Il blog (e la scrittura): passione indisciplinata

Sono disordinata, sconclusionata, disorganica, lo sapete. Non sempre, qualche volta. Per scelta, più spesso che no. Faccio duemila cose perché ne inizio cinquecento e poi devio, vado un po’ qua e un po’ là, ne incontro altre, mi lascio incantare e perdo la strada, trovo altri sentieri nascosti.

Tutto questo per dire che ho iniziato tante rubriche e sono anche riuscita, per qualche tempo, a seguirle con una certa regolarità, ma credo che questo non sia il momento adatto per proseguire in quel modo. Scriverò, d’ora in poi e non so per quanto, forse per sempre, quello che voglio quando ho tempo e quando mi viene, per cui può essere che un giorno posti tre articoli, o chissà, magari quattro o cinque, e poi non scriva per una settimana. Come già sta accadendo, del resto, sto solo prendendo maggiore consapevolezza del fatto.

Scrivere è una fatica, bellissima, ma una fatica. Molta della sua bellezza sta, per me, nel fatto che è una fatica non organica, non sistematica, indisciplinata. Alla fine, mi ci sono voluti oltre cinquant’anni, ma ho capito che ogni volta che comincio a fare qualcosa con una cadenza fissa, perdo la passione, e quella, proprio non voglio perderla.

Quindi ecco, volevo dirvi, non aspettate il Robin’s Monday o il Sabatoblogger o il Cinema del Martedì, o la Lettrice della Domenica (e poi la musica, allora? e i viaggi? e…) perché mi sa che tutto potrà succedere in qualunque giorno della settimana…

Bangherang

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Hook è un film magico, l’ho sempre saputo. Fa magie reali, quotidiane, avvicina le persone, mette in contatto ognuno con le sue emozioni, comprende la paura e la rabbia e i loro rischi, e sa che le risate e la commozione sono armi potenti quanto l’amore. “Fa stare bene”, come disse mio figlio un giorno, e come ha sperimentato ancora una volta. Robin, il mio amato Robin, aveva quel tocco che rendeva grandi anche i film meno riusciti (figuriamoci questo, che è una meraviglia), per uno sguardo, una battuta, un piccolo rovesciamento del pensiero. Perché conosceva il senso vero della libertà, della vita e della gioia, e sapeva che niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza mettersi in gioco fino in fondo. Vivere. Vivere può essere un’avventura straordinaria!

E quella capacità di poter essere tutto nello stesso momento, tutto quello che voleva.

Sai quel luogo che sta fra il sogno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi sognando? Quello è il luogo dove io ti amerò per sempre. È lì che ti aspetterò.

Bangherang Robin!

 

Spostamenti

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Basta un’influenza a scompigliare un po’ tutto. Sono dieci giorni che non scrivo sul blog e non mi ero resa conto che fosse passato tanto tempo. Quando avevo la febbre e gli altri spiacevoli effetti dell’influenza, ero troppo a terra per lavorare o fare altro che dormire e sonnecchiando guardarmi passivamente qualche filmetto carino ma poco impegnativo (la cosa migliore che ho visto? Kate & Leopold, peraltro era la seconda volta).

Quando ho cominciato a star meglio (in un giorno o due, poi, mica una vita), mi sono messa a scrivere e scrivere. Ho tra l’altro editato ancora un po’ il vecchio romanzo che a suo tempo avevo postato anche qui. Un romanzo di persone colte, mi è stato fatto notare. E di persone molto ragionevoli (come io cerco di essere, ovviamente senza riuscirci bene come loro, che sono pur sempre personaggi, benché voglia loro bene come se fossero persone). La cosiddetta “realtà” di cui si parla (che è poi la realtà nel suo aspetto peggiore, non l’unico) ci entra quasi “di straforo”, attraverso il lavoro della protagonista. In effetti, sì, parlo di persone per le quali la cultura è vita, respiro, movimento. Persone che esistono, e che non stanno nei salotti a guardare il mondo da dentro la loro torre d’avorio, ma che amano, soffrono perdite, tradiscono e lavorano e si contraddicono esattamente come gli altri, forse con un po’ di consapevolezza in più, perché hanno qualche strumento in più per leggere sé stessi e ciò che li circonda. Non sono “lontani dalla gente”, sono “gente” anche loro, anche se non si urlano in faccia, non bestemmiano, dicono poche parolacce, si parlano cercando di comunicare in modo per quanto possibile chiaro e onesto.

Perché io credo che la strada sia questa. L’unica strada per la libertà, per venire a patti con la finitezza della vita, per sopportare il dolore e vivere pienamente la bellezza e la gioia. È la mia utopia, ma è anche quello a cui sono arrivata al termine di una ricerca non facile e fatta interamente sulla mia pelle. Di cose brutte potrei parlarne, eccome. Ho preferito dare spazio a quello che secondo me può rendere la vita migliore, perché i mostri che sono dentro di noi sono già in molti a descriverli, e molto meglio di me.

Sono andata avanti anche col nuovo libro, che c’entra col femminismo, con l’ambiente, con i rapporti tra uomini e donne, con il viaggio e la conquista e anche con le trappole del mondo cosiddetto “civilizzato”, ma sempre per una via (tortuosa e se vogliamo anche molto avventurosa e irta di ostacoli) tutta sua.

Ho iniziato una lista di cose da fare “prima di morire”, o piuttosto diciamo nei prossimi dieci anni, possibilmente anche meno. Al momento sono a tre: provare il deltaplano, nuotare con i delfini e vedere i parchi della California (percorrendo, prima, la rotta del Corps of Discovery almeno dal Dakota in poi). Forse arriverò a dieci, o a sette, o mi fermerò qui. Sono tutti numeri magici. Il mondo possiede davvero una stupefacente bellezza, a cui diamo poco valore per via del fatto che siamo mortali, ma potremmo ribaltare la prospettiva e pensare che questo ci dovrebbe “costringere” a dare valore soltanto a ciò che davvero ne ha, ad appassionarci profondamente e a vivere e morire per l’intensità di quello che facciamo e delle emozioni che proviamo.  E sì, sto pensando tra l’altro a Daniele Nardi, che non conoscevo e che aveva una passione che io non ho, ma la cui vicenda mi ha commossa per un aspetto in cui spero un giorno di poter dire di riconoscermi: decidere che vuoi fare una cosa, prendere e andare, perché nessuno può farla al posto tuo e perché vivere è questo, non c’è altro modo, il resto è restare fermi in un posto dove qualcuno ti ha messo a tua insaputa. e rassegnarsi a star lì fino a quando quello stesso qualcuno, sempre a tua insaputa, ti sposterà.

Otto marzo o non otto marzo

Otto marzo o non otto marzo, questo è il problema:

Se sia più nobile sopportare
le ingiurie di una celebrazione a malapena sopportata,
oppure prendere le armi contro un mare di guai
e, combattendo, annientarli…

In vena di manie di grandezza, cito Shakespeare perché sono tra chi pensa che la “festa” abbia finito per perdere il suo senso, e che occorra invece un impegno quotidiano fatto di gesti, più che di parole, di presenza e di vicinanza, più che di fiori, di reciproca voglia di conoscenza, più che di proclami.

Io non mi riconosco “nelle donne”, ci sono donne a cui non vorrei assomigliare neanche da lontano, e altre donne (ma anche uomini) in cui sono felice di rispecchiarmi in tutto e per tutto o almeno in qualche piccolo dettaglio. Sogno un mondo in cui non si senta più dire che una cosa è “da maschi” o “da femmine”, ma semplicemente: “ti piace? allora è ok, va bene per te”. Sogno di non sentire più il malefico peso del disordine che c’è in casa come se fosse “colpa mia”, sogno un “prendersi cura” che implichi condivisione, guardare cosa c’è da fare e farlo. Sogno che ogni amore sia supporto reciproco e reciproca accettazione e accoglienza, e sogno che quando un amore finisce (perché sognare che nessun amore finisca mai sarebbe troppo persino per me), si riesca e riprendere la propria strada facendo tesoro di quel pezzo fatto insieme, senza dover a tutti i costi scaricare rabbie, odio e paure sulla persona un tempo amata, e sogno che le persone più “deboli”, in ogni senso possibile, non siano schernite e aggredite, ma difese, protette e amate. Sogno che ogni persona valga per sé e per come si comporta.

Oggi ho dato la definitiva approvazione alla stampa di un libro di poesie. Non mi viene in mente nessun modo migliore, per me, di celebrare. Ci sono alcune cose ancora da aggiustare, nella mia famiglia, come credo nella maggior parte, dal punto di vista della “condivisione di responsabilità”, ma cerchiamo ogni giorno di accogliere i reciproci spazi individuali e magari di essere orgogliosi l’uno dei risultati dell’altro.

Sono così fortunata da aver avuto l’opportunità e gli strumenti per potermi costruire, pur da basi non propriamente solidissime, un amor proprio tale per cui non potrei concepire una famiglia dove non ci sia questo tipo di impegno quotidiano. Purtroppo, moltissime donne (e non solo) non hanno questa fortuna. Sogno che questo diventi possibile per tutte (e tutti), che nessuno pensi mai più di doversi accontentare, perché se la convivenza è sempre difficilissima e faticosissima, accontentarsi è l’anticamera dell’inferno.

Impegno mantenuto

Ora mi sento più leggera: dopo aver trovato ogni scusa per rimandare, benché ovviamente una (gran) parte di me non vedesse l’ora (l’insicurezza, che brutta bestia), ho inviato all’editore le bozze riviste del mio libro di poesie. “Siamo in dirittura d’arrivo”, mi hanno detto, e ora posso godermi la trepidazione dell’attesa, e dedicarmi anima e corpo ad altri progetti, sapendo che per uno, almeno, ho fatto quello che (per ora) c’era da fare. Naturalmente, dovrò poi continuare a prendermene cura, ma in altro modo. Una fase si è chiusa. Sono molto, molto contenta.

In equilibrio sulle mani

Ho imparato a mettermi in gioco, in alcune cose, fino a un  certo punto. Continuo a imparare. Ho ancora delle paure, delle insicurezze, qualche esitazione di troppo. Tu meriti che io superi la paura. Io merito di superare la paura. Posso farcela.

“Dio se è difficile credere all’ignoto,
già è combattuta la mia fede
nelle cose che ho davanti agli occhi.
Chissà se gli angeli ridono davvero, adesso;
il paradiso, in fondo, è saper reggere al dolore,
perché sai cosa credo? Che senza dolore non si ride
– e nessuno più di te sa quel che dico.
Forse non ho quello che cerchi
ma so camminare sul ciglio dei burroni
reggendomi in equilibrio precario sulle mani (…)”

Ora basta rinviare, ripensare, rivedere, rimaneggiare, trovare scuse. Si va. È il mio primo impegno per domani mattina.

 

L’ora della battaglia è passata

Al supermercato, davanti
alle marche di pasta sciorinate
a profusione, quasi svenivo,
come il tuo Volodya,
assetato di bellezza
al reparto del caffè.
Il troppo ci annega,
è tempo di piantare le peonie,
di coltivare la pienezza
dei nidi e delle foglie,
tempo di immaginarsi piccoli,
alleggerire la valigia sulle spalle,
far pace con la manchevolezza.
L’ora della battaglia è passata,
lasciatemi piangere i miei morti,
torno a scrivere la guerra in versi,
c’è meno rischio di uccidersi e morire
ma il sangue scorre a fiumi
dalle nostre vertebre alle tempie,
fino a quell’ombra nell’ombra,
la sola capace di captare
l’impercettibile suono
di un cuore che si sbaglia.

Sì, mi sono ritirata, non scendo più nelle piazze, non manifesto, non parto lancia in resta a discutere con chi ha una visione del mondo inconciliabile con la mia. Lo facevo. E qualche volta mi pesa aver smesso. Ma oggi so che ci si può incontrare nel verso di una poesia, in due righe di un racconto, in un autore comunemente amato, anche quando su tutto il resto non c’è una cosa su cui si vada d’accordo. La mia, oggi, è una battaglia per cercare il nucleo che può farci rispecchiare e riconoscere in chiunque altro, anche solo per un momento, anche solo per una parola.