Il Mago di Oz

 

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Uno dei film da Oscar che mi sono comprata è questo: candidato a cinque statuette, vinse quella per la miglior colonna sonora. Colpevolmente non lo avevo mai visto (!), né avevo mai letto il libro (!!). Naturalmente conoscevo a grandi linee la storia: chi non sa del Leone Codardo, dell’Uomo di Latta e dello Spaventapasseri e della tremenda Strega dell’Ovest? Chi non sa della casa di Dorothy strappata alle sue fondamenta nel solido Kansas e trascinata in aria da un uragano almeno in questo caso molto più immaginario e interiore e meno catastrofico di quelli “meteorologici”?

Aggiungete  Over the Rainbow, una delle canzoni più famose di tutti i tempi, una fantasia sfrenata, magnifiche scenografie e avrete il quadro di un film incantevole, coinvolgente e pieno di magnifiche trovate e splendide idee… tranne il finale un po’ troppo zuccheroso e conformista, ma del resto è un po’ come per Pinocchio: alla fine tutto sommato non ha poi tanta importanza che lui diventi un bambino giudizioso. Crescere non è necessariamente una brutta cosa, certo meglio che rimanere adulti infantili, ma noi tutti sappiamo che quello che conta sono le avventure, la magia e la fantasia, che né Pinocchio né Dorothy, speriamo, perderanno mai neanche da adulti, così come non le hanno perse i “grandi” che hanno scritto le loro storie.

#Film 1933: Topaze e Morning Glory

Topaze è un delizioso piccolo film con John Barrymore e Myrna Loy, tratto da una commedia di Marcel Pagnol. Auguste Topaze, un ingenuo scienziato e modesto insegnante di scuola, viene licenziato quando rifiuta di alzare i voti al figlio di una baronessa (ah! Ma già allora, dunque, certi genitori usavano prendersela con gli insegnanti quando i loro figli non combinavano niente!). Viene in seguito assunto dal marito della baronessa, con la complicità della sua amante Coco, come “prestanome” per dare credibilità a una presunta acqua miracolosa e costosissima. Quando scopre la truffa, e viene insignito degli onori accademici da una commissione che capisce essere corrotta, Topaze decide di ripagare il barone della stessa moneta. Riuscirà a vendicarsi senza perdere la faccia, e persino a conquistare la bella Coco. John Barrymore è strepitoso.

Anche Morning Glory mi è piaciuto moltissimo: è valso tra l’altro il primo Oscar a Katherine Hepburn, attrice che come dicevo ammiro particolarmente. In un certo senso il film “è” Katherine Hepburn, si basa sulla sua bravura, sul suo fascino e sulla sua personalità. La storia in sé non sarebbe infatti particolarmente originale – tratta della strada costellata di delusioni e ostacoli che una ingenua ma ambiziosa ragazza di provincia deve percorrere per arrivare al successo (non si sa quanto duraturo) a Broadway. Lei la rende “viva”.

#Film 1933 – Dinner at Eight

Dinner at Eight è un altro film-parata di stelle, un  sulla scia di Grand Hotel dell’anno prima, diretto da George Cukor, forse per questo a me è piaciuto di più (Cukor è uno dei miei registi preferiti), benché lo abbia visto un po’ a pezzi e bocconi, spalmato su varie serate, perché non sono riuscita ad avere due ore tranquille in cui guardarmelo tutto intero con calma.

Le star sono qui radunate con il “pretesto” di una cena organizzata dalla signora Millicent Jordan (Billie Burke), moglie di Oliver (Lionel Barrymore), un imprenditore marittimo che la crisi del ’29 ha portato sull’orlo della rovina. Millicent è molto ansiosa di salire la scala sociale, e a questo scopo serve la cena, che tuttavia non parte sotto i migliori auspici: mentre la signora sembra essere riuscita nel colpo gobbo di assicurarsi la presenza di una ricca e aristocratica coppia inglese, nel frattempo succede di tutto. Il marito le chiede di invitare Dan Packard (Wallace Beery) e la moglie Kitty (Jean Harlow), in quanto lui è un magnate che, per quanto grezzo, poco affidabile e probabilmente scorretto, potrebbe aiutarlo a tirar fuori dai guai la sua azienda. Uno degli ospiti di Millicent, il Dottor Talbot, che ha in cura Oliver Jordan per problemi cardiaci, è anche l’amante della moglie di Packard. Tra gli ospiti c’è Carlotta Vance, attrice ai suoi tempi molto amata e vecchia fiamma di Oliver, al momento non accompagnata, per cui Millicent si trova nella necessità di invitare un altro uomo e si rivolge a Larry Renault (John Barrymore), un attore in crisi e con problemi di alcol. Peccato che Millicent non sappia che sua figlia ha una relazione clandestina con Larry…

Grande successo all’uscita, acclamato anche dalla critica, all’epoca e ancora oggi. Splendida Marie Dressler (Carlotta) nel suo ritratto ironico e insieme dolente di una diva al tramonto, che rivela, più che celare, sotto toni ironici e quasi auto-denigratori un consistente residuo di vanità. Gli sguardi sono tutto, in questo viso estremamente espressivo.

Tra ironia, dialoghi serrati, drammi, preoccupazioni, affetti ed egoismi, il film ci lascia intravedere un momento nella vita di una famiglia che potremmo dire della ‘medio-alta borghesia” americana degli anni ’30, momento abbastanza significativo, in sé e per come viene trattato dal grande regista, da poter aprire uno squarcio su una bella fetta di società in quel periodo storico.

#Film 1933: She Done Him Wrong e Cavalcade

She Done Him Wrong (Lady Lou), diretto da Lowell Sherman, con Mae West e Cary Grant, è una sorta di commedia-gangster movie, tratto da una pièce teatrale del 1928, scritta dalla stessa Mae West, che riscosse un notevole successo a Broadway. Nella trasposizione cinematografica, incontrò alcuni problemi con la censura, ma non tanti quanti ci si sarebbe potuti aspettare, essendo nel frattempo entrato in vigore il moralistico Codice Hays. La protagonista Lou è una cantante molto bella e ammirata, e dopo una serie di trascorsi sentimentali con vari personaggi della malavita, al momento sta con Gus Jordan (Noah Beery); di fatto tutto ciò che le importa sono i diamanti, ma non sa che Jordan ha anche attività legate allo sfruttamento della prostituzione e alla fabbricazione di denaro falso. Nel frattempo, vicino al bar viene aperta una missione, il cui giovane direttore Cummings sembra del tutto immune al fascino di Lou, ma Cummings in realtà è…

Cavalcade, di Frank Lloyd, con Diana Wynyard e Clive Brook, bastato su un’opera teatrale di Noel Coward del 1931, è la storia familiare dei Marryot, una agiata coppia londinese, dal Capodanno del 1899 al Capodanno del 1933. Il passare del tempo è rappresentato da cartelli con l’indicazione degli anni e da una cavalcata medievale sullo sfondo. La vicenda attraversa momenti felici e momenti drammatici, in particolare la Seconda Guerra Boera, la tragedia del Titanic, la Prima Guerra Mondiale. La pellicola vinse l’Oscar come miglior film e per la regia.

Shopping benefico

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Chi dice che andare a fare shopping non dà la felicità? Molti acquisti… da Oscar, ieri, più due intrusi, ma tutti destinati al mio benessere, ed eventualmente a quello di chi li guarderà con me: Pomeriggi (o Serate) al Cinema!

E pensare che devo ancora finir di vedere i migliori film del 1933, per passare al 1934… ma ogni tanto mi permetto di “sgarrare” dall’ordine cronologico.

Alcuni dei film comprati li avevo visti moltissimi anni fa, e molto amati, ma da troppo tempo per ricordarmeli. Altri, invece, non li ho mai visti e costituiscono gravissime lacune, essendo appassionata di cinema quasi da sempre. Quindi, i commenti sono ovviamente benevenuti e molto apprezzati, ma niente spoiler!

Robin’s Monday – L’arco della vita

Helen – Non puoi vivere nel passato.
Garp – No, però posso vivere nel presente e pensare al passato.
Helen – È una cosa che si fa da vecchi, quando si hanno i capelli bianchi.
Garp – Oh, al diavolo. Probabilmente non me lo ricorderò, il passato, quando avrò i capelli bianchi. Devi farlo da giovane. È una cosa bellissima, non trovi? Guardare indietro e vedere l’arco della tua vita, come tutto è collegato. Da dove sei partito e come sei arrivato fin qui. La linea, capisci. È stata davvero un’avventura.
Helen – Riprenderò a insegnare.
Garp – Io proverò il deltaplano.

(da: Il mondo secondo Garp)

Esibirsi davanti a un pubblico è un po’ come andare in deltaplano o volare. Interpretare Garp è stato più un processo di erosione. È come affogare, come correre per salvarti la vita. Non ho punti di riferimento. (…) È un territorio del tutto sconosciuto, come trovarsi in combattimento.

Ho finito un giorno di riprese una volta e ho pensato ‘Dio, sono morto’. Benché si trattasse di una sola scena, avevo questa bizzarra sensazione, e dopo ho pianto per un paio d’ore.

Alla fine, quando vedrò il film, mi guarderò indietro e dirò ‘ce l’ho fatta’, e ne sarò orgoglioso. Mi sento orgoglioso anche adesso, solo che non posso dirlo, appunto perché non è ancora finito.’ (…)

Ho bisogno di provare cose nuove – come Garp – spingermi oltre, cogliere nuove opportunità. Perché la mia più grande paura è quella di diventare mediocre, ripiombare nella solita routine, riproporre sempre la stessa roba stantia e non riuscire a trovare niente di nuovo. Vale anche per la vita, cerco di non atrofizzarmi, ho questo timore di ripiombare indietro, richiudermi di nuovo in me stesso (…)

Ho dovuto entrare in me stesso profondamente, indagare su cose dolorose e meravigliose. (…)

(Da un paio di interviste fatte a Robin Williams per il film).

Non è la prima volta che riporto quel dialogo, che mi ha colpita da subito, tratto da un film che amo moltissimo; né è la prima volta che cito questi pensieri in cui (non è strano) mi rispecchio profondamente, anche se nel mio caso valgono per la scrittura. Le traduzioni sono mie, i pensieri ogni tanto mi fa bene ri-conoscerli.

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#Film 1933 – tre musical di Berkeley

42nd Street

Gold Diggers of 1933

Footlight Parade

Sono tre musical di cui Busby Berkeley (pseudonimo di  Berkeley William Enos) ha curato la coreografia. Berkeley divenne noto per le sue coreografie sontuose e costosissime, in cui  le ragazze del corpo di ballo formavano complesse figure caleidoscopiche, come i celeberrimi numeri di Carmen Miranda e Esther Williams.

Nel primo, diretto da Lloyd Bacon, le canzoni sono di Harry Warren (musica) e Al Dubin (testi). Si crea qui quel cast che poi, con qualche variante, parteciperà anche ai musical degli anni successivi: in particolare la splendida Ruby Keeler, Dick Powell, che pochi anni dopo sarebbe stato il primo Philip Marlowe sul grande schermo, Ginger Rogers, Bebe Daniels, Ned Sparks, Guy Kibbee e altri. Si tratta in effetti di un musical sulla produzione di un musical, e l’esilissima trama è solo una scusa per lanciare i numeri musicali e di ballo: Julian Marsh (Warner Baxter), regista di numerosi musical di successo in passato, per motivi sia personali che legati alla Depressione si trova in guai finanziari e ha bisogno di uno show che “sfondi” per potersi ritirare. Viene chiamato a dirigere Pretty Lady, nel quale il ruolo principale dovrebbe andare a Dorothy (Bebe Daniels), “protégée” del ricco e anziano sponsor Abner Dillon (Guy Kibbee). Dorothy però è innamorata di un suo vecchio “collega”, attualmente disoccupato, Pat (George Brent). Quando Dorothy litiga con Dillon, che a quel punto vuole che sia cacciata dallo show, Marsh resiste, ma la sera precedente l’apertura, Dorothy si rompe la caviglia. Su suggerimento di Annie, una delle ragaze del corpo di ballo (Ginger Rogers), Marsh si decide ad affidare il ruolo della protagonista alla giovanissima e inesperta Peggy, a fianco del protagonista maschile Billy (Dick Powell). Serve che dica che i due sono innamorati? Naturalmente sarà un successo strepitoso.  Il finale è dato dalla rappresentazione di tre numeri di Berkeley molto noti, Shuffle Off to Buffalo, Young and Healthy e naturalmente 42nd Street. Piccola curiosità: nel romanzo da cui è tratto il film, Billy non era innamorato di Peggy, ma di Julian Marsh. Inaccettabile, per la Hollywood di allora… per quanto il Codice di censura Hays non fosse ancora in vigore, questo sarebbe stato troppo.

Gold Diggers of 1933 è di Mervyn LeRoy, ma musiche e testi sono degli stessi autori, il coreografo è lo stesso e il cast vede nuovamente la partecipazione di Ruby Keeley, Dick Powell, Guy Kibbee, Ned Sparks e Ginger Rogers, oltre a Joan Blondell e alla deliziosa Aline MacMahon. Anche qui, siamo in piena Depressione, le “cacciatrici d’oro) sono quattro giovani attrici squattrinate, Polly (Keeley), Carol (Blondell), Trixie (Mac Mahon) e Fay (Rogers), in cerca di una parte. Il produttore Barney Hopkins (Sparks) avrebbe tutto quello che serve per mettere in scena uno spettacolo, e vorrebbe scritturare le quattro ragazze, ma gli mancano i soldi. Mentre si trova con le ragazze, sente il loro vicino e fidanzato di Polly, Brad Roberts (Powell), cantare una delle sue composizioni, e immediatamente ne capisce le potenzialità. Gli parla dello show ma gli espone anche il suo problema finanziario, e Brad si offre di investire lui il denaro. Tutti pensano che stia scherzando, ma quando si presenta in effetti con i soldi, cominciano a sospettare qualche reato, tanto più che Brad, pur accettando di comporre le canzoni per il musical, si rifiuta categoricamente di apparire in pubblico, e quindi di cantarle. In realtà, Brad è il rampollo di una famiglia altolocata e facoltosa quanto snob, che vede piuttosto male il suo coinvolgiumento nel mondo della musica e del teatro, e molto peggio il fidanzamento con una ragazza dell’ambiente. il fratello Lawrence (Warren William) viene infatti inviato insieme con l’avvocato di famiglia Fanuel Peabody (Kibbee) per pagare la ragazza affinché si allontani da Brad. Lawrence, però, scambia Carol per Polly, e visto il suo atteggiamento sprezzante, Carol decide di stare al gioco e con Trixie – che è un’attrice comica – combina di prendere in giro sia Lawrence che Peabody. Lo scherzo in effetti funziona così bene che i due finiscono per innamorarsi delle due donne… La particolarità di questo musical, a parte i numeri di Berkeley-Warren-Dubin (We’re in the Money, cantata da Ginger Rogers, Pettin’ in the Park, cantata da Ruby Keeley e Dick Powell) e Remember my Forgotten Man (cantata da Joan Blondell), è la scena finale in cui si colloca quest’ultima, che in contrasto con la tradizione dei musical, si conclude con un sentito e drammatico riferimento ai reduci della Prima Guerra Mondiale, ispirato a una marcia di protesta che i veterani avevano realmente compiuto l’anno prima a Washington.

Footlight Parade è diretto nuovamente da Lloyd Bacon e ritroviamo nel cast Joan Blondell, Ruby Keeler, Dick Powell e Guy Kibbee, con un giovane James Cagney nel ruolo del protagonista Chester Kent. Per la colonna sonora, Warren e Dubin sono affiancati da Sammy Fain (per le musiche) e Irving Kahal (per i testi). Kent, ex regista di musical, cerca di riciclarsi come autore di “prologhi”, brevi numeri musicali recitati “dal vivo” nei cinema prima della proiezione del film. Tra una quasi-ex moglie rapinosa, una nuova fidanzata pure peggio, e qualcuno del suo staff che ruba le sue idee e le vende ad altri, Kent riuscirà comunque a preparare in tre giorni tre numeri tali (con Keeler e Powell, naturalmente), da convincere il titolare di una grossa catena di cinema a scritturarlo, ad accorgersi finalmente che la sua segretaria (Blondell) è innamorata di lui da sempre. Famosissima la scena della “cascata umana” nel numero By the Waterfall, mentre in Shanghai Lil un James Cagney almeno per me del tutto inedito balla il tip tap con Ruby Keeler.