Di mal di testa e altri dolori

Oggi ho mal di testa. Mi sono svegliata col mal di testa e non è passato neanche con le pastiglie. Forse sono i lavori, la polvere, il rumore, oppure l’umido, o troppo computer, chi lo sa. Ma pensavo. Che fortuna, essere nati dalla parte giusta del mondo. Dove per “giusta” si intende quella parte (piuttosto piccola) del mondo dove puoi permetterti di preoccuparti dello stress da lavoro, o decidere se ristrutturare casa o no, e in entrambi i casi sopportarne le conseguenze, che sono comunque sopportabili. Lo so che anche qui c’è chi ha problemi ben più gravi, se non tragedie personali. Ma comunque, se hai veramente tanta fame, un modo per mangiare lo trovi, se ti ammali, le cure sono a livello di paese civile, e gli effetti della guerra li senti soltanto nel senso che forse, magari, potrebbero arrivare i temutissimi profughi (per la cronaca, uno dei miei figli si sentì dare del profugo, non tanto tempo fa, come se fosse un insulto. Con l’invito a tornarsene a casa sua, che, sempre per la cronaca, è anche casa mia). E così pensavo, nascere dalla parte giusta del mondo non è mica una colpa. Però non è neanche un merito. È una fortuna, né più né meno. E so che è banale, ma penso che dovremmo ricordarcene, non solo per gli altri, per non essere ingiusti verso chi sta peggio, ma per noi stessi, per non sentirci vittime predestinate della sfiga, che oltretutto, di sicuro non aiuta a vivere meglio.

L’apprendimento informatico continua…

Mi sto creando un sito per il lavoro, dove intendo parlare di tutto quello che riguarda la traduzione, l’inglese, la linguistica e insomma, quel mondo lì, che in fin dei conti è una parte cospicua del mio mondo. Sono contenta del risultato ottenuto in questa prima giornata, tra l’altro fare pratica con menu, sottomenu, pagine, temi ecc. potrebbe servirmi anche per il blog. Ad ogni passo che riesco a fare su questa strada, pur incerta e perigliosa, la mia fiducia aumenta!

Lavoro e relax

Dalla campagna sto imparando a lavorare ininterrottamente, con passione, senza distrarmi e senza disperdersi in troppi rivoli, anche per tutto il giorno. Poi, quando mi rilasso, mi rilasso completamente, beatamente, senza alcun pensiero molesto. Mi piace.

La poetica delle cose

Dicono che i poeti devono sporcarsi le mani, giusto? E dunque, sia: da poetessa (o poeta?!) e traduttrice a donna di fatica è un attimo. Ho carteggiato e stuccato una stanza, dato la pittura di fondo, svuotato cuffe di carbone per gli operai che ci mettono il “zetto” ossia le rovine della demolizione, sfoderato e prelavato a mano un divano, fatto la lavatrice, lavato i pavimenti (un sacco di volte!), spostato un materasso, iniziato a riordinare il garage, e nel frattempo lavoro anche (inteso nel senso di lavoro pagato…).  E ancora non ho messo le mani nella terra… spero domani, il giardino aspetta, e forse la poesia si nasconde anche lì, tra un bruco e un’achillea.

Adesso però mi piazzo sul divano con un bel film, e non ci sono per nessuno!

Fortune non scontate

Stasera su Raistoria, canale che mediamente ci piace, davano un programma su De André. E ho pensato, non per la prima volta, che lo ascolto sempre troppo poco, benché conosca praticamente tutte le sue canzoni, che ad ogni ascolto vanno un po’ oltre, danno qualcosa in più. Come succede solo ai più grandi, o a quelli che danno molto di sé e consentono a tanti di identificarsi in maniera più vicina, quasi affettiva: quando muoiono mancano enormemente, li si piange come fossero stati amici, persone care, e al tempo stesso, è come se fossero sempre lì, hanno una forza, un’intensità non comune nella presenza e nell’assenza. Credo sia perché qualunque cosa facciano, la fanno per passione e per amore, ma anche sempre senza prendersi troppo sul serio. Dando l’impressione che avrebbero potuto in effetti tranquillamente fare altro, e facendoti sentire tanto più grato della loro scelta, perché in quel caso, il mondo, o almeno il tuo mondo, sarebbe stato molto meno ricco. De André diceva che le canzoni erano “l’ornamento” di una vita in cui c’era comunque molto altro dentro; Robin Williams aveva scoperto il suo talento per l’improvvisazione casualmente, mentre studiava scienze politiche, e aveva cambiato strada, mantenendo la consapevolezza che comunque di strade ce n’è sempre più di una, che il loro mestiere, per bellissimo che sia, non è “tutto” e non li “identifica”. Allora dentro di me c’è un po’ sempre questa idea, guarda che fortuna hanno avuto, guarda che fortuna abbiamo avuto, e magari nel mio amore c’è anche questo: la bellezza che hanno regalato alla mia vita non era affatto scontata.

Essere, fare e colori autunnali

Questo autunno continua a produrre fiori e frutti, alcuni di stagione, altri meno.

A proposito di frutti, l’incontro dell’altro giorno è stato davvero fertile, ha portato idee, pensieri e connessioni che vi racconterò.

Quanto al cinema, ancora anni ’30, ho visto I 39 scalini di Hitchcock, e anche di quello vorrei parlarvi, per cui ho tante cose da dire, altro che declino, qui si preannuncia una stagione di fervore creativo e colori gioiosi. Più i lavori di ristrutturazione, più la scrittura, lo studio per la patente, le traduzioni, la famiglia, i libri, il cinema, l’università della terza età… Sento forte il desiderio di esserci e sento che per esserci bisogna, più che mai, fare (intendiamoci, il fare può ben includere lo star seduti in poltrona con un libro o un film, ogni tanto almeno!).

E comunque…

… mi è venuta voglia di riprovare a leggere Pavese, e questa probabilmente è una buona cosa. Ho altri ottimi propositi riguardo alla lettura dei classici di ogni latitudine. Speriamo di riuscire a mantenerli! Vorrei migliorare la mia tendenza alla dispersività.

Premio della Stampa – due giorni molto pieni ad Acqui Terme

La mia poesia L’ultima cosa non detta, vincitrice del premio Giotto in maggio, ha ricevuto anche il Premio della Stampa al concorso Città di Acqui Terme, di questo sono davvero felice oltremisura, considerata anche la composizione della Giuria dei giornalisti, presieduta da Alberto Sinigaglia de La Stampa, fondatore dell’inserto Tuttolibri, responsabile della redazione culturale, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, docente universitario di giornalismo, insomma, se permettete, mi sento autorizzata a tirarmela un po’, almeno per un paio di giorni. Questa la MOTIVAZIONE:

“L’ultima cosa non detta è una lirica sul declinare della vita, attraverso la metafora di un inventario corporeo. La progressiva rarefazione della parola determina l’ultima, tenace resistenza al silenzio. I versi ben scanditi si accompagnano a espressioni felici e originali”.

Molto ben organizzate le giornate di premiazione, con una bella conferenza di Giacomo Jori su Mario Soldati; la lectio magistralis di Giorgio Ficara, saggista, critico letterario e professore universitario di letteratura italiana che ha ricevuto il premio alla carriera; la visita ai luoghi pavesiani nelle Langhe; e infine una tavola rotonda ieri pomeriggio con i premiati di tutte le sezioni (poesia edita, poesia inedita, poesia a tema e stampa), da cui sono emersi spunti davvero interessanti, sui classici, i maestri, la lingua in cui si sogna e si scrive e che si “abita”, la traduzione, il dolore come origine e fondamento dello scrivere…

Ed ecco la poesia!

L’ULTIMA COSA NON DETTA

Le prime a invecchiare, dicono, sono le mani,
le prime a mostrare i segni del tempo,
a confondere le carezze con l’amore
e il sale con il mare, a scrivere di cielo e stelle
quando dire d’altro non si è più capaci,
a usare gli utensili sbagliati, come i coltelli sacri
per il sacrificio della tenerezza.

Dopo tocca alle gambe
tradire il senso del cammino
quando ti tremano le stelle ad una ad una, e le ginocchia,
sotto il peso del tempo e dello spazio,
dei piccoli odi quotidiani e degli amori eterni,
e s’apre una piccola stonatura nel passaggio
da una strada aperta ad una chiusa.

Quanto agli occhi, i miei brucerebbero
per sedere sui docks a guardare le navi passare
prendere il mare su una chiatta, un postale
con l’odore di merluzzo e aringhe e d’avventura;
vedere la bellezza nascosta tra le nebbie del nord;
abbassare lo sguardo, velato dagli incerti pomeriggi
che sfilano come passeri sopra i tetti di Parigi.

Infine, ti chiude la gola una lisca di parole.
Ah, non esserti voce in questo silenzio di granito,
non esserti presenza quando a tua assenza si fa scura;
ancora qualche giorno e sarà inverno,
svanirà anche quest’ultima luce
dietro i tetti delle ultime case in fondo al viale,
e ci resterà sulla lingua l’ultima cosa non detta.

L’universo mi sta dicendo qualcosa

Libri, film e un giardino. La mia idea di vacanza perfetta. O di vita perfetta.

In realtà ho scritto, letto e guardato film molto meno di quanto avrei desiderato, ma va bene comunque. Il giardino e la casa hanno richiesto molte attenzioni. Sto studiando storia, nomenclatura e modalità di coltivazione di un sacco di piante, note e meno note, con tutte le possibili combinazioni e i possibili usi, esemplari singoli, siepi, alberi, erbacee, rampicanti, da sole, da ombra, da mezz’ombra, piante che fioriscono in inverno, piante da bacca, piante con foglie di forme e colori strabilianti. Da perderci la testa. E non ho un parco, intendiamoci, solo un giardinetto. Ma trovo che progettare sia una cosa meravigliosa. Anche in casa. Ho dato il bianco e insomma, alla mala parata oggi potrei anche inventarmi un nuovo mestiere, vivaista, imbianchina, magari presto anche costruttrice di pergolati e sostegni per rampicanti, vedi mai…

Nel frattempo comunque sto proseguendo con la lettura/ri-lettura costante di “Furore”, libro splendido e coinvolgente, ma difficile per le profondità che ti trovi a esplorare. E qualcosa di simile potrei dire per “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas, diversissimo, introspettivo, la storia di una famiglia e di sentimenti e pensieri contraddittori, talvolta quasi crudeli, spesso poetici, quasi sempre molto intensi.

E mi sono vista un film, il primo della wishlist del 1935, non ne sarebbe valsa per niente la pena se non fosse stato per la sempre magnifica Katherine Hepburn, che fu nominata e perse l’Oscar in favore dell’altrettanto grande Bette Davis, la quale ammise che lo avrebbe meritato lei, non so se fosse solo cortesia, ma comunque K. Hepburn a mio parere vale qualunque film possa capitare di vedere. Certo, questo “Alice Adams” ce la mette tutta per farsi dimenticare. Trama esilissima su una fanciulla di bassa origine, che per farsi accettare dalle amiche altolocate si finge (con scarso successo) aristocratica e finisce per farsi sposare dal principe azzurro di turno, naturalmente bello ricco e gentiluomo. Con contorno di storia strappalacrime sull’imprenditore che da anni mantiene posto e stipendio al padre di Alice, inabile al lavoro, che anni prima aveva inventato una formula per un collante miracoloso per il quale non aveva forse ottenuto tutti i benefici promessi. Quando per amore della figlia, l’uomo pensa bene di sfruttare quella formula e mettersi in proprio, senza nemmeno farne parola con l’imprenditore, questi, invece di fargli causa (che avrebbe vinto a mani basse), lo prende come socio. La protagonista e il regista avrebbero in effetti voluto un finale diverso, maggiormente realistico e aderente al libro, ma non ci fu verso. Eravamo negli anni ’30, forse dal cinema si chiedeva che facesse fino in fondo la sua parte di fabbrica dei sogni, e oltre a convincere la gente che il sistema capitalistico era pur sempre il migliore dei mondi possibili.

Tanti buoni spunti, anche volendo mantenere lo stile da commedia, ci si chiede cosa ne avrebbe fatto un regista come George Cukor. Il rapporto col fratello bistrattato di Alice, ad esempio. O il vergognarsi delle proprie origini. Il lavoro, appunto… Fu invece diretto da George Stevens, che non era certo l’ultimo arrivato e avrebbe in seguito ricevuto anche due Oscar e diverse nomination, ma forse all’epoca era un po’ giovane o forse il film non era nelle sue corde. Il messaggio sembra essere: sei una fanciulla un po’ snob ma tanto carina e tutto sommato tanto una brava ragazza? Beh, tutto è lecito, per te e per la tua famiglia, se il fine è conquistare un buon partito. Fingi pure come se non ci fosse un domani, e non preoccuparti che al resto ci penserà il destino, che è pur’esso gentiluomo. Va beh. Meglio il giardino e la pittura alle pareti.

E poi ci sono sempre i tramonti, i cieli in fiore e i pensieri, le memorie, i nuovi incanti che di giorno in giorno si rinnovano. Un articolo visto di recente spiegava perché fa benissimo invecchiare in campagna. Ecco, sento che l’universo mi sta dicendo qualcosa…

Edit: questo post di un paio di giorni fa mi è uscito fuori datato 7 agosto. Non sarei il motivo, forse l’universo era un po’ stanco, a forza di lanciare segnali a destra e a manca e cospirare per la realizzazione dei sogni di tutti…