Accidia (un esperimento)

Image result for accidia

Lentamente lascio che la strada mi porti. Non ho meta né desiderio di guardarmi intorno. L’indifferenza ti salva, ti preserva. Lascio che i pensieri mi scivolino via dalla mente, perché anche i pensieri possono far male. Per vivere bisogna cercare e io non voglio cercare niente. Ah, poter scomparire, così, semplicemente, senza uccidersi né morire, perché anche quella, dopotutto, sarebbe un’azione. Io vorrei solo non esserci. Esserci è dolore, così fingo di essere già scomparsa, dissolta nella sabbia, avvolta in una sciarpa di foglie cadute, confusa in mezzo all’eco delle voci, senza sangue né linfa. Il nulla.

C’è stato un tempo in cui le cose potevano farmi male, i piedi portavano i segni del cammino, veri e propri tagli, a volte, e io ero capace addirittura di amarli, quei tagli, tanto quanto amavo il primo raggio di sole tra le querce del giardino all’alba, le rotaie della piccola stazione in cui passavano due treni al giorno, che da bambina sognavo di prendere senza leggere la destinazione, il colore blu in tutte le sue sfumature, le valigie, i gelati, respirare nella pioggia. La vita, allora, mi camminava dentro. Oggi la guardo passarmi accanto, la osservo con distacco, non provo più niente per lei.

Tra quella che tanti anni fa era la mia casa e le altre quattro o cinque vicine si era creato un minuscolo triangolo, una specie di cortiletto, che ad ogni temporale si impregnava d’acqua, e anche dopo che le pozzanghere si erano fatte via via meno profonde, fino a divenire semplici chiazze umide, per molti mesi tutto il fondo manteneva l’aspetto lucido e scuro del cemento bagnato. Era riparato sui quattro lati dagli alti muri delle case intorno e la luce diretta non lo colpiva mai, né era mai battuto dal vento, o esposto al caldo o al freddo.

Adesso le case intorno non esistono più. Il pavimento del triangolo è asciutto, senza una goccia d’acqua, e luminoso, luminoso in maniera totale, assoluta, non un filo d’ombra, una sfumatura. Uniformemente, disperatamente asciutto e luminoso. Una colonia di formiche si è appropriata degli spazi, vanno avanti e indietro, talvolta in file ordinate, altre volte invece si spandono un po’ dappertutto. Non ci sono briciole da raccogliere, né insetti, o piante, o persone. Niente. Non le vedo portare cibo da qualche parte, non so cosa cerchino, né se cerchino qualcosa. Sto per ore distesa sui gomiti, a guardare i loro piccolissimi corpi neri che coprono zone sempre più vaste. Quella luce disperata in alto, e guardando in basso, invece, quel nero che si estende. Non ho altro da fare. Quelle formiche sono come le persone che un tempo conoscevo. Cercano una linea retta, una geometria che dia senso al loro movimento, poi rinunciano. Nel loro agitarsi torna il caso. Il caos. Questione di anagrammi. Quante saranno? Centinaia? Migliaia forse.

Dopo i tre, quattro zeri qualunque cosa diventa statistica, anche le persone. Non siamo veramente in grado di concepire, con la nostra mente, la reale differenza tra mille, centomila o cento milioni. Prima li contavamo, i bambini in agonia, anche quelli lontani, che passavano attraverso le immagini e non entravano davvero in casa nostra, ma in qualche misura ci appartenevano. Ho smesso di contare, ormai. Tanto tutto è morto, intorno a me e dentro di me.

Non di rado la notte tremavo, con una violenza che mi spaccava il sonno, quel po’ di sonno che riuscivo a rubare, a volte pochi istanti soltanto, interrotti da un silenzio cosi letale da svegliarmi. Un silenzio che mi entrava nei timpani a tradimento, più doloroso di qualunque suono. Dicono che non potrai mai più liberarti dell’ombra di tutto ciò che rifiuti. Se allontani la pena, se nascondi la paura, la tua vita non sarà che dolore e paura. Io so che non è vero. Quei bambini dilaniati nel mio giardino non erano i miei figli, perché dovrei curarmi di loro? L’uomo che hanno trascinato per i piedi, umiliato e sconfitto, non era niente per me. Ho rinunciato a tutto, perché non c’è niente di peggio dei sentimenti. Uno dipende dall’altro. Se ami, hai paura della perdita. La felicità non può esistere senza l’abisso, né la serenità senza il vortice e l’uragano. Infinitamente meglio il nulla. È meglio non cercare un significato.

L’insensibilità ha la grazia del vuoto, di un’assenza che non diventa mancanza. Non c’è nessuno a cui vorrei mancare, nessuno che mi manca. Come un cecchino contemplo la morte dall’alto, con l’esperta cura dei dettagli di chi conosce il mestiere. A quale angolatura sarà puntata l’arma? A chi toccherà questa volta? Fotografo la morte con lo sguardo, senza che possa toccarmi in alcun modo, vedo soltanto la tecnica inimitabile dell’orrore, il suo tempismo perfetto, ma non mi riguarda, non sono vittima né carnefice, né tantomeno intendo mettermi contro qualcosa o qualcuno. È facile affrontare il pericolo, quando ti importa di qualcosa; ma quando tutto è indifferente, non esiste più un pericolo da affrontare, né una speranza. Non c’è più inizio, né fine. Tutto è spento, dimenticato; qui non c’è più nessuno, nemmeno io. Le formiche si appropriano anche del mio spazio, mi camminano addosso, non m’importa, ho smesso anche di tremare di notte. Sono libera. Ero carne, oggi sono pietra.

Imperfezioni

Ho viaggiato molto nella mia vita. Ho novant’anni e tre mesi e li porto benissimo; non perché non abbiano lasciato rughe a segnare la mia faccia quanto basta, ma perché sono tutti miei e li curo con orgoglio, li conto con la precisione che meritano.

Ho visto la forma delle nuvole cambiare infinite volte, e tutte le ho in mente. I paesaggi che ho contemplato con pazienza o sfuggito in fretta hanno dato forma al mio volto e alla mia vita. I miei giorni sono fatti di ciò che è accaduto, di ciò che ho sognato e di ciò che è stato possibile anche per un singolo momento, le speranze, i desideri e le opportunità, anche quelle che non abbiamo realizzato, contrariamente a quello che si dice, contribuiscono eccome a fare la storia. La nostra storia. Ma se è vero che gli eventi del mondo ci cambiano, anche le nostre piccole storie entrano a far parte di quella più grande.

So che i colori, anche i più luminosi, non sono che illusioni d’ombra, ma senza i colori a che servirebbe la luce? O era il contrario forse? Alla mia età mi perdonerete qualche falla nella memoria e nella logica. Ricordo comunque di tutte le volte in cui il sole ha cambiato la mia percezione di un luogo, gli angoli improvvisamente esposti, i piccoli segreti svelati. Ma ricordo anche delle piogge, i marciapiedi lucidi, il paesaggio che vira sui toni del seppia come una fotografia scattata oggi e poi fintamente anticata, quando gli alberi non sono che forme grigio scuro nell’infinito grigio chiaro del cielo. E ricordo di aver pensato che forse è questo il senso che cerchiamo con tanto accanimento, è tutto qui, essere piccole forme temporanee e mutevoli che interrompono l’uniforme infinito, nuvole in continuo movimento, illuminate per un istante prima di svanire in pioggia e riportare la vita in altri modi, in altri luoghi. Utili? Credo che dentro di noi sappiamo che senza le nuvole non ci sarebbe nulla di tutto il resto, ma non le amiamo per la loro utilità, le amiamo perché nemmeno l’infinito avrebbe senso senza qualcosa di effimero. La mia età potrà ancora una volta essere invocata come scusa per questo che sto per dire, se le troverete farneticazioni di un vecchio e nient’altro, ma se la bellezza, il senso, l’amore e tutto quello che vive fossero nascoste nell’imperfezione? Un signore più saggio di me credo abbia detto un giorno che solo gli sciocchi non hanno neppure un rimpianto, e può essere che se tornassi indietro vorrei cambiare qualcosa. Ma la maggior parte delle mie imperfezioni me le tengo molto strette e molto care.

Pioggia

Considerate l’amore un crimine contro l’ordine imperturbabile dell’umanità, mi promettete non so più cosa in cambio della mia abiura, un’ammissione di colpa e la promessa solenne di rinunciare alla mia follia.

Non sapete nulla della bellezza di un corpo che si piega per prendere la forma del cuore di un altro, dei passi che si incidono a poco a poco nella pelle, lasciando segni dapprima leggeri, poi sempre più profondi ad ogni mattina che ci si alza dal letto insieme, di quando si ride accanto al mare e si ascoltano le storie migliori e le peggiori con le stesse orecchie, di quando si chiede al cielo di proteggere ciò che è stato e ciò che sarà dietro una cortina d’acqua spessa come fumo, che cada magnifica a violenta e prendersela tutta addosso per asciugare le cicatrici, potreste forse comprendere la rabbia di aspettare tutta la notte per accogliere al portone chi arriva non prima del mattino, scalzo, senza neanche sapere dove si trova? Di uno tanto diverso da me ho fatto il mio compagno, ho accolto con la stessa naturalezza il suo bisogno di serate a chiacchierare con gli amici e l’insopprimibile propensione alla solitudine, le strade ripercorse mille volte in compagnia solo di se stesso, in cerca di nulla se non del piacere di riviverle all’infinito; le ore del silenzio e quelle di troppe parole a coprire la forza dell’amarezza; il sale delle rocce disciolte nell’oceano e i fiori di campo, gli alti alberi secolari delle foreste contemplate da lontano, le vigne cresciute per dispetto e sfida e i modesti frutteti con i loro ben più celati tesori. L’ironia e le intemperanze, i momenti in cui le stelle non brillavano e quelle in cui erano capaci di nascondere il sole, la dolcezza e la collera e persino l’odio, che in misura infinitesimale se volete, ma è presente nell’amore come un veleno in un farmaco salvavita. Anche l’amore si impara e si decide, si uccide e rinasce continuamente ed è un gioco, sapete, sì, voi che parlate di maturazione e di diventare adulti, di calcoli e pro e contro, sì, l’amore è un gioco, duro e sporco ma non conosco meraviglia al mondo che possa lontanamente paragonarsi allo stupore di un’appartenenza nata da un lancio di dadi e accudita con la seria allegria dei bambini che sanno come si cresce.

Dite che questo errore dovrà essere punito, questo è il vostro territorio, sono le vostre leggi e io non posso sottrarmi. Eppure dentro di voi, se guardate a fondo, siete consapevoli che qualunque castigo possiate concepire, non cancellerà neppure la più lieve delle orme lasciate dal nostro respiro nel cielo che avvolge questi luoghi, quando la nebbia del pomeriggio riprenderà a tessere i suoi racconti. L’amore è un premio, un privilegio e un onore.

La pioggia si è fatta intensa, e come sempre di questi tempi un senso di conforto e quiete si accompagna a un’ansia nuova. Le foglie arancio-dorato dell’albero di fronte a casa portano il senso dell’autunno anche qui in città. Quanto abbiamo pregato perché la pioggia arrivasse in tempo e adesso pare che i nostri desideri siano stati esauditi. Non in tempo per noi, forse, ma chi può saperlo, dopotutto?

Image result for pioggia

foto presa da qui

IL FIGLIO DELL’OMBRA – V – Fine

lupo

(questi i link alla prima puntata, alla seconda, alla terza e alla quarta)

L’aria era ancora imbrumata di una nebbiolina sottile, quando il corteo partì, a quell’ora prima dell’alba che neppure il gallo ha ancora cantato. Prometteva una bella giornata, l’estate era al termine, il fieno era stato ormai già tutto raccolto e profumava dai covoni sparsi tra i campi, fin sui bordi della strada. Un tepore gentile invitava a riposare, a festeggiare e a rotolarsi tra i pagliai, ma l’invito non giungeva a chi si era posto in cammino con ben altri scopi.
Le autorità cittadine davano il passo, con il sindaco in testa e al suo fianco le massime autorità del culto, perché avendo voluto il ragazzo impertinente agire solo secondo la sua coscienza come egli la conosceva, e non secondo l’interpretazione che altri davano pretendendo di saper meglio di lui ciò che essa gli avrebbe richiesto, la sua ribellione era stata anche contro la religione costituita. Il suo esempio sarebbe servito a salvar l’anima ai buoni fedeli che ne avrebbero tratto il giusto insegnamento: che non si deve, cioè, deviare il proprio cammino dalla strada tracciata. Seguivano poi le guardie con Tharin incatenato e da ultimo il popolo degli spettatori.
Il buffo era che tra quelle facce truci, quei volti contorti dalla furia, proprio Tharin appariva il meno turbato. Aveva tracciato il sentiero del suo cammino secondo l’idea di giustizia in cui credeva con il cuore e la ragione, aveva cercato e trovato la libertà di seguire la propria coscienza e vivere la propria vita. Cosa avrebbe dovuto temere dalla morte, quali avrebbero potuto essere i suoi rimpianti? I giorni nella foresta gli avevano insegnato che ci sono cose che si possono scegliere e difendere ma ciò che non si può cambiare deve essere accettato.
Tuttavia, chi non lo conosceva e non lo capiva pensò che la sua quieta accettazione del destino che lo attendeva non fosse che la conferma della sua arroganza e la prova del suo patto col diavolo, da cui credeva di poter essere salvato. Ciò accrebbe il loro odio, e si scagliarono contro di lui con insulti, sputi e anche pietre, volendo finire il lavoro per il boia e così forse evitare a costui la fatica.
Con qualche intervento deciso i facinorosi vennero fermati e il corteo giunse sul luogo delle esecuzioni. Sulla piazza la forca si stagliava nera e macabra, incongrua contro il cielo che adesso era di un azzurro perfetto, appena dorato dai primi raggi di un sole luminoso.
Tharin venne condotto ai piedi della scala che saliva alla forca e qui slegato e accompagnato in cima dalle guardie, mentre qualcuno batteva ritmicamente colpi su un tamburo che riecheggiava cupo nell’aria. Per il resto, tutto pareva immobile e silenzioso, adesso che anche gli spettatori avevano smesso di gridare e lanciare oggetti e sembravano trattenere il fiato, in attesa spasmodica, quasi che anche solo respirare avrebbe potuto sottrarre loro un minimo dettaglio, qualunque parte, per quanto insignificante, di quello spettacolo che era il loro spettacolo, il loro momento di trionfo in una vita di sconfitte.
Il boia afferrò il cappio, lo passò intorno alla testa del ragazzo. Poi successe qualcosa. L’incantesimo di quella innaturale immobilità silenziosa fu rotto da un rumore ben più intenso e penetrante del rullo del tamburo. La folla di coloro che erano rimasti più indietro si aprì in due, si udirono esclamazioni soffocate, domande, poi qualche urlo di spavento, qualche gemito di dolore o forse solo di terrore. Il varco si allargò, si spalancò, presto quasi tutto il pubblico fuggì disordinatamente, e allora anche chi era davanti al palco e si era fermato senza capire cosa accadesse, vide quello che gli altri avevano già visto: un’orda di lupi inferociti, con gli occhi gialli scintillanti, che irrompevano ululando davvero come una visione infernale. Qualcuno più tardi avrebbe anche trovato conforto in questo sostegno alle teorie in voga, per cui il diavolo in persona aveva stretto un’alleanza scellerata con Tharin in cambio della sua anima.
Quello che a noi interessa è che Tharin scomparve insieme ai lupi. Qualcuno giurò di averli visti dirigersi a nord, altri erano assolutamente certi che fossero andati a sud, ma c’era chi era convinto senz’ombra di dubbio che la loro meta fosse a ovest e altri ancora infine sostenevano di aver prove sicure di una fuga verso oriente. Non vennero mai più ritrovati. Questa volta Tharin era davvero scomparso per sempre, e Akar insieme a lui.
Circolano molte leggende su questi avvenimenti, come vi ho detto, e sarebbe troppo lungo qui raccontarle tutte. Mi piace però ricordarne una che resiste ancora, presso certe tribù che a tutt’oggi vivono e cacciano nei luoghi più freddi della terra e d’inverno si scaldano con strane bevande bollenti, con il fuoco e con i racconti dei vecchi. Questa leggenda dice che Tharin trovò infine una donna simile a lui, uno spirito libero, alleata del vento, la cui curiosità era più forte della paura.
Si narra che i due ebbero molti figli e che forse la loro vita fu lunga o forse no, ma certo fu libera e felice, ed è grazie a loro che ancora oggi, in qualche angolo del cuore degli uomini, restano ostinate tracce di saggezza, di lealtà e di coraggio, doni degli dei per rendere più lieve il loro passaggio sulla terra.

Il figlio dell’ombra IV (penultima puntata)

lupo

(Trovate le puntate precedenti quiqui e qui).

Quando però avere l’acqua ridivenne una cosa normale e gli uomini smisero di avere bisogno di Tharin, vennero fuori altre cose, quelle che lui nei boschi non aveva imparato, ma piuttosto dimenticato: la gelosia, l’invidia, l’avarizia. I cacciatori, di nuovo assetati di vendetta ora che avevano potuto calmare la sete d’acqua, raccontarono di quell’amicizia innaturale tra una bestia e un uomo, scesero in dettagli raccapriccianti, abbellirono la realtà con menzogne ben raccontate. La paura fece il resto. La gente del paese aveva incasellato vita e pensieri, aveva costruito idee ben precise e alquanto rigide sul bene, sull’amicizia, sulla normalità. Era facile indurla a temere una persona così poco convenzionale come Tharin, uno che, come i lupi, non si lasciava addomesticare. Il timore presto divenne malevolenza, astio, poi vero e proprio odio. Lui conosceva i segreti dell’acqua e della terra che a nessun altro era dato sapere, doveva per forza esserci di mezzo la stregoneria. Certo aveva portato l’acqua solo per qualche suo scopo segreto, e dunque perverso. Era amico dei loro nemici, un traditore della sua razza, in combutta con i demoni delle foreste, con il regno delle ombre.
I sussurri e i sospetti si trasformarono via via in urla sguaiate e in certezze assolute e Tharin venne catturato, chiuso in una torre e legato alla fredda parete di pietra per i polsi e per le caviglie con pesanti catene di ferro.
Allora capì di essere un esule, per sempre destinato a restare in bilico tra due mondi, mai realmente a casa in nessuno dei due, ma anche mai del tutto estraneo. Sentì profonda la solitudine della sua condizione, ma anche il suo privilegio, perché si comprende meglio ciò a cui non si appartiene pienamente. Così capì che se decideva di oltrepassare i confini e di non appartenere interamente a nessun luogo, sarebbe rimasto libero nel suo cuore, per quante catene potessero usare per legarlo a quel muro.
Passò del tempo. Pareva che non avessero ancora ben deciso cosa fare di lui. Intanto lo tenevano chiuso lì, perché il germe pericoloso del pensiero libero non si diffondesse tra le brave famiglie del paese.
Accadde un giorno che si parlò sui giornali di un caso di corruzione di una certa importanza e qualcuno – i soliti rivali politici – insinuò che fosse coinvolto anche il sindaco del paese. Bisognava in fretta fare qualcosa, trovare altri motivi di interesse su cui portare l’attenzione dei suoi bravi concittadini, in modo che la gente continuasse la sua vita sui binari consueti, senza agitarsi troppo.
Uno dei cacciatori, ancora in cerca di vendetta, ebbe un’idea brillante: si poteva servire in pasto al pubblico un capro espiatorio, qualcuno che fosse abbastanza odioso ai suoi compaesani da poter essere sacrificato per il bene più alto che era l’onore del sindaco, il quale anzi sarebbe stato acclamato per aver liberato il paese da un pericoloso criminale.
Venne naturale pensare a Tharin, un eretico, un pericoloso sovversivo. Una bella impiccagione avrebbe dato a tutti gli abitanti del villaggio un buon argomento di cui parlare per giorni, certo meglio che parlare dei guai del primo cittadino. Naturalmente oggi grazie al progresso esistono modi molto più civili per curare la malattia dell’anticonformismo, ma allora non si andava tanto per il sottile.
In quattro e quattr’otto venne messo su un tribunale, vennero nominati dei giudici sufficientemente elastici nell’applicazione della legge, e insomma venne fatto tutto il necessario per essere più che certi che Tharin sarebbe stato condannato a morte, come infatti avvenne.
Così una mattina, senza tante cerimonie, le guardie gli dissero che la sentenza era stata pronunciata e che si preparasse a infilare il collo in un cappio che gli avrebbe fatto perdere una volta per tutte i grilli che aveva per quella sua testa matta.

Il figlio dell’ombra – III

lupo

Invece, Akar e Tharin si erano già incontrati e misurati, ad Akar piacque la sfrontatezza di quel ragazzino impetuoso, avventato, noncurante di paure millenarie e regole non scritte di inimicizia. E quanto a Tharin, vedere quello splendido giovane lupo e affezionarsi a lui come a un fratello fu tutt’uno. Per qualche giorno divise con lui i suoi magri pasti, lasciandogli i bocconi a distanza sempre più breve. Ma dopo una settimana fu il lupo a portargli un agnello sgozzato. Tharin ne fu scosso, ma imparava alla svelta. Lo arrostì sul fuoco, ne diede la maggior parte ad Akar e tenne per sé una razione che gli bastasse per un paio di giorni.
Il giorno dopo, Akar si lasciò toccare. Un contatto breve, secco, riconoscimento del reciproco rispetto, ma pur sempre un contatto. Mai, Tharin lo sapeva, avrebbe potuto trattare il lupo come un cane, ma un’amicizia tra uguali, quella il lupo gliela stava offrendo e lui non avrebbe perso l’occasione.
Quando, qualche giorno dopo, vide l’intero branco avvicinarsi, sapeva già di non aver nulla da temere. Si guardarono a lungo, senza che il ragazzo abbassasse gli occhi neppure per un istante. Poi il branco si disperse. Lo avevano accettato come ospite nel loro territorio. Rimase solo Akar, con lui, e nei giorni seguenti lo incontrò sempre da solo. Sembrava che il lupo si fosse definitivamente staccato dal vecchio branco e lui e il ragazzo presero a trascorrere sempre più tempo insieme, benché entrambi conoscessero il dono prezioso dei momenti di solitudine.

Trascorse del tempo. Senza neanche accorgersene Tharin imparava molto da Akar: come dominare l’ambizione e la superbia, come annusare l’aria e fare del vento il proprio alleato, come comunicare senza parole, come riconoscere i passi degli amici e dei nemici, e come ingannare perfino il sole, scivolando via non visto tra le ombre della foresta. E ancora la bellezza di un minuscolo specchio d’acqua inargentato dalla luna nel silenzio della notte, la saggezza dell’istinto, il valore della libertà e del coraggio.
Un giorno Akar non si fece vedere. Tharin aspettò, non era la prima volta che passava lontano un giorno intero. Cominciò a preoccuparsi al crepuscolo, ma il crepuscolo è l’ora dei lupi, pensò che se la sarebbe cavata. La notte fu agitata. Al mattino Tharin si alzo molto prima che si levasse il sole e si mise in cammino, incerto sulla direzione da prendere ma deciso a ritrovare l’amico in un modo o nell’altro.
Lo trovò, ma a vederlo gli si strinse il cuore. Era stato preso in una tagliola, quasi si era strappato la zampa nel tentativo inutile di liberarsi, era evidentemente stremato dalla fatica e quasi dissanguato. Intorno a lui cinque o sei uomini ridevano dei suoi sforzi e già discutevano su come spartirsi la sua pelle, aspettando la sua morte come sciacalli. Allora Tharin diventò davvero come un lupo, conobbe la furia e l’astuzia di un figlio dei boschi. Finse di voler comprare da loro la pelle di Akar, li fece bere, e quando furono ubriachi abbastanza da non saper distinguere tra la notte e il giorno liberò Akar e gli fasciò la zampa con i suoi abiti ormai a brandelli. Uno degli uomini che aveva gli occhi appena un po’ meno offuscati degli altri giurò di aver visto il lupo prendere l’uomo sul dorso e scomparire con lui. Tutti pensarono che fosse ancora più ubriaco di loro, pure si erano resi ben conto che il ragazzo li aveva beffati. Coi loro cani si rimisero in caccia, decisi a vendicarsi, e questa volta cercando due prede anziché una sola.

La corsa di Akar con Tharin sulla schiena durò molto, molto a lungo. Mai avevano corso insieme così lontano, quando lo avevano fatto era stato più che altro per gioco, mentre questa volta pareva questione di vita e di morte. Più volte parve loro di udire in lontananza dei latrati e degli spari, ma d’altra parte Akar era troppo veloce, troppo esperto e troppo scaltro. Su quei terreni neppure le impronte restavano dietro di lui perché chi lo inseguiva potesse avere traccia del suo passaggio. Akar il demonio, Akar l’imprendibile, il figlio dell’ombra.
La giornata finì e venne la notte, poi anche la notte finì e venne di nuovo giorno e Akar correva ancora. A un certo punto parve al ragazzo di sentire un rombo come di tuono, un rumore violento di tempesta.
Quando infine il suo compagno si fermò, lo spettacolo che si presentò davanti agli occhi pieni di meraviglia di Tharin era grandioso. Quello che aveva creduto una tempesta era un fiume ampio e impetuoso, così grande che non se ne vedeva l’altra sponda, e quello che gli era parso un tuono era lo scrosciare fragoroso di quell’immensità d’acqua limpida che bevve a sazietà, rifacendosi finalmente di quei mesi passati a bere da pozzanghere stagnanti e infestate di zanzare.
Acqua, pensò. Era la salvezza per la sua gente. Avrebbe potuto tornare tra gli uomini, accolto come un eroe. Ormai la sua ambizione più grande non era che riportare la vita a chi stava morendo di sete, la superbia non era che l’orgoglio di un uomo buono che sa di aver trovato qualcosa di prezioso per gli altri.
Si accorse che Akar era molto triste e capì benissimo che non era d’accordo con ciò che intendeva fare. Pensò che fosse la malinconia di perdere un amico, la stessa malinconia che lui stesso provava, ma per la prima volta da tanto tempo egli ricordò che il suo mondo era quello degli uomini, non quello dei lupi, e se aveva seguito il branco era in buona parte proprio per cercare l’acqua. Adesso l’aveva trovata, e grazie ad Akar era certo di aver imparato a usare bene dei doni che riceveva, a condividerli senza avidità. Questo avrebbe insegnato ai suoi vecchi amici, e avrebbe anche potuto dimostrare che uomini e lupi potevano vivere in pace.
Il cammino non fu breve né facile, ma basti dire che quando finalmente Tharin giunse al suo paese d’origine e mostrò l’acqua, e disse agli uomini che poteva condurli dove ne avrebbero trovata ancora moltissima, fu davvero accolto con tutti gli onori, gli fecero feste a non finire, ascoltarono i suoi racconti, gli fecero mille complimenti, tanto che gli parve proprio di sentirsi pienamente a casa, di non desiderare nient’altro.

Il figlio dell’ombra – II parte

lupo

Non lontano dalla foresta dei lupi c’era un paese, e tra la foresta e il paese c’era un lago, da cui sia lupi che uomini prendevano acqua, naturalmente in ore diverse, gli uomini di giorno, i lupi di notte.
Ma un giorno qualcuno costruì una diga per deviare il fiume che dava origine al lago, e il lago si prosciugò.
I lupi, potendo correre veloci e percorrere ampie tratte di strada, avevano le loro risorse, ma gli abitanti del villaggio si trovavano in una situazione davvero difficile.
Ben presto i primi lupi cominciarono ad avvicinarsi un po’ di più alle case, e poi sempre di più, in cerchi sempre più stretti.
Dapprima gli uomini pensarono che cercassero acqua, ma dovettero rendersi conto che non sembravano affatto patire la sete. Così pensarono che fossero venuti ad aspettare che morissero tutti di sete, ancora una volta li accusarono di essere creature d’inferno e mangiatori di cadaveri. Cominciarono le battute di caccia e alcuni lupi furono uccisi.
In quel villaggio viveva un ragazzo, chiamiamolo Tharin, che capiva e parlava la lingua dei lupi. E’ una lingua difficile, fatta non solo di ululati, ma di sguardi, odori, movimenti del corpo. Ma lui era curioso, davvero molto curioso, gli occhi gli brillavano ogni volta che c’era da imparar qualcosa.
Tharin era cresciuto con un cucciolo di lupo, ma quando il cucciolo era diventato grande, sua madre lo aveva costretto a lasciarlo andare e l’animale era sparito, probabilmente inghiottito da quell’ambiente che non conosceva e di cui non sapeva le leggi. Il ragazzo sentiva ancora molta rabbia e dolore per questo, e si sentiva anche in colpa, perché credeva di essere stato in parte la causa della morte dell’amico.
Tharin non perdeva occasione di protestare contro chi uccideva i lupi. “Se avessero voluto mangiarci”, diceva, “deboli e sfiancati dalla sete come siamo, lo avrebbero già fatto”, ma nessuno lo ascoltava.
Ai tempi della storia che vi sto raccontando, Tharin aveva sedici anni, ed era pieno di voglia di avventura e di spirito di iniziativa. Così decise di inoltrarsi nella foresta, benché tutti lo scongiurassero di non farlo. Quando partì, l’intero paese prese il lutto, piangendolo già per morto.

Adesso voi magari pensate che Akar fosse in realtà il lupacchiotto amico di Tharin… beh, no, non proprio. Ne era passato di tempo, e il cucciolo sarebbe stato un lupo quasi vecchio, cosa che non aveva fatto in tempo ad essere. Era morto, sì, molti anni prima, ma non senza essere riuscito a metter su famiglia e avere una cucciolata. Akar era il più giovane, abbastanza grande per lasciare la sua famiglia-clan così da non essere più sotto il dominio della madre e del suo attuale compagno, coppia che governava il branco con zampa di ferro. Il suo orgoglio ormai lo accettava a fatica, ma sarebbe stato impensabile affrontare il capobranco. Non gli restava che aspettare fino a che fosse diventato più abile, più esperto e più forte, oppure andarsene e fondare un nuovo gruppo.
Mi sono sempre chiesto se Akar trovò Tharin per caso e si fidò di lui per istinto, oppure se sapeva, per conoscenze tramandate di padre in figlio, esattamente chi cercare e dove trovarlo. Quello che è certo è che da quando Tharin scomparve dal paese, i girotondi dei lupi lì intorno cessarono di colpo. Neppure la più piccola impronta, non un pelo. Spariti tutti. Dissolti.
Malgrado la tristezza per la triste sorte del ragazzo, gli abitanti del paese non poterono fare a meno di sentirsi rassicurati, benché la cosa restasse alquanto strana e non mancasse di far parlare i sapienti e i beninformati di ogni risma.
– Ma saranno andati davvero via per sempre?
– Ah, date retta a me, se se lo sono mangiato torneranno. Lo sanno tutti che quando una belva assaggia sangue umano una volta, continuerà sempre a volerne dell’altro.
– Credi proprio che se lo siano mangiato? Povero Tharin, proprio a lui doveva toccare, a lui piacevano i lupi
– Questo insegna che non bisogna mai fidarsi di chi non è come noi. Mi dispiace per il ragazzo, ma se non vuoi bruciarti, sta a te non avvicinarti al fuoco.