prateria a bordo di un fiume impetuoso. Su questa prateria, per miglia e miglia a perdita d’occhio non sembravano esservi altri esseri viventi a parte un branco di enormi cavalli selvaggi, dal mantello nero e dall’aspetto imponente, che tuttavia si rivolsero al giovane in tono gentile. Chissà come, avevano imparato a parlare, non solo tra loro, ma anche con le altre creature. Erano occupati, così gli spiegarono, a cercare di smuovere la terra dal fiume per liberarne il letto, affinché con la stagione delle piogge non straripasse sommergendo il loro regno e tutto il mondo con esso.

   Ora però bisogna sapere che quando il figlio maggiore del re era presuntuoso e amante della bella vita, il secondo figlio era pigro e arrogante e così scoppiò a quelle parole in una risata di scherno.

   – Non è lavoro per il figlio del re, questo – disse, e fece per sedersi all’ombra di un albero a riposare. Ma immediatamente i cavalli smisero la loro occupazione e gli si avvicinarono minacciosi, costringendolo infine a montare in groppa a uno di loro.

    Galopparono e galopparono per ore, fino a che il giovane, esausto, pensò che non sarebbero mai arrivati, quando ecco una distesa d’acqua, un fiume immenso come il mare, le cui acque parevano continuamente agitate da un vento misterioso. Tutto il resto, intorno, era quieto e immobile e silenzioso, né si vedeva anima viva.

   Senza esitare, i cavalli si diressero tutti dentro il fiume, e il povero ragazzo pensò che questa volta era proprio finita, lo avrebbero annegato.

Ettore (da IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

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           Sebbene l’Iliade sia un poema greco, che vede la guerra di Troia dalla parte dei vincitori, tuttavia non mancano descrizioni dei vinti altrettanto accuratamente caratterizzate ed emotivamente intense di quelle dedicate agli eroi Greci. Forse anche questo è un segno di quel desiderio di pace che come è stato detto più volte, sembra pervadere l’opera. Un desiderio forse riferito al presente, al momento in cui il poema venne scritto, probabilmente molti secoli più tardi rispetto agli eventi narrati.

            Omero canta la gloria della battaglia, il coraggio degli eroi, ma ha in cuore anche lo spreco di tante vite, lo strazio dei genitori e delle spose, e non  sembra affatto, in questo, fare alcuna differenza tra i Greci e i Troiani. In lui è la negazione del concetto di “nemico”: un concetto che perde interamente il suo senso in una comune umanità nella quale le doti e i vizi individuali, la lealtà, la solidarietà verso la propria gente, il coraggio e la generosità, o al contrario, la vigliaccheria, l’arroganza, l’avidità dei singoli appartengono agli uni come agli altri.

            Ettore ne è uno straordinario esempio. Ettore il sostegno, o colui che resiste è la guida dell’esercito troiano. Pare quasi che nelle sue mani sia il destino della città, tanto che secondo Omero il figlio di Ettore, chiamato Scamandrio, era soprannominato Astianatte (difensore della città) perché Ettore salvava Ilio lui solo”[1].

            Eppure Ettore non aveva voluto questa guerra: più volte la chiama “l’odiosa battaglia”. Suo fratello Paride ne era stato la causa, con il rapimento di Elena, ed invano Ettore aveva inizialmente consigliato ai suoi la restituzione della donna per evitare lo scontro sanguinoso. In più di una occasione nel poema lo sdegno nei confronti di Paride si mostra così acceso da sconfinare in una collera violenta: come quando lo vede sottrarsi allo scontro con Menelao, e lo apostrofa con parole durissime:

Paride maledetto, bellimbusto, donnaiuolo, seduttore,
ah non fossi mai nato, o morto senza nozze!
Sì, vorrei proprio questo, questo sarebbe meglio,
piuttosto ch’esser così, vergogna e obbrobrio degli altri…
Ahi! certo sghignazzano gli Achei dai lunghi capelli:
credevan che fosse gagliardo il capo, perché bellezza
è nell’aspetto, ma forza in cuore non c’è, non valore.
E tu così vile, su navi che vanno pel mare,
fatto viaggio per mare, raccolti compagni fedeli,
vissuto fra stranieri, portasti via bella donna
da una terra lontana, nuora d’uomini bellicosi,
al padre tuo grave danno e alla città e a tutto il popolo,
e godimento ai nemici, e infamia per te?
E non affronterai Menelao caro ad Ares?
Almeno saprai di che uomo hai la sposa fiorente!
E non ti salveranno la cetra e i doni d’Afrodite,
la chioma o la bellezza, quando rotolerai nella polvere.
Ma sono molto paurosi i Troiani, o da tempo
vestivi chitone di pietre per tutto il male che hai fatto!
[1]

[1]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

            E più avanti, quando i Troiani sfiniti venivano massacrati dai Greci guidati da Diomede, di nuovo Ettore s’infuria vedendo il fratello restare al sicuro in casa con Elena, e lo esorta a combattere: “… per te strepito e guerra/ circondano questa città; anche tu con un altro l’avresti/ se lo vedessi lasciare l’odiosa battaglia; / ma levati su, che presto la rocca non crolli nel fuoco nemico[3].

            Ma la collera di Ettore è profondamente diversa dall’ira funesta di Achille. Questa, sebbene giustificata, e non solo dall’offesa all’orgoglio e ai sentimenti dovuta alla perdita di Briseide, ma in primo luogo dall’arroganza di Agamennone, finisce tuttavia per apparire insensata, priva di un limite ragionevole. Nella sua furia Achille si disinteressa perfino del destino dei propri compagni, che la sua assenza lascerà preda di un inevitabile massacro. La collera di Ettore contro Paride deriva al contrario dalla preoccupazione per la propria gente, per i propri cari.

            In entrambe le occasioni Paride ammette che i rimproveri del fratello sono giustificati: “poiché secondo giustizia m’assali, non contro giustizia…”, e proprio per questo accetta, sia pure malvolentieri, di combattere.

            D’altra parte, in quanto più forte tra tutti gli eroi Troiani, Ettore fa in un certo senso da contrappunto ad Achille, quasi ne fosse una sorta di doppio. Ettore ha quasi la stessa forza, ha la stessa franchezza, la stessa capacità, soprattutto, di chiamare le cose con il proprio nome, di non fuggire davanti alla verità, per quanto dolorosa possa essere. Ed essendo ciascuno il “doppio” dell’altro, Achille ad Ettore sono strettamente legati nel proprio destino: Ettore sa, o intuisce, che Achille lo ucciderà, e ad Achille è stato predetto che alla morte di Ettore seguirà a breve la sua.

            La cosa forse più straordinaria di Ettore, tuttavia, è che egli abbia coniugato in sé, cosa molto rara per un eroe, soprattutto un eroe della mitologia greca, le virtù “guerresche”, il coraggio e la forza, con una capacità di mostrare i propri sentimenti, di lasciarsi andare a gesti di profonda tenerezza nei confronti della sua sposa e del piccolo Astianatte. Questi due aspetti convivono senza che l’uno prevalga sull’altro, senza che nessuno dei due sminuisca in alcun modo l’altro.

            In questo i due eroi sono profondamente diversi: che Achille sia capace di grandi passioni, di grandi affetti lo sappiamo; ed è confermato dal fatto che Briseide non voglia staccarsi da lui, che le schiave da lui conquistate piangano con lui la morte di Patroclo. Achille non è affatto inumano,  ma il dolore che egli prova, per la perdita di Briseide come per la morte di Patroclo, si trasforma in una sorta di furia cieca, nefasta non solo per gli altri, ma anche per lui stesso, che quasi lo rende nella nostra memoria, davvero inumano. Quando si accinge a vendicare la morte di Patroclo uccidendo Ettore, la madre tenta di dissuaderlo ricordandogli che morto Ettore, egli non sopravviverà che pochi giorni. “Potessi morire anche adesso”, risponde Achille, “poiché non dovevo all’amico portare soccorso in morte; molto lontano dalla patria è morto; e io gli sono mancato, difensore del male”. E’ il riconoscimento del proprio errore, delle terribili conseguenze che la sua collera verso Agamennone ha avuto per Patroclo ma anche per tanti altri suoi compagni. Ma è anche la noncuranza per la propria vita, che deriva in Achille da un’istintività quasi priva di freni. Poco dopo egli afferma di voler gettare nella disperazione le donne di Ilio: “… ma adesso voglio aver gloria; e ognuna delle Troiane, delle altocinte Dardanidi con tutte e due le mani sulle tenere guance asciugando le lacrime voglio far singhiozzare”. E sebbene abbia appena compreso quali spaventose conseguenze possano derivare da una collera violenta, si abbandonerà alla stessa collera al momento dell’uccisione di Ettore, il cui corpo trascinerà nella polvere intorno alla tomba di Patroclo, per sfregio e per vendetta, fino a rischiare lo sdegno degli dèi.

            Ben diverso è l’atteggiamento di Ettore. Egli non è affatto incurante della propria vita, anche perché è ben consapevole di quanto essa sia importante anche per altre persone: il coraggio gli deriva dalla consapevolezza che non si può sfuggire al proprio destino, e che proprio l’affetto, la fiducia che gli altri hanno in lui, gli impongono di non venire meno al suo ruolo di custode dell’altrui sicurezza. Così, se pure egli è violento in battaglia (più volte Omero lo chiama “massacratore”, e alla sua morte Andromaca ricorda, come se parlasse ad Astianatte, che “Non era dolce, no, il padre tuo nella carneficina paurosa”), tuttavia nella memoria la forza, l’ardimento, rimangono inscindibilmente legate alla dolcezza del carattere, alla generosità, ad una certa fiducia nella vita che gli consente di affrontare le situazioni più difficili. Ed è questo che ne fa uno degli eroi più amati non solo della mitologia greca, ma della letteratura di ogni tempo.

            Uno dei libri del poema è dedicato ad un colloquio tra Ettore e Andromaca, così dolce, commovente e intriso di umanità da costituire una rappresentazione universale dei sentimenti di un soldato che rivede la propria famiglia e non sa se sarà l’ultima volta:

Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella/
portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino,
il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella.

Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio:
ma Andromaca gli si fece vicino piangendo,
e gli prese la mano, disse parole, parlò così:
‘Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione/
del figlio così piccino, di me sciagurata/che vedova presto
sarò, presto t’uccideranno gli Achei,
balzandoti contro tutti: oh, meglio per me
scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra
dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai
….

            Per Andromaca, privata a causa della guerra dei genitori e di tutti i fratelli, Ettore è anche “padre e nobile madre e fratello”, oltre che marito, ella non ha più altri che lui.

E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse:
“Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo
rossore dei Teucri, delle Troiane lungo peplo,
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a esser forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,
e non per i fratelli, che molti e gagliardi
cadranno nella polvere per mano dei nemici,
quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo,
trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti

            Ettore presagisce che morto lui, e caduta Ilio, Andromaca certo andrà schiava a qualcuno dei nemici: e solo per non vedere il suo dolore, egli si augura di essere già morto, prima che ciò avvenga:

Morto, però, m’imprigioni la terra su me riversata
prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!”
E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino, sul petto della balia bella cintura
si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,
e lo posò scintillante per terra:
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò tra le braccia,

… mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:
“Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!
nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;
ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,
sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato”.

            Questo comportamento di Ettore con il bimbo spaventato dall’elmo, pieno di sorridente tenerezza, e il gesto verso Andromaca, ne mettono in mostra il lato gentile, la comprensione che egli ha verso tutti: perfino con Elena, che tutti disprezzano, e che ne confermerà, nel lamento funebre, questo aspetto che lo ha posto nel cuore  di tanti:

Ettore, tra tutti i cognati il più caro al mio cuore,
ah, il mio sposo è Alessandro simile ai numi,
che m’ha condotto a Troia; ma fossi morta prima.
E’ questo, ormai, il ventesimo anno
da che partii di laggiù, lasciai la mia patria,
e mai ho udito da te mala parola o disprezzo;
anzi, se qualcun altro mi rimbrottava in casa

tu con parole calmandoli li trattenevi,
con la dolcezza tua, con le tue dolci parole.

            Altri indizi sul carattere e sull’umanità di Ettore ci vengono dalla descrizione del duello con Aiace: era stato lo stesso Ettore a sfidare gli Achei, che erano rimasti incerti: “di rifiutare arrossivano e d’accettare temevano[4]”. Alla fine, incitati dalle dure parole del saggio ma anziano Nestore, nove tra i Greci si fanno avanti: e sarà appunto Aiace Telamonio ad essere estratto a sorte. Ettore non è fatto di ferro come Achille, e di fronte ad Aiace gigante, la rocca degli Achei, per un attimo persino lui resta sgomento: “ma non poteva nascondersi più, né tirarsi/ indietro, tra la folla, lui che sfidò la battaglia”. Il combattimento che segue è violento, nessuna delle due parti risparmia i colpi, fino a che Zeus manda i suoi messaggeri ad esortare i due eroi a cessare temporaneamente le ostilità, poiché è ormai vicina la notte. La risposta di Ettore è emblematica:

«Aiace, un dio t’ha dato forza e grandezza
e sapienza; con l’asta sei il primo degli Achei;
mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta
per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio
ci divida e conceda agli uni o agli altri vittoria;
ormai scende la notte, buono è obbedire alla notte.
E dunque tu rallegra presso le navi gli Achei,
soprattutto gli amici e i compagni che hai;
e io nella grande città del sire Priamo
rallegrerò i Troiani e le Troiane lunghi pepli,
che a render grazie per me nel tempio dei numi entreranno.
E diamo entrambi nobili doni uno all’altro
che possa dir qualcuno fra i Troiani e gli Achei:
“Han lottato quei due nella lotta che il cuore divora,
ma si son separati riconciliati e amici”».

            C’è tutto Ettore in queste parole: l’obbedienza al volere degli dei, il rispetto per l’avversario, il disprezzo per la guerra cui, essendo costretto, partecipa senza tirarsi indietro, ma che resta qualcosa che “divora il cuore”, la capacità di pensare all’affetto dei compagni dell’uno e dell’altro, alla gioia che proveranno sapendoli vivi. Egli deve combattere Aiace in quanto “nemico”, ma in quanto uomo ne onora le qualità che lo rendono grande, e vorrebbe potergli essere, invece, amico.

            Cosa hanno in comune questi personaggi così profondamente diversi? Gli eroi greci sono quasi tutti “eroi culturali”, cioè fondatori di stirpi e civiltà. La loro grandezza, il motivo della venerazione di cui sono oggetto, è il fatto che siano stati i capostipiti di quegli Elleni che appunto li celebrano. Ma questo non toglie nulla alla loro umanità, i dubbi, i contrasti, le paure sono quelle di qualunque uomo. Le menzogne di Odisseo, il tradimento e la doppiezza fanno parte di lui come la sua pazienza, la sua sete di sapere, l’amore per la moglie. Lo detestiamo per la crudeltà contro Palamede, per le arti subdole che non può fare a meno di usare, ma lo amiamo per la nostalgia di esule e la forza disperata con cui tenta, contro ogni saggezza, di salvare i compagni che non possono nessere salvati. L’orgoglio e la furia devastatrice di Achille non rendono meno grande il suo coraggio, la generosità, il carattere sincero e leale, fino a divenire il simbolo stesso della verità e della prevalenza dell’unicità individuale sulla sostituibilità indistinta. Comprendiamo perché, quando Agamennone gli sottrae l’amata Briseide, egli si chiude nella sua muta offesa, insensibile al massacro degli amici, tornando a combattere solo quando viene ferito nei suoi personali affetti dalla morte dell’amico fraterno, ma non gli possiamo perdonare lo strazio del giovanissimo Troilo, o il sacrificio dei dodici giovani Troiani sulla tomba di Patroclo. Di Eracle ammiriamo la forza con cui torna ogni giorno a combattere la lotta per la sopravvivenza, ma non possiamo non temere la sua follia distruttrice. Gli orrori commessi da tutti loro non sono forse il contrappunto della lotta che tutti sostengono con le forze oscure dell’inferno che sono nella loro anima prima ancora che nel regno sotterraneo di Ades?

            Ciascuno di questi eroi è profondamente diverso dall’altro. Il rassegnato, paziente Eracle che si adatta al suo destino senza averlo mai cercato, il servitore delle donne, è diverso dallo sconsiderato, temerario Teseo, seduttore inveterato, quanto il saggio ma collerico Edipo, signore della parola, era diverso dal dolce Orfeo, incantatore di mostri.

            Eppure non c’è uno solo tra questi eroi che non sia legato alla morte, spesso fin dalla nascita e dal nome che viene loro imposto. Non c’è uno solo di essi che non debba sconfiggere una qualche forma mostruosa di morte, che non debba recarsi, se non proprio agli inferi, in un misterioso regno di confine il cui rapporto con l’Ade è del tutto evidente.

            L’eroe greco è pienamente uomo, il suo marchio non è diverso in fondo dal marchio dell’eroe della fiaba, la sua eccezionalità è dovuta a nient’altro che al fatto di aver preso in mano la propria vita, sconfiggendo  la paura della morte, che diventa altrimenti paura delle emozioni, e dunque della vita.

[1]Omero, Iliade, op. cit., p. 219

[2]Ibidem, libro III, v. 16, pag. 91

[3]Ibidem, Libro VI, v. 328-331, pag. 215

[4]Omero, op. cit., Libro VII, pag. 231 e ss.

Diomede, Aiace Telamonio e Aiace Oileo, Filottete – IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba)

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      Filottete, Vincenzo Baldacci

             Tra i più forti combattenti greci c’erano anche tre guerrieri quasi selvaggi, Diomede, e  due Aiace.

            Diomede era figlio di quel Tideo che godeva della protezione di Atena e avrebbe potuto diventare immortale, se non si fosse reso indegno della dea succhiando in punto di morte il cervello del nemico che lo aveva ucciso. Suo figlio divenne il prediletto di Atena, ma non era tanto diverso dal padre. Il suo carattere acceso e la sua forza possente lo fecero rivaleggiare addirittura con Ares, che trafisse con la sua lancia (si è detto che gli dei, se non potevano morire, potevano comunque essere feriti e soffrirne).

            Diomede aveva lasciato per andare in guerra la moglie Egilea, che presto si consolò dell’abbandono con un amante, e forse, si dice, cacciò Diomede da Argo. Secondo altri Diomede evitò di passare per Argo, e si recò direttamente nell’Italia meridionale, dove ebbe un culto nelle isole che oggi sono chiamate Tremiti[1].

            Abbiamo incontrato Aiace Telamonio come rivale di Odisseo nella lotta per le armi di Achille. Simile a un gigante nella statura, con uno scudo “alto come una torre”, Aiace combatteva ancora come gli Eroi del tempo antico, lanciando pietre. Si diceva che il nome gli fosse stato dato da Eracle quando, ospite di Telamone, aveva chiesto a Zeus di concedergli un figlio invulnerabile e coraggioso. In segno di accoglimento della richiesta, Zeus aveva fatto avvicinare in volo la sua aquila, aietòs, e per questo Eracle disse a Telamone che il figlio avrebbe dovuto chiamarsi Aiace.

            Questo Aiace avrebbe dovuto diventare famoso come nemico di Odisseo, e suo rivale per la conquista delle armi di Achille dopo la morte dell’eroe, armi che avrebbero dovuto andare a colui che tra i Greci aveva maggiormente contribuito alla vittoria. Quando venne prescelto Odisseo, Aiace, dal carattere impetuoso e portato agli eccessi sempre, si infuriò al punto da impazzire e uccidersi.

            Ben diverso era l’altro Aiace, l’empio figlio di Oileo, che non si curava degli dei e meno ancora degli uomini e dei loro culti sacri. Quando Troia cadde, egli inseguì Cassandra per violentarla, e la giovane si rifugiò presso la statua della dea Atena. Sprezzante, egli rovesciò la statua e avrebbe certamente portato a termine il suo intento se gli stessi Greci, inorriditi, non lo avessero fermato. Per questo, durante il ritorno in Grecia, la nave di Aiace affondò. Poseidone fece in modo che Aiace raggiungesse a nuoto gli scogli vicini. Ma, ancora una volta stolto nel suo smisurato orgoglio, Aiace si vantò di essersi salvato contro il volere degli dei. Allora il dio del mare fece crollare le rocce ed egli annegò.

            Filottete era invece l’eroe al quale Eracle aveva donato il suo arco perché egli solo aveva avuto il coraggio di porlo sulla pira quando, in preda a sofferenze inumane per aver indossato la tunica di Nesso, l’eroe aveva invano supplicato i suoi amici di farlo. Quell’arco avrebbe avuto una parte essenziale nella sconfitta di Troia.

            Tuttavia, quando Filottete guidò i compagni greci a Crise, primo confine di Troia, e li guidò all’altare della dea che portava lo stesso nome, compagna di culto di Apollo su quell’isola vulcanica, la dea inviò il serpente a lei sacro, custode del tempio, a mordere al piede Filottete, causandogli una ferita purulenta che non guariva mai, e il cui fetore indusse i compagni greci a lasciare l’eroe sull’isola,

            Molto tempo dopo, quando Achille già era morto per mano di Paride, e la guerra infuriava con esiti ancora incerti, Odisseo si recò con Diomede per convincere Filottete a unirsi a loro, poiché secondo l’oracolo solo la sua presenza avrebbe consentito che infine le mura di Troia cadessero.

            Naturalmente, non fu facile convincere l’eroe ad aiutare i compagni che lo avevano abbandonato e tradito tanti anni prima. Fu necessaria l’apparizione di Eracle stesso a persuaderlo, dopodiché egli venne guarito da Macaone, il medico meraviglioso, figlio di Asclepio. Allora la freccia infallibile di Filottete abbatté il principe Paride, e fu per Troia l’inizio della rovina.

[1]K. Kerényi, op. cit., p. 510

Odisseo – (da: IL PAESE INFELICE – L’eroe nel mito e nella fiaba)

Tiepolo_Il cavallo di Troia

L’intelligenza, è stato detto, non è importante per gli eroi, almeno non per gli eroi greci. Non solo Eracle, ma quasi tutti gli eroi ellenici sembrano affetti da una sorta di “alta ottusità”, una goffaggine che si manifesta nei loro ripetuti errori e orrori, dagli assassinii spietati di Eracle alla fatale distrazione di Teseo che costa la vita a suo padre, alle ripetute violenze sulle donne. Non riescono ad andare oltre un ruolo ben definito, quello di uccisori di mostri: “quando l’eroe stesso riuscirà a spezzare la cornice del suo ruolo, senza abbandonarlo, quando imparerà a essere anche traditore, mentitore, seduttore, viaggiatore, naufrago, narratore, allora sarà Odisseo, allora alla sua prima vocazione, che è quella di sconfiggere tutto, se ne affiancherà una nuova: capire tutto”[1].

            Prima ancora di Odisseo, era stato Edipo “il più infelice tra gli eroi, e il più inerme”[2], il primo ad andare oltre quel ruolo prefissato. Edipo che uccide il mostro non con le armi, ma con la parola che precipita la Sfinge nel baratro. E rifiuta di toccarla. Questa è la grande differenza tra lui e gli eroi che lo hanno preceduto, ma anche la sua più grande debolezza. Egli non si riveste con la pelle del mostro, come Eracle, non ne raffigura l’immagine sullo scudo, come Perseo con la Gorgone, non porta con sé alcun talismano, rimane esposto, e per questo finirà cieco e mendico. La sua grande intuizione è che la parola possa laddove nessun’altra arma giunge; la sua grande debolezza è di non aver compreso che limitarsi a vincere il mostro, senza cercare il contatto con lui, senza identificarsi con lui e prenderne il posto, come Apollo con il Pitone, non basta: “La parola… rimane nuda, e solitaria, dopo la sua vittoria”.

            Ma Ulisse, Odisseo, è un eroe? Odisseo, che è appunto per noi la personificazione dell’astuzia, che vince i Troiani con il tradimento, anziché combattendo, ci diventa più simpatico nell’Odissea, quando diviene il simbolo di quella sete di conoscenza che già Omero, molto prima di Dante, aveva contrapposto al “viver come bruti”, punendo la rozza ignoranza dei suoi compagni con la trasformazione in porci ad opera di Circe. E nell’Odissea Ulisse deve, questa volta sì, adoperare le proprie virtù eroiche, combattere contro i mostri, rinfrancarsi e lasciarsi allettare dal canto delle sirene come dalla bellezza delle donne che incontra, ma tenendo sempre viva la fiamma dell’amore più domestico per la fedele moglie Penelope.

            E tuttavia egli rimane pur sempre il “re degli inganni” che tanto Agamennone come Achille disprezzavano: probabile derivato di una tradizione che ne faceva prima di Omero un personaggio negativo. Si raccontavano di lui azioni ripugnanti: l’inganno con cui indusse Clitemnestra a lasciargli portar via la figlia Ifigenia fu solo una di queste azioni certo poco “eroiche”. La menzogna più orribile egli l’architettò contro Palamede, uno dei compagni di battaglia. Palamede era colpevole di aver smascherato l’inganno con cui Odisseo aveva cercato di sottrarsi alla guerra. Egli aveva finto di essere pazzo, aveva legato all’aratro un bue e un cavallo, si era messo un copricapo da essere primordiale fallico, e in questa strana tenuta si era dato a fingere di dissodare i suoi campi. Ma Palamede aveva messo davanti all’aratro il figlio di Odisseo, Telemaco, e il padre non poté continuare l’inganno. La sua vendetta fu atroce: un giorno, tempo dopo, introdusse nella tenda di Palamede dell’oro e una falsa lettera di Priamo, perché fosse accusato di tradimento. Così infatti si verificò, e Palamede fu lapidato dai suoi stessi compagni.

            Incapace di affrontare il nemico a viso aperto, egli evita con tutte le sue forze di diventare, come Achille, un “eroe tragico”: è l’antitesi dell’eroe romantico. Come aveva vinto i Troiani nascondendosi nel cavallo di legno, affronta le Sirene evitandone il pericolo grazie allo stratagemma suggeritogli da Circe, e uccide i Proci dopo essersi mascherato da mendicante[3]. Sembra suo destino indossare sempre una maschera, e quando dà ad intendere a Polifemo di chiamarsi “Nessuno” non fa altro che indossare la maschera più estrema: egli infatti è il “polimorfo”, l’uomo dalla mente variopinta, multiforme e metamorfico come Ermes e chi può essere chiunque, alla fine, è “Nessuno”.

            A dire la verità, Ulisse è un eroe “sui generis”: il suo tempo non è il tempo eroico degli Achei, le sue qualità sono quelle di un uomo “domestico”. Egli rappresenta due cose più di ogni altra: l’amore per la conoscenza e l’amore per la casa, la nostalgia della propria terra e dei propri cari. Quando gli tocca combattere, non lo fa certo alla maniera di Achille: i due del resto sono diversi come il giorno dalla notte, e non si comprendono affatto: tanto è diretto, “veritiero”, istintivo e passionale Achille, tanto Ulisse è razionale, infido, doppio, subdolo e freddo, perfino quando rischia la vita, come appunto nell’impresa del cavallo di Troia. A questa sua natura Achille si riferiva quando, senza nominarlo, gli mostrava tutto il suo disprezzo: “odioso come le porte dell’Ade è per me quell’uomo che una cosa nasconde nel cuore e un’altra ne dice”[4].

            E Aiace, l’eroe solitamente svelto di mano più che di mente, diventa perfino eloquente, quasi quanto lo stesso Ulisse, quando l’indignazione lo coglie per dover contendere proprio a lui le armi di Achille: “proprio Ulisse mi si vuole paragonare! … Certo è più sicuro contendere con parole menzognere che combattere con la mano! Ma io non sono portato all’eloquenza, come costui non è portato all’azione…. Comunque io non credo di dovermi mettere a ricordare a voi le mie imprese, o Pelasgi; le avete viste coi vostri occhi. Ulisse piuttosto racconti le gesta sue, gesta che compie quando nessuno vede, di cui solo la notte è testimone. Riconosco che grande è l’onore a cui aspiro. Ma l’onore è sminuito dal mio avversario: Aiace non può essere orgoglioso di ottenere una cosa, sia pure grande, sperata da Ulisse”[5]. Il soldato rinfaccia all’uomo astuto la sua astuzia; l’irruente non può sopportare gli inganni, che il “facondo Ulisse” mette in atto non solo contro i nemici, ma anche contro i suoi: l’infame azione che portò alla condanna di Palamede, il vile abbandono di Filottete ferito sull’isola di Lemno. Ma proprio per questo Ulisse finirà per ottenere le armi. La sua è la vittoria della parola, dell’intelligenza contro la forza, sì, ma anche dell’opportunismo contro l’onestà senza compromesso. Perché, è vero, Ulisse ha compiuto tutte quelle missioni nelle quali c’era bisogno dello scaltro diplomatico. Ma, soprattutto: “Se io ho commesso un’infamia accusando falsamente Palamede, voi avete fatto una bella cosa? … Quando al fatto che il figlio di Peante [Filottete] si trovi a Lemno, isola di Vulcano, anche qui è ingiusto farmi responsabile. Giustificatela voi, quest’azione vostra; e infatti voi deste il vostro consenso”[6]. Insomma, Ulisse respinge le accuse reclamando che vengano condivise da tutti. Colpa di tutti, colpa di nessuno. Forse le armi gli vengono alla fine concesse per la sua utilità nel condurre a buon fine difficili opere di convincimento; forse. Ma forse, invece, è stata la sua abilità nel far credere agli altri che, condannando lui per le sue azioni riprovevoli, avrebbero condannato se stessi. E allora, la vittoria è sua, le armi sono sue, e Aiace, sconfitto e furioso, si uccide.

            Anche Ulisse è tra gli eroi greci uno dei più umani, nel bene e nel male. Talvolta ha quegli scatti appassionati e velleitari che lo inducono a prendere le armi contro Scilla, quando dovrebbe sapere che nulla si può con le armi nel mondo dei mostri, oppure a gridare il suo nome a Polifemo dopo averglielo nascosto, dimenticando che nel mondo “di là” è meglio tacere. Talvolta si ribella contro il destino che gli strappa i compagni ad uno ad uno, benché sia consapevole della vanità dei suoi sforzi. La sua intelligenza non arriva a comprendere il “mondo di là” e le sue leggi, non intuisce che né il coraggio né l’astuzia possono nulla contro le forze primordiali di Polifemo o di Scilla, e questa è una delle ragioni delle sue sventure e di quelle dei suoi compagni. L’unica cosa che lo aiuta è allora la sua pazienza, la fede incrollabile che nonostante tutto ha ancora negli dei, la rassegnazione[7]. E questi sono forse i momenti in cui lo amiamo di più.

            Per molti aspetti lo si potrebbe definire un “anti-eroe”. Tuttavia, il protagonista dell’Odissea ha, molto più dello stesso personaggio nell’Iliade, diversi elementi che possono caratterizzarlo come eroe, la pazienza, l’audacia, ma più di tutto la capacità di accedere all’aldilà. E questa volta Ulisse, cui certo non difetta l’amore per l’avventura, per lo meno intesa come ricerca, viaggio per la conoscenza, rimane sgomento, angosciato, non vorrebbe andare. Se Teseo va tra i morti con la tracotanza di voler rapire anche la loro Regina, come se Persefone non fosse che una qualsiasi fanciulla da sedurre, con l’incoscienza di chi non ha (apparentemente almeno) paura di nulla, Ulisse affronta il viaggio in modo ben diverso. Si avvicina di più a Eracle, in questo, e diviene il precursore di quello che qualcuno dice essere anche più eroe degli altri: l’uomo che affronta i rischi non per sfida e temeraria passione, ma consapevole della propria fragilità e delle proprie angosce, e che tuttavia accetta di cercare di superare i limiti che questa fragilità e queste angosce gli imporrebbero, per qualcosa che ne valga la pena. L’aspetto forse più grande della condizione umana.

            Ulisse, che ama la vita sopra ogni cosa, e non comprende il regno della morte, e piange quando gli viene imposto di scendere nell’Ade, cerca di convincere prima di tutto se stesso, quando, incontrando Achille, crede che sia un privilegio poter essere onorato anche dopo la morte, poter dominare tra i defunti come “il più valoroso”.

            Ma Achille, l’unico tra gli eroi greci a non avere paura di guardare le cose in faccia sempre, di chiamarle col loro nome, anche la morte, ha il coraggio (e l’onestà) intellettuale di ammettere ciò che Ulisse, il troppo umano, non voleva accettare: la morte è il niente, ed è meglio essere servo di un bracciante senza terra, ma vivo, che dominare una schiera di ombre.

            In questo modo così profondamente diverso, Ulisse e Achille affermano la stessa verità: tutto ciò che è importante è la vita, il regno delle ombre cancella tutto, non esiste il regno dei Beati, quella bella immagine di cui la civiltà eroica aveva cercato di circondare la morte[8].

[1]R. Calasso, op. cit., pp. 361-362

[2]Ibidem, pp. 384-85

[3]P. Citati, op. cit., p. 205

[4]P. Citati, op. cit., p. 229

[5]Ovidio, Metamorfosi, op. cit., p. 503

[6]Ibidem, p. 519

[7]P. Citati, op. cit., pp. 167-68

[8]P. Citati, op. cit., p. 198