Oggi Book Pride

Da venerdì a Genova c’era il Book Pride, sono riuscita ad andarci solo oggi (forse è stata una fortuna, per il mio portafoglio), e ovviamente ho fatto incetta di libri. Vero, in questo momento i soldi sono pochi, ma per i libri non si spende, sui libri si investe, è un investimento su sé stessi e la propria gioia. Ne ho presi un bel po’ da Iperborea, tra cui soprattutto l’ultimo Björn Larsson, più un altro a cui ha scritto lui la postfazione, perché Larsson per me è sempre irrinunciabile, E poi un altro bel bottino da Exòrma, casa editrice di cui avevo sentito parlare, ma di cui non avevo ancora letto alcuna pubblicazione. Lacuna gravissima, da rimediare subito. E poi, so che qualcuno capirà perché, questo in particolare non potevo proprio lasciarmelo sfuggire!

 Quindi, i due della foto non sono che un piccolo campione dei miei acquisti, la maggior parte dei quali sono rimasti a Genova. E nonostante tutto, come sempre, ho lasciato un pezzo di cuore su quelli che non ho potuto comprare, ma che dovranno comunque entrare nella mia casa e nella mia biblioteca al più presto!

#Film 1935: I 39 scalini e Roberta

Era difficile trovare due film più diversi, ma è anche questo, dopotutto, il bello del cinema: nello stesso anno, puoi trovare pellicole che proprio sono distanti anni luce, eppure a loro modo entrambe con tanto da dire. Comunque, possiamo dire: un capolavoro del noir e un capolavoro del musical.

Hitchcock è Hitchcock: sceneggiatura, trama, luci, dialoghi, attori, inquadrature, tutto curato nei minimi dettagli per creare esattamente le atmosfere e l’altalena di emozioni che il maestro voleva ottenere. The 39 steps è un’acclamata spy story basata su un tema caro a Hitchcock: l’uomo comune che si trova invischiato in vicende più grandi di lui a causa di un equivoco o del caso: in questo caso Richard Hannay (Robert Donat), deve cercare di eludere da una parte la polizia che lo cerca credendolo l’autore di un omicidio, dall’altra i veri autori dell’omicidio, ossia i membri appunto della organizzazione dei 39 scalini, avente lo scopo di trasmettere importanti informazioni alla Germania. Il film è talmente ben costruito da far dimenticare la totale implausibilità di tutta la vicenda (una sospensione dell’incredulità perfettamente riuscita, insomma); e Madeleine Carroll, prima di una lunga serie di bionde apparentemente (ma solo apparentemente) glaciali contribuisce all’aspetto erotico del film, evidente e palpabile eppure mai volgare o esibito.

Ma Fred Astaire e Ginger Rogers ti riconciliano col mondo anche dopo la più faticosa delle giornate. Naturalmente, bisogna amare i musical, o almeno, accettare di lasciar da parte eventuali pregiudizi ostili (e trascurare qualche lungaggine di troppo); oppure, semplicemente, amare questi due, che è ancora più facile: sono di una simpatia trascinante, e con tutta evidenza si divertono un mondo loro per primi. Se ti diverti a fare quello che fai, per quanto mi riguarda hai già vinto a mani basse. Qualcuno insinua che lontano dal set si sopportassero a fatica; altri ipotizzano una relazione tenuta segreta per esigenze hollywoodiane. Sia come sia, sul palcoscenico la chimica funziona alla grande. Il loro carisma, la loro strepitosa bravura come ballerini, i dialoghi brillanti e il senso artistico di Fred Astaire, che spesso, come in questo caso, creava le sue coreografie, rendono il film godibile dall’inizio alla fine. Al di là della trama, che diventa quasi del tutto superflua. Randolph Scott (il giocatore di football John Kern nel film) fa la sua parte nel ruolo del belloccio svampito, Irene Dunne (Stephanie) è decisamente un’attrice (e una donna) di cui vale la pena approfondire biografia e lavori. Ma Ginger e Fred… La storia, in questo caso, vede gli amori di John e Stephanie e di Huck e Lizzie snodarsi tra disguidi e canzoni attorno alla casa di mode “Roberta”. Dal film sono tratti successi intramontabili come Lovely to look at, I won’t dance e soprattutto Smoke gets in your eyes (nella notevole interpretazione di Irene Dunne).

Prima presentazione, andata!

La prima presentazione del libro mi ha dato grandi soddisfazioni: sala bella piena, persone interessate e i libri presenti si sono rapidamente volatilizzati. Quello che temevo fosse un aspetto critico, ossia il fatto di non aver trovato un “facilitatore” che conoscevo per dialogare con me col libro, alla fine è stato un bene: mi ha introdotto la persona che aveva organizzato l’incontro per la Feltrinelli, competente e brillante, che ha contribuito a rendere la serata vivace. E insomma, il viaggio del Pettirosso continua, e lui canta sempre più forte.

L’universo mi sta dicendo qualcosa

Libri, film e un giardino. La mia idea di vacanza perfetta. O di vita perfetta.

In realtà ho scritto, letto e guardato film molto meno di quanto avrei desiderato, ma va bene comunque. Il giardino e la casa hanno richiesto molte attenzioni. Sto studiando storia, nomenclatura e modalità di coltivazione di un sacco di piante, note e meno note, con tutte le possibili combinazioni e i possibili usi, esemplari singoli, siepi, alberi, erbacee, rampicanti, da sole, da ombra, da mezz’ombra, piante che fioriscono in inverno, piante da bacca, piante con foglie di forme e colori strabilianti. Da perderci la testa. E non ho un parco, intendiamoci, solo un giardinetto. Ma trovo che progettare sia una cosa meravigliosa. Anche in casa. Ho dato il bianco e insomma, alla mala parata oggi potrei anche inventarmi un nuovo mestiere, vivaista, imbianchina, magari presto anche costruttrice di pergolati e sostegni per rampicanti, vedi mai…

Nel frattempo comunque sto proseguendo con la lettura/ri-lettura costante di “Furore”, libro splendido e coinvolgente, ma difficile per le profondità che ti trovi a esplorare. E qualcosa di simile potrei dire per “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas, diversissimo, introspettivo, la storia di una famiglia e di sentimenti e pensieri contraddittori, talvolta quasi crudeli, spesso poetici, quasi sempre molto intensi.

E mi sono vista un film, il primo della wishlist del 1935, non ne sarebbe valsa per niente la pena se non fosse stato per la sempre magnifica Katherine Hepburn, che fu nominata e perse l’Oscar in favore dell’altrettanto grande Bette Davis, la quale ammise che lo avrebbe meritato lei, non so se fosse solo cortesia, ma comunque K. Hepburn a mio parere vale qualunque film possa capitare di vedere. Certo, questo “Alice Adams” ce la mette tutta per farsi dimenticare. Trama esilissima su una fanciulla di bassa origine, che per farsi accettare dalle amiche altolocate si finge (con scarso successo) aristocratica e finisce per farsi sposare dal principe azzurro di turno, naturalmente bello ricco e gentiluomo. Con contorno di storia strappalacrime sull’imprenditore che da anni mantiene posto e stipendio al padre di Alice, inabile al lavoro, che anni prima aveva inventato una formula per un collante miracoloso per il quale non aveva forse ottenuto tutti i benefici promessi. Quando per amore della figlia, l’uomo pensa bene di sfruttare quella formula e mettersi in proprio, senza nemmeno farne parola con l’imprenditore, questi, invece di fargli causa (che avrebbe vinto a mani basse), lo prende come socio. La protagonista e il regista avrebbero in effetti voluto un finale diverso, maggiormente realistico e aderente al libro, ma non ci fu verso. Eravamo negli anni ’30, forse dal cinema si chiedeva che facesse fino in fondo la sua parte di fabbrica dei sogni, e oltre a convincere la gente che il sistema capitalistico era pur sempre il migliore dei mondi possibili.

Tanti buoni spunti, anche volendo mantenere lo stile da commedia, ci si chiede cosa ne avrebbe fatto un regista come George Cukor. Il rapporto col fratello bistrattato di Alice, ad esempio. O il vergognarsi delle proprie origini. Il lavoro, appunto… Fu invece diretto da George Stevens, che non era certo l’ultimo arrivato e avrebbe in seguito ricevuto anche due Oscar e diverse nomination, ma forse all’epoca era un po’ giovane o forse il film non era nelle sue corde. Il messaggio sembra essere: sei una fanciulla un po’ snob ma tanto carina e tutto sommato tanto una brava ragazza? Beh, tutto è lecito, per te e per la tua famiglia, se il fine è conquistare un buon partito. Fingi pure come se non ci fosse un domani, e non preoccuparti che al resto ci penserà il destino, che è pur’esso gentiluomo. Va beh. Meglio il giardino e la pittura alle pareti.

E poi ci sono sempre i tramonti, i cieli in fiore e i pensieri, le memorie, i nuovi incanti che di giorno in giorno si rinnovano. Un articolo visto di recente spiegava perché fa benissimo invecchiare in campagna. Ecco, sento che l’universo mi sta dicendo qualcosa…

Edit: questo post di un paio di giorni fa mi è uscito fuori datato 7 agosto. Non sarei il motivo, forse l’universo era un po’ stanco, a forza di lanciare segnali a destra e a manca e cospirare per la realizzazione dei sogni di tutti…

 

Con tutto l’amore che posso

Mio figlio mi passa le cuffie per farmi ascoltare California Here We Come.

Ho creduto che fosse meglio per me rinunciare allo spazio che riservo alla tua ombra, per meglio vivere gli istanti, ripuliti dalla memoria, dal passato, dalla nostalgia. Illusione! Tu sei in tutte le cose della mia vita, e senza te la nostalgia non passa comunque, ma perde ogni intensità, ogni luce. Buon compleanno, mio gentile uragano. Mi manca da.morire la saggia allegria con cui avresti letto il mondo di oggi, con le sue follie e quell’insopprimibile impulso di umanità che ci resta anche nelle circostanze più ostili. Le tue luci formano la strada che dalla mia casa porta al tuo mare.

Film 1934 – The man who knew too much (L’uomo che sapeva troppo) e David Copperfield

Non sapevo che Hitchcock avesse fatto una versione precedente dell’Uomo che sapeva troppo, per cui pensavo, del tutto irragionevolmente, che si trattasse del film che conoscevo io, con James Stewart e Doris Day, ma non poteva essere. James Stewart aveva circa ventisei anni all’epoca e stava appena muovendo i primi incerti e faticosi passi nel mondo della recitazione (con grande disappunto del padre che avrebbe di gran lunga preferito che portasse avanti il negozio di ferramenta e lasciasse perdere la peccaminosa Hollywood). Doris Day, dal canto suo, nel 1934 di anni ne aveva appena 12.

In realtà si tratta di una versione piuttosto diversa, benché la trama sia in parte simile, e vale come curiosità, e per anticipare alcuni di quei tratti che sarebbero diventati caratterizzanti nei film di Hitchcock (inclusa la sua apparizione, come ombra, in qualche punto di ognuna delle sue pellicole). Si lascia vedere, ma c’è una ragione se quello rimasto nella storia è il film del 1956.

Invece, il David Copperfield del 1934, regia del grande George Cukor, che personalmente ho sempre amato molto, è considerato da molti il migliore tra i film realizzati sulla base del romanzo di Dickens. In effetti, ne riprende quel notevole equilibrio tra dramma, sentimento e humour che fanno di quel libro una delle più grandi descrizioni della vita, con i suoi alti e bassi, gli incontri nefasti (il patrigno Murdstone e l’untuoso Heep su tutti) e quelli invece positivi (come Peggotty, Mr. Micawber e la zia Betsy), tutti ritratti in maniera molto efficace dai rispettivi interpreti.

Si tratta quasi di un film a episodi, non lunghissimo (almeno rispetto al romanzo da cui è tratto), che si sofferma sui momenti più importanti della vita di David, con un grande cast, di cui curiosamente i più noti sono i personaggi di contorno (Basil Rathbone, Murdstone, che poi sarebbe diventato famoso come interprete di Sherlock Holmes, Edna May Oliver, zia Betsy, notissima caratterista, interprete di numerosi ruoli comici, Lionel Barrymore, Dan Peggotty, e W.C. Fields, famosissimo attore comico). Il ruolo del protagonista andò, per la parte dell’infanzia, a Freddie Bartholomew, che sarebbe diventato in seguito uno dei più acclamati bambini prodigio, recitando ad esempio in Capitani coraggiosi, Kidnappedll piccolo Lord, ma avrebbe presto abbandonato la carriera di attore per diventare regista e produttore. Frank Lawton, che ha la parte del giovane David, era un attore inglese, ma non ha mai raggiunto la notorietà, e lo stesso vale per le protagoniste femminili, Maureen Sullivan (Dora Spenlow nel film, ma nota soprattutto per il ruolo di Jane nei film di Tarzan), Madge Evans (Agnes) e Florine McKinney (Emily).