Gli Indiani Gallesi

Un brano del libro che sto scrivendo.

Mattinata poco nuvolosa, ma assai fredda, uno strato di brina bianca ha ghiacciato la superficie dell’acqua.
Abbiamo riunito diversi capi e guerrieri Flat-Head per chiedere loro di venderci altri cavalli, e alla fine ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti ad acquistare una decina di cavalli, non senza qualche grattacapo. Ancora dobbiamo passare attraverso cinque o sei lingue e non sempre ci si comprende. In più, la gente di questa Nazione ha un accento assai forte, una pronuncia rauca e gutturale, tanto che i miei uomini li hanno soprannominati gli Indiani Gallesi. Esiste infatti una teoria, secondo cui in tempi antichissimi certi viaggiatori gallesi sarebbero giunti fino in queste terre e alcuni Indiani sarebbero loro discendenti. Sia come sia, sono le persone più leali e piacevoli che abbia incontrato nel mio viaggio, e ci hanno trattati in tutto e per tutto come loro amici. Sono diretti verso il Missouri, al momento, per trovare selvaggina, poiché hanno davvero poco da mangiare, solo bacche e radici che hanno condiviso con noi.
Ho cercato di comprendere e trascrivere il maggior numero possibile di parole nella loro lingua, per verificare se quella teoria di cui dicevo abbia un qualche fondamento di verità, e l’ho trovata comunque in sé assai interessante.
Da quando abbiamo lasciato l’accampamento Shoshone, Charbonneau non ha mai smesso di mantenere quel grugno corrucciato, si mostra molto poco affabile nei miei confronti, e non so se esserne irritato o divertito. Sakagawea invece si è notevolmente addolcita. Le mie scarne e inefficaci parole a difesa del valore del suo lavoro paiono averla commossa ben più di quanto meritassero. Mi capita di cogliere certi suoi sguardi nascosti, e di restarne confuso. Il suo affetto mi è caro, ma bisogna che non diventi mai nulla di più grande. In un gruppo come il nostro, ogni attrito rischierebbe di rivelarsi fatale.
Non abbiamo mangiato quasi niente oggi, abbiamo terminato la farina e i nostri cacciatori hanno preso solo due fagiani, in pratica un boccone ciascuno, e per il resto, solo bacche. Temo che presto la fame comincerà a diventare uno dei nostri più gravi problemi.

IL BOSCO – Fine

Siamo alla puntata conclusiva di questo romanzo, se qualcuno fosse incuriosito dalla parte precedente della storia, la trova tutta sotto la categoria “romanzo” nell’intestazione della home page, o cliccando qui. La numerazione dei capitoli e paragrafi è un po’ da rivedere ma voi non fatecitroppo caso… 🙂

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Il sole colpì l’orizzonte marino, creando una lama d’oro sulla superficie grigia dell’acqua, proprio sulla linea che la divideva dal cielo. La felicità è impossibile solo come concetto astratto, eterno e universale, pensò Matteo. Ma una felicità molto più modesta, molto più piccola, incerta e quasi sempre temporanea può avere la stessa forza di quella lama d’oro sulla linea dell’orizzonte, che rende un piccolo pezzo di vita così luminoso da essere quasi insopportabile, e persino il grigio diventa meno grigio, afferra il riflesso, la scintilla di quella bellezza divina che gli uomini forse possono solo intravedere. Era quella felicità che lui aveva sempre sfuggito, pensando che a una luce così priva di misura, smodata nel suo splendore, non avrebbe potuto seguire che la delusione e l’amarezza. Ma la delusione e l’amarezza, aveva scoperto, colpiscono anche chi non osa. E aveva ribaltato la prospettiva. Non subito, certo, gli era costato tempo e fatica e dolore, e moltissime volte aveva rischiato di tornare indietro. Ma aveva capito, adesso, che era quella la luce che gli uomini vedono quando inseguono Dio. La luce di un momento perfetto, che ha in sé il completamento di ogni cosa. Il momento in cui tutto quello che ti viene da pensare non è altro che sono vivo, sono vivo. Penso quindi sono. Amo quindi sono. E finalmente tutte le cose acquistano un senso.

       Dalla stazione si avviò a piedi al vecchio porto, si fermò a contemplare le vedute del canale, il bellissimo Castello del Faro e i giardini, riempiendosi gli occhi di ricordi, i capelli di vento e gli occhi di sabbia. La città si sviluppava intorno al porto, e benché fosse diversissima da Genova, qualche somiglianza gliela rendeva meno estranea, e bevve con avidità quei dettagli in comune.

Ma doveva andare, se voleva arrivare prima che venisse troppo tardi. Fece un respiro profondo, prese quasi lo slancio, ma non ce n’era bisogno. Il vento lo spingeva nella direzione giusta adesso, dolcemente, con leggerezza. In fondo a se stesso, e neanche troppo in fondo, lo sapeva bene, ancora temeva di perdersi. Ma una nuova consapevolezza si incarnò in un’idea lieve e un po’ sconsiderata. Non importa se mi perdo, gli venne da pensare. Il vento, comunque, conosce la strada.

 

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – VII

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VII

– Dicono che sia tutta una reazione chimica – disse Fabrizio.
– Cosa? – chiese Andrea, spiazzato.
– Tutto, il motivo per cui ti piace il suo viso, la luce che ti si accende negli occhi quando la guardi, il nodo nello stomaco, il fatto di continuare a desiderarla oppure no… solo chimica.
Si rivolgeva a lui a parole, ma lo sguardo era rivolto a Viviana. Non era chiaro se parlava di lui o di se stesso. Forse di entrambi, ma non riusciva a capire dove voleva arrivare.
Fabrizio distolse lo sguardo da Viviana, guardò Andrea, vide la sua perplessità e sorrise.
– Non so molto di chimica, ma mi è difficile crederlo. All’inizio, forse, ma poi entrano in gioco tante cose. E’ come un gioco a incastri, in cui la forza, le paure, le fragilità, le qualità, i difetti, ogni cosa deve essere complementare. Accettare un’altra persona nella sua totalità è un processo complicato, che richiede tempo, dedizione, rispetto. Stavo solo pensando che ci ho messo tutta la vita a capire tutta l’infinità di cose che mi legano a Viviana. E’ come il curry, un miscuglio di spezie, più o meno sempre le stesse, ma ogni donna indiana ha la sua ricetta speciale, e l’equilibrio dei sapori è la cosa essenziale.
Non era a quello che stava pensando, fino a un attimo prima. Era stato un pranzo tranquillo, avrebbe quasi detto allegro, sicuramente piacevole. Era stato bello vedere Elisa così evidentemente appagata, era stato bello poter pensare che forse lei e Andrea avevano trovato quella ricetta misteriosa.
Dopo mangiato erano “scesi in città”, avevano lasciato la macchina al porto, e adesso stavano salendo su per il colle di Santa Maria di Castello, l’origine, il nucleo primario della città. Da lì si dominavano le colline e il mare, come era essenziale per quella che doveva essere, tra le altre cose, una fortezza, al di sopra di quella baia naturale che era stata un porto da sempre.
Amava quel posto. Gli faceva sempre pensare alla ragione per cui aveva scelto il suo lavoro, la ricerca dell’equilibrio degli spazi. Altrove, in strade diverse, aveva scoperto la bellezza pura delle forme geometriche, la maestà un po’ fredda dei marmi, l’eleganza austera delle ardesie, ingentilite dal gioco dei colori, dei rilievi, delle luci e delle ombre. Strutture dalla simmetria perfetta, limpida, incontaminata, e decori volutamente eccessivi, in un contrasto ricercato e quasi drammatico. Aveva ripensato con un sorriso a quando, ragazzo, aveva chiesto tante volte, nei palazzi pubblici e privati, di poter vedere le sale chiuse, di poter andare oltre quelle porte dietro le quali immaginava – qualche volta a ragione – segrete opere d’arte che lo avrebbero portato più avanti sulla strada della soluzione dei misteri dell’armonia e della bellezza. Non sempre quelle sue richieste di essere iniziato alle profondità dell’estetica erano state accolte benevolmente, qualche volta erano state considerate un bizzarro capriccio, o un segno di sfrontatezza, come forse erano. Ma la sfrontatezza, qualche volta, porta i suoi frutti, e non era stato raro che gli venissero mostrati, in complice silenzio o a volte anche con compiaciuto orgoglio, tesori che agli altri restavano nascosti.
Quando era uscito dalla momentanea fuga nella nostalgia, si era accorto che già da parecchio Viviana, avendo capito il suo desiderio al volo, si era allontanata con Elisa, lasciandolo con Andrea. Aveva iniziato con quel discorso vago, venuto fuori bizzarramente senza una ragione visibile, per prepararsi a quello che voleva dirgli davvero.
– Non puoi dire se sei capace di amare una donna per tutta la vita, fino a quando la vita non è passata, e ti ritrovi ancora con lei, e in qualche modo ti sorprende, ti volti indietro e dici ma guarda, sono riuscito a tenerla con me, lei è riuscita a tenermi con sé, e ti chiedi che cosa c’era di speciale, perché sai che è speciale, sai bene che è una fortuna che non capita a tutti, ma non riesci a spiegarti che cosa hai fatto perché succedesse. Sì, alcune cose le ho capite. Quello che ho scoperto… ne ho parlato con Elisa, una volta. Non ho mai smesso di desiderare di conoscere Viviana a fondo, mi interessa parlare con lei, mi interessa guardarla, mi sorprende la sua forza, mi incanta il modo in cui si muove…. sono riuscito a non stancarmi mai di tutto questo.
Di nuovo alzò gli occhi per guardarlo, lo stesso sguardo schietto, penetrante, vivo e umanissimo con cui aveva sempre guardato tutto e tutti. Era appena più basso di lui, ma Andrea non ci aveva mai fatto caso. O era perché stava invecchiando? Non sapeva perché avesse pensato a questo, proprio adesso. Forse perché era inaspettatamente duro reggere quello sguardo. Forse perché all’improvviso sapeva di avere capito quello che Fabrizio stava cercando di dirgli, e non voleva capire, non voleva saperlo.
– Devi perdonarmi. In un certo senso ti ho fatto venire con un pretesto, anche se mi ha fatto molto piacere vederti, come sempre. – Aveva ripreso a sorridere, e Andrea sentì l’inspiegabile impulso di gridargli di smettere. Non riusciva a vederlo sorridere, gli faceva paura. – Credo… Elisa somiglia molto a sua madre, in quella vitalità, quella voglia di fare tante cose… forse è persino più impulsiva di Viviana, meno capace di lasciare le cose come stanno. Viviana gira intorno agli ostacoli, è più diplomatica, non si butta nelle cose a testa bassa, come Elisa… o come te. – Tranne quando si tratta di me, pensò, rivedendo nella mente il loro dialogo della sera prima. Allora diventava una pasionaria, e non aveva più paura di niente.
– Non sarà sempre facile vivere con Elisa. – riprese. – Ma d’altra parte non è sempre facile vivere con nessuno. Credo che tu la conosca bene, forse meglio di me, e vorrei chiederti un favore, anche so benissimo di chiederti molto, ma non so chi altro possa farlo.
Sì, pensò Andrea con uno scatto di ribellione quasi rabbioso. Io sono sempre la persona più adatta, per dare o togliere la speranza a qualcuno, per dire le verità peggiori, per vivere tutti i giorni con il dolore degli altri e renderlo sopportabile. Ma il dolore non è sempre sopportabile, e qualche volta succede che il tuo conforto non serve, succede che non c’è difesa, succede che persino le mie, di difese, possano crollare.
Adesso Fabrizio non sorrideva più, ma i suoi occhi si erano addolciti.
– Non credo che per consolare un altro sia sempre necessario essere incrollabili. Basta che tu ci sia.
Era incredibile. Come ci riusciva, a penetrare le barriere in quel modo? Non aveva mai conosciuto nessuno che riuscisse non solo a mettersi nei panni degli altri, ma a capire e condividere le loro emozioni con la stessa naturalezza.
– E’ questo che volevo chiederti, di starle vicino, perché credo che sarà molto dura per lei. – Fece una pausa quasi impercettibile, poi riprese. – Quando ho saputo che non mi restava molto da vivere, non volevo dirlo a nessuno. Mi sembrava che fosse una cosa che riguardava solo me, e che non avevo diritto di far soffrire anche gli altri. Adesso… adesso non ne sono più così sicuro. Forse è stato solo per orgoglio che pensavo di poterlo nascondere a Viviana. E’ quasi impossibile nascondere una cosa come questa a qualcuno che ti conosce da quasi trent’anni. Dirglielo è stata la cosa più dolorosa che abbia mai fatto, ma forse era giusto così. Ma per Elisa e Cristina è diverso, loro sono come figlie mie, se non fosse stato per loro, quando… quando è morto Raf non so se ce l’avrei fatta. Ma io non posso sapere se per loro sarebbe meno difficile essere preparate al dolore prima, oppure no. Ricordo quando è morto il padre di Elisa, lei… era così ferita, dal fatto che lui non le avesse detto niente, anche se sapeva di stare male. Ma come si può dire a un figlio una cosa come questa? Non so cosa fare, Andrea. Ho capito che la morte non è una cosa che riguarda solo te, coinvolge tutte le persone che ti sono care, che tu lo voglia o no, ed è spaventosa, questa impotenza, questa consapevolezza che non potrai mai, in nessun modo, risparmiarli, qualunque cosa tu faccia.
Andrea sentì un brivido freddo lungo la schiena. Aveva capito prima che lui lo dicesse, e nonostante questo sentirgliene parlare così, con semplicità, chiamando le cose col loro nome, lo confondeva. Era qualcosa a cui non era abituato, qualcosa che lo scuoteva dentro, rivoluzionando in qualche modo la sua idea della vita e della morte. Nonostante il suo lavoro, ma d’altra parte le cose sono sempre diverse quando ti colpiscono da vicino. Ripensò a certi libri che aveva letto da ragazzo. Ce n’erano tanti, dove si parlava di Signori delle Ombre, di Minacce Sconosciute, di Pericoli Senza Nome. Dire il nome di una cosa, pensò, ha un potere, e per la prima volta mi trovo davanti ad una persona che non accetta di farsi vincere dalla paura dell’oscurità, e che ha capito cosa significa non lasciarsi terrorizzare dai nomi, e quale è il nome che è dietro tutti gli altri. Era… Aveva qualcosa di innaturale, e allo stesso tempo di immensamente saggio. Ma non c’era niente, neanche la saggezza, l’accettazione o il coraggio, che potessero evitare agli altri la sofferenza. E Elisa aveva perso già suo padre, e Raf. Quasi si vergognava che il suo primo pensiero fosse sempre per lei, ma in un certo senso Fabrizio stesso aveva cambiato le regole. Gli voleva molto bene, lo ammirava, era onorato della sua amicizia, e sapeva che perderlo lo avrebbe addolorato enormemente. Ma lui sembrava dire non adesso, non è ancora l’ora di piangere, adesso, lasciatemi vivere, finché posso.
– Vorresti… vorresti che fossi io a dirglielo?
– No, questo no… non credo. Se prendo la decisione di dirglielo, penso che dovrei farlo io. Ma volevo chiederti… tu sei un medico, cosa fate in questi casi? I parenti hanno diritto di essere informati?
– Cosa cambia il fatto che io sia un medico, Fabrizio? Dicono che bisogna dire la verità, ma nessuno ti spiega come fare, e non ci sono due persone che soffrano nello stesso modo, non c’è una strada da seguire. Ho sempre cercato di fare del mio meglio per… per aiutare le persone in certe situazioni, ma quando si tratta di qualcuno a cui voglio molto bene io non sono diverso da tutti gli altri, non ho meno paura di sbagliare. Credo che tu non possa far altro che affidarti al tuo istinto, e sperare che non ti tradisca. Non credo che lo abbia fatto molte volte – terminò, e suo malgrado sorrise, un sorriso pieno di affetto e di rispetto che riscaldò il cuore di Fabrizio al punto che, una delle pochissime volte in vita sua, si trovò a non sapere cosa dire, con un groppo in gola fatto di commozione e gratitudine per le persone splendide che aveva avuto la fortuna di avere vicino.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – VI

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VI

Viviana avrebbe voluto passare con lui tutto il tempo che restava. Con lui solo, escludendo tutti gli altri. Il dolore, quel dolore, era una cosa intima, che apparteneva solo a loro due, e non poteva condividerlo con nessun altro.
Ma Fabrizio aveva bisogno degli altri. Era andato in pensione già da due anni, ma continuava a collaborare come consulente per lo studio che aveva contribuito lui stesso a creare. In realtà, si era scherzosamente lamentata lei nei primi tempi, lavorava quasi più adesso che quando non era in pensione. Lo chiamavano continuamente, sembrava che non potessero fare a meno di lui.
– Anch’io non posso fare a meno di te – gli diceva. Ma sapeva quanto amava quel lavoro, quanto amava stare in mezzo alle persone, e non era mai stata possessiva. Non avrebbe voluto diventarlo adesso.
Una sera le raccontò lo scherzo che avevano fatto ad un collega molto più giovane. Sua moglie aspettava un bambino, aveva appena fatto un’ecografia, e lui non aveva potuto accompagnarla all’ospedale, ma aspettava i risultati con ansia. Si erano messi d’accordo con il fratello di sua moglie, che gli aveva telefonato, fingendo di chiamarlo dall’ospedale, e gli aveva detto con aria candida che lei aspettava sei gemelli.
– Avresti dovuto vederlo – disse, scoppiando in una risata. – Era bianco come un lenzuolo, ha cominciato a balbettare, “ma io… ma noi… no-non ce lo possiamo permettere! S-sei? N-non è possibile! Alla fine ha visto noi tre che sghignazzavamo senza ritegno, e l’ha capito, e allora è diventato verde. Ha cominciato a dirgli di tutto per telefono: “Razza di stronzo incosciente, e imbecille anch’io che ti sto anche a sentire!” Alla fine però si è messo a ridere anche lui.
Persino Viviana sorrise.
Erano passati diversi giorni da quando era andata a parlare con il dottor Giuliani, e ancora non gli aveva riferito le parole del medico. Era sicura che lui la pensasse come lei, eppure… era un uomo, magari avrebbe pensato che sarebbe stato meglio per tutti, gli uomini hanno sempre strane idee su come si protegge una donna, hanno strane forme di orgoglio e di pudore e di coraggio. Ma lui la conosceva, doveva sapere che anche lei aveva coraggio, e ne avrebbe avuto di più se lui le fosse rimasto vicino. Aveva promesso di essere obiettiva, di non influenzarlo, di limitarsi a riferire quello che aveva detto il dottore. Non ne aveva la forza. Avevano cucinato insieme – lui cucinava molto meglio di lei, a parte quel paio di cose che sapeva fare, per il resto più che altro gli faceva i lavoretti noiosi ma necessari, tipo sbucciare le patate, tritare l’aglio, predisporre le pentole secondo le sue indicazioni. “Vieni che ti faccio un po’ da sguattera” gli diceva spesso, scherzando. Non glielo aveva più detto, in quei giorni. Non le sembrava neanche normale cucinare, aveva dovuto in qualche modo accettare di dover continuare a fare le cose quotidiane di sempre, aveva dovuto accettare che non solo lui doveva mangiare, ma anche lei, benché in un certo senso il pensiero la disgustasse. Dopo qualche giorno aveva ricominciato ad abituarcisi. Era come se dovesse imparare di nuovo, a mangiare, a parlare con lui, a rannicchiarsi contro di lui, la sera, a letto. Tutto.
Dopo lavarono i piatti, li asciugarono, riordinarono la cucina, sempre senza dire una parola, finché Fabrizio non fu più in grado di continuare a far finta che entrambi stessero pensando ad altro, e che non avessero niente da dire. La prese per mano, la portò in camera, si sedette sul bordo del letto accanto a lei, la costrinse a guardarlo negli occhi. Le mani di lei erano fredde, e lui le strinse tra le sue.
– Ascolta amore mio, che cosa vuoi che faccia? D’accordo, è impossibile comportarsi come se niente fosse, non è questo che ti chiedo. Ma che cosa vuoi che faccia? Un anno è breve, ma può essere anche molto lungo. Io… – D’improvviso le stava accarezzando le labbra, e non sapeva nemmeno che lo stava facendo. Lei si ritrasse d’impulso, e lui scosse la testa, dolcemente, continuando a guardarla. Poi l’abbracciò, lasciò che poggiasse la testa contro la sua spalla, e le accarezzò i capelli, a lungo, finché non sentì il suo corpo perdere quella rigidità che non le era mai appartenuta, e ammorbidirsi. Solo allora tornò a guardarla, e lesse nei suoi occhi che aveva capito.
Ancora, però, Viviana non riusciva a smettere di pensare a Marco, a quando lo aveva visto in ospedale, negli ultimi giorni della sua vita, intorno a sé solo malattia e sofferenza, le visite cadenzate dagli orari, nessuna possibilità di aprire la finestra, se mai avesse voluto farlo, o di decidere quando mangiare, quando dormire, con chi parlare… era questo che sarebbe successo a Fabrizio? Sentiva di non poterlo sopportare una seconda volta. Aveva capito, sì, per una volta più di quanto Fabrizio pensasse. Non poteva sopportare l’idea che lui volesse stringerla tra le braccia, accarezzarla, come aveva appena fatto, e si ritrovasse da solo in un letto di metallo bianco, con la consapevolezza che in quel letto sarebbe morto.
Non doveva piangere, non doveva piangere. Doveva trovare le parole, se fosse riuscita a parlargli forse non avrebbe pianto, sarebbe riuscita a essere obiettiva, sarebbe riuscita a convincersi che davvero potevano fare di più di quanto potesse fare lei.
– Riccardo dice che dovresti curarti in ospedale. Mi ha detto che te ne ha parlato, ma tu non hai voluto ascoltarlo. – Alla fine non aveva trovato le parole che cercava, e aveva scelto uno strano momento, mentre lui continuava a tenerla stretta, quasi che cercasse ancora di proteggerla, come probabilmente era. Ma non era mai stata brava a scegliere né le parole, né i momenti.
Fabrizio ebbe un sorriso strano, in parte ironico, in parte stanco e tirato.
– Probabilmente lo pensa davvero – disse. – Ma non mi sembra che ti abbia convinto, e non ha convinto neanche me.
Come aveva potuto anche solo lontanamente pensare che non se ne sarebbe accorto?
– Io… io non lo so. Forse ci sono delle cure che a casa non… Se c’è la possibilità che tu possa…
– Vi, tu mi conosci. Non voglio dirti che sia stato facile, ho passato qualche brutto momento, e probabilmente ce ne saranno altri. Ma non mi interessa vivere qualche mese di più, fosse un anno o magari due anni di più, lontano dalla mia casa, lontano da te, solo perché una macchina respira al posto mio, e mi fanno delle flebo per nutrirmi, e non so che altro. Forse più avanti, se il dolore diventasse davvero insopportabile, se dovesse diventare troppo pesante per te…
Adesso Viviana piangeva. Era atroce sentirlo parlare in quel tono quieto di cose a cui lei non riusciva neanche a pensare senza un moto di orrore. Ma suo malgrado, c’era anche sollievo in quelle lacrime. Lui ebbe un pensiero improvviso.
– A meno che poi questo non abbia delle conseguenze per te, che possano accusarti di qualcosa…
– Riccardo ha detto che è possibile. Non ne so niente di queste cose, forse se tu fossi… non fossi in grado di decidere, sarebbe diverso. Ma non è così, e se è solo per questo, non me ne importa niente. Difenderò la tua e la mia libertà di scelta, il tuo diritto di stare con me e il mio diritto di stare con te, qualunque cosa succeda.
Fabrizio annuì. Sapeva che niente l’avrebbe indotta a cambiare idea. La possibilità che ci fosse da affrontare una battaglia sembrava persino averle ridato forza. Era pur sempre la sua Viviana.
– Grazie – disse piano. E poi la baciò, con tenerezza infinita.
Dopo, andò a telefonare a Elisa, per invitarla a pranzo per domenica, con Andrea. Si sarebbe stupita, ma non troppo. Lui aveva molta considerazione per Andrea, e il fatto che rendesse Elisa così evidentemente felice non poteva che renderglielo più caro.
Quando tornò, Viviana lo aspettava. Questa volta, quando cominciò ad accarezzarla, non si ritrasse. Adesso aveva ritrovato i gesti e le parole giuste. Attirò il viso di lui contro il suo con una specie di slancio impetuoso. Lui sapeva che c’era anche angoscia, in quei gesti, ma l’unico modo che aveva, adesso, per placare quell’angoscia, era il calore della passione, che come un ferro incandescente avrebbe potuto fondere il corpo di lei nel suo, come era accaduto altre mille volte, come un dolce veleno che passasse dall’epidermide, scorresse nel sangue, ma portando, invece del suo potere malefico, una linfa vitale. Solo così lei avrebbe potuto sentire che lui le dava se stesso, senza nessun confine, con una volontà che annullava ogni altra, l’unica che gli importasse, per cui non aveva nient’altro da chiedere.
Gli piaceva, quel modo che aveva sempre avuto di nascondere la testa nel suo petto, mentre facevano l’amore. Ma adesso voleva guardarla. Non c’è niente di più intimo che guardare il viso di una donna nel momento in cui si lascia invadere, senza nessuna barriera, da un corpo che è nello stesso tempo estraneo e vicinissimo, il mistero che è lasciare che qualcuno possa impadronirsi di te penetrando in ciò che è più tuo, più personale al mondo, e provando piacere per questo. La libertà di assoggettarsi, un nodo più stretto di qualunque altro.
– Ti amo talmente tanto – le disse, dopo. Adesso lo sapeva che quel cerchio, il cerchio invisibile e invalicabile con cui lo aveva da tanto tempo legato a sé, non l’aveva costruito lei, ma se l’era creato da solo, e non lo avrebbe distrutto per nessuna ragione al mondo.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – V

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Ci sono infiniti modi di fare l’amore con una donna. La stessa donna. Non è una questione di posizioni, o di strane fantasie, anche se possono entrarci anche quelle. Cambiano ogni volta i ritmi, i gesti, le parole dette o non dette. Non potrà mai succedere esattamente la stessa cosa due volte. Quello che lei gli lasciava fare col suo corpo era stupendo. Amava vedere i piccoli brividi sulla sua pelle, le labbra schiuse, ogni movimento con cui sembrava voler aprire il suo corpo di più, abbandonarsi di più. Lui poteva cambiare il ritmo del suo respiro, poteva sciogliere il suo corpo in fuoco liquido, trasformare la sua voce in un gemito roco eppure stranamente musicale, che ogni volta lo faceva impazzire. Gli dava quel potere sul suo corpo, ma si appropriava dello stesso potere su quello di lui. Ogni volta credeva che non avrebbe potuto sentire niente di più grande o di più forte, e ogni volta quando entrava in lei era come se milioni di scintille lo riscaldassero e lo illuminassero, stelle cadenti, un pezzo di cielo precipitato sulla terra.
Non era facile fermare quella sua vita frenetica, quel suo tempo pieno di cose e di pensieri, sempre dietro a qualcosa che doveva fare, o alla paura di aver dimenticato qualcosa. I bambini da andare a prendere in piscina, una sentenza da scrivere per il giorno dopo, la cena da preparare. Non lasciava mai che la fretta le impedisse di prendersi per l’amore tutto il tempo che voleva, ma dopo, dopo era una fatica trattenerla dal fuggire, anche quando in realtà non era strettamente necessario.
Ma questo era uno di quei rari, deliziosi momenti in cui aveva deciso di prendere per sé – per loro – un tempo indefinito, ore di ozio che potevano passare parlando, andando al cinema, cucinando e cenando insieme, la sensazione che non ci fosse solo un pomeriggio e una sera, da trascorrere con lei, ma che stessero vivendo in uno spazio senza tempo, o con un tempo sospeso, e avrebbero potuto scegliere milioni di cose da fare, e farle tutte. Era bellissimo anche solo quello, immaginare quelle cose insieme, sceglierle, e poi non fare niente, semisdraiati sul divano, lui in pigiama e pantofole, e lei con una vestaglia che le aveva prestato lui, lui a chiedersi se avrebbe conservato sempre quella magia, anche se un giorno la clandestinità avesse lasciato il posto alla quotidianità, e lei a chiedersi per quale strano miracolo poteva impunemente parlare con lui di politica, di lavoro o di cibo, in modo così tranquillo e casalingo, quando un attimo prima lo stesso uomo era stato capace di emozionarla al punto da non sapere più niente di se stessa.
– Fabrizio mi ha chiesto se avremmo voglia di andare da loro domenica a pranzo. – Gli disse a un tratto.
– Con me? – si stupì Andrea. Conosceva Fabrizio e Viviana, li aveva già rivisti diverse volte, in quei due anni in cui in qualche modo la sua vita e quella di Elisa erano state comunque legate. Ma un pranzo aveva qualcosa di ufficiale.
Lei sorrise.
– Paura che il nostro smetta di essere un amore proibito e si normalizzi troppo? – Lo stuzzicò.
In qualche modo gli parve che lei avesse catturato i suoi pensieri. La magia avrebbe resistito alla certezza di ritrovarsi tutte le sere, alla consapevolezza di avere tutto il tempo, senza dover rubare quegli istanti dando loro l’intensità delle cose rare? Ma essere accettato così, con piena naturalezza, come un dato di fatto, gli dava un rimescolio nelle viscere che somigliava molto alla sensazione di calore del primo innamoramento. Forse, dopotutto, avrebbero potuto essere capaci anche di stare insieme per sempre senza normalizzarsi mai. E se c’era qualcuno che poteva, in questo senso, dargli qualche consiglio…
– Beh, è la prima volta. Sono un po’ emozionato. Non è proprio come essere presentato ai genitori della fidanzata, però… e Matteo?
Matteo era incredibile. Oh sì, lo sapeva che aveva capito tutto, anche se non aveva mai detto niente. Lo sapeva che aveva scelto di restare amico di Andrea nonostante. Aveva delle qualità straordinarie, che lei aveva in qualche modo reso invisibili, prendendole per scontate. Era un errore che aveva rischiato di fare anche con Andrea, quando lo aveva trasformato in una specie di eroe, dimenticando le sue qualità di uomo. Il tempo che era passato da allora era stato, per loro, una fortuna. Questo comunque non glielo aveva detto, a Matteo, non gli aveva detto che Fabrizio le aveva chiesto espressamente di venire con Andrea. Era fuori per lavoro, in Francia, solo per pochi giorni, ma chissà. Era quasi sicura che avesse un’altra. O lo sperava.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – IV

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Elisa esaminò la coppia che aveva davanti. L’uomo non aveva un aspetto particolare. Era muscoloso, sotto gli abiti stazzonati ma evidentemente scelti con cura per venire in tribunale. Il viso però era magro, gli occhi scuri che si spostavano sugli oggetti della stanza, la fissavano un attimo, tornavano a fuggire in fretta. Neanche la donna aveva un aspetto particolare, anche se risultava dal fascicolo che avesse un esaurimento nervoso. Teneva quasi sempre la testa bassa, e non parlava molto. Ogni tanto guardava suo marito, ma Elisa non avrebbe saputo dire se approvava quello che diceva o no.
– Mia moglie sta solo passando un momento difficile – disse lui. – Il bambino ha diritto di crescere con noi, siamo noi i suoi genitori. Un figlio deve crescere con i suoi genitori. Non era la prima volta che Elisa vedeva quell’atteggiamento, anzi, succedeva spesso. Era normale, per un padre che rischiava di perdere suo figlio. Ma quella donna aveva cercato di soffocare suo figlio col cuscino. Era stato il marito a fermarla, e adesso rivoleva suo figlio. Il fascicolo diceva che aveva dei precedenti di alcolismo, ma sembrava (sembrava?) essersi rimesso in carreggiata.
Elisa trovava sempre molto difficile capire fino a dove poteva arrivare l’ingerenza di un estraneo, nel decidere se dei genitori erano o meno in grado di gestire il loro bambino. Ma quello le sembrava un caso lampante. Magari si poteva provare con un affido temporaneo, invece che un’adozione, in modo che la coppia non perdesse il diritto di vedere il figlio, e a condizione che la donna si sottoponesse a una terapia, e che il marito non avesse ricadute, c’era sempre la possibilità che presto o tardi potessero restituirglielo.
– Lei non ha diritto di togliere un figlio a sua madre. Se non ce lo lascia ci rivolgeremo ai giornali, e tutti sapranno che a una donna disperata, invece di darle aiuto le tolgono il bambino.
– Vede – cercò di spiegare lei pazientemente – noi dobbiamo pensare prima di tutto a suo figlio, perché è lui la persona più debole. Non credo che voi vogliate che a causa della sua malattia – si rivolse alla donna – suo figlio possa soffrire.
– Mia moglie non è malata! – gridò l’uomo. In un certo senso aveva ragione, non era una malattia riconosciuta, o meglio, c’era ancora molta confusione tra una momentanea depressione e una condizione patologica che poteva avere conseguenze tragiche per chi la subiva e per chi gli stava vicino. Elisa sapeva che i giornali, probabilmente, avrebbero ascoltato la storia dell’uomo, avrebbero accettato la sua versione, e avrebbero gridato allo scandalo, perché non si può togliere il figlio a una povera donna che già soffre. Lo sapeva perché le era già capitato di vedere articoli di quel genere. Non è molto facile accettare l’idea che qualcuno possa decidere che la tua disperazione, la tua angoscia, è così grave da non permetterti di curare tuo figlio. L’idea che a nessun figlio – specialmente a un bambino – si può chiedere di farsi carico di guarire una madre in preda agli incubi. Non era facile neanche per lei, neanche in questo caso, in cui quel figlio era quasi morto. Gli assistenti sociali, i giudici dei tribunali per i minorenni, venivano spesso additati come quelli “che portavano via i figli ai loro genitori”. Ma la realtà era ben diversa. C’erano situazioni che andavano avanti per anni, pezza dopo pezza, tra mille diversi tentativi, pur di non dichiarare lo stato di adottabilità di un bambino. C’erano, certo, assistenti sociali molto rigidi, che prendevano il loro lavoro troppo sul serio, o troppo poco. Così come c’erano giudici che in quanto tali erano presi da una sorta di delirio di onnipotenza, credevano davvero di poter avere in mano la vita e la morte delle persone, come il nano di De André. Ma erano pochissimi. Lei personalmente aveva sentito parlare, tra i colleghi e tra gli avvocati, di un paio di casi, ma non ne conosceva neanche uno.
– Senta, cercheremo di trovare una soluzione, ma voi dovete aiutarci. Noi non siamo qui per togliere i figli a nessuno, però voi dovete dimostrarci che state facendo tutto quello che potete perché quello che è successo non si ripeta mai più. Noi non possiamo far finta di niente, ma per voi è ancora meno possibile. Dovete fare i conti con la realtà, e cercare di cambiarla. Perché suo figlio stia bene, signora, bisogna che prima di tutto sia lei a stare meglio. Si faccia aiutare, lo faccia, per se stessa e per suo figlio. – La stava quasi supplicando, ma non poteva sapere se la donna l’avrebbe ascoltata, non poteva sapere se suo marito, che evidentemente aveva in mano le redini della sua vita, glielo avrebbe permesso. Fortunatamente non era una responsabilità solo sua, c’era tutto un procedimento che avrebbe richiesto la presenza di un pubblico ministero, un avvocato, e alla fine tre persone a decidere. Ma era così stanca… avrebbe voluto chiamare Andrea, per alleggerire un po’ quel peso che non smetteva mai, nemmeno dopo tanti anni, di portare sulle spalle ogni volta che vedeva il dolore altrui, ma sapeva che era in ospedale.
In quel momento, quasi a rispondere a quel suo muto desiderio di parlare con qualcuno, il telefono squillò, ma non era Andrea, era Fabrizio.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – III

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Il dottor Enrico Giuliani era stato il medico di Viviana per vent’anni. Quando era andato in pensione, più o meno diciassette o diciotto anni prima, gli era subentrato il figlio, Riccardo. Lo ricordava poco più che ragazzo, adesso era stempiato, aveva la barba quasi completamente grigia, e una figlia fidanzata. Ma aveva la stessa dolcezza nello sguardo, la stessa pazienza nel dedicare tempo a tutti, anche alle vecchiette che andavano lì una volta la settimana solo per chiacchierare un po’ con qualcuno e intanto sentirsi rassicurare che gli acciacchi non avrebbero impedito loro di vivere un’altra settimana.
Quando Viviana entrò, lui si accorse subito che sapeva tutto.
– Alla fine te lo ha detto. – Non era una domanda.
– Alla fine? Da quanto tempo lo sai? – chiese lei.
Il dottor Giuliani avrebbe voluto rimangiarsi quelle parole che gli erano sfuggite di bocca involontariamente, ma non poteva.
– In realtà non è tanto. Era un po’ che mi parlava di questo dolore al fianco, quasi scherzando, ma ho cominciato subito a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava perché non era da lui lamentarsi di mali inesistenti o di dolori senza importanza. Gli ho detto di fare degli esami, ma era già troppo tardi. L’ultimo è stato un paio di mesi fa, e mi ha confermato quello che temevo. – Nei suoi occhi c’era tutto il dolore per non essersi accorto prima di quello che stava succedendo, per non essere intervenuto in tempo. Ma come avrebbe potuto? Due mesi. Per tutto quel tempo era riuscito a nasconderlo persino a lei.
– Lui mi ha sempre detto che voleva che gli dicessi la verità, e lo sai che anche se avessi voluto nasconderglielo, lo avrebbe capito lo stesso.
Sì, lo sapeva. Lei, invece, non aveva capito, per due mesi gli aveva vissuto accanto come sempre, e lui si era tenuto dentro i risultati inappellabili di quegli esami, la certezza di dover morire, e non le aveva detto niente.
Era pallidissima, sembrava come svuotata di ogni linfa vitale. Certo lui, che l’aveva conosciuta in giorni terribili, non l’aveva mai vista così.
– Forse… forse avrebbe potuto aspettare ancora a dirtelo, lasciarti ancora qualche mese di serenità. – L’accusa era esplicita, e Viviana ebbe una reazione quasi feroce, in parte perché era un’accusa ingiusta, in parte perché doveva tirare fuori, in qualche modo, quella rabbia impotente che non sapeva da dove veniva.
– Lo conosci, sai che non l’ha fatto perché voleva la mia compassione. Io… C’era a malapena un’ombra nei suoi occhi, ma lo conosco da ventotto anni, Riccardo, come volevi che non me ne accorgessi? Ha fatto le analisi, si è tenuto dentro i suoi sospetti, la paura, l’angoscia che deve aver provato, e dopo ancora, per due mesi, io non so, in quei due mesi non so niente di come li ha vissuti, di quello che ha sentito. Non concepisco un documento che ti leghi anima e corpo a un’altra persona, come se potessi cederli a qualcuno, come se fosse una catena che non potrà mai essere sciolta, ma l’amore sì, l’ho amato nel bene e nel male, sono la sua compagna, deve significare qualcosa, questo. Ancora adesso mi guarda nello stesso modo, mi sorride nello stesso modo, e io non capisco, ha il coraggio di un leone, ma dove lo trova tutto quel coraggio?
La voce si era trasformata in una sorta di urlo appassionato, poi in un sussurro, poi si era alzata ancora e si era spenta quando lei non era più riuscita ad andare avanti, il corpo scosso dalla violenza di un dolore contro cui non poteva opporre nessuna volontà e nessuna forza.
– Cosa pensate di fare, adesso? – Le chiese, quando si fu infine calmata un po’.
– Fare? – Non capiva. Che cosa c’era che potesse fare?
– Dovrebbe curarsi in ospedale, lo sai. Ho cercato di dirglielo, ma non vuole ascoltarmi. Forse, se glielo dicessi tu…
Fu allora che Viviana cominciò a capire. Un uomo aggredito da un male incurabile non è più un uomo, è un malato, peggio, un malato senza speranza, un morto che cammina. Era a questo che Fabrizio si era ribellato, pretendendo contro ogni logica (o forse secondo la migliore logica possibile) di rivendicare la normalità della sua vita fino all’ultimo, perché era l’unico modo di non smettere di essere un uomo.
– Potrebbero fare qualcosa? – domandò, e d’improvviso l’antica luce di sfida si era riaccesa nei suoi occhi. Ma una flebile nota di speranza c’era ancora, e lo rattristò, perché sapeva bene che non potevano fare niente, se non prolungargli la vita il più possibile, in una “struttura adeguata”.
Scosse la testa.
– Vorrei dirti che c’è una possibilità, anche una su un milione, ma non posso mentire su questo. Però devi renderti conto che c’è anche il rischio che ti accusino di… di non aver fatto abbastanza, o magari anche peggio. Eutanasia, voglio dire.
– Se c’è una cura, mi dicano cosa devo fare, e lo farò, ma non a costo di impedirgli di vivere la vita che lui vuole, di togliergli la possibilità di decidere, o di allontanarlo dalla mia vita, a meno che non sia lui a chiedermelo. – Era evidente che non lo credeva probabile. – Gli parlerò, perché penso che sia giusto, gli dirò che secondo te sarebbe importante. Ma se lui… se lui dicesse di no, prometti di lasciarci in pace? Prometti di ricordarti che è ancora un… un uomo adulto, nel pieno delle sue facoltà? Sarebbe l’aiuto più grande che potresti darci.
Il conflitto delle ragioni della medicina, e della tranquillità della sua coscienza, con quelle dell’affetto che aveva per Viviana e Fabrizio durò poco. Sapeva che Viviana aveva ragione, sapeva come si sarebbe sentito lui, se qualcun altro si fosse impadronito della sua vita, arrogandosi il diritto di scegliere quello che poteva e non poteva fare. Annuì in silenzio. Lei ebbe un debole sorriso di ringraziamento, poi uscì senza voltarsi indietro.

Altra parte su cui ho più di un dubbio questa: se inserirla o meno, prima di tutto; e anche sul “come”, perché in realtà quando l’ho scritta sapevo poco o niente del fatto che spesso in realtà i malati cosiddetti “terminali” (che parola atroce) non vengono affatto tenuti in ospedale, e di come vengono curati e “sedati”. La sostanza cambierebbe anche abbastanza poco, per me, ma la forma… non ne sono sicura.