Film Anni ’30 – My Man Godfrey

Una deliziosa commedia (uscita in Italia col titolo L’impareggiabile Godfrey), candidata a tutti e quattro gli Oscar per la recitazione (William Powell e Carole Lombard come attori protagonisti, Mischa Auer e Alice Brady come attori non protagonisti), oltre che per la regia (di Gregory La Cava) e la miglior sceneggiatura, benché non ne abbia poi vinto neanche uno.

William Powell, all’apice della fama per la serie amatissima dell’uomo ombra (tratti dai romanzi di Dashiell Hammett) in cui recitava a fianco di Myrna Loy, interpreta qui la parte di un gentiluomo caduto in disgrazia, che si trova a vivere in una discarica con altri disperati, quando la viziata e insensibile Cornelia Bullock (Gail Patrick) cerca di convincerlo a partecipare a una “caccia al tesoro” in cui uno degli “oggetti” da trovare è proprio un “uomo dimenticato”, un senzatetto. Godfrey rifiuta ma si fa convincere dalla sorella minore di Cornelia, Irene (Lombard), che in seguito lo fa assumere dai suoi come maggiordomo.

Così, Godfrey si trova invischiato in una famiglia piuttosto eccentrica: da Angelica (Brady), la madre svampita di Cornelia e Irene, al padre uomo d’affari sull’orlo di una crisi di nervi, a Carlo (Auer), preudo-artista ipersensibile e “protegé” di Angelica, alla stessa Irene, dotata di una invincibile tendenza al melodramma…

Big Fish, ovvero l’ultimo film che ho visto nel 2019

Big Fish, di Tim Burton (2003): allegro, tragico, spiazzante, gioioso, assurdo, poetico, irritante, malinconico. Con una bellissima storia. e attori del calibro di Albert Finney, Ewan McGregor, Billy Crudup, Helena Bonham Carter. Non grandi star, insomma, ma attori seri, che credono molto in quello che fanno e scelgono i ruoli con molta cura.

Nel suo modo Burtoniano, apparentemente leggero, un racconto molto profondo sul significato concreto, il più vero, non sempre facilmente comprensibile dalle persone a noi più vicine, del condurre una “vita straordinaria” e “restare sé stessi”: ossia, prendere la vita come se fosse una storia, comune, dopotutto, ma al tempo stesso unica per il modo in cui la raccontiamo. E secondo me, è proprio raccontare, immaginare, sognare la vita, per Burton, (e io mi identifico e mi riconosco molto in questo), che, appunto nel renderla esagerata, larger than life, coincide con il viverla.

Related image

 

Tempo di serie tv

Non sono mai stata tanto un tipo da serie tv. Da ragazzina, ho seguito saltuariamente alcuni telefilm, coe si chiamavano allora; e in modo costante solo due: Happy Days, e naturalmente Mork e Mindy, che forse ho amato a tal punto da farmi temere di non poterne amare altrettanto nessun altro. Il che è vero, ma non mi impedisce, oggi, di guardare qualche fiction con piacere.

L’altro giorno accennavo a Downton Abbey e alle sue atmosfere da Inghilterra degli anni ’20 (del Novecento, of course): le vicende della famiglia Crawley (conti di Grantham) e dei loro domestici mi hanno assorbita in maniera quasi inattesa. Ogni personaggio ha un carattere complesso, sfaccettato, tanto da sembrarmi a volte più reali (nel senso di concreti) delle persone in carne e ossa. È un rischio, temo, ma lo corro volentieri. Da Lady Mary, bellissima, aristocratica, attaccatissima alle tradizioni e agli agi della sua famiglia, e tuttavia dotata di dolcezza, generosità e di un senso di ironia che le fanno perdonare certi spigoli, alla sorella Edith, che risente moltissimo delle attenzioni riservate alla maggiore, fino a quando non riesce a “emanciparsi” e trovare un proprio spazio, ad Hannah, la cameriera personale di Mary, forse la donna più onesta, diretta, leale e dal carattere più forte dell’intera serie. Da Thomas, il valletto (e in seguito maggiordomo), astuto e calcolatore, morso dalla gelosia e dall’invidia, ma anche capace di gesti coraggiosi, e inoltre tormentato dalla solitudine e dall’amarezza, tanto da suscitare compassione in diverse occasioni; allo sfortunato Tom, l’autista che è riuscito a conquistare Sibyl, la sorella di Lady Mary, solo per perderla e ritrovarsi in bilico tra due mondi, a disagio in entrambi. Dal Signor Bates, taciturno, introverso e pronto a sacrificarsi in qualunque momento per evitare un male a chiunque altro, eppure non immune da un certo istinto vendicativo, a Lord e Lady Grantham, le rocce da cui dipende l’unità della famiglia nei momenti di tempesta. Da Mrs. Hughes, la governante, dura e severa, attaccatissima al dovere, ma dal cuore d’oro, all’inappuntabile Carson, con il suo passato sorprendente. E poi, certo, la fantastica Lady Violet (Maggie Smith) nonna cinica, sardonica, conservatrice di ferro, dalle convinzioni radicate e saldissime (anche se non incapace di ricredersi, quando ce n’è ragione), estremamente a disagio con le dimostrazioni di affetto, ma capace di sentimenti profondi, e che copre con l’apparente arroganza la fragilità di chi sente il proprio tempo inesorabilmente avviarsi verso la fine, in più di un senso. 

Image result for downton abbey series

Mi fermo qui, ma ognuno meriterebbe uno spazio, ognuno “ha” uno spazio e si ricordano tutti, e questa la trovo una prova di bravura, sia del creatore Julian Fellowes (che è anche il principale sceneggiatore), sia del regista e degli attori.

Di recente, per motivi diciamo linguistici, ossia per far pratica di inglese parlato “americano” (più specificamente newyorkese), ho iniziato a guardare un’altra serie, IThe Marvelous Mrs. Maisel, ambientato negli anni Cinquanta, su una ragazza ebrea di buona famiglia che, perduta da un giorno all’altro la sua vita apparentemente perfetta in seguito all’abbandono del marito, si scopre un talento per l’improvvisazione comica. Ho visto le prime tre puntate, non è male Io sono di gusti difficilissimi per quanto riguarda l’improvvisazione comica, essendomi affinata il palato con il più grande di tutti, ma comunque, per il momento non ho perso la voglia di continuare a guardarlo, nonostante, tra l’altro, non sia facile da capire.

Image result for marvelous mrs maisel series

Oggi Book Pride

Da venerdì a Genova c’era il Book Pride, sono riuscita ad andarci solo oggi (forse è stata una fortuna, per il mio portafoglio), e ovviamente ho fatto incetta di libri. Vero, in questo momento i soldi sono pochi, ma per i libri non si spende, sui libri si investe, è un investimento su sé stessi e la propria gioia. Ne ho presi un bel po’ da Iperborea, tra cui soprattutto l’ultimo Björn Larsson, più un altro a cui ha scritto lui la postfazione, perché Larsson per me è sempre irrinunciabile, E poi un altro bel bottino da Exòrma, casa editrice di cui avevo sentito parlare, ma di cui non avevo ancora letto alcuna pubblicazione. Lacuna gravissima, da rimediare subito. E poi, so che qualcuno capirà perché, questo in particolare non potevo proprio lasciarmelo sfuggire!

 Quindi, i due della foto non sono che un piccolo campione dei miei acquisti, la maggior parte dei quali sono rimasti a Genova. E nonostante tutto, come sempre, ho lasciato un pezzo di cuore su quelli che non ho potuto comprare, ma che dovranno comunque entrare nella mia casa e nella mia biblioteca al più presto!

#Film 1935: I 39 scalini e Roberta

Era difficile trovare due film più diversi, ma è anche questo, dopotutto, il bello del cinema: nello stesso anno, puoi trovare pellicole che proprio sono distanti anni luce, eppure a loro modo entrambe con tanto da dire. Comunque, possiamo dire: un capolavoro del noir e un capolavoro del musical.

Hitchcock è Hitchcock: sceneggiatura, trama, luci, dialoghi, attori, inquadrature, tutto curato nei minimi dettagli per creare esattamente le atmosfere e l’altalena di emozioni che il maestro voleva ottenere. The 39 steps è un’acclamata spy story basata su un tema caro a Hitchcock: l’uomo comune che si trova invischiato in vicende più grandi di lui a causa di un equivoco o del caso: in questo caso Richard Hannay (Robert Donat), deve cercare di eludere da una parte la polizia che lo cerca credendolo l’autore di un omicidio, dall’altra i veri autori dell’omicidio, ossia i membri appunto della organizzazione dei 39 scalini, avente lo scopo di trasmettere importanti informazioni alla Germania. Il film è talmente ben costruito da far dimenticare la totale implausibilità di tutta la vicenda (una sospensione dell’incredulità perfettamente riuscita, insomma); e Madeleine Carroll, prima di una lunga serie di bionde apparentemente (ma solo apparentemente) glaciali contribuisce all’aspetto erotico del film, evidente e palpabile eppure mai volgare o esibito.

Ma Fred Astaire e Ginger Rogers ti riconciliano col mondo anche dopo la più faticosa delle giornate. Naturalmente, bisogna amare i musical, o almeno, accettare di lasciar da parte eventuali pregiudizi ostili (e trascurare qualche lungaggine di troppo); oppure, semplicemente, amare questi due, che è ancora più facile: sono di una simpatia trascinante, e con tutta evidenza si divertono un mondo loro per primi. Se ti diverti a fare quello che fai, per quanto mi riguarda hai già vinto a mani basse. Qualcuno insinua che lontano dal set si sopportassero a fatica; altri ipotizzano una relazione tenuta segreta per esigenze hollywoodiane. Sia come sia, sul palcoscenico la chimica funziona alla grande. Il loro carisma, la loro strepitosa bravura come ballerini, i dialoghi brillanti e il senso artistico di Fred Astaire, che spesso, come in questo caso, creava le sue coreografie, rendono il film godibile dall’inizio alla fine. Al di là della trama, che diventa quasi del tutto superflua. Randolph Scott (il giocatore di football John Kern nel film) fa la sua parte nel ruolo del belloccio svampito, Irene Dunne (Stephanie) è decisamente un’attrice (e una donna) di cui vale la pena approfondire biografia e lavori. Ma Ginger e Fred… La storia, in questo caso, vede gli amori di John e Stephanie e di Huck e Lizzie snodarsi tra disguidi e canzoni attorno alla casa di mode “Roberta”. Dal film sono tratti successi intramontabili come Lovely to look at, I won’t dance e soprattutto Smoke gets in your eyes (nella notevole interpretazione di Irene Dunne).

Prima presentazione, andata!

La prima presentazione del libro mi ha dato grandi soddisfazioni: sala bella piena, persone interessate e i libri presenti si sono rapidamente volatilizzati. Quello che temevo fosse un aspetto critico, ossia il fatto di non aver trovato un “facilitatore” che conoscevo per dialogare con me col libro, alla fine è stato un bene: mi ha introdotto la persona che aveva organizzato l’incontro per la Feltrinelli, competente e brillante, che ha contribuito a rendere la serata vivace. E insomma, il viaggio del Pettirosso continua, e lui canta sempre più forte.