Babele

… But the minds that had conceived the Tower of Babel could not build it. The task was too great. So they hired hands for wages.

But the hands that built the Tower of Babel knew nothing of the dream of the brain that had conceived it.

… Le menti che avevano concepito la Torre di Babele, tuttavia, non erano in grado di costruirla. Il compito era troppo gravoso, così si servirono delle mani di operai salariati.

Ma le mani che costruivano la Torre di Babele non sapevano nulla del sogno del cervello che l’aveva concepita.

(da “Metropolis” di Fritz Lang, 1927)

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Prima o poi…

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Stavo guardando Metropolis quando la mia appendice ha iniziato a fare le bizze. In ospedale ho provato ad andare avanti, poi però ho convenuto con la mia compagna di sventura e di stanza che forse non era il momento giusto, e abbiamo ripiegato su qualcosa di meno impegnativo (a proposito, ho visto per intero il primo film di Woody Allen della mia vita e mi è pure piaciuto, ne parlerò; va detto però che non lo interpretava lui…). Stasera ci ho riprovato ma la palpebra ha cominciato a calare e la testa a ciondolare, mi sa che sono troppo stanca, del resto ho lavorato praticamente dodici ore (ma come mai sono così stanca? Mah!). Ormai è diventata una battaglia tra me e Fritz Lang, è stranissimo, non mi piace quel tipo di scenografie, non mi piace quel tipo di recitazione, però qualcosa mi spinge a proseguire. Ce la farò! E a proposito, credo che il prossimo acquisto Moleskine sarà un film journal. E anche un book journal!

Film 1926 (segue): The Lodger, The Winning of Barbara Worth, Beau Geste e altri

(la prima parte con gli altri film del 1926 che ho visto la trovate qui).

The Lodger – A story of the London fog: l’ho guardato più che altro perché è il secondo film di Hitchcock, all’epoca ventisettenne, ed ero curiosa. Dove si vede che la paranoia non è solo una caratteristica del nostro tempo, e non parliamo poi delle folle isteriche. Basato su un racconto di Marie Belloc Lowndes e sui delitti di Jack lo Squartatore, allora relativamente recenti, il film contiene già molti elementi cari al regista, come il macabro, l’acqua, l’uso di tutte le potenzialità della cinepresa (particolarmente celebrata la scena in cui  i Bunting guardano apprensivamente il soffitto, sentendo i passi del pensionante nella sua camera sopra di loro, e a poco  poco il soffitto diventa trasparente) e, su un piano più propriamente narrativo, l’incubo dell’innocente falsamente accusato. La nebbia simboleggia anche l’opacità morale di certe emozioni e di certi comportamenti. Jonathan Drew (Ivor Novello) affitta una camera presso una famiglia londinese. Il suo arrivo coincide con il periodo in cui un assassino che si fa chiamare The Avenger (il Vendicatore) commette i suoi misfatti contro fanciulle bionde come Daisy, la figlia degli affittacamere. Una serie di indizi punta contro il nuovo venuto, e il fatto che Daisy, legata sentimentalmente al poliziotto incaricato delle indagini, sia attratta da Jonathan complica le cose. Certo viene da dire che indipendentemente da tutto, i due spasimanti sono uno più insulso dell’altro. Però insomma, è pur sempre Hitchcock…

Sparrows, di William Beaudine “The devil’s share in the world’s creation was a certain southern swampland – a masterpiece of horror. And the Lord appreciating a good job, let it stand” (La parte del diavolo nella creazione del mondo fu una certa palude nel Sud. Un capolavoro dell’orrore, che il Signore, che apprezza sempre un lavoro ben fatto, decise di lasciar stare). Un film dalle recensioni controverse: talvolta considerato il miglior film di Mary Pickford (la famosa “Fidanzata d’America”, regina pressoché indiscussa del muto, e la donna più potente dell’epoca, nel mondo cinematografico, produttrice e membro costituente di quella che sarebbe diventata l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, ovverosia l’organizzazione che assegna il cosiddetto Oscar). In altri casi è stato stroncato come melodrammatico, opprimente e con trovate puerili.

La storia trae ispirazione da una realtà tristemente nota ai tempi, quella di certi “asili” privati, di fatto degli istituti per bambini abbandonati o figli di madri nubili ecc., che spesso venivano “venduti” alle coppie adottive. I passeri del titolo sono infatti i bambini di uno di questi asili, gestiti dal terribilmente truce e “dickensiano” Grimes e dalla sua degna consorte. La “Mama Molly” di Mary Pickford è una ragazzina un po’ più grande che si prende cura dei piccoletti. Benché Mary Pickford avesse all’epoca trentatré anni, la sua interpretazione di una ragazzina adolescente è considerata magistrale.Per creare “l’incubo gotico” in cui l’asilo doveva essere ambientato, vennero utilizzati tre acri dei Pickford-Fairbanks Studios in una palude ribollente. Sulla fotografia notevole fu l’influsso esercitato dal cinema tedesco: l’operatore preferito della Pickford, Charles Rosher, aveva lavorato come consulente fotografico per il Faust di F.W. Murnau (1926). Le immagini del film sono considerate splendide, tra le più belle del cinema di quei tempi.

Il link qui di seguito contiene purtroppo solo la prima parte (anche se poi di fatto non ne lascia fuori poi molto); si trovano altri video in rete con il film completo, ma sono “tagliati” in malo modo, se ne vede solo una parte e risultano quindi praticamente incomprensibili o comunque molto poco godibili, possono comunque essere utilizzati per guardarsi la fine.

https://www.uploadstars.com/video/R15XOXS52O3S

Nana, di Jean Renoir: mi dispiace, non sono proprio riuscita a finirlo. Chissà, magari con una congiunzione astrale più favorevole…

Beau Geste, di Herbert Brenon con Ronald Colman: avvenimenti misteriosi sullo sfondo dei combattimenti della Legione Straniera, e di un legame indissolubile che unisce tre fratelli… molto avvincente.

The Winning of Barbara Worth, con Ronald Colman (un tipo davvero affascinante, ricorda un po’ Clark Gable, ma è decisamente meglio, per i miei gusti!) e Gary Cooper nel suo primo ruolo in un lungometraggio (e già bello come un dio). Jefferson Worth sogna di portare l’acqua nel deserto californiano. Un giorno salva una bambina, rimasta orfana durante una tempesta di sabbia (una scena che io ho trovato di grande effetto) e la adotta. Quindici anni dopo, la piccola Barbara è diventata una bellissima ragazza (Vilma Banky). Willard Holmes (Colman) è il capo ingegnere di una società che intende deviare il corso del fiume Colorado, un’impresa che realizzerebbe il sogno del signor Worth facendo di quegli aridi territori un paradiso. Willard si innamora di Barbara, ma anche il cowboy Abe Lee (Cooper) la ama da tempo. Un paradiso però, si sa, attira anche avidità e loschi interessi, che metteranno a rischio non solo l’amore, ma anche il territorio e coloro che sono venuti ad abitarlo, attratti dal sogno di Worth… Uno dei western più western che abbia mai visto, scenografico e spettacolare, con paesaggi cui il bianco e nero non toglie niente, anzi. L’ho trovato bellissimo.

https://ok.ru/video/336759687843

Flesh and the Devil, con Greta Garbo nei panni di una femme fatale (una delle prime?) che prima causa un duello in cui il marito trova la morte, poi sfascia un`amicizia tra due uomini che durava da una vita. Lei è indubbiamente bellissima e forse l`unica che possa permettersi a ventun anni di dire “sei molto giovane” con quel “tono” (evidente dallo sguardo, nonostante il muto), a un uomo più vecchio di lei di sei anni ( che non aveva precisamente l`aspetto di un ragazzino). Per il resto, mah… è che queste storie di triangoli e maliarde non mi prendono molto…

The Strong Man (La Grande Sparata) di Frank Capra, con Harry Langdon: simpatico, ma sempre più mi rendo conto che a parte poche eccezioni, la comicità dell’era del muto non fa per me.

Le disgrazie di Adamo, il primo film di Howard Hawks (regista di film indimenticabili come Scarface, Gli uomini preferiscono le bionde, Un dollaro d’onore, Il grande sonno…. e morto a ottantun anni per le conseguenze di una caduta dalla motocicletta). Purtroppo si trova solo qualche clip, come questa:

 Il Principe Achmed, il primo cartone animato (o forse il secondo) della storia, realizzato con la tecnica delle ombre cinesi. Anche questo non sono riuscita a trovarlo tutto, e per giunta è in tedesco, però mi pare valga la pena darci un’occhiata.

Moscow on the Hudson – La prima scena

Sto riguardando Moscow on the Hudson (Mosca a New York in italiano, regia di Paul Mazursky) credo per la quarta o quinta volta. Rivedo la scena iniziale, con Robin Williams-Volodya (benché ancora chi vede il film per la prima volta non sappia chi è) che fornisce indicazioni a un ragazzo dall’aspetto mediorientale: forse siriano, o persino iraniano, all’epoca non avevano ancora subito un veto di massa. Nonostante l’evidente sicurezza con cui spiega al ragazzo come arrivare a destinazione, il marcato accento del giovane russo (e avevo già parlato tempo fa, nella recensione del film, del lato linguistico della mia sconfinata ammirazione per Robin, che qui parla russo perfettamente, senza doppiaggio, e parla poi la sua lingua madre come la parlerebbe uno straniero) fa capire immediatamente che anche lui non è, strettamente parlando, “del posto” (in più, e forse non è un caso, dietro si intravede l’insegna di un locale italiano).

Da lì poi si dipanano, come in un flashback, e mi sembra una cosa meravigliosamente cinematografica, gli avvenimenti che hanno preceduto, in Russia, la tournée americana del circo in cui Volodya suona il sassofono (e sì, Robin aveva imparato a suonare il sassofono, per fare questo film), l’arrivo negli Stati Uniti, la decisione improvvisa e quasi malvoluta di chiedere asilo politico e tutto quello che ne è seguito.

La trovo una scena di grande delicatezza, dice molte cose “visivamente”, senza troppe parole, come poi accadrà nel corso di tutto il film: dice che l’integrazione è una questione di gradi, di stratificazione, avviene per addizione (di nuove conoscenze, di incontri, di modi nuovi di vedere le cose, di ricordi, di pezzi di vita) e per sottrazione (delle cose e persone conosciute prima, di ciò che si era amato, di pezzi di vita); dice che l’essere “straniero” o “del posto” non sempre è un semplice segno di spunta su un quadratino, che puoi essere entrambe le cose nello stesso momento, che una parte di te può appartenere a un altro luogo fin da quando sei nel tuo “paese di nascita”, e una parte di te non apparterrà mai al tuo “luogo di arrivo” e forse non apparterrà più a nessun luogo. Dice che la gentilezza, altrimenti detta buonismo, ristabilendo l’equilibrio delle parti nell’essere persone, ciascuna con la sua storia e il suo carico di dolore, ci salva dalla paura e dalla rabbia e ristabilisce l’umanità dei rapporti.

Ossigeno,  un antidoto al veleno, un lenta ma tenace frantumazione di tutti i possibili muri, per rivelare finalmente quello che c’è di potenzialmente poetico nella complessità del mondo, una volta che ci liberiamo di classificazioni ed etichette.

La lettrice della domenica – Il Dio del Mare, di Pierluigi Cappello

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Un libro stupendo. Le prose di un poeta, uno dei pochi contemporanei che davvero riesce a entrarmi nell’anima, e mi dispiace averlo scoperto tardi, ma adesso mi cercherò tutti i suoi libri.

È questa l’ebrietudine d’origine, è questo, mi dico, il corso dei poeti, sbarbicare le parole dal silenzio, farle intatte – rosa di Paracelso -, sentirle pesanti sul palmo, come le teste dei re, dentro il cerchio concluso di monete d’oro o di rame.

(Pierluigi Cappello, Il dio del mare, ed. BUR Contemporanea)

La lettrice della domenica – Runaway, di Alice Munro

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Splendida giornata, oggi. Non che abbiamo fatto niente di particolare, anzi, a dire la verità abbiamo lavorato tutto il giorno, ma insieme, abbiamo messo a posto cose che aspettavano da tempo, ci siamo presi cura della casa e di noi e l’uno dell’altro, e quando è così sembra davvero di acchiappare un pezzo di felicità, senza nessun bisogno di grandi cose. Ora farò la mia recensione domenicale e poi mi metterò a scrivere o guardare un bel film anni ’20 o entrambe le cose, e mi creerò ancora un altro angoletto di cose belle.

La recensione per la rubrica di oggi è forse la cosa più impegnativa della giornata. Ho comprato questo libro d’istinto, ho letto i primi quattro racconti (ossia circa la metà) quasi d’un fiato, complice forse anche l’influenza, poi mi sono arenata. C’è qualcosa che mi piace molto, e penso che potrebbe essere l’introspezione, visto che credo di avere in anch’io una scrittura introspettiva. O forse all’opposto, temendo di avere una scrittura “troppo” introspettiva mi aggrappo alle descrizioni più oggettive, ai dialoghi rivelatori, ai dettagli che mostrano più di tante riflessioni raccontate.

Qualcosa però mi respinge. Forse l’introspezione, forse le descrizioni oggettive, forse qualcosa di un po’ asettico, forse “il dolore e la desolazione sotto la superficie” (dalla quarta di copertina), uniti a quella forma “portata all’estrema perfezione, e senza alcun tentennamento”, che invidio ma che mi impediscono in qualche modo di sentire quell’empatia, che pure si dice che la scrittura della Munro possieda.

I racconti certamente riguardano le vite di persone comuni, avvenimenti cardine in vite ordinarie, ma anche questi avvenimenti sono spesso (anche se non sempre) di per sé ordinari, cambiano una vita a seconda del contesto e del carattere di coloro a cui capitano. Al tempo stesso, però, personalmente non riesco a rispecchiarmici, mi paiono storie di vite perdute in una specie di fango grigiastro, di nebbia di inutilità, che forse ottiene il miracolo di raccontarci esattamente cosa significa essere umani, come dice il Times, ma io tutto sommato spero di no.