#Film ’29 Broadway Melody, The Love Parade, Alibi

Non ho ancora trovato un  film significativo. The Love Parade era iniziato così bene, accidenti. Ci sono delle cose deliziose, del resto è Lubitsch, e poi c,è Maurice Chevalier, ma insomma, è la solita storia. Innamoratosi perdutamente della regina Louise, l’impenitente dongiovanni Alfred promette di fare qualunque cosa per la donna, impegnandosi anche a fare da “principe consorte” senza alcun potere e senza nessuna voce in capitolo. La promessa dura poco, e se lei dapprima si comporta da tiranna, dopo invece di ritrovare un equilibrio accetta praticamente di fare di lui un tiranno. Con l’innovcenza della giovinezza ho ahimè perduto anche la capacità di godermi questi film  per quello che sono, e mi innervosisco a vedere questa donna prima comandare a bacchetta e poi supplicare e perdere ogni dignità, come se non ci fossero vie di mezzo. Trent’anni fa avrei detto che il film era a lieto fine. Oggi penso che quello fosse fin dall’origine, e sia rimasto, un matrimonio senza speranza. E non è tanto per il tempo in cui è statoi girato, all’epoca c’erano infatti personaggi femminili ben diversi.

Di “Broadway Melody“, primo film sonoro e primo musical a vincere l’Oscar per il miglior film, ho trovato solo un paio di scene. È generalmente ritenuto comunque del tutto datato. Ha avuto però tre remake (in senso lato) dopo brevissimo tempo e nel giro di sei anni: nel 1936, nel 1938 e soprattutto nel 1940, in quest’ultimo caso con la regia di Norman Taurog, la partecipazione di Fred Astaire e Eleanor Powell (considerata la miglior ballerina di tip-tap del tempo, eppure non ha recitato in altri film con Astaire) e la colonna sonora di Cole Porter. Insomma, ecco un film che non voglio assolutamente perdermi.

Alibi è un noir piuttosto insignificante, lento, con pochissima suspense e quel tipo di messaggio per cui tutto sommato se la polizia eccede un po’ nei metodi non è tanto grave, che ha causato e continua a causare un sacco di danni.

Voglio parlarvi di New Orleans ma arrivo alla sera stanchissima e tutto quello che riesco a fare è guardare qualche film, non sono ancora riuscita a riordinare le idee per scrivere un resoconto degno di tal nome.

#Film ’29: The Manxman, Blackmail e The Cocoanuts

Un altro Hitchcock degli esordi, dopo The Lodger, ma questo è brutto, tanto che non sembra neppure suo. Storia banale (due uomini innamorati della stessa donna), svolgimento estremamente fiacco, tutto molto inverosimile, lento e noiosissimo, forse anche perché nonostante certi elementi comuni, non è un giallo, e Hitchcock pare talmente a disagio nel dirigere la pellicola, che viene da pensare che possa aver accettato per qualunque ragione eccetto la voglia di farlo. L’ho incluso perché è una curiosità e perché, per amore di giustizia, devo dire che gli annunci pubblicitari che purtroppo tocca sorbirsi ogni cinque minuti sul sito dove l’ho trovato non lo aiutano di sicuro. Comunque, anche in caso di drastico calo di zuccheri, piuttosto un Harmony

Molto meglio, per ripercorrere un po’ di storia hitchcockiana, Blackmail, dello stesso anno, anche se in rete purtroppo lo si trova solo a pezzi e bocconi, ma già è chiaro da quei frammenti che si tratta di qualcosa di decisamente più interessante. Credo che lo ccomprerò, si trova facilmente e a prezzi molto ragionevoli.

Parlando di esordi, The Cocoanuts è il primo film dei Fratelli Marx, in questo caso bisogna proprio cliccare sul link, non c’è anteprima, ma delle varie versioni del film che si trovano in rete, questa è quella che si vede e si sente meglio. Dei fratelli Marx avevo solo sentito parlare, non avevo mai visto niente, e sapevo solo del loro lato comico. In realtà erano tutti musicisti di talento, soprattutto Harpo, cui avevo fatto un grosso torto pensando che non fosse lui a suonare nel film, mentre è proprio l’abilità con l’arpa che gli è valsa il soprannome, e inoltre suonava vari altri strumenti. Come clown, invece, non mi piace per niente, ma è un problema mio, detesto i clown. Chico invece era un eccellente pianista, e anche lui sfrutta questa dote nel film, mentre Groucho è evidentemente il più dotato di ironia. Il film è carino, devo ancora decidere se il loro tipo di comicità mi piace, ci sono un paio di capolavori negli anni successivi che sicuramente intendo guardare.

Sono comunque felicissima di essere arrivata all’epoca del sonoro, anche se il ,muto mi ha riservato alcune piacevolissime sorprese!

 

#Film del ’29 – The Skeleton Dance e Mickey Mouse – The Haunted House.

Siamo tornati oggi da New Orleans, luogo del Voodoo Festival, che estende le celebrazioni di halloween a una settimana almeno. Non ce la faccio a scrivere quasi niente, però. Bel viaggio, ma ve ne parlerò nei prossimi giorni. Per adesso vi lascio i primi due cartoni di Walt Disney, 1929, The Skeleton DanceMickey Mouse – the Haunted House, visto che tra l’altro sono in tema con il periodo.

#Film 1928 – The Circus, The Cameraman, The Last Command

Uff! Mi ostino a riprovarci, ma la comicità di Buster Keaton proprio non mi diverte. Il film di Chaplin non è comico, anzi, direi notevolmente triste. Nessuno dei due film è brutto, intendiamoci. The Cameraman, poi, è considerato un capolavoro, e se vi diverte Keaton, è senz’altro più adatto a una serata di relax. Su Chaplin si può contare per una visione poetica, pur se malinconica, anche in questa pellicola ritenuta “minore”.

The Last Command di Sternberg invece mi è piaciuto molto. Emil Jannings ha vinto il primo Oscar come miglior attore protagonista per il ruolo del generale russo Sergej Alexander, cugino dello zar, la cui vita cambia radicalmente in peggio dopo essere miracolosamente sfuggito alla morte nel corso della Rivoluzione. Proprio le dolorose circostanze che hanno accompagnato quegli eventi lo hanno segnato nel fisico e nel morale. Quando un suo vecchio nemico rivoluzionario (interpretato da William Powell), nel frattempo diventato regista in America, scopre il suo nome nell’infinita lista di chi cerca lavoro come comparsa, decide di assumerlo con l’intenzione di umiliarlo…

Una storia senza buoni e cattivi, con un personaggio femminile (la rivoluzionaria/amante di Alexander) sufficientemente complesso da essere considerato di notevole modernità, in un film che non ha morali chiare da diffondere, ma parla di arroganza punita, di orgoglio e caduta, di dignità e di fortissime emozioni in un quadro storico più generale. Raccontare la Rivoluzione russa nella sua verità non era affatto l’intento di Sternberg, che sembra piuttosto usarla come sfondo e come esempio dei grandi eventi che possono in qualunque momento travolgere i singoli.

#Film anni 20 – The Wind

Un film notevole, del bravissimo Victor Sjöström, che aveva a cuore il tema del rapporto tra uomo e natura ed ebbe, pare, una profonda influenza su Ingmar Bergman. Gli effetti sonori straordinariamente sinistri, ossessivi, sono perfetti per sottolineare le devastanti conseguenze del vento, che inaridisce la terra e rende le emozioni brucianti, amplifica i desideri, le paure e le frustrazioni. Non conoscevo il film, era uno di quelli consigliati su Mymovies e devo dire, meritava. Protagonisti molto espressivi: Lillian Gish interpreta Letty, Virginiana sprovveduta ma assai determinata, che raggiunge il ranch del cugino pensando di trovarvi prosperità. In realtà si tratta di una terra arida e desertica, battuta da questo vento di tempesta che gli Indiani, nel momento della sua massima ferocia, identificano con un cavallo demoniaco. La gelosia della moglie del cugino (Dorothy Cummings) è tale da spingerla a cacciare Letty, constringendola a sposare il rozzo cowboy Lige (Lars Hanson). Letty in effetti è attratta da Lige – e non a torto – ma i suoi modi alquanto lontani da quelli a cui è abituata la spaventano al punto da pretendere un matrimonio “bianco”. Molto evocativa la scena in cui si vedono solo gli stivali di lui e le scarpe di lei, e tutte le emozioni stanno nel movimento dei piedi. La bufera rischia davvero di far impazzire Letty, ma quando un vicino, approfittando dello stato di prostrazione in cui si trova, la violenta (o tenta di), lei…

Cinema anni ’20 – Underworld

Ovvero Le Notti di Chicago, di Joseph Von Sternberg (1927), con Clive Brook (“Rolls-Royce”), Evelyn Brent (“Feathers”) e George Bancroft (“The Bull” Weed). Forse il primo gangster movie, all’epoca colpì sia per il soggetto, sia per il modo in cui era trattato, che avrebbe poi ispirato i vari film successivi dello stesso genere. Bello, bello, bello, era consigliatissimo su Mymovies ma mi è piaciuto molto al di là delle mie aspettative.

Ingredienti per noi forse scontati, il gangster, la pupa del gangster, un amore contrastato, il mondo del proibizionismo, mai citato ma ben presente, allora però dovevano essere davvero innovativi e questo secondo me si percepisce. L’ho trovato ironico, a tratti divertente, a tratti denso di suspence e la scena del ballo dei malavitosi è splendida.

Non sono quasi mai certa del mio intuito quando si tratta di recitazione, ma in questo caso ho avuto ragione. Non conoscevo Clive Brook, l’ho molto apprezzato e ho poi scoperto che era uno degli attori più importanti del muto, passato poi al sonoro con un ottimo successo e molti bei film all’attivo.

La carriera di George Bancroft è stata molto più breve, almeno nei ruoli principali, ma con alcune punte interessanti, e con un seguito da caratterista tutt’altro che trascurabile.

Evelyn Brent è davvero bella e il suo sguardo le ha fruttato alcuni bei ruoli, anche se non forse tanti quanti ci si sarebbe potuti aspettare. Consigliatissimo, per quel che vale, anche da me. E con questo spero di riprendere infine alcune delle rubriche da tempo trascurate, il cinema del martedì, i blog del sabato, i libri della domenica e chissà, forse anche il Robin’s Monday, ma devo vedere cosa riesco a fare. Almeno quelle del cinema e dei libri spero proprio di sì!

Babele

… But the minds that had conceived the Tower of Babel could not build it. The task was too great. So they hired hands for wages.

But the hands that built the Tower of Babel knew nothing of the dream of the brain that had conceived it.

… Le menti che avevano concepito la Torre di Babele, tuttavia, non erano in grado di costruirla. Il compito era troppo gravoso, così si servirono delle mani di operai salariati.

Ma le mani che costruivano la Torre di Babele non sapevano nulla del sogno del cervello che l’aveva concepita.

(da “Metropolis” di Fritz Lang, 1927)

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