Accidia (un esperimento)

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Lentamente lascio che la strada mi porti. Non ho meta né desiderio di guardarmi intorno. L’indifferenza ti salva, ti preserva. Lascio che i pensieri mi scivolino via dalla mente, perché anche i pensieri possono far male. Per vivere bisogna cercare e io non voglio cercare niente. Ah, poter scomparire, così, semplicemente, senza uccidersi né morire, perché anche quella, dopotutto, sarebbe un’azione. Io vorrei solo non esserci. Esserci è dolore, così fingo di essere già scomparsa, dissolta nella sabbia, avvolta in una sciarpa di foglie cadute, confusa in mezzo all’eco delle voci, senza sangue né linfa. Il nulla.

C’è stato un tempo in cui le cose potevano farmi male, i piedi portavano i segni del cammino, veri e propri tagli, a volte, e io ero capace addirittura di amarli, quei tagli, tanto quanto amavo il primo raggio di sole tra le querce del giardino all’alba, le rotaie della piccola stazione in cui passavano due treni al giorno, che da bambina sognavo di prendere senza leggere la destinazione, il colore blu in tutte le sue sfumature, le valigie, i gelati, respirare nella pioggia. La vita, allora, mi camminava dentro. Oggi la guardo passarmi accanto, la osservo con distacco, non provo più niente per lei.

Tra quella che tanti anni fa era la mia casa e le altre quattro o cinque vicine si era creato un minuscolo triangolo, una specie di cortiletto, che ad ogni temporale si impregnava d’acqua, e anche dopo che le pozzanghere si erano fatte via via meno profonde, fino a divenire semplici chiazze umide, per molti mesi tutto il fondo manteneva l’aspetto lucido e scuro del cemento bagnato. Era riparato sui quattro lati dagli alti muri delle case intorno e la luce diretta non lo colpiva mai, né era mai battuto dal vento, o esposto al caldo o al freddo.

Adesso le case intorno non esistono più. Il pavimento del triangolo è asciutto, senza una goccia d’acqua, e luminoso, luminoso in maniera totale, assoluta, non un filo d’ombra, una sfumatura. Uniformemente, disperatamente asciutto e luminoso. Una colonia di formiche si è appropriata degli spazi, vanno avanti e indietro, talvolta in file ordinate, altre volte invece si spandono un po’ dappertutto. Non ci sono briciole da raccogliere, né insetti, o piante, o persone. Niente. Non le vedo portare cibo da qualche parte, non so cosa cerchino, né se cerchino qualcosa. Sto per ore distesa sui gomiti, a guardare i loro piccolissimi corpi neri che coprono zone sempre più vaste. Quella luce disperata in alto, e guardando in basso, invece, quel nero che si estende. Non ho altro da fare. Quelle formiche sono come le persone che un tempo conoscevo. Cercano una linea retta, una geometria che dia senso al loro movimento, poi rinunciano. Nel loro agitarsi torna il caso. Il caos. Questione di anagrammi. Quante saranno? Centinaia? Migliaia forse.

Dopo i tre, quattro zeri qualunque cosa diventa statistica, anche le persone. Non siamo veramente in grado di concepire, con la nostra mente, la reale differenza tra mille, centomila o cento milioni. Prima li contavamo, i bambini in agonia, anche quelli lontani, che passavano attraverso le immagini e non entravano davvero in casa nostra, ma in qualche misura ci appartenevano. Ho smesso di contare, ormai. Tanto tutto è morto, intorno a me e dentro di me.

Non di rado la notte tremavo, con una violenza che mi spaccava il sonno, quel po’ di sonno che riuscivo a rubare, a volte pochi istanti soltanto, interrotti da un silenzio cosi letale da svegliarmi. Un silenzio che mi entrava nei timpani a tradimento, più doloroso di qualunque suono. Dicono che non potrai mai più liberarti dell’ombra di tutto ciò che rifiuti. Se allontani la pena, se nascondi la paura, la tua vita non sarà che dolore e paura. Io so che non è vero. Quei bambini dilaniati nel mio giardino non erano i miei figli, perché dovrei curarmi di loro? L’uomo che hanno trascinato per i piedi, umiliato e sconfitto, non era niente per me. Ho rinunciato a tutto, perché non c’è niente di peggio dei sentimenti. Uno dipende dall’altro. Se ami, hai paura della perdita. La felicità non può esistere senza l’abisso, né la serenità senza il vortice e l’uragano. Infinitamente meglio il nulla. È meglio non cercare un significato.

L’insensibilità ha la grazia del vuoto, di un’assenza che non diventa mancanza. Non c’è nessuno a cui vorrei mancare, nessuno che mi manca. Come un cecchino contemplo la morte dall’alto, con l’esperta cura dei dettagli di chi conosce il mestiere. A quale angolatura sarà puntata l’arma? A chi toccherà questa volta? Fotografo la morte con lo sguardo, senza che possa toccarmi in alcun modo, vedo soltanto la tecnica inimitabile dell’orrore, il suo tempismo perfetto, ma non mi riguarda, non sono vittima né carnefice, né tantomeno intendo mettermi contro qualcosa o qualcuno. È facile affrontare il pericolo, quando ti importa di qualcosa; ma quando tutto è indifferente, non esiste più un pericolo da affrontare, né una speranza. Non c’è più inizio, né fine. Tutto è spento, dimenticato; qui non c’è più nessuno, nemmeno io. Le formiche si appropriano anche del mio spazio, mi camminano addosso, non m’importa, ho smesso anche di tremare di notte. Sono libera. Ero carne, oggi sono pietra.

Imperfezioni

Ho viaggiato molto nella mia vita. Ho novant’anni e tre mesi e li porto benissimo; non perché non abbiano lasciato rughe a segnare la mia faccia quanto basta, ma perché sono tutti miei e li curo con orgoglio, li conto con la precisione che meritano.

Ho visto la forma delle nuvole cambiare infinite volte, e tutte le ho in mente. I paesaggi che ho contemplato con pazienza o sfuggito in fretta hanno dato forma al mio volto e alla mia vita. I miei giorni sono fatti di ciò che è accaduto, di ciò che ho sognato e di ciò che è stato possibile anche per un singolo momento, le speranze, i desideri e le opportunità, anche quelle che non abbiamo realizzato, contrariamente a quello che si dice, contribuiscono eccome a fare la storia. La nostra storia. Ma se è vero che gli eventi del mondo ci cambiano, anche le nostre piccole storie entrano a far parte di quella più grande.

So che i colori, anche i più luminosi, non sono che illusioni d’ombra, ma senza i colori a che servirebbe la luce? O era il contrario forse? Alla mia età mi perdonerete qualche falla nella memoria e nella logica. Ricordo comunque di tutte le volte in cui il sole ha cambiato la mia percezione di un luogo, gli angoli improvvisamente esposti, i piccoli segreti svelati. Ma ricordo anche delle piogge, i marciapiedi lucidi, il paesaggio che vira sui toni del seppia come una fotografia scattata oggi e poi fintamente anticata, quando gli alberi non sono che forme grigio scuro nell’infinito grigio chiaro del cielo. E ricordo di aver pensato che forse è questo il senso che cerchiamo con tanto accanimento, è tutto qui, essere piccole forme temporanee e mutevoli che interrompono l’uniforme infinito, nuvole in continuo movimento, illuminate per un istante prima di svanire in pioggia e riportare la vita in altri modi, in altri luoghi. Utili? Credo che dentro di noi sappiamo che senza le nuvole non ci sarebbe nulla di tutto il resto, ma non le amiamo per la loro utilità, le amiamo perché nemmeno l’infinito avrebbe senso senza qualcosa di effimero. La mia età potrà ancora una volta essere invocata come scusa per questo che sto per dire, se le troverete farneticazioni di un vecchio e nient’altro, ma se la bellezza, il senso, l’amore e tutto quello che vive fossero nascoste nell’imperfezione? Un signore più saggio di me credo abbia detto un giorno che solo gli sciocchi non hanno neppure un rimpianto, e può essere che se tornassi indietro vorrei cambiare qualcosa. Ma la maggior parte delle mie imperfezioni me le tengo molto strette e molto care.

Pioggia

Considerate l’amore un crimine contro l’ordine imperturbabile dell’umanità, mi promettete non so più cosa in cambio della mia abiura, un’ammissione di colpa e la promessa solenne di rinunciare alla mia follia.

Non sapete nulla della bellezza di un corpo che si piega per prendere la forma del cuore di un altro, dei passi che si incidono a poco a poco nella pelle, lasciando segni dapprima leggeri, poi sempre più profondi ad ogni mattina che ci si alza dal letto insieme, di quando si ride accanto al mare e si ascoltano le storie migliori e le peggiori con le stesse orecchie, di quando si chiede al cielo di proteggere ciò che è stato e ciò che sarà dietro una cortina d’acqua spessa come fumo, che cada magnifica a violenta e prendersela tutta addosso per asciugare le cicatrici, potreste forse comprendere la rabbia di aspettare tutta la notte per accogliere al portone chi arriva non prima del mattino, scalzo, senza neanche sapere dove si trova? Di uno tanto diverso da me ho fatto il mio compagno, ho accolto con la stessa naturalezza il suo bisogno di serate a chiacchierare con gli amici e l’insopprimibile propensione alla solitudine, le strade ripercorse mille volte in compagnia solo di se stesso, in cerca di nulla se non del piacere di riviverle all’infinito; le ore del silenzio e quelle di troppe parole a coprire la forza dell’amarezza; il sale delle rocce disciolte nell’oceano e i fiori di campo, gli alti alberi secolari delle foreste contemplate da lontano, le vigne cresciute per dispetto e sfida e i modesti frutteti con i loro ben più celati tesori. L’ironia e le intemperanze, i momenti in cui le stelle non brillavano e quelle in cui erano capaci di nascondere il sole, la dolcezza e la collera e persino l’odio, che in misura infinitesimale se volete, ma è presente nell’amore come un veleno in un farmaco salvavita. Anche l’amore si impara e si decide, si uccide e rinasce continuamente ed è un gioco, sapete, sì, voi che parlate di maturazione e di diventare adulti, di calcoli e pro e contro, sì, l’amore è un gioco, duro e sporco ma non conosco meraviglia al mondo che possa lontanamente paragonarsi allo stupore di un’appartenenza nata da un lancio di dadi e accudita con la seria allegria dei bambini che sanno come si cresce.

Dite che questo errore dovrà essere punito, questo è il vostro territorio, sono le vostre leggi e io non posso sottrarmi. Eppure dentro di voi, se guardate a fondo, siete consapevoli che qualunque castigo possiate concepire, non cancellerà neppure la più lieve delle orme lasciate dal nostro respiro nel cielo che avvolge questi luoghi, quando la nebbia del pomeriggio riprenderà a tessere i suoi racconti. L’amore è un premio, un privilegio e un onore.

La pioggia si è fatta intensa, e come sempre di questi tempi un senso di conforto e quiete si accompagna a un’ansia nuova. Le foglie arancio-dorato dell’albero di fronte a casa portano il senso dell’autunno anche qui in città. Quanto abbiamo pregato perché la pioggia arrivasse in tempo e adesso pare che i nostri desideri siano stati esauditi. Non in tempo per noi, forse, ma chi può saperlo, dopotutto?

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foto presa da qui

Varnalia

Nel mio vagabondare tra i vari generi letterari, a un certo punto sono capitata a leggere uno dei libri, secondo me, più divertenti che siano mai stati scritti, “Le tredici vite e mezzo del Capitano Orso Blu”, un romanzo fantasy per ragazzi (ma in realtà una presa in giro) di Walter Moers (Salani, traduzione di Umberto Gandini – al quale vanno i miei complimenti). Mi aveva deliziato al punto da spingermi – cosa per me stranissima – a cimentarmi a mia volta in una specie di racconto fantasy. Forse non ne farò niente, però stasera ne ho parlato con mia sorella e allora sono andata a ripescarlo. Magari potrebbe diventare l’inizio di un lavoro a più mani, non mi dispiacerebbe affatto una collaborazione, se qualcuno si sente ispirato… 😀 

La città di Varnalia era nata da una scissione tra la Nazione di Harin e quella di Shon. Harin non voleva riconoscere la signoria di Shon su quella parte di terra che si trovava nel Mar Galerio, e dunque al di fuori dei confini che secondo il Patto di Mur spettavano a Shon. Shon replicava che geograficamente l’isola si trovava di fronte al suo Stato e quindi le apparteneva in base a quello stesso Patto. Gli abitanti di Varnalia alla fine si erano stancati di essere al centro di continue rivendicazioni, minacce e vere e proprie guerre, e stanchi di essere poi assoggettati alle tasse di due Nazioni diverse. Perché in fondo era una questione di soldi: di chi avesse il diritto di riscuotere le imposte su Varnalia, e così finiva che prima le chiedeva Harin, e poi le chiedeva Shon.
Così una notte avevano radunato tutti i loro più forti eroi. Come se l’isola fosse stata né più né meno che una nave, uomini e donne si erano messi ai remi e avevano vogato per ore e ore, fino all’alba. Si erano trovati in un tratto di mare inesplorato, senza neppure sapere se ancora si trattasse del Mar Galerio o se avessero addirittura varcato le soglie dell’Oceano. Speravano solo che in mezzo al mare nessuno avrebbe rivendicato la proprietà di quel minuscolo lembo di terra.
E così fu, infatti. Per molti secoli Varnalia fu dimenticata, cancellata dalle cartine geografiche, si credette che non fosse altro che una terra leggendaria, mai esistita se non nel mito.
Essendosi staccata dal resto delle Terre degli Uomini, però, Varnalia aveva conosciuto una sua evoluzione tutta particolare: uomini e donne di quella città-stato erano tutti alti oltre quattro metri, più del doppio della media degli uomini.
Inoltre su quell’isola si trovavano stranissimi animali come le lontrille, che somigliavano a lontre però anche a dei piccoli coccodrilli; i pavesotti, dalla forma di biscotti tondi ma affettuosi come gattini, più piccoli dei topi e di un curioso color arancione; ma anche i temibili Gragnuolatori, una sorta di grosse scimmie che prendevano a bastonate chiunque le contraddicesse, e gli atroci Scorpioniferi, che erano come dei draghi (anche i draghi c’erano ma se ne stavano un po’ per conto loro) però avevano delle strane enormi chele al posto delle ali, un guscio duro al posto delle scaglie, e sputavano veleno invece che fuoco.
E le piante poi non erano da meno: arvasine mangiapatate, odiate dai contadini; felci loquaci, che ascoltavano e ripetevano tutto quello che si diceva in giro e facevano un po’ da gazzettino (perché su Varnalia non c’erano giornali); e le famose, terrificanti Zucche di Halloween, che ogni anno si trasformavano in orrendi mostri e divoravano tutto quello che era sul loro cammino, piante, animali o uomini che fossero.

Il cioccolato non basta

Stamattina mi ronzavano in mente queste parole, quelle del titolo. Poi è arrivato il racconto.

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Livia è alla stazione. Aspetta il treno e sgranocchia senza voglia, anzi, il dolce le lascia come un senso di leggero disgusto, il sapore vagamente nauseante delle cose fatte tanto per fare, fingendo di crederci. Fingendo di credere che un po’ di cioccolato possa riempire il vuoto. E’ oggettivamente buono, in realtà. Tuttavia, lei lo inghiotte come una medicina; quasi lo sbrana, ma con angoscia, non con cupidigia. Non distingue più il confine tra il piacere, il cervello che cerca di convincerla che davvero è quello che desidera, e la necessità, l’istinto che le svela che solo un bisogno potrebbe farla agire così. Finto, per giunta. Come quando aggiunge coperte al letto benché si renda conto perfettamente che non fa abbastanza freddo da giustificarle, che non è il freddo quello che combatte. Non quello esterno, almeno. Il treno che deve prendere sta arrivando. Lascia che si fermi del tutto, che apra le porte, prima di alzarsi dalla panchina e salire con calma, lentamente, come se non importasse poi tanto perderlo. Le sue mani, invece, sono ancora avvinghiate a quello che resta della tavoletta con forza innaturale, e quando porta un altro quadratino alla bocca lo fa rapidamente e con foga, con impazienza, con un po’ di paura, diresti, come fosse la tavola che si dà in piscina a chi non sa nuotare. O come quando si è aggrappata a un uomo, non perché lui la facesse stare meglio di come stava da sola, ma perché lui l’aveva voluta, anche se lei non era sicura di volerlo, non lo è mai stata e non lo è neanche adesso. Adesso che lui se n’è andato non sa più nulla, non capisce neanche se le manca o no, se è la confidenza, di cui ha nostalgia, la conoscenza dei piccoli gesti, il sapere in anticipo come muoverà le spalle per esprimere imbarazzo, o dove si poggeranno le sue mani quando deve dire una cosa importante. O gli abbracci, o semplicemente il fatto di avere qualcuno che l’aspettava e le parlava. Oppure se è proprio lui che voleva e non lo sapeva. Non lo sapeva e non lo sa e non sa a chi chiedere. Perché per certe domande, il cioccolato non basta.

Jack – Un racconto

Ci ho pensato un po’ se postare questo racconto. E’ nato in una situazione particolare, diciamo. Di getto e in pochi minuti tra l’altro, quindi senza “limature”. Ma è piaciuto, e insomma, ve lo propongo, poi… Più che un racconto si potrebbe forse definire una traccia, ma contiene soprattutto due momenti fondamentali, la nascita e la morte . E tutto il resto in mezzo, nei sì e nei no detti o non detti.

Qualcosa stava cambiando. Se gli avessero chiesto di raccontarlo o anche solo di pensarlo, non avrebbe potuto. Tuttavia, lo percepiva con una chiarezza mai provata prima. Se avesse conosciuto quelle parole, avrebbe potuto dire che era stato fino a quel momento in un luogo morbido, ovattato, ma buio e silenzioso, una specie di limbo, avrebbe potuto chiamarlo così. Senza stare né bene, né male, tutti i suoi bisogni soddisfatti ma nulla che dipendesse da lui.

E adesso, all’improvviso… cosa stava succedendo? Suoni, rumori, una luce accecante… aveva gli occhi chiusi, ma poteva lo stesso accorgersene. Strane figure intorno… Mostri? Sì, forse li avrebbe definiti così, se avesse potuto parlare. Qualcosa lo colpì, gli fece male. Gridò. Poi, un attimo dopo, si trovò nuovamente in un luogo morbido. Non come quello di prima, ma altrettanto piacevole. Di più, forse, perché adesso c’era qualcosa di nuovo. Non aveva mai provato nulla che si avvicinasse a un desiderio, prima. Non aveva mai avuto fame, sete, voglia di guardarsi intorno, di sentire. Tutto gli arrivava senza che si fosse mai neppure sognato di chiederlo. Mentre ora… c’era qualcosa in lui, qualcosa che lo spingeva a voler sapere cosa c’era veramente intorno, da chi venivano quei suoni, se significavano qualcosa oppure no. Aprì gli occhi. Lentamente, molto lentamente, cominciò ad avvertire che quei suoni non erano tutti uguali. Certe voci gli giungevano molto più spesso di altre e lui imparò a distinguerle, ad aspettarle, a desiderarle. Ad associarle ai volti di persone che gli piaceva avere vicino. E si accorse anche che c’era un suono che più degli altri quelle persone usavano. Quando lo guardavano, lo tenevano, gli parlavano. Quel suono era “Jack”. E lui capì che quello era lui. Jack. Era così che lo chiamavano, e imparò ad amare quel nome. Ogni volta che lo chiamavano così, lui rideva e batteva le mani e le altre persone ridevano e battevano le mani con lui. Jack ancora non lo sapeva, ma aveva già detto molti “sì”, in quei primi tempi. Sì alla curiosità, alla voglia di conoscere, ai desideri. Sì ai suoi genitori e al resto della sua famiglia. Sì al suo nome e a tutta la vita che quel nome avrebbe portato con sé.

Passarono gli anni. Vivendo, Jack si rese conto che qualche volta bisogna dire anche no. Forse ne aveva detti più di quanti ricordasse: no, il pesce non mi piace; no, non voglio darti il mio giocattolo; no, non voglio fare i compiti. Ma un giorno si era trovato con un “no” più grande degli altri. Il giorno che i suoi genitori gli avevano detto. “sarai un bravissimo dottore, vedrai”. Perché suo padre era medico, suo nonno era medico, la zia, due cugine. C’era già uno studio pronto ad accoglierlo, quasi senza fatica da parte sua. E lui ricordò quanta fatica aveva fatto per così tante cose, nella sua vita: imparare ad aprire gli occhi e vedere, a parlare e ad ascoltare, a camminare e a studiare. E quanto gli fosse poi piaciuto imparare tutte quelle cose. Si guardò dentro per provare a vedere il sé stesso futuro, medico affermato. E decise che no, non gli sarebbe piaciuto. E lo disse. Un grande no, che costò dolore ai suoi genitori, al nonno e ad altri. Anche un po’ a lui. Ma capì che dire di sì gli avrebbe fatto molto più male.

E poi ci fu Julie. Julie era bella, intelligente, simpatica e il sogno di tutti i suoi compagni di università. Non capì mai fino in fondo perché, quando lei gli fece capire che le piaceva, Jack se la lasciò sfuggire. Forse aveva avuto paura, lei era troppo “tutto”. Forse non era destino. Forse, dopotutto, non gli piaceva abbastanza…

Alla fine i suoi no erano serviti, gli capitava di pensare. Invece di fare medicina aveva fatto lettere. Quando una casa editrice gli aveva proposto di esaminare i libri per loro e valutarli aveva accettato. Pagavano poco ma era un lavoro che amava. Di notte scriveva e a trent’anni ebbe un romanzo pubblicato. Quello era stato un  che non aveva rimpianto. E quando, cinque anni dopo, disse un altro  che gli permise di creare una famiglia con Shirley, sapeva già che non lo avrebbe rimpianto mai. Era morbida e dolce e intelligente e simpatica e gli sembrava più bella ogni giorno che passava.

Tutto questo gli passò per la mente quel pomeriggio, mentre dalla sedia a rotelle guardava dalla finestra tutta quella bellezza e se ne riempiva gli occhi. Il mare, le montagne in distanza, le persone. Ascoltava i suoni e pensava con un sorriso a quando, tanti anni prima, aveva dovuto imparare cosa significa vedere, sentire, desiderare. Aveva detto  alla vita, poteva permettersi di dire sì alla morte. Disimparare i suoni, i colori, le voci, le facce delle persone, la musica, le parole. O forse no. Aveva vissuto, e questo significava che i suoi sì e i suoi no erano quelli giusti. Non era più questione di dire sì o no. Era solo questione di vita. Tutto era vita, anche questo.

Qualcosa di me (Dal libro? Forse…)

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Io sono nata la prima volta in un ospedale genovese, verso le dieci del mattino del 2 giugno 1967.
Non saprei dire il giorno né l’ora in cui sono nata per la seconda volta.
Il luogo era pur sempre Genova, ma in un certo senso c’entrava anche l’America e più precisamente il Colorado.
Immaginatevi una ragazzina sui dodici, tredici anni, che viveva di parole (soprattutto scritte) da quando ne aveva quattro. Che aveva imparato a leggere prima che a parlare e che usava i libri per quello che potevano servire a una quasi-adolescente di quell’età: perdersi e ritrovarsi, costruirsi l’idea che al di là di una realtà faticosissima potesse esisterne un’altra, non necessariamente più facile, ma più intimamente “sua”, forse anche più “vera”, voluta e testardamente edificata pezzettino per pezzettino.

C’erano sere di paura, pretese assurde e botte, nella mia realtà di allora. Ho una foto di classe delle medie con occhialoni spessi, ciocche di capelli spioventi, tutte di lunghezza diversa (tagliate così perché anche quello era un mezzo per reprimere la femminilità); forse, a guardar bene, una piccola lucina, ma quasi invisibile, dietro un volto apparentemente spento. Fu allora che uno scombinato alieno entrò come un uragano nella mia vita già confusamente popolata di cowboy e indiani, principi e principesse, navi e pirati, ladri gentiluomini e case nella prateria. Non era verde, l’alieno, e certo non era mostruoso. Neanche bello però (beh, insomma…), né alto. Ma era atterrato a Boulder, in Colorado appunto, dopo aver viaggiato in un uovo, si sedeva a testa in giù, parlava con la sua tuta spaziale, mangiava fiori (questo lo avevo fatto anch’io, a suo tempo…), faceva amicizia con i bruchi, i robot e i vicini di casa scorbutici e indossava maglioni improbabili e bretelle ancora più improbabili. Con tutto ciò, si comportava più umanamente di molti terrestri, era dolce, faceva tenerezza, rifiutava ogni forma di violenza ma sapeva difendersi splendidamente quando era il caso.
Più di tutto, però, faceva ridere. E, cosa di cui mi resi conto molto più tardi, ma che era già importantissima e preziosa allora, non si rideva di lui, ma con lui.

I bambini sanno sempre trovare occasioni per ridere, anche quando sembra impossibile. Basta poco. Avevo i miei fratelli, i film anni ’50, i giochi con mia sorella. Capitava di ridere, qualche volta. Raramente, ma capitava. Mai così, però. C’erano talmente tante cose, in quelle risate, risate di cuore e di tutto il resto, talmente tante cose che non posso dirle tutte adesso. Forse verranno fuori, a poco a poco. Ma una almeno è molto chiara. C’era prima di tutto il sollievo di sapere che non avevo davvero bisogno di un principe o un pirata, e in realtà neanche di un alieno. Mork era uomo, maschio e gentile e divertente. Non erano cose incompatibili.

No, non me ne innamorai. Cioè, non tanto, non del tutto, non subito. Ma… Non sarebbe giusto dire che tutto cominciò allora. Però certo molte cose ricominciarono, allora. In un certo senso, sono rinata più di una volta nel corso della mia vita. Quella è stata la seconda, la più bella, la più importante, la più indimenticabile. Anche se non mi ricordo il giorno e l’ora.