La poetica delle cose

Dicono che i poeti devono sporcarsi le mani, giusto? E dunque, sia: da poetessa (o poeta?!) e traduttrice a donna di fatica è un attimo. Ho carteggiato e stuccato una stanza, dato la pittura di fondo, svuotato cuffe di carbone per gli operai che ci mettono il “zetto” ossia le rovine della demolizione, sfoderato e prelavato a mano un divano, fatto la lavatrice, lavato i pavimenti (un sacco di volte!), spostato un materasso, iniziato a riordinare il garage, e nel frattempo lavoro anche (inteso nel senso di lavoro pagato…).  E ancora non ho messo le mani nella terra… spero domani, il giardino aspetta, e forse la poesia si nasconde anche lì, tra un bruco e un’achillea.

Adesso però mi piazzo sul divano con un bel film, e non ci sono per nessuno!

Premiazione al Circolo Pickwick

Piacevolissima premiazione e persone deliziose oggi al Circolo Pickwick di Besana Brianza, Il nome sulla targa l’hanno scritto alla brasiliana, ma va bene uguale); orgogliosa del secondo premio ricevuto per Il territorio delle civette, che è questa poesia qui:

Mi fido della notte, di tutte le cose
invisibili ed oscure, e mute,
sbriciolate tra le dita:
quelle che, come il buio e il silenzio,
ti spezzano l’anima, per ricomporla
in un ordine diverso, un altro modo.
La notte è per chi
ha i margini strappati e il cuore denso,
perso in un intrico di vecchi arnesi,
chiodi, canne da pesca
e regali, che non sai più di chi;
perché per camminare di notte
bisogna costringere i piedi riottosi,
disubbidire alla strada,
sfuggire alle belve, ai rapaci, ai vetri rotti
e per il resto fare
come se si sapesse tutto.
La notte è di chi varca il mare,
senza perdere tempo a tracciare i confini;
è il territorio delle civette,
che ti percorrono il cuore
in cerca di un indizio.
La notte sono i tuoi occhi dispersi,
sono io che li cerco
tra i segreti di quel fuoco di stelle.
Mi fermo a guardarti, e alla finestra
si affacciano le nebbie della darsena,
ma in tutto questo buio, tu
forse non te ne accorgi.

Felice anche di aver conosciuto il Barman del Club, e se ancora non sapete chi è, suggerisco di precipitarvi al Sourtoe Cocktail Club, dove non mancheranno buone letture e buona musica!

La poesia e il brucaliffo

Alla presentazione l’altro giorno si è parlato di molte cose, a partire dalla fatidica domanda: cosa è la poesia? Mi viene subito alla mente il brucaliffo:

Coosa essere tu?

Ma per far più bella figura, ho trovato una citazione da Wislawa Szymborska, che finiva con queste parole: La poesia – / ma cos’è mai la poesia? / Più d’una risposta incerta / è stata già data in proposito. / Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo / Come alla salvezza d’un corrimano.

Così ho pensato che sì, c’è salvezza in questo non sapere, questo non sapere, dopotutto, ti permette di scrivere, perché è quel non sapere fino in fondo cosa stai facendo che ti permette di guardarti e guardare il mondo da un altro lato, o in modo diverso. Sentendo forse che il rischio del ridicolo è sempre in agguato, ma che, dopotutto, anch’io preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne.

Il resto alla prossima puntata!

Billy Collins

Grazie a questo post di Interno Poesia, ho scoperto un poeta contemporaneo che non conoscevo. Da lì, ho cercato in rete e quello che ho trovato mi è piaciuto. Molto. In realtà, avevo avuto l’impressione che fosse più giovane, quasi mio coetaneo, forse perché le poesie lette mi hanno toccato profondamente, come non mi succede poi tanto spesso. Eppure non mi somiglia, o almeno non credo, non mi somiglia nel modo di scrivere, nelle storie che racconta, nel suo descrivere oggetti e momenti quotidiani. Ma in questo non somigliarmi, dice cose che mi incantano e in qualche modo comunque mi rispecchiano (come pare succeda a un numero sorprendentemente alto di persone, che non necessariamente leggono poesia ma leggono le “sue” poesie).

Premio della Stampa – due giorni molto pieni ad Acqui Terme

La mia poesia L’ultima cosa non detta, vincitrice del premio Giotto in maggio, ha ricevuto anche il Premio della Stampa al concorso Città di Acqui Terme, di questo sono davvero felice oltremisura, considerata anche la composizione della Giuria dei giornalisti, presieduta da Alberto Sinigaglia de La Stampa, fondatore dell’inserto Tuttolibri, responsabile della redazione culturale, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, docente universitario di giornalismo, insomma, se permettete, mi sento autorizzata a tirarmela un po’, almeno per un paio di giorni. Questa la MOTIVAZIONE:

“L’ultima cosa non detta è una lirica sul declinare della vita, attraverso la metafora di un inventario corporeo. La progressiva rarefazione della parola determina l’ultima, tenace resistenza al silenzio. I versi ben scanditi si accompagnano a espressioni felici e originali”.

Molto ben organizzate le giornate di premiazione, con una bella conferenza di Giacomo Jori su Mario Soldati; la lectio magistralis di Giorgio Ficara, saggista, critico letterario e professore universitario di letteratura italiana che ha ricevuto il premio alla carriera; la visita ai luoghi pavesiani nelle Langhe; e infine una tavola rotonda ieri pomeriggio con i premiati di tutte le sezioni (poesia edita, poesia inedita, poesia a tema e stampa), da cui sono emersi spunti davvero interessanti, sui classici, i maestri, la lingua in cui si sogna e si scrive e che si “abita”, la traduzione, il dolore come origine e fondamento dello scrivere…

Ed ecco la poesia!

L’ULTIMA COSA NON DETTA

Le prime a invecchiare, dicono, sono le mani,
le prime a mostrare i segni del tempo,
a confondere le carezze con l’amore
e il sale con il mare, a scrivere di cielo e stelle
quando dire d’altro non si è più capaci,
a usare gli utensili sbagliati, come i coltelli sacri
per il sacrificio della tenerezza.

Dopo tocca alle gambe
tradire il senso del cammino
quando ti tremano le stelle ad una ad una, e le ginocchia,
sotto il peso del tempo e dello spazio,
dei piccoli odi quotidiani e degli amori eterni,
e s’apre una piccola stonatura nel passaggio
da una strada aperta ad una chiusa.

Quanto agli occhi, i miei brucerebbero
per sedere sui docks a guardare le navi passare
prendere il mare su una chiatta, un postale
con l’odore di merluzzo e aringhe e d’avventura;
vedere la bellezza nascosta tra le nebbie del nord;
abbassare lo sguardo, velato dagli incerti pomeriggi
che sfilano come passeri sopra i tetti di Parigi.

Infine, ti chiude la gola una lisca di parole.
Ah, non esserti voce in questo silenzio di granito,
non esserti presenza quando a tua assenza si fa scura;
ancora qualche giorno e sarà inverno,
svanirà anche quest’ultima luce
dietro i tetti delle ultime case in fondo al viale,
e ci resterà sulla lingua l’ultima cosa non detta.

Lingua padre

Di questo cielo che mi attraversa come un fulmine improvviso
resta la luce impietosa del vetro delle auto
che avvizzisce la mia carne per il tempo
trascorso a offuscare i finestrini con il fiato.
Ho attraversato
un abbandono di spine,
un abbandono di foresta;
e ora non ho più scuse per non tornare
all’uovo delle origini
a quel ponte che unisce ad ogni inizio la sua fine.
Mi resta la tua lingua
lingua padre,
lingua di alberi,
cortecce riarse;
ombrello aperto alle raffiche di fuoco
che làncinano la mia casa di sale fino alle radici.
Vedi, ho scoperto una nuova parola:
ma potrò usarla, dici?
Raccontami dell’ultima volta
che ti sei spaccato la schiena per la parola giusta
limando le frasi con le unghie, dimmi
se ti sei addugliato come le spire dei cavi nautici
quando la solitudine della polvere non ti bastava
e volesti abbattere a mani nude
la congiura del silenzio che fa deragliare i muri.
Dimmi:
ti sei spinto a guardare il mare dagli ulivi,
dalle coste dei monti, dove è troppo freddo
per far crescere il grano, ma il mare
si vede ancora?