L’esondazione delle parallele

L’esondazione delle parallele
ha spaccato il ponte
in due metà quasi perfette,
come un frutto diviso, una dimenticanza.
Come un mare ferito dai corpi galleggianti,
dalla crudeltà feroce della speranza
fondata sui cadaveri degli altri.
Eppure, ricordo
il mio corpo d’uccello
violato dal tradimento, più
che dai colpi delle mani chiuse a pugno.
Il mio corpo che ora vola con le tue ali di neve,
ha percorso lungo la pioggia
infiniti granelli di sabbia
per non esserti da meno
quando il colore dell’acqua
era luminoso silenzio dello sguardo.
Io non posso, oh, non posso
credere all’inverno dei confini
quando condividiamo l’odore degli agrumi:
tu hai camminato nel mio giardino,
ed è stato mio l’onore.
Prestami il tuo scalpello, le sbarre
non possono tenerci, scaverò col cucchiaino,
ne uscirò viva, lo giuro, terrò quei giorni in una mano
di quando il mare scava le strade,
e il mare che ha occhi di grano e limpida voce
ti restituirà l’ombra che si allunga la sera
tra gli alberi notturni, verso la terra.

Non-senso

Non so cantare la terra sotto i piedi,
questo dolore concreto, le cicatrici che lasciano
i piatti rotti, gli urli rinchiusi tra i muri delle case
o nelle nostre gole sconfitte
impalate a un silenzio d’incomprensibile condanna.
Vedo pietre di parole scagliate sui nostri amori
o sui passanti distratti, indifferentemente,
solo per il niente di meglio che abbiamo da fare.
L’odio solido che ci intrappola nell’insperanza
mi toglie il senso e il senno, e vago, come
quelle anime per sempre intrappolate
in quel tratto d’aria che non è cielo
e non vuole neppure diventarlo.
Vedo l’inganno di cambiar nome alla paura
Impastando a capriccio memorie al posto delle torte,
e invenzioni senza immaginazione o meraviglia,
spargendo un poco di zucchero al velo
perché l’amaro non si veda, e nessuno si accorga
che la torta, comunque, è bruciata da un pezzo.

Un riconoscimento in Liguria

Che bello, menzione d’onore al Premio Parasio di Imperia, un riconoscimento nella mia Regione! Non è proprio strettamente la prima volta, ma in generale ne ho ricevuti molti di più altrove. Inoltre, a questa poesia sono particolarmente legata.

IMPRONTE

S’illumina di mare la strada
e lascio impronte di sabbia.
Così passo il tempo:
guardando la forma dei miei piedi
tradita dal mutare delle onde.
E ti penso anche in quest’aria crespa
tra brume straniere.
Cerco la verità della tua faccia
il volo di un aquilone in festa
il silenzio quieto dell’attesa
che basta a se stessa
senza nulla da riempire.
Ho labbra d’esasperata sete
e niente più cicogne alla finestra.
L’estate è finita
e non ritorni.

Plenitudine

Qui anche le cose immobili si muovono
e scende dalle nuvole ai binari un sentore
come d’azzurro di stagione, una settembrina
luce di caffè amaro e di saudade
che mi scivola bene sulle spalle come un vestito su misura.
Non ho colpa della tempesta,
le mie mani non hanno mai fermato il vento
e mi canta nelle ossa
la lungimirante pazienza della morte,
ma è ora di scuotersi la polvere di dosso,
di levarsi e andare;
una rugiada ribelle d’assenza sulle labbra
mi ricolmerà di sete
offro il mio corpo a ogni respiro, alla fame d’eterno
alla carnalità densa, piena e dolente del mare
e vivo finché mi resta
la plenitudine del tempo.

Premio Oreste Pelagatti

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Composizione fotografica con fiori in thermos

 

Torno da una splendida giornata a Civitella del Tronto, questo è sicuramente uno dei premi più belli ai quali abbia partecipato: pomeriggio di “chiacchiere” informali ma appaganti tra premiati e Giuria, grande disponibilità, ascolto e scambio arricchente ma senza alcuna pesantezza, anzi. Passeggiata sotto il temporale seguita da doppio arcobaleno e ritorno del sole in un borgo davvero strepitosamente bello. Serata di premiazione sobria, con lo spazio lasciato alla lettura delle poesie e agli intermezzi musicali. Le poesie sono state lette dall’attrice Pamela Villoresi, che conoscevo di fama, ma che mi ha commossa oltremisura con la partecipazione emotiva, oltre alla bravura “tecnica” con cui ha interpretato i testi, è come se avesse scavato a fondo per trovare tutti gli strati possibili. Per me è stato come “riscoprire” la mia poesia sentendola in modo diverso, trovando il suo vero senso. Una sensazione stupenda che forse non riesco a rendere del tutto a parole. Anche la motivazione del premio mi è piaciuta tanto.

Della terna che si è aggiudicata il secondo premio, la prime due le trovate cliccando sui link: Parole d’argine e Un minuscolo silenzio la terza Sasso e libellula, quella che è stata letta ieri sera, la posto di nuovo qui:

SASSO E LIBELLULA

Sono sasso di fiume, la pietra levigata sull’alveo
immobile, eppure forgiata dal passaggio
delle luci sulla superficie trasparente del mattino,
del riverbero frammentato in gocce,
del tempo, e dell’acqua, e di molto amore.

Tu sei il fiume, irruente, irriverente, irrispettoso;
seppur gentile a tratti, mi lambisci i fianchi
accarezzi le mie forme, arrotondi gli spigoli;
ma non hai argini, né limiti o confini,
solo tempo, acqua, e molto amore.

Alle prime piogge, libero da ostacoli,
il tuo cammino si fa corsa, vortice, sfida alla corrente
e il tuo canto scroscio, e poi grido e vita,
a immaginarti così, si allenta il male lancinante
della distanza, la morsa della tenaglia attorno al cuore.

Attraversami dunque, valica la durezza dei contorni
Mi farò libellula e sfiorandoti acquieterò l’impeto
che solleva e scuote e mescola le onde col fondale
Mi muoverò leggera, come la luce che t’increspa
e corruga appena la tua pelle in un sorriso

Ma non ascoltarmi più, ora, circondami in silenzio
ch’io possa smarrirmi nel tuo scorrermi dentro
Portami con te, ricoprimi come fai con le stelle
trasformami in luce d’acqua, senza più corpo o nome
che non sia quello che mi vorrai dare

Credi forse che potrei mai aver paura?
Sono sasso, e libellula, e donna
e ti amo.

 

Dimmi dell’addio

Dimmi di questo addio che un cielo
vestito di niente e senza scarpe
sorvola come una rondine crudele;
la geografia di quest’erba
è una cintura di fuoco dietro l’orizzonte,
il passo del glicine che divaga
tra punti e linee, meridiani e paralleli
di un sentiero che si appaga
di desertici languori.
Dimmi di un addio che è
un rifugio antiatomico da un tempo
di stalattiti e stalagmiti dentro rocce
che accampano pretese sul mio mare,
un bunker d’acqua contro i barili
di benzina gettati sugli incendi.
Quando canti e s’alza il vento
dimmi di questo addio di navi e porti
che rompe gli indugi e spacca il cuore
per fare poesia anche dalla fame,
questo addio di braccia e mani
che va oltre il silenzio e l’aria;
dimmelo tu di questo addio, ti prego,
io ho perdite di addii sui muri,
passi in sovrimpressione sugli schermi
dell’onniscienza da spiaggia a fine estate,
un naufragio d’opposte stelle palpitanti,
e per il resto, vedi, non so niente.

Ora tra queste foglie piove

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Ora tra queste foglie piove
e io bagnando l’orto, per sbaglio
ho innaffiato anche
qualche pensiero, qui e là.
Vago tra le melanzane,
così violacee e tonde, e mi sovviene
dei muri scavalcati per provare
a spostare il confine un poco oltre,
e di passi tra il biancospino
e la chiave di un cancelletto che comunque
restava aperto giorno e notte.
I peperoni hanno l’estate nel sangue,
un ritmo oro di samba e rosso di grazia;
una forma ribelle e il gusto forte
di cose dolci e perdute.
Mi commuovono le cipolle,
le loro lacrime brucianti
sotto un esile velo inerme
che non protegge niente, ma
rende più palpabile il dolore.
Guarda gli zucchini, poi,
e i broccoli, di tutti i meno amati:
mi tocca il loro nobile fiorire
senza aspettarsi niente in cambio.
I carciofi, corazzati e irti, somigliano
a chi si è esposto troppo
e ora difende un fiore inaspettato,
la bellezza che non vedi
se non aspetti il tempo giusto.
Salvia e timo, invece,
e maggiorana, e rosmarino
offrono fiduciosi il loro aroma
a chiunque passi, e ancor meglio
verso sera, quando ogni cosa
si fa più densa, e più che l’occhio
servono altri sensi.
Qui batte il mio cuore,
tra questa terra scura e i fiori del castagno
semino i vinaccioli della tua uva
e aspetto
i nuovi getti di questo amore antico.