E’ tornata…

Dopo una giornata di lavoro, mi sono ritemprata con cappuccino a pandolce, e la pausa è servita, la protagonista del mio nuovo racconto lungo /romanzo breve o quel che sia è infine tornata a trovarmi. Le sono sempre più affezionata, potrei anche essere quasi pronta a parlarvi di lei, se non altro a dirvi il suo nome. Spero che siate almeno un po’ curiosi…

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Pienezza

È venerdì 13 e sto pensando che sono davvero molto fortunata. Magari domani non mi sentirò così, ma penso sia importante scriverlo, fotografare questa sensazione, che c’è nonostante certe fatiche anche abbastanza pesanti, ma che sono ampiamente ripagate.

Sono fortunata perché le mie scelte mi rispecchiano, in fondo è sempre stato così, anche quando poi, nel tempo, sono cambiata. Alcune cose non le rifarei, ma quando le ho fatte, era giusto così. Ho dei rimpianti, non credo sia possibile non averne neanche uno; ma sono molto dentro a quello che ho, a quello che faccio. La mia famiglia, la mia scrittura, e molto di tutto il resto. La sensazione di quando finisco qualcosa di importante, qualcosa che mi coinvolge davvero molto. Quel vuoto che non è un vuoto, ma attesa e vortice, seguito immediatamente dal senso di pienezza, dall’intensità che precede un’altra storia, un altro pezzo di strada.

Solitudini

Perché è così dura stare vicino alle persone che ami nei momenti difficili? Perché quando la sofferenza è più forte tendiamo a respingere tutti, fino a crearci il deserto intorno? Perché si crede a volte che autonomia significhi combattere da soli e non aver bisogno di nessuno? Dimmelo tu, mio amato, che lo hai scoperto sulla tua pelle e hai saputo parlarne, non da esperto o terapeuta, ma da uomo. Ho nel cuore le tue parole sulla solitudine, quella cercata, voluta, preziosissima e irrinunciabile, e quella subita, che resta in scie di dolore e non si cancella mai davvero, ma a cui puoi attingere per rendere la tua vita e quella degli altri più intensa e vera.

Robin’s Monday –

Per una volta non pubblicherò una citazione, uno spettacolo o un’intervista di Robin, ma il riassunto (la “sinossi”) con cui ho presentato e penso di presentare ancora, a editori e concorsi, il libro che ho scritto su di lui, perché terrei a sapere cosa ne pensate, essendo un po’ il biglietto da visita di questo scritto per me particolarmente importante.

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Il ribelle gentile non è propriamente un romanzo. Il suo protagonista è Robin Williams, un uomo reale e anche ben conosciuto, tuttavia, come ho voluto chiaramente premettere nell’introduzione, non è neanche un libro biografico. L’ho pensato come un cammino, un viaggio alla ricerca del filo che lega il suo percorso al mio e forse a quello di molti di noi. Nonostante le ricerche accurate, sono consapevole che quello di cui ho scritto è in buona parte il “mio” Robin Williams. Come il personaggio di un romanzo, mi serve per esplorare emozioni, costruire i miei principi, trovare un modo possibile di guardare il mondo, scavando nelle mie emozioni e però anche uscendo da me, utilizzando uno sguardo diverso. Per questo il libro ha la forma di una lettera, scrivo per me, ma mi rivolgo, come in un dialogo, all’uomo che da sempre è il mio modello di riferimento. Al tempo stesso, mi sono resa conto che tantissime persone hanno vissuto questa profonda identificazione, ancor più di quanto normalmente avvenga con qualunque personaggio pubblico. Ho idea che al di là dei miei particolari sentimenti per lui, Robin abbia espresso con non comune intensità qualcosa in cui tutti possono rispecchiarsi: un’esigenza di profonda onestà con sé stessi, il coraggio di cercarsi al di là della paura, e una ferma volontà, unita a una notevole capacità, di descrivere l’umanità in tutti i suoi aspetti, compresi i peggiori, ma facendo sì che fossero i migliori a mostrarsi in tutta la loro luce.

Robin era un poeta, un cantastorie, un pensatore, un uomo eclettico, dalla personalità molto forte, sfaccettata e poliedrica, uno spirito libero, che non ha mai avuto paura di dire quello che pensava, né di esprimere opinioni distanti dal comune modo di vedere, ma lo faceva con tale grazia, con una tale sensibilità di fondo da poter essere spietato senza offendere (quasi) mai.  Da qui il titolo che ho dato al libro, che spero sia tanto difficile da definire quanto il suo protagonista. La sua straordinaria intelligenza è forse uno dei lati di cui si parla meno, ma uno sguardo acuto e un cuore grande danno vita a un modo di osservare il mondo al tempo stesso non convenzionale, intimo ed estremamente interessante.

Il libro è diviso in otto capitoli. Sono partita dalla sua morte, per poi dedicarmi ai vari periodi della sua vita, per raccontare, attraverso le sue vicende personali, la sua attività artistica, i suoi pensieri e le sue emozioni, il modo in cui ha finito per influenzare così fortemente le mie scelte e il mio modo di essere, fino a una conclusione che non può che essere  aperta, perché la mia ricerca è tutt’altro che finita.

Musica

Quanto male, quanto bene fa scrivere di te, e rileggere quello che ho scritto, perdermi e ritrovarmi ancora infinite volte. La mia impazienza, però, fa rumore. Quando tutto il resto tace, sento solo lo scalpitare di una smania inutile, da cui non nascono parole, ma un frastuono taciturno, un  silenzio fragoroso. Ho bisogno di ritrovare la tua musica.

Piccoli pensieri

Quando viaggio mi sento di più nella tua pelle, e ti sento di più nella mia.

Sto costruendo ricordi che non sono i “nostri” ma sono ricordi in cui io ci sono e tu sei così vicino che quasi arrivo a toccarti.

È questa tua presenza nella mia quotidianità, che speravo di riuscire a reggere, e invece no, è quella che sostiene me.

Pensieri sul viaggio, seconda parte

Qui la prima parte

Così, l’insicurezza, il perdere le cose, la timidezza che si fa più forte nei posti che non conosco e dove parlo una lingua che non padroneggio, sono curiosamente parte di quello che cerco. Mi arrabbio con me stessa, mi lascio a volte prendere dallo sconforto, persino da qualcosa di simile alla disperazione: e adesso, come faccio?

Poi, in qualche modo si fa. Un po’ di riposo, una doccia, e la prospettiva cambia radicalmente. Trovo risorse, risolvo difficoltà, ridefinisco i miei limiti. Forse sta qui il segreto, è impossibile superare un limite, qualunque esso sia, rimanendo fermi. Naturalmente, esistono molte forme di movimento, non è necessario spostarsi materialmente. Ma per quanto mi riguarda, ho trovato che viaggiare mi aiuta a muovermi anche in altri sensi possibili.

È buffo, ad esempio, che dopo aver accolto con entusiasmo l’incontro in Germania con altri che parlavano italiano, per poter condividere più agevolmente anche le sensazioni provate nel trovarsi all’estero, al mio ritorno in Italia io abbia fatto per qualche giorno particolare attenzione alla lingua tedesca, sia quando realmente qualcuno la parlava, sia anche quando ero io a percepirne implausibilmente gli echi nei suoni, così (apparentemente?) diversi di quella italiana.

Possibile che io sappia essere felice solo sognando il ritorno a casa, e non a casa? Sia ben chiaro, non per motivi legati alle persone che ho accanto, ma a un’insoddisfazione tutta mia e forse anche irrimediabile?

Alcuni incontri occasionali vorrei che si trasformassero in amicizie durature, pur sapendo che se accadesse, non sarebbero altrettanto preziose, o meglio, lo sarebbero in modo diverso, non farebbero più parte del desiderio di tornare là dove sono avvenuti, e certo non diminuirebbero il desiderio di ripartire. Diventerebbero forse parte della nostalgia, e la nostalgia dopotutto è una delle emozioni di cui andiamo in cerca quando viaggiamo, perché altrimenti rivedremmo la casa con gli stessi occhi con cui siamo partiti, e allora, cosa saremmo partiti a fare?

La stessa nostalgia, poi, che ci coglie quando ci troviamo di passaggio in un luogo in cui pensiamo di voler vivere, e in cui non vivremo mai. Infatti, l’unico posto al mondo in cui non ho provato nostalgia (non per il luogo stesso, cioè, né per il ritorno), è anche l’unico in cui voglio davvero vivere.

Forse, e credo di averlo già scritto da qualche parte, sicuramente l’ho già pensato, perché io possa chiamare un luogo “casa”, bisogna che sia esso stesso un luogo in viaggio, e che trasmetta il suo movimento a chi vi abita. Anche in quel caso, spero che la voglia di viaggiare non mi abbandoni mai, ma allora, forse, sarei tanto felice della partenza quanto del ritorno, tanto felice lontano da casa quanto verso casa, e almeno altrettanto a casa. Forse, anzi, viaggerei allora davvero solo per poter tornare.