Portami la musica al corpo

Portami la musica al corpo,
raccontami i silenzi nelle dita,
un lento adagio, la carne nelle note;
con spinosa tenerezza scioglimi
di pioggia calda sulla schiena,
parlami dell’acqua, di come lentamente
prende la forma d’ogni spiraglio
imbevendo la mia terra a poco a poco
per poi travolgerla, cingerla d’alte onde
un vortice tra cavalcata e danza,
a ritmo di flamenco.
Mi guarderai tremarti tra le braccia?
Come la cetra dell’aedo mi risuona
nelle vene il tuo sorriso in volo.
Ti sento come l’aria che rabbrividisce appena,
mentre la sera si dischiude, ancora spettinata.
Sogno le improvvisazioni jazz delle tue mani
mille volte viste e mai avute addosso,
luce di fiume oscuro, luna crepitante,
la pelle in cerca di respiro, il ventre nudo
che accoglie l’universo e s’inebria
del fiore primordiale della vita,
un magnifico blues sui petali caduti
del mio inutile pudore.
Attraversami, dolce straniero,
come attraversa il fiume il cielo della notte,
chiedo la tua carezza che prende il tempo
e ne fa ciò che vuole, il sublime dolore
di lasciarmi prendere a piccoli morsi,
di affondare nel mare della tua pelle.
In questo spazio prezioso tra realtà e vita
fatti tempesta lieve, ora che ti ascolto,
disegnami la mappa delle tue stelle:
le mie mani, come rondini indomite,
cercano il tuo Sud.

Oggi si torna a volare

Mi scorrono nel sangue giorni di tenera sabbia
un tempo rocce, sgretolate dal cielo e dal mare.
Sciolta la durezza del dolore, non è più l’ora.
Una mano di vernice sugli anni del serpente,
spruzzi di colore sul passato intorbidito
dal fango nero che ristagnava sul fondo del lago,
oggi si torna a volare, il filo dell’aquilone si staglia
contro la volta fertile, colma d’acqua e d’attesa;
come un fantasma gentile la tua ombra s’incarna
tra i miei scaffali, e io rido di me, ma in musica.
Il tuo sassofono che miagola piano un notturno
ha il suono celestiale della fiducia delle stelle
nel mio cuore stonato. Vedi, ti dico,
so meravigliarmi ancora, anche solo del sasso
spostato dalle scarpe, del minuscolo rumore
che fa spostandosi poco lontano sulla strada.
Vedi, dico ancora, tu hai la leggerezza della pioggia,
e anche se non ti vedo, so che sorridi.
Domani riderò del temporale.

Fino al mare

Quest’inquietudine non si placa, so che ha a che fare con te perché mi tremano le labbra, ma non so in che modo c’entri; ascolto ma non sento quello che mi chiedi, resta qualcosa in sospeso al di sopra della vita, scrivo, mi immergo nelle cose ma c’è questa distanza come di chi fa non tanto per fare ma per osservare ciò che ha fatto. Finisco una poesia e l’inquietudine non si quieta, non si quieta, è un dolore dolce ma talvolta lacerante questa ricerca infinita, Non c’è forse poi questo gran spazio tra l’immaginazione e la realtà, ma c’è uno spazio immenso tra i desideri e la vita. E’ anche uno spazio di libertà, quello in cui il vento muove gli aquiloni, altrimenti non sarebbero che inutili pezzi di carta colorati, e non i sogni leggeri che cambiano il cielo. Ti sembra allora che la poesia valga qualunque pena, che il prezzo non sia mai troppo alto, anche se quello è poi lo spazio da cui si intrufola l’idea della nostra insignificanza, dell’insoddisfazione perenne, l’insensato correre dietro alle cose come Bianconigli solo perché sappiamo che nulla sarà mai abbastanza. Che ci vorrebbe l’eterno, l’infinito, siamo zeppi di “intanto”, di “frattempi” e dio se certe domande fanno male e non basta averle in comune per liberarsi dello struggimento. Non è forse per questo che parliamo con i morti e facciamo bungee jumping, lanciandoci da un grattacielo o da una parola? Continua a bussare, tu non smettere, fino a che si sbricioli anche l’ultimo muro. La parola Sconfinato è la più vicina a libero, sono sicura che lo pensi anche tu.

Fino al mare

Il mio cuore è un gatto che sonnecchia al porto,
tra le immobili navi e le reti e d’improvviso
con balzo felino scatta, come avesse visto
qualcosa che nessun altro vede:
un’acciuga, un tramonto, un amante distratto.
Il mio cuore invecchia piano,
ma ad ogni amore ha un anno in meno,
ad ogni memoria cammina con passo più svelto
è un gatto tranquillo, il mio cuore
ma talvolta con mossa inattesa
lo vedi correre verso il mare o in cerca
di un luogo che solo lui conosce,
un’inquietudine d’altrove,
un arcano cercarti in insoliti indizi
un ponte tra le mie labbra e il tuo silenzio.
Farei naufragio, se tu fossi un’isola.
Dove sei mio mare, mia nave, mio capitano?
Dove può raggiungerti la mia bocca tremante
d’infinite cose rimaste sulla soglia?
Adesso è notte, il mio gatto dorme,
lui non ha paura delle stelle, ha fatto tana
nell’incavo più scuro di una strada deserta.
Domani correrà ancora, ti amerà
come si ama chi ci nutre, il tronco
a cui ci aggrappiamo per salvarci,
la musica di ogni isola su cui sfiniti approdiamo,
o le tue orme sulla sabbia, fino al mare.

Un patto con il tempo

WordPress mi dice che è il quarto anniversario della creazione di questo blog, nato quindi nel marzo del 2013, benché sia stato fermo in realtà per circa un anno e mezzo, l’ho ripreso alla fine dell’estate di tre anni fa. Questa poesia potrebbe anche essere considerata una forma di celebrazione, ma non è detto. Ho impiegato diversi giorni a distinguere qualcosa nel caos primordiale di parole e immagini che era diventata la mia mente.

Ho fatto un patto con il tempo,
che mi stringa in nodi d’abbraccio,
dia meno peso agli anni e mi lasci
in cambio il mio cuore imperfetto,
le cicatrici, l’onda del desiderio sui passi di lago,
la danza di farfalla in un angolo docile,
del mio e del tuo corpo, presenza di carne,
impronte d’acqua sul ricordo della terra.
Ho fatto un patto con il tempo
per notti di camere in fiore
e giorni di tenera meraviglia,
stelle equilibriste, danzanti su un filo sospeso,
la sottile voglia dell’alba alla curva del vento;
si prenda pure l’ombra della luna,
mi basta la strada e il tuo sorriso dietro i vetri,
e la luce di quando guardi oltreconfine.
Ho rispettato la mia parte, guardato le parole
come guardo il mondo, con ostinata distrazione,
come si offre la foglia alla carezza della pioggia,
ma ho ricordato tutto e mi sono perduta sempre
perché sono tra chi meglio si ritrova solo smarrendosi
nei mille rivoli che vanno al mare a modo loro.
Ora in veglia d’attesa mi chiedo se il tempo
rispetterà la sua parte, chiamandoci per nome
dove il mare si perde in ascolto, mentre
la tua bocca disegna maree sulla mia pelle
e germoglia dalla tua musica il mio canto:
biografia sentimentale del tuo universo.

Parole d’argine

Ho parole d’argine, segrete
per quando gonfia troppo il fiume
canto di ciò che tiene la terra quando frana:
un albero di magnolia, forte e fiorito
un angolo di casa al vento
e la notte per confortare la ferita della luce.
Io il fragore dell’onda lo sento dal mattino
provo a smorzare il silenzio del tempo,
lo spietato lume che ci mostra
le miniere nude del cuore, i detriti;
è così lieve il tuo peso da portare
eppure mi pare a volte
che cedano le spalle alla fatica,
all’inquieta stanchezza d’ombre del cielo.
Anima mia, musica del mio sangue,
è troppo fragile questo guscio di noce
l’oceano è grande, sono lacere le vele,
a malapena sfioro il mormorio dell’acqua.
Non c’è limite alla bellezza del mare,
né al suo crudele inganno: sembra
che tutto torni, ma quel che restituisce
non è mai quel che s’era preso.
Dimmi del dolore che si fa poesia e teatro,
parlami delle tue mani diventate ali,
delle migrazioni di uomini e pianeti.
Mi perdo in questo gioco di terre e acque
e fuoco e cielo e nel tuo spazio d’alba
io che ti guardo da lontano
ti vedo come fossi il mio gomito, un ginocchio
le gambe aperte al mondo, l’incrociarsi
dei porti e delle assenze, fino
all’avvicinarsi delle strade. Ti ascolto piano,
a fior di labbra, il mare tra le tue dita
mi dà la misura del mio tempo;
e allora ridi sui miei fianchi, ridi amore mio,
che forse pioverà, e mi cresceranno i fiori
e le ali.

/
I’ve got secret words to build a river bank
when the water rises too much
I sing of what holds the soil when it crumbles:
a magnolia tree, strong and blooming
a corner of a house in the wind
and night, to comfort the wound of light.
The crashing waves I hear since morning
I try to tone down the silence of time,
the ruthless lamp that shows us
the bare mines of the heart, the debris;
you’re such a light weight to carry,
yet sometimes I feel
as if my shoulders may give in to fatigue,
to the restless weariness of the sky shadows.
My soul, music of my blood,
this walnut shell is too fragile
in this big ocean, and torn are the sails,
I can barely touch the whisper of water.
the beauty of the sea is endless,
as is its cruel deception: it seems
as if everything came back, but what it returns
is never the same as what it took away.
Tell me of the pain turned to poetry and theatre
speak to me of your hands, now wings,
of the migrations of men and planets,
I lose myself in this game of earths and waters
and fire and sky; and in your space of dawn
looking at you from a distance,
I can see you as if you were my elbow, or a knee
the legs open to the world, a crossing
of harbors and absences, until the roads
get closer. I listen to you softly, on the edge
of my lips, the sea between your fingers
gives me the measure of my time:
so laugh on my hips, laugh my love,
it will rain, may be, and I’ll grow my flowers
and my wings.

Footprints

Una delle primissime poesie che ho scritto, forse la prima (di tante), dedicata a Robin, mio punto di riferimento e capitano da una vita. Dovrebbe entrare nel libro, così l’ho tradotta. In attesa che si sbroglino le parole nuove che ho dentro, che come a volte mi succede, sono così tante e confuse da non sapere da dove cominciare a scriverle.

One of the first poems, or the very first, maybe, (of many) I wrote for Robin, my lifelong touchstone and captain. Should go into the book, so I’ve translated it. Waiting for when the new words I’ve got inside will unravel: it happens to me sometimes, there are so many and so entwined together, I can’t even begin to write them down.

L’originale qui The Italian version is here

The road lights up with the sea;
I leave sand footprints behind.
That’s how I spend my time:
watching the shape of my feet
betrayed by ever-changing weaves.
I think of you, even in this crisp air
beneath foreign mists.
I’m looking for the truth of your face
the flight of a kite in full swing
the quiet silence of a wait
that begins and ends in itself
without anything to fill.
I’ve got lips of exacerbated thirst
and no more white storks at my window.
Summer is gone
and you’re not back.

Colori

La luna canta stonata con l’allegria degli ubriachi
e ondeggia pensosa in questo cielo sballato di cobalto.
Lo sapevi, tu, che cobalto significa folletto?
Non è affatto strano, dunque, di vederlo in certe sere
folleggiare dispettoso tra spennellate di nuvole
colorate con l’estro dolcemente matto dei bambini.
Che ne dici di una nuvola verde, riflesso di lago,
ricordo d’abeti, di larici o di alberi da frutto,
rispecchiamento di speranza, smeraldo d’acqua,
un prato salito troppo in alto appeso a un palloncino?
O una rossa, fiamma e rubino, rabbia e passione,
anche il sole è una ciliegia, tondo e succoso, infinito.
Già l’oro dei sogni e del silenzio, e l’argento
delle parole e della musica dei flauti
s’inseguono invadenti negli spiragli della sera,
ma inventiamone altre, una color viola, in un cielo
di lavanda e ametista, l’amore del tempo e il lutto
per ciò che non è stato, il cielo di Tiburon prima di sera
e poi una blu, vuoi? Come la paura, l’onda, goccia
di zaffiro, fiordaliso, ala di colibrì, rosa d’oltremare,
ma di questi colori io non so che farne
senza il tuo arcobaleno quotidiano
ora qui c’è solo il bianco delle distese vuote
la nebbia opaca di un cielo da neve senza neve,
il nero della bocca del drago, l’entrata verso il buio
in cerca del tesoro sepolto forse dentro il ventre
o nel cuore, giallo come un crisantemo di stagione
come una lacrima rispecchiata nel sole, il respiro
che si perde nel vento e scompare, la linea tracciata sul binario
per evitare il pericolo del treno in corsa e del viaggio
ma questo è un dolore maleducato e non aspetta
ci sono solo io in attesa e credo a quello che tu credi
dico di non aver paura e mento, ma tra te e l’infinito
sceglierei infinitamente te.