#Film 1922-23, Laugh-o-grams, le favole rivisitate di Walt Disney

Tra il 1922 e il 1923, Disney, poco più che ventenne, è agli inizi della carriera. Ha già avuto il tempo di frequentare una scuola superiore e seguire dei corsi di arte serali, tentare di arruolarsi per combattere i tedeschi, venendo respinto perché troppo giovane (nel 1918, aveva diciassette anni), falsificare la propria data di nascita per collaborare con la Croce Rossa come autista e lavorare per qualche tempo come apprendista in uno studio di grafica pubblicitaria. Licenziato nel ’20, dopo un breve tentativo di darsi alla grafica pubblicitaria in proprio, si avvicina all’animazione, sperimentando a casa. Ben presto sforna questi “Laugh-o-grams”, dei corti in cui le favole di Esopo vengono modernizzate: il padrone del Gatto con gli Stivali conquista la principessa fingendosi torero (era un periodo che i toreri andavano per la maggiore, dopo Sangue e Arena), ma non riesce a vincere l’ostilità del re suo padre, sicché i due fuggono in auto, rinunciando alla vita di corte – e “vissero sempre felici e contenti” comunque (o proprio per questo). Il principe di Cinderella è un cacciatore, ma invece di uccidere gli orsi, se ne serve come banditori per portare ovunque la notizia del ballo; Cappuccetto Rosso sfugge, anziché a un lupo, a un malintenzionato del tutto umano, e non grazie a un cacciatore, ma a un aviatore che la salva in elicottero; e Alice trova il suo Paese delle Meraviglie dopo aver visitato uno studio di animazione. Sono già straordinari gli oggetti, che letteralmente prendono vita, dando alla storia quel gusto in più (la scena del treno in Alice, ad esempio, è una delizia).

Da qui, prima ancora che da Topolino, nasce tutto.

Film 1922 – The Pest e The Prisoner of Zenda

Un frammento di un film più lungo (forse andato perduto, da quanto ho capito) in cui Stan Laurel, alle prese con un cane che non vuole lasciarlo uscire di casa, si traveste da cane a sua volta ma rischia di finire… nella rete degli accalappiacani. Non sono riuscita a trovare altre parti del film, che pure apparentemente dovrebbero esserci. Questa comunque è molto divertente. Anche la regia era di Stan Laurel, il quale già da circa un decennio era noto come comico prima di incontrare Oliver Hardy.

The Prisoner of Zenda è una delle varie versioni tratte dall’omonimo romanzo d’avventure scritto da Anthony Hope nel 1894. In questo caso la regia è di Rex Ingram, che aveva in precedenza diretto The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell’apocalisse) con Rodolfo (Rudolph) Valentino. Quando avevo parlato di quello, avevo anche inserito una breve biografia di Ingram.

The Prisoner of Zenda ha come protagonisti Lewis Stone, davvero un bel tipo, capelli precocemente ingrigiti ma viso interessante e recitazione niente male, e Alice Terry, bella e aggraziata. Meno efficace secondo me Stuart Holmes nel ruolo del Duca “nero” Michael, ma forse è solo che all’epoca i malvagi dovevano apparire tali senza dubbi di sorta, e le perfide smorfie erano requisito essenziale (a tratti sono talmente accentuate da apparire buffe). Troppo svenevole Barbara La Marr nel ruolo di Antoinette, amante del Duca, ma anche lì, lo erano quasi tutte, ai tempi. Ramon Novarro in un ruolo secondario sarebbe in seguito succeduto a Rodolfo Valentino come latin lover in vari film, qui è uno degli scagnozzi del duca, ma come cattivo non è granché credibile.

Il film è ambientato in un immaginario regno, presumibilmente in Europa Orientale, Ruritania, alle prese con problemi di successione al trono. Quello che dovrebbe essere il legittimo sovrano, Rudolph, è debole e alcolizzato, e suo fratello trama nell’ombra per prendere il suo posto.

Quando il futuro re viene prima drogato e poi rapito, l’arrivo inatteso di un cugino inglese della casata, Rudolph Rassendyl, che è il perfetto sosia dell’altro Rudolph, sembra un dono del destino per sventare i piani del malvagio Michael. Un Rassendyl un po’ recalcitrante prende infatti il posto del re all’incoronazione, ma rischia di prendere il suo posto anche nel cuore della bella principessa Flavia, che per ragioni di stato dovrebbe sposare re Rudolph, benché non le piaccia molto. Rudolph Rassendyl, che è molto più deciso e virile, le piace invece eccome.

Nel frattempo sia Rassendyl che re Rudolph rischiano di finire vittime dei loschi piani del truce Michael…

Un buon film, non all’altezza del miglior Ingram, si dice, in effetti è in alcuni momenti forse un po’ troppo lungo, e benché all’epoca avesse ricevuto nel complesso recensioni positive, è stato criticato tra l’altro per una ragione curiosa per un film muto, il fatto cioè che si “parlasse troppo”. E devo dire che è un po’ spiazzante in effetti “vedere” questo ampio dispiegamento di dialoghi che non si sentono e non sono neanche, in buona parte, riportati nelle didascalie.

Consiglierei anche di mettere a zero il volume della musica, è di una monotonia da fare spavento, rasenta l’ossessione, forse più che di musica si potrebbe parlare di una sorta di accompagnamento ritmico che dopo un po’ diventa davvero fastidioso.

A parte questi che sono tutto sommato difettucci, è un bel film, l’avventura e la suspence non mancano e ho scoperto due attori, Stone e Alice Terry, ma in particolare il primo, che non conoscevo per niente e che valeva invece la pena di conoscere.

Robin’s monday – Piccole gemme: la presentazione di Al Pacino per l’AFI Life Achievement Award

Un piccolo esempio di quando Robin apparentemente prendeva in giro qualcuno, in realtà per esaltare i suoi meriti in maniera più memorabile di quanto qualunque premio, e qualunque discorso paludato di elogio, avrebbero mai potuto fare. Chissà se ad Al Pacino ha fatto più piacere il premio, o il fatto che a presentarlo fosse l’uomo che ai tempi di Insomnia aveva saputo tirargli fuori tutto il lato più antiaccademico che c’era in lui, ridimensionando la stanislavskizzazione e dimostrando a lui e al mondo che si può impersonare con estrema efficacia un efferato assassino (così come un detective insonne e perseguitato dai suoi demoni) senza per questo smettere di divertirsi in quello che si fa.

E comunque anche questo è cinema

Già che il mio blog parla anche (tanticchia) di cinema, forse qualche parola su Villaggio sarebbe anche giusto che la dicessi, non saprei, forse no, è sempre difficile in questi casi, quando non sei d’accordo neanche con te stesso e una parte di te dice che faresti meglio tutto sommato a startene in silenzio  Però anche ignorarlo non mi parrebbe giusto.

Il fatto è che non ho mai amato Villaggio. Non l’ho amato da bambina, quando non avevo fatto ancora in tempo a leggere le critiche fatte “col sopracciglio alzato” da chi in seguito è stato additato come snob (e magari alcuni erano un po’ fuorviati dall’idea che ciò che è popolare non può essere “importante”). Non l’ho amato dopo, quando, come spesso succede, è stato rivalutato anche tanto per moda, perché a un certo punto è successo che se prima per essere intelligente dovevi disprezzare la sua comicità, dopo per essere intelligente dovevi osannarla. E a me non faceva ridere prima, e neanche dopo. Né adesso. Dietro ci ho sempre sentito una disperazione senza rimedio, un pessimismo cosmico, addirittura uno svilimento delle persone che raccontava (con molta rabbia e con molto rancore, secondo me) tale da sfociare nella rassegnazione, nel non provare neppure a pensare che potesse esistere un modo diverso di essere.

Non ho letto i suoi libri, ho forse visto un paio dei film che perfino i più altolocati critici cinematografici avevano approvato, senza cambiare mai idea sui suoi personaggi comici, e senza restarne particolarmente impressionata. Non credo che apprezzerebbe un omaggio fatto solo perché è morto, non lo amo e credo che a chi mi segue sia molto chiaro il perché. Detesto la cattiveria, soprattutto poi quando sfocia in una sorta di complicità – pur involontaria, sicuramente. Non lasciare speranza di cambiamento rischia di giustificare chi si crogiola in quegli stessi difetti che si volevano mettere alla berlina.  La mia idea è che certi aspetti del mondo e della vita faranno pure schifo, e nel mostrare quello schifo si potrà pure riuscire a far ridere (che richiede indubbiamente un talento), ma poi ci si ferma lì, non si riesce a intravedere un “oltre”. E io credo che l’oltre sia tanto importante quanto quello che vedi, probabilmente di più. Se non immagini che si possa arrivarci, non puoi arrivarci.

E’ come con i bambini: se vuoi davvero farli crescere, con l’affetto e fiducia nelle loro potenzialità, facendo leva sui loro lati migliori, ottieni smisuratamente di più. Da lì potrai poi partire per criticare poi quelli peggiori (e naturalmente anche facendo ridere, se si è capaci, anzi, sarebbe il modo migliore; e anche con ferocia, se ci si rivolge agli adulti), senza però mai disprezzare e deridere o lanciare il messaggio “sei così, non cambierai mai, finirai male”; o magari “sei una merdaccia”.

Detto questo, c’è però una cosa che capisco molto bene, ed è il dolore per qualcuno che ha in qualche modo, anche indirettamente e a distanza, avuto un ruolo più o meno importante nella nostra vita. Quando muore una persona nota, accanto al ricordo di chi l’ha apprezzata c’è sempre chi dice “vabbè, ma tutto questo casino solo perché era famoso”. Io penso che chi dice così non abbia capito molto del meccanismo del successo. Se hai successo, grande o limitato che sia, vuol dire che sei stato capace di esprimere in modo efficace le idee, le emozioni, i desideri, i timori, il coraggio e direi la vita, forse l’anima di un certo numero di persone. Mai di tutte, ovviamente, perché questo è legato alle differenze individuali, così come ciascuno di quelli che ti apprezzano lo farà in modo e per motivi diversi, ma comunque arrivare al cuore e all’intelligenza di  persone resta è una bella capacità, e in questo senso, dopotutto, credo che Villaggio sia stato comunque grande. Il ritratto che ha fatto di alcune caratteristiche umane era sicuramente accurato e forse anche, come molti pensano, geniale; non gli toglie nulla il fatto che fosse un ritratto parziale e volutamente grottesco. Mi dispiace molto che sia morto, per chi gli ha voluto bene da vicino o da lontano. Io continuerò a non guardare i suoi film ma credo che in fin dei conti non se ne farà un cruccio.

#Film 1922 – Robin Hood

Mi sono arresa: ero riuscita a vedere Nosferatu e sono contenta di averlo fatto, era una pietra miliare e un film ancora oggi di un certo impatto. C’è un limite anche alle pietre miliari, però, e con Dr. Mabuse di Fritz Lang non ce l’ho proprio fatta, non vogliatemene, ma ho ceduto alla noia e all’assoluta inverosimiglianza della vicenda. In ogni caso il link ve lo lascio, la sua fama merita almeno un tentativo.

E allora, accantonata la pietra miliare, torno a godermi il cinema per il cinema, per il gusto e il divertimento, e riecco Douglas Fairbanks sr., con i suoi baffetti da sparviero (cit.) e il suo Robin Hood.

Mi è piaciuto moltissimo, come già mi era piaciuto The Mark of Zorro, questi film di cappa e spada richiedono simpatia e agilità ma anche una certa dose di intelligente osservazione della realtà, e qui non manca nessuno di questi ingredienti. Se le scene dei duelli non hanno la grazia da vere e proprie danze che avrebbero assunto con Douglas Fairbanks jr. ed Errol Flynn, fanno comunque egregiamente il loro mestiere, ma il clou secondo me si raggiunge con le scene immediatamente successive al momento in cui il famigerato principe Giovanni usurpa il trono e comincia a tiranneggiare e immiserire il popolo. Ho idea che il celeberrimo (meritatamente) cartone Disney del ’73 debba moltissimo a questo antenato, pur lontanuccio. La vanità di John (il cui primo pensiero indossata la corona è quello di rimirarsi nello specchio) e il pesantissimo giogo sotto il quale tiene la popolazione, pur addolcito per i bambini, sono elementi in comune. Lo stesso aspetto del principe richiama moltissimo il “perfido” Sam De Grasse, credibilissimo tiranno avido ed egocentrico. Fairbanks era anche l’autore della sceneggiatura (accreditato come Elton Thomas), mentre la regia è di Allan Dwan, che in seguito avrebbe diretto altri cinquecento film, uno più, uno meno, senza mai ripetere l’exploit di questo universalmente acclamato capolavoro.

Menzione speciale per la colonna sonora di Victor Schertzinger, compositore e regista non famosissimo ma noto, autore tra l’altro di una colonna sonora giudicata splendida per The Fleet’s In (La fortezza si arrende) del 1942, con testi di Johnny Mercer. Di fatto però lo cito perché è la prima volta in questa mia carrellata cinematografica dal 1920 in poi, che la colonna sonora mi sembra adatta alla storia raccontata. Nei film precedenti mi pareva solo un accompagnamento messo lì alla buona senza alcun nesso. Qui sono andata a vedermi l’autore perché da assoluta profana di musica, e di colonne sonore da film anche di più, avevo avuto però la sensazione appunto che l’autore ne capisse parecchio. Sono orgogliosa di me stessa per questa intuizione 🙂

Un’altra curiosità: Alan Hale piacque così tanto nel ruolo di Little John, che lo interpretò anche sedici anni più tardi, nel 1938, con errol Flynn nel ruolo di Robin Hood, e addirittura nel 1950 in Rogues of Sherwood Forest, 28 anni dopo la prima interpretazione!

Robin’s Monday – Piccole gemme: il discorso al Congresso per i senzatetto

Qui c’è poco intrattenimento, lo ammetto. In un paio di occasioni Robin riesce a far ridere persino i membri del Congresso, ma non ho scelto il video per questo. Era il ’90 e da quattro anni e mezzo era nata l’organizzazione “Comic Relief”, in cui partecipavano Robin e Billy Crystal e Whoopi Goldberg. Loro facevano spettacoli comici in vari teatri e gli utili andavano interamente a favore dei senzatetto. E’ per questa ragione che Robin venne chiamato a testimoniare in Congresso sul tema (vedete sullo sfondo Whoopi Goldberg, e Crystal avrebbe dovuto essere presente anche lui ma non stava bene) in occasione di un progetto di legge che intendeva affrontare il problema in maniera più organica. Ci sono le trascrizioni nel video (se andate su “altro”), con moltissimi errori, come quasi sempre in questi casi, ma aiutano a capire il senso. Mi interessavano soprattutto, però, la passione civile, la competenza specifica in materia (ché prima di dire la sua su qualcosa, Robin se la studiava, e non superficialmente), e l’emozione e la partecipazione umana che animano quella competenza; la consapevolezza che quando qualcuno in una società cade e non riesce a rialzarsi, tutti ci rimettono; e che ci sono tantissime persone che fanno la loro parte, che si mettono in gioco in prima persona, ma se non si è tutti insieme, se non si ha l’appoggio di una soluzione politica, l’iniziativa individuale non basta. Un’altra sfaccettatura ancora, un altro modo di entrare in profondo contatto col mondo in tutti i suoi aspetti, mantenendo quell’integrità dell’anima che è possibile solo quando lo lasci entrare e lo restituisci a se stesso, anche in ciò che vorrebbe nascondere, continuando ad amarlo ma senza mai accettare di fargli da specchio, da conferma o da pretesto.

Nosferatu

Bene, Nosferatu l’ho finito. Per l’epoca doveva essere davvero spaventoso. Personalmente detesto lo splatter (e in questo mio excursus storico del cinema non mi chiedete di cimentarmi con Argento e compagnia sanguinante, perché non lo farò), mentre qui ho apprezzato il fatto che si lasciasse molto spazio all’immaginazione. Credo che fosse proprio una caratteristica di quei tempi, non si vedevano scene esplicite di omicidi così come non si vedevano quelle erotiche. Per dire, Nosferatu passa per avere un “contenuto erotico”, che sicuramente si intuisce ma non si vede granché. Il film non ebbe un grandissimo successo di pubblico e subì anche delle vicende giudiziarie che rischiarono di farlo sparire per sempre, non per le presunte scene “scabrose” ma per le beghe con Bram Stoker, al cui Dracula la storia è ispirata e con cui non ci si riuscì ad accordare per i diritti. Un tribunale ordinò di distruggere tutte le copie ma una si salvò per miracolo.

Pare fosse inusuale, per quegli anni, la scelta di girare effettivamente il film nei luoghi in cui è ambientato, nell’Europa dell’est, con poche ricostruzioni in studio. È sicuramente una scelta che paga, il realismo del paesaggio “vero”, unito a una visione più espressionistica, particolarmente (ma non solo) negli interni del castello, aumentano il senso di inquietudine, così come i giochi delle ombre.

Quello che non mi è piaciuto molto è la recitazione: benché una certa teatralità fosse comune nel primo cinema, qui secondo me si esagera, le espressioni finiscono per cadere nel ridicolo, almeno a tratti. In molti momenti, inoltre, l’ho trovato un po’ lungo e pesante. Ci sono poi un paio di messaggi abbozzati ma non sviluppati, quello della punizione di chi si fa beffe di ciò che è “immateriale” (il protagonista Hutter che ride del libro misterioso che narra di Nosferatu, e dà l’avvio alla immane serie di tragedie) e quello della vittima sacrificale (su cui la folla inferocita scarica la colpa dell’epidemia che ha colpito il paese). Mi sembrano un po’ cose piazzate lì così senza sapere bene cosa farne. Il concetto di fondo resta comunque, al di là dell’ombra di morte che aleggia un po’ su tutti noi, quello della sete di sangue; forse più efficace e di più immediata comprensione allora, quando la prima guerra mondiale era appena finita e tanti erano stati quelli che si erano sacrificati per fermare l’epidemia di morte. Lo stesso regista Murnau aveva partecipato alla guerra, nelle forze aeree tedesche. Non mi pare comunque che prenda una posizione netta e non lo definirei certo un film di denuncia.

Murnau si trasferì a Hollywood nel ’26 ed è noto anche per aver diretto in seguito film acclamati come Faust, The Last LaughSunrise.  Morì in un incidente d’auto nel ’31.