Qualche novità su premi e segnalazioni

Questa volta unisco un po’ di belle notizie in un unico post, visto che le ho avute tutte nei giorni scorsi. Il mio racconto  I ladri del tempo ha vinto il primo premio al concorso “Città di Mesagne” dell’Associazione Solìdea, e nello stesso concorso ho vinto il primo premio anche per la poesia (sì, l’ho saputo stasera e ancora non ci credo) con La metamorfosi delle farfalle! Oggi  mi ero dedicata alle pulizie casalinghe ed ero sfinita, ma ora sono al settimo cielo! Il racconto Sabbia sporca ha invece ricevuto una segnalazione di merito al Premio I Fiori sull’Acqua, e infine due mie poesie, Un gioco d’amore e vento e Un sonno lieve di conchiglie sono tra quelle inserite nell’antologia del Concorso “San Martino“. Mi spiace trascurare le rubriche del blog, ma bisogna conciliar varie cose… Come sempre, grazie anche tantissimo a voi, che avete contribuito non poco a darmi il coraggio di provarci, e continuate a sostenermi.

E se non siete troppo lontani dalla Toscana, vi ricordo domenica prossima. 22 ottobre, alla 11 la premiazione al Circolo Culturale “La Viaccia” di Bonelle (Pistoia).

 

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Primo premio al mio racconto “Accidia”

Un’altra grandissima gioia,  il 22 ottobre prossimo sarò a Pistoia, alla premiazione del concorso letterario “Il Torrente“, organizzato dal Circolo Culturale La Viaccia. È la prima volta che vinco il primo premio con un racconto: benché abbia sempre scritto più in prosa e mi senta davvero poco “poetessa”, fino a questo momento i maggiori riconoscimenti erano andati proprio alle poesie.  Certo, quando quest’estate ho iniziato, al principio quasi per gioco, a mandare i miei scritti “a tappeto” a tutti i concorsi letterari che mi sembravano minimamente seri (e credetemi, ce ne sono davvero tanti), non mi aspettavo questi risultati. Sono un’iniezione di fiducia, e mi hanno spinto a fare sempre più “sul serio”, l’ho preso quasi come un altro lavoro. Non che mi mancassero le cose da fare, ma la scrittura ha la precedenza su quasi tutto. Accidia è uno dei racconti più apprezzati anche qui sul blog, ed è una belle emozione vederlo “crescere”.

Nives

Nelle città ci sono strade che si incontrano, si intersecano a volte in grovigli e labirinti, in un dedalo che ti disorienta senza un filo per ritrovare la via, perché i fili si sono tutti aggrovigliati e annodati e a sbrogliarli ti ci vorrebbe la vita. Strade fatte apposta per confondersi e smarrirsi. Altre strade, invece, scorrono parallele, non come rette precise e geometriche, ma di solito come serpentine ondeggianti, che sinuosamente strisciano tra le case e le persone, infiltrandosi in mezzo ai tombini, palesandosi d’improvviso dietro una piazza, eppure senza mai deviare dal tracciato dell’itinerario di sempre.

E così ti capita di percorrere i budelli stretti di un cruciverba cittadino, orizzontali e verticali che tra loro si aiutano, e se ne risolvi una hai trovato la chiave per l’altra; oppure ti capita invece di lasciarti trascinare tra le onde del serpente, e sai che ha a fianco un altro serpente, e che in qualche modo potresti andare di là e confondere le acque, ma tieni duro, diritto per la tua strada, ovunque ti porti, dovessi anche arrivare all’inferno o perderti nell’aridità di una via senza sbocco, o ritrovarti in un amore sbucato d’improvviso.

Fu così che incontrai Nives, un nome da bucaneve, da antica fiaba, che ti immagineresti candida e pura, con pelle di alabastro, bianca come la neve e rossa come il sangue.

Ma la pelle di Nives era color bronzo, i suoi capelli castani avevano poco o niente a che fare con l’ebano, e anche le labbra, più che rosse come il sangue, erano un color carminio appena accennato, rossetto non ne portava quasi mai.

Aveva nello sguardo una luce velata, come se la parte d’infanzia che anni troppo duri le avevano tolto, se la fosse ripresa negli ostinati sogni di adulta.

Rideva di una risata cristallina e gioiosa, e rideva spesso, senza mai perdere né l’innocenza della bambina segreta che ancora aveva nascosta dentro, né il sottile dolore che l’accompagnava nella sua fuga dal mondo. Ché Nives era sempre fuggita dal mondo, mai dalla vita.

Nives, dicevo, la incontrai un giorno che, dopo essermi ingarbugliato per bene nell’intersecarsi dei carruggi, avevo deciso di prendere uno di quei serpenti dalla coda, e seguirlo.

Il bar non lo avevo mai visto prima, e non era niente di speciale, un locale come tanti, intimità comprata a poco prezzo con un po’ di luce soffusa alle pareti, le tende decorate a fiori di campagna, qualche pubblicità fintamente antica di birre e liquori. Ma c’era una freschezza non poi così comune, una freschezza che sentivi nella cura delle tovaglie di stoffa sempre allegre e pulite ben spianate sui tavolini, nelle composizioni di fiori secchi, e nel sorriso che ti accoglieva quando entravi. Il sorriso di Nives.

Fui banale, come forse si è sempre, quando più vorresti che le tue parole racchiudessero tutte le vite e tutte le storie e i mondi possibili, e invece tutto quello che ti viene in mente è “può un cliente offrire da bere al barista?”

Ebbi fortuna, non c’erano altri clienti nel locale, e lei rise e disse di sì. E dopo, molte ore dopo, ore di parole insulse, importanti e tenere, quando con un’impudenza che non era mai stata mia, le chiesi se mi avrebbe offerto un caffè a casa sua, lei di nuovo rise, e di nuovo disse di sì.

Solo per quella prima volta, si lasciò attraversare con la furia smaniosa che a me sembrava il modo naturale di far l’amore. Ma fu lei ad insegnarmi, un pezzetto alla volta, il prezioso segreto della lentezza, dell’attesa. La pelle esibita alla mia bocca e alle mani, mi sfidava alla scoperta di insospettate sorgenti, causa dell’aridità del palato prosciugato dal desiderio, ma anche l’unica acqua in grado di appagare la sete.

Mi offriva il suo corpo come offriva il caffè ai clienti fissi. Generosa, con naturalezza consapevole. Non senza pensarci. Pensandoci, invece, perché non c’era in lei quasi nulla di involontario. Mi raccontò un giorno una confusa storia, non so quanto genuina, di innocenza perduta, di paure e incubi quotidiani, e di vagabondaggi notturni nell’attesa spasmodica di quello che un giorno, finalmente, aveva ottenuto: la libertà. Da allora, mi disse, tutto quello che le era accaduto, era stato lei a volerlo, sempre. E questo potevo crederlo.

Ma in altre occasioni, parlò di domeniche in cui sua madre faceva la pignolata, così da noi si chiamano i pasticcini secchi ricoperti di pinoli, e del suo profumo di lavanda, e di suo padre che tornava dal lavoro e la teneva sulle sue ginocchia, dondolandola al ritmo di canzoni che lui stesso componeva. Quale delle due infanzie era quella vera? O lo erano entrambe, e magari ce n’erano anche delle altre, infinite sfaccettature, pezzetti di specchio da ricomporre per avere l’immagine tutta intera? Non l’ho mai saputo, e forse non mi è mai neppure interessato. Mi bastava quello che mi regalava lei, quei piccoli doni di parole che mi porgeva nei giorni in cui si fidava di me.

Fu un’estate lunga, quell’anno. Estate di siccità, pochissimi giorni di pioggia da maggio a ottobre. Dovevi rientrare nel garbuglio dei carruggi per trovare luoghi impenetrabili al sole. Ma sempre ricordando che quando più credevi di essere al sicuro, protetto dalla barriera delle case addossate una all’altra, da un’ombra indomita e inviolata che copriva la tua paura dolceamara, ecco, proprio in quel momento la strada si apriva, e di fronte a te trovavi il mare, il morso della sua luce azzurra, il graffio della salsedine nella gola. E quel sole raggiante e ridente, e appena un velo lieve, quasi impercettibile d’inquietudine per quello splendore implacabile.

Fu un’estate lunga, e finché durò l’estate, Nives continuò a fidarsi di me.

Ma le estati finiscono sempre. Quando cominciavo a permettermi di sperare che sarebbe scesa dalla corda su cui danzava i suoi passi di funambola, lei scomparve.

Non intendo dire che se ne andò, che non si fece più sentire. Intendo dire che sparì, si dissolse, si dileguò come se non ci fosse mai stata.

La dimenticai immediatamente, e ancora una volta, non mi fraintendete. Non fu il facile oblio di un amante occasionale, ma la perdita assolutamente involontaria di ogni traccia del suo ricordo.

L’amnesia, nella nostra immaginazione, è vicina alla morte, perché noi camminiamo al passo della nostra memoria. Il fascino che hanno per noi i racconti di chi ha perduto il nome, l’identità, il passato, è il fascino della condizione di chi ha varcato il regno degli inferi. Odisseo che diventa Nessuno, il poeta o l’indovino in grado di vedere oltre il confine, ma cieco a tutto ciò che è sulla terra.

Fu questa la mia condizione per molti anni. Ricordavo, a dire la verità, il mio nome, la mia identità e anche il mio passato, quasi tutto, tranne però quell’estate. E sapevo bene di aver perso sei mesi interi, sentivo il disagio di quello squarcio che aveva inghiottito poco più di centottanta giorni della mia vita, proprio come i raggi del sole inghiottiti dalle scure ombre dei vicoli.

Io che ho sempre fotografato ogni cosa come scusa per conservare i miei momenti, non avevo mai fotografato Nives. Non avevo nulla che lei mi avesse regalato. Non avevamo una nostra canzone, né un nostro posto, tranne il bar in quella strada che non percorsi più, per tutto il tempo in cui durò il mio stato di amnesia localizzata.

Fu un inverno lungo, l’anno in cui recuperai il ricordo di Nives.

Furono le strade, a guidarmi, come era sempre accaduto. Quando nasci in un luogo in cui i monti e il mare decidono l’intrico delle strade, e l’intrico delle strade decide la forma della città, non puoi non sapere che quell’intrico avrà un’influenza anche sulla tua vita.

Ripercorrevo quella zona un tempo nota e mai più rivista, in cerchi concentrici sempre più stretti, e ogni volta recuperando un pezzettino di ricordo.

Il bar però, non l’ho mai più rivisto. Ma forse si tratta solo di aspettare. Anche gli inverni finiscono sempre, e l’amore, dopotutto, è una questione di strade.

 

Accidia (un esperimento)

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Lentamente lascio che la strada mi porti. Non ho meta né desiderio di guardarmi intorno. L’indifferenza ti salva, ti preserva. Lascio che i pensieri mi scivolino via dalla mente, perché anche i pensieri possono far male. Per vivere bisogna cercare e io non voglio cercare niente. Ah, poter scomparire, così, semplicemente, senza uccidersi né morire, perché anche quella, dopotutto, sarebbe un’azione. Io vorrei solo non esserci. Esserci è dolore, così fingo di essere già scomparsa, dissolta nella sabbia, avvolta in una sciarpa di foglie cadute, confusa in mezzo all’eco delle voci, senza sangue né linfa. Il nulla.

C’è stato un tempo in cui le cose potevano farmi male, i piedi portavano i segni del cammino, veri e propri tagli, a volte, e io ero capace addirittura di amarli, quei tagli, tanto quanto amavo il primo raggio di sole tra le querce del giardino all’alba, le rotaie della piccola stazione in cui passavano due treni al giorno, che da bambina sognavo di prendere senza leggere la destinazione, il colore blu in tutte le sue sfumature, le valigie, i gelati, respirare nella pioggia. La vita, allora, mi camminava dentro. Oggi la guardo passarmi accanto, la osservo con distacco, non provo più niente per lei.

Tra quella che tanti anni fa era la mia casa e le altre quattro o cinque vicine si era creato un minuscolo triangolo, una specie di cortiletto, che ad ogni temporale si impregnava d’acqua, e anche dopo che le pozzanghere si erano fatte via via meno profonde, fino a divenire semplici chiazze umide, per molti mesi tutto il fondo manteneva l’aspetto lucido e scuro del cemento bagnato. Era riparato sui quattro lati dagli alti muri delle case intorno e la luce diretta non lo colpiva mai, né era mai battuto dal vento, o esposto al caldo o al freddo.

Adesso le case intorno non esistono più. Il pavimento del triangolo è asciutto, senza una goccia d’acqua, e luminoso, luminoso in maniera totale, assoluta, non un filo d’ombra, una sfumatura. Uniformemente, disperatamente asciutto e luminoso. Una colonia di formiche si è appropriata degli spazi, vanno avanti e indietro, talvolta in file ordinate, altre volte invece si spandono un po’ dappertutto. Non ci sono briciole da raccogliere, né insetti, o piante, o persone. Niente. Non le vedo portare cibo da qualche parte, non so cosa cerchino, né se cerchino qualcosa. Sto per ore distesa sui gomiti, a guardare i loro piccolissimi corpi neri che coprono zone sempre più vaste. Quella luce disperata in alto, e guardando in basso, invece, quel nero che si estende. Non ho altro da fare. Quelle formiche sono come le persone che un tempo conoscevo. Cercano una linea retta, una geometria che dia senso al loro movimento, poi rinunciano. Nel loro agitarsi torna il caso. Il caos. Questione di anagrammi. Quante saranno? Centinaia? Migliaia forse.

Dopo i tre, quattro zeri qualunque cosa diventa statistica, anche le persone. Non siamo veramente in grado di concepire, con la nostra mente, la reale differenza tra mille, centomila o cento milioni. Prima li contavamo, i bambini in agonia, anche quelli lontani, che passavano attraverso le immagini e non entravano davvero in casa nostra, ma in qualche misura ci appartenevano. Ho smesso di contare, ormai. Tanto tutto è morto, intorno a me e dentro di me.

Non di rado la notte tremavo, con una violenza che mi spaccava il sonno, quel po’ di sonno che riuscivo a rubare, a volte pochi istanti soltanto, interrotti da un silenzio cosi letale da svegliarmi. Un silenzio che mi entrava nei timpani a tradimento, più doloroso di qualunque suono. Dicono che non potrai mai più liberarti dell’ombra di tutto ciò che rifiuti. Se allontani la pena, se nascondi la paura, la tua vita non sarà che dolore e paura. Io so che non è vero. Quei bambini dilaniati nel mio giardino non erano i miei figli, perché dovrei curarmi di loro? L’uomo che hanno trascinato per i piedi, umiliato e sconfitto, non era niente per me. Ho rinunciato a tutto, perché non c’è niente di peggio dei sentimenti. Uno dipende dall’altro. Se ami, hai paura della perdita. La felicità non può esistere senza l’abisso, né la serenità senza il vortice e l’uragano. Infinitamente meglio il nulla. È meglio non cercare un significato.

L’insensibilità ha la grazia del vuoto, di un’assenza che non diventa mancanza. Non c’è nessuno a cui vorrei mancare, nessuno che mi manca. Come un cecchino contemplo la morte dall’alto, con l’esperta cura dei dettagli di chi conosce il mestiere. A quale angolatura sarà puntata l’arma? A chi toccherà questa volta? Fotografo la morte con lo sguardo, senza che possa toccarmi in alcun modo, vedo soltanto la tecnica inimitabile dell’orrore, il suo tempismo perfetto, ma non mi riguarda, non sono vittima né carnefice, né tantomeno intendo mettermi contro qualcosa o qualcuno. È facile affrontare il pericolo, quando ti importa di qualcosa; ma quando tutto è indifferente, non esiste più un pericolo da affrontare, né una speranza. Non c’è più inizio, né fine. Tutto è spento, dimenticato; qui non c’è più nessuno, nemmeno io. Le formiche si appropriano anche del mio spazio, mi camminano addosso, non m’importa, ho smesso anche di tremare di notte. Sono libera. Ero carne, oggi sono pietra.

Imperfezioni

Ho viaggiato molto nella mia vita. Ho novant’anni e tre mesi e li porto benissimo; non perché non abbiano lasciato rughe a segnare la mia faccia quanto basta, ma perché sono tutti miei e li curo con orgoglio, li conto con la precisione che meritano.

Ho visto la forma delle nuvole cambiare infinite volte, e tutte le ho in mente. I paesaggi che ho contemplato con pazienza o sfuggito in fretta hanno dato forma al mio volto e alla mia vita. I miei giorni sono fatti di ciò che è accaduto, di ciò che ho sognato e di ciò che è stato possibile anche per un singolo momento, le speranze, i desideri e le opportunità, anche quelle che non abbiamo realizzato, contrariamente a quello che si dice, contribuiscono eccome a fare la storia. La nostra storia. Ma se è vero che gli eventi del mondo ci cambiano, anche le nostre piccole storie entrano a far parte di quella più grande.

So che i colori, anche i più luminosi, non sono che illusioni d’ombra, ma senza i colori a che servirebbe la luce? O era il contrario forse? Alla mia età mi perdonerete qualche falla nella memoria e nella logica. Ricordo comunque di tutte le volte in cui il sole ha cambiato la mia percezione di un luogo, gli angoli improvvisamente esposti, i piccoli segreti svelati. Ma ricordo anche delle piogge, i marciapiedi lucidi, il paesaggio che vira sui toni del seppia come una fotografia scattata oggi e poi fintamente anticata, quando gli alberi non sono che forme grigio scuro nell’infinito grigio chiaro del cielo. E ricordo di aver pensato che forse è questo il senso che cerchiamo con tanto accanimento, è tutto qui, essere piccole forme temporanee e mutevoli che interrompono l’uniforme infinito, nuvole in continuo movimento, illuminate per un istante prima di svanire in pioggia e riportare la vita in altri modi, in altri luoghi. Utili? Credo che dentro di noi sappiamo che senza le nuvole non ci sarebbe nulla di tutto il resto, ma non le amiamo per la loro utilità, le amiamo perché nemmeno l’infinito avrebbe senso senza qualcosa di effimero. La mia età potrà ancora una volta essere invocata come scusa per questo che sto per dire, se le troverete farneticazioni di un vecchio e nient’altro, ma se la bellezza, il senso, l’amore e tutto quello che vive fossero nascoste nell’imperfezione? Un signore più saggio di me credo abbia detto un giorno che solo gli sciocchi non hanno neppure un rimpianto, e può essere che se tornassi indietro vorrei cambiare qualcosa. Ma la maggior parte delle mie imperfezioni me le tengo molto strette e molto care.

Pioggia

Considerate l’amore un crimine contro l’ordine imperturbabile dell’umanità, mi promettete non so più cosa in cambio della mia abiura, un’ammissione di colpa e la promessa solenne di rinunciare alla mia follia.

Non sapete nulla della bellezza di un corpo che si piega per prendere la forma del cuore di un altro, dei passi che si incidono a poco a poco nella pelle, lasciando segni dapprima leggeri, poi sempre più profondi ad ogni mattina che ci si alza dal letto insieme, di quando si ride accanto al mare e si ascoltano le storie migliori e le peggiori con le stesse orecchie, di quando si chiede al cielo di proteggere ciò che è stato e ciò che sarà dietro una cortina d’acqua spessa come fumo, che cada magnifica a violenta e prendersela tutta addosso per asciugare le cicatrici, potreste forse comprendere la rabbia di aspettare tutta la notte per accogliere al portone chi arriva non prima del mattino, scalzo, senza neanche sapere dove si trova? Di uno tanto diverso da me ho fatto il mio compagno, ho accolto con la stessa naturalezza il suo bisogno di serate a chiacchierare con gli amici e l’insopprimibile propensione alla solitudine, le strade ripercorse mille volte in compagnia solo di se stesso, in cerca di nulla se non del piacere di riviverle all’infinito; le ore del silenzio e quelle di troppe parole a coprire la forza dell’amarezza; il sale delle rocce disciolte nell’oceano e i fiori di campo, gli alti alberi secolari delle foreste contemplate da lontano, le vigne cresciute per dispetto e sfida e i modesti frutteti con i loro ben più celati tesori. L’ironia e le intemperanze, i momenti in cui le stelle non brillavano e quelle in cui erano capaci di nascondere il sole, la dolcezza e la collera e persino l’odio, che in misura infinitesimale se volete, ma è presente nell’amore come un veleno in un farmaco salvavita. Anche l’amore si impara e si decide, si uccide e rinasce continuamente ed è un gioco, sapete, sì, voi che parlate di maturazione e di diventare adulti, di calcoli e pro e contro, sì, l’amore è un gioco, duro e sporco ma non conosco meraviglia al mondo che possa lontanamente paragonarsi allo stupore di un’appartenenza nata da un lancio di dadi e accudita con la seria allegria dei bambini che sanno come si cresce.

Dite che questo errore dovrà essere punito, questo è il vostro territorio, sono le vostre leggi e io non posso sottrarmi. Eppure dentro di voi, se guardate a fondo, siete consapevoli che qualunque castigo possiate concepire, non cancellerà neppure la più lieve delle orme lasciate dal nostro respiro nel cielo che avvolge questi luoghi, quando la nebbia del pomeriggio riprenderà a tessere i suoi racconti. L’amore è un premio, un privilegio e un onore.

La pioggia si è fatta intensa, e come sempre di questi tempi un senso di conforto e quiete si accompagna a un’ansia nuova. Le foglie arancio-dorato dell’albero di fronte a casa portano il senso dell’autunno anche qui in città. Quanto abbiamo pregato perché la pioggia arrivasse in tempo e adesso pare che i nostri desideri siano stati esauditi. Non in tempo per noi, forse, ma chi può saperlo, dopotutto?

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foto presa da qui

Varnalia

Nel mio vagabondare tra i vari generi letterari, a un certo punto sono capitata a leggere uno dei libri, secondo me, più divertenti che siano mai stati scritti, “Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu”, un romanzo fantasy per ragazzi (ma in realtà una presa in giro) di Walter Moers (Salani, traduzione di Umberto Gandini – al quale vanno i miei complimenti). Mi aveva deliziato al punto da spingermi – cosa per me stranissima – a cimentarmi a mia volta in una specie di racconto fantasy. Forse non ne farò niente, però stasera ne ho parlato con mia sorella e allora sono andata a ripescarlo. Magari potrebbe diventare l’inizio di un lavoro a più mani, non mi dispiacerebbe affatto una collaborazione, se qualcuno si sente ispirato… 😀 

La città di Varnalia era nata da una scissione tra la Nazione di Harin e quella di Shon. Harin non voleva riconoscere la signoria di Shon su quella parte di terra che si trovava nel Mar Galerio, e dunque al di fuori dei confini che secondo il Patto di Mur spettavano a Shon. Shon replicava che geograficamente l’isola si trovava di fronte al suo Stato e quindi le apparteneva in base a quello stesso Patto. Gli abitanti di Varnalia alla fine si erano stancati di essere al centro di continue rivendicazioni, minacce e vere e proprie guerre, e stanchi di essere poi assoggettati alle tasse di due Nazioni diverse. Perché in fondo era una questione di soldi: di chi avesse il diritto di riscuotere le imposte su Varnalia, e così finiva che prima le chiedeva Harin, e poi le chiedeva Shon.
Così una notte avevano radunato tutti i loro più forti eroi. Come se l’isola fosse stata né più né meno che una nave, uomini e donne si erano messi ai remi e avevano vogato per ore e ore, fino all’alba. Si erano trovati in un tratto di mare inesplorato, senza neppure sapere se ancora si trattasse del Mar Galerio o se avessero addirittura varcato le soglie dell’Oceano. Speravano solo che in mezzo al mare nessuno avrebbe rivendicato la proprietà di quel minuscolo lembo di terra.
E così fu, infatti. Per molti secoli Varnalia fu dimenticata, cancellata dalle cartine geografiche, si credette che non fosse altro che una terra leggendaria, mai esistita se non nel mito.
Essendosi staccata dal resto delle Terre degli Uomini, però, Varnalia aveva conosciuto una sua evoluzione tutta particolare: uomini e donne di quella città-stato erano tutti alti oltre quattro metri, più del doppio della media degli uomini.
Inoltre su quell’isola si trovavano stranissimi animali come le lontrille, che somigliavano a lontre però anche a dei piccoli coccodrilli; i pavesotti, dalla forma di biscotti tondi ma affettuosi come gattini, più piccoli dei topi e di un curioso color arancione; ma anche i temibili Gragnuolatori, una sorta di grosse scimmie che prendevano a bastonate chiunque le contraddicesse, e gli atroci Scorpioniferi, che erano come dei draghi (anche i draghi c’erano ma se ne stavano un po’ per conto loro) però avevano delle strane enormi chele al posto delle ali, un guscio duro al posto delle scaglie, e sputavano veleno invece che fuoco.
E le piante poi non erano da meno: arvasine mangiapatate, odiate dai contadini; felci loquaci, che ascoltavano e ripetevano tutto quello che si diceva in giro e facevano un po’ da gazzettino (perché su Varnalia non c’erano giornali); e le famose, terrificanti Zucche di Halloween, che ogni anno si trasformavano in orrendi mostri e divoravano tutto quello che era sul loro cammino, piante, animali o uomini che fossero.