L’ora della battaglia è passata

Al supermercato, davanti
alle marche di pasta sciorinate
a profusione, quasi svenivo,
come il tuo Volodya,
assetato di bellezza
al reparto del caffè.
Il troppo ci annega,
è tempo di piantare le peonie,
di coltivare la pienezza
dei nidi e delle foglie,
tempo di immaginarsi piccoli,
alleggerire la valigia sulle spalle,
far pace con la manchevolezza.
L’ora della battaglia è passata,
lasciatemi piangere i miei morti,
torno a scrivere la guerra in versi,
c’è meno rischio di uccidersi e morire
ma il sangue scorre a fiumi
dalle nostre vertebre alle tempie,
fino a quell’ombra nell’ombra,
la sola capace di captare
l’impercettibile suono
di un cuore che si sbaglia.

Sì, mi sono ritirata, non scendo più nelle piazze, non manifesto, non parto lancia in resta a discutere con chi ha una visione del mondo inconciliabile con la mia. Lo facevo. E qualche volta mi pesa aver smesso. Ma oggi so che ci si può incontrare nel verso di una poesia, in due righe di un racconto, in un autore comunemente amato, anche quando su tutto il resto non c’è una cosa su cui si vada d’accordo. La mia, oggi, è una battaglia per cercare il nucleo che può farci rispecchiare e riconoscere in chiunque altro, anche solo per un momento, anche solo per una parola.

Robin’s Monday – Ridere ed essere liberi

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Stavo improvvisando, i disegnatori sono entrati e si sono messi a ridere e così sono andato avantiIn tempi come questi, con quello che sta succedendo, poter ridere ed essere liberi è una cosa fantastica, è per questo (Robin Williams, intervista per Aladdin, 1992). [Ossia, è per questo che ho registrato molto più materiale di quello che avrebbe mai potuto essere utilizzato per Aladdin. Ma di fatto: questo è il senso del mio lavoro].

In tempi come questi, poter ridere ed essere liberi… è per questo, sì. “Robin Williams, naturalmente, è un genio, uno che realizza desideri, che da parte sua ha l’inesauribile aspirazione di far felici gli altri ed è in grado di fare qualunque cosa. (David Denby). La risata come atto di ribellione, come anima della ricerca di libertà. Non vi è data che una scintilla di follia, conservatene un po’ dentro di voi, non perdetela, è quella che vi tiene in vita; perché nessun governo è in grado di controllarla. Dovete volare al di sopra di ogni cosa… (Robin Williams, da: Reality, What a Concept, 1979).

È per questo. E per molto altro ancora.

La lettrice della domenica: La felicità, di Robert Misrahi (Elliot ed., trad. di A. Rizzi)

Ho proceduto molto, molto a rilento con questo libro, incespicando e dubitando di riuscire a finirlo, eppure non ho mollato. La felicità come fondazione, coscienza sostanziale, atto riflessivo e filosofia mi interessa molto. Lo ammetto, mi aspettavo un tono più divulgativo, e resto convinta che molto si sarebbe potuto dire con un linguaggio meno “iniziatico”. Tuttavia, posso anche dire che la riflessione su alcuni concetti ha beneficiato di una comprensione non immediata. Mi ci sono picchiata un po’, ho dovuto tornarci su, spesso più e più volte, e questo dopotutto mi ha impedito di adagiarmi.

La felicità non potrà quindi essere il semplice giudizio, la semplice interpretazione riflessa e attuale dell’insieme di una vita da parte del soggetto di questa vita; non potrebbe ridursi a una interpretazione, a un apprezzamento o a un giudizio positivo sull’esistenza passata; essa deve implicare anche il sentimento evidente di una omogeneità esistenziale tra il presente che si sta vivendo e il passato già vissuto. Questo significa che la felicità, come senso dello svolgimento temporale di un’esistenza (avvertita come soddisfacente, significativa e libera), è costituita da un materiale concreto che deve essere attualmente vissuto come pienezza e significato, e attualmente riconosciuto come già vissuto nel passato del soggetto e nella sua continuità temporale. Questo indispensabile materiale attuale e vissuto di una felicità pensata come già vissuta e  come ancora da vivere è la gioia. Allora, il desiderio, che è la sostanza dell’individuo, deve diventare gioia, cioè desiderio appagato, per diventare il materiale, l’elemento della felicità. (p. 101)

Dopotutto, bisogna fare fatica, per arrivare da qualche parte, e maggiore è la fatica, maggiore è la soddisfazione. E per quanto “difficile” e “austero” siano aggettivi che non è intuitivo associare alla felicità, a ben pensarci non sono necessariamente così distanti.

Questo pensiero riflessivo, che procura la gioia dell’autonomia mediante la ricerca stessa sull’autonomia e sulla gioia, può apparire a prima vista come difficile e austero. Questa difficoltà è il prezzo della gioia forte e intensa che essa permette di raggiungere; e si attenua nella misura del progredire della coscienza sul cammino del proprio itinerario, dal momento che la crescita della proipria gioia intellettuale porta con sé una crescita della propria comprensione. La filosofia è un coronamento. La gioia di fondare la propria vita mediante la comprensione di sé e la conoscenza può iniziare a esprimersi a contatto con ciò che è convenuto chiamare la cultura. La cultura romanzesca, poetica o storica può conferire al soggetto che ricerca il senso e la pienezza questa gioia che viene dalla padronanza progressiva della nostra esistenza e dall’accesso progressivo alla ricchezza e alla bellezza del mondo.

Sì, viaggiare

Viaggia, esplora, scopri il mondo, offerte pazzesche, hotels ai prezzi più bassi di tutti i tempi, sconti strepitosi sui voli, tra un  po’ mi pagheranno per alloggiare in un albergo, prendere un aereo, sperando di guadagnarci poi su altro, ché spendere, chi viaggia spende sempre.

Sai che partirei domani, no, stanotte, tra un’ora, anzi, subito, senza valige o altri ingombri, e sai cosa vorrei vedere, dove mi fermerei, dove abiterei, senza voglia di tornare, se non per poco.

Stamattina mi usciva sangue dal naso, Sciocchezze. Un po’ d’aria secca. Ma ho pensato che voglio ricominciare da zero, no, da zero no, forse ricominciare da tre o quattro, ma ricominciare, portandomi dietro pochissimo. Un luogo dove i vicini, quando arrivi, vengono a salutarti, e se non lo fanno, diventerei capace di farlo io. Una tavola sempre apparecchiata, una casa sempre aperta, ce la farei? Forse, ma comunque da un’altra parte, in un luogo geografico ed emozionale ben preciso, perché qui non mi sto atrofizzando solo io, troppa parte del mondo intorno a me si è atrofizzata, e hai un bel dire devi combattere da dentro, io mi sono stancata di combattere, che sia da dentro o da fuori.

Non è insegnando, che ti trovo, come credevo, sbagliando. È nel cambiamento. Nel cambiamento e nella scrittura e in un luogo che essendo casa tua, è anche necessariamente casa mia. Poi certo, nel frattempo continuo a combattere qui, ora, da dentro e da fuori. Ma in quel posto che sai, c’è sempre il mio cappello. È là che voglio scrivere, è là che voglio essere. Almeno in sogno. Per ora.

E io imperterrita continuo

Fuori la tempesta non si è (ancora?) scatenata, ma dentro è tutto un tumulto interiore. E io imperterrita continuo a leggere poesia anche nel mio malumore, nella mia pigrizia, nelle scadenze non rispettate (quelle mie personali, ché quelle lavorative sono sacre, ma quelle personali dovrebbero esserlo altrettanto). Io imperterrita continuo a parlare a chi amo con consapevole durezza, a cercare in quello che so di te il conforto alle mie azioni e ai miei pensieri, ad arrabbiarmi col mondo anche – e ancor più – quando cerco e trovo tracce di bellezza vicino e mi infurio per quanto sono contraddette dalle brutture (apparentemente) lontane. Io imperterrita continuo a piangere per un nonnulla e mi colpevolizzo perché so di essere fortunata, ma ho imparato che non si può cambiare il mondo, neanche il nostro piccolo mondo antico, forse solo noi stessi, ma poco. Io imperterrita continuo a lasciarmi commuovere da una tua foto di ragazzo con un uccello in spalla, dalla tua ira appassionata per tutto quello che non va, dalle tue lacrime fatte di coraggio, ma tutto poi si concretizza qui, in casa mia, nel mio cuore. Ed è un cuore in tempesta, ma le braccia e le gambe, troppe volte, sembrano ferme. Io imperterrita continuo a far dialogare amori così tanto diversi e contrastanti, senza più chiedermi perché.

La fatica dei miracoli

Voglio, dicevo, ed era quello che volevi tu che io cercavo,  è come se lo avessi sentito, quel pianto di consapevole ingiustizia, di lucida angoscia, mi entra dentro come un’onda d’urto il tuo dolore di confine, la crudele bellezza di poter ancora scegliere. Mai nessun pretesto per nascondere gli angoli che restano bui, nessuna scusa per la cattiveria che ci appartiene, per la solitudine.  Nessuna scusa, ma una voglia di sentire e diffondere felicità come se piovesse, passare attraverso le cose, sentirne l’odore e il sapore, cogliere l’intensità, perché da lì passa il mondo, a costo di cercarlo in una bottiglia, e la grazia del dolore è la stessa dell’allegria.

Ho il vantaggio del senno di poi, ma per come sono andate le cose, credo che non avrei comunque dormito, ho imparato da tempo, anche prima di metterlo in pratica, che in certi momenti, se il sonno non arriva è perché non serve,  non è d’aiuto, semmai d’intralcio. I miracoli succedono, ma fino a un certo punto. Sono sempre faticosi e hanno comunque un prezzo. Ma anche se fosse vero che si muore sempre soli, se qualcuno tiene in mano un capo del filo, è meno duro lasciar andare l’altro.

La tua stella, che come sempre mi bagna il viso di risate, è il mio miracolo e io ci naufrago sopra come fosse la mia Agua Buena, sempre tra cielo e terra, ché a noi, dove c’è un confine, piace sempre stare un po’ da una parte, e un po’ dall’altra.

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Immagine dal web

Cose belle

Esercizio: pensare alle cose belle, piacevoli, quelle che fanno stare bene insieme, ed esprimerle ad alta voce, molto più di quelle che non vanno (che comunque vanno espresse, con chiarezza, prima di arrivare all’esasperazione). Costruire un “alfabeto delle emozioni” che ci aiuti a definire e comprendere meglio come ci sentiamo e perché. Fare domande, più che dare consigli o indicazioni. E comunque, cose belle, tante cose belle. Sento tanto questo bisogno di bellezza. Se la si cerca, la si trova sempre.

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Immagine trovata qui