LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Terza puntata

III

Lewis aveva lasciato Washington il cinque di luglio, di ottimo umore. Amava andare a cavallo, e nonostante il caldo e la polvere, si era goduto ogni minuto del viaggio verso Pittsburgh. C’era stato qualche intoppo con le provviste, ma nel complesso, come aveva scritto a Jefferson, tutto procedeva per il meglio.
Tre settimane dopo, iniziava ad essere preoccupato. Molto preoccupato. E quando era preoccupato, tendeva a perdere le staffe con più facilità del solito.
La lista degli acquisti necessari era stata predisposta e più volte ripassata e revisionata da lui stesso insieme al Presidente, e gran parte dell’equipaggiamento se lo era già procurato a Philadelphia: armi, medicinali, conserve alimentari, attrezzature da campeggio, strumenti scientifici, doni per gli indiani che avrebbero incontrato sul loro cammino, carta, inchiostro. Ma senza una barca per trasportarlo era come non avere niente.
Nel contratto era scritto chiaramente, la chiatta che aveva ordinato avrebbe dovuto essere pronta per il venti luglio, e già così, sarebbe stato tardi: il livello delle acque dell’Ohio iniziava ad abbassarsi fin dalla metà del mese, rendendo la navigazione sempre più difficile; ma sarebbe stato comunque possibile partire prima che il maltempo incombesse. Se il costruttore avesse rispettato i termini. Adesso, invece, veniva fuori che non aveva praticamente neppure iniziato.
«Maledizione, ma non capite che il tempo, per noi, ha un’importanza vitale?».
«Scusate», biascicò l’uomo, che sembrava aver bevuto un po’ troppo. «Il carico di legname che aspettavo ha tardato diversi giorni, ma adesso è arrivato. Avrete la vostra barca entro il trenta, ve lo prometto». Lewis ne dubitava fortemente. Anche a voler credere che ci fosse del vero nelle sue giustificazioni, al punto in cui erano le cose, sarebbe stata già una fortuna se fosse riuscito a consegnargli la barca ai primi di agosto. E intanto il livello del fiume scendeva di giorno in giorno, e la frustrazione e la collera di Lewis aumentavano in proporzione.
I suoi sospetti furono presto confermati. Visitava il cantiere quotidianamente, cercando di instillare nel capomastro almeno un barlume di quel senso di urgenza che egli sentiva come una pressione quasi insopportabile; ma invano. Né le minacce, né la persuasione sembravano sortire alcun effetto, il costruttore continuava a bere e accampare scuse. Troppo spesso non iniziava a lavorare prima del pomeriggio; e in certi giorni non lavorava affatto.
Il trenta luglio venne e passò; e venne la prima settimana di agosto, e passò anche quella, e niente barca. Lewis, disperato, acquistò due o tre canoe. Cosa pensava di farci? Non lo sapeva neppure lui. Discendere l’Ohio con quelle e cercare una chiatta da qualche altra parte? Una follia.
Il costruttore giurò che avrebbe finito il barcone entro il 13 agosto. Un’altra promessa a vuoto. Quattro giorni dopo, Lewis lo trovò in preda ai fumi dell’alcol, che sbraitava e inveiva contro i suoi lavoranti, i quali lo piantarono in asso su due piedi. Esasperato, lo minacciò per l’ennesima volta di cancellare il contratto, ma di fatto aveva le mani legate, e lo sapeva. Più che licenziarlo, lo avrebbe volentieri strangolato, ma l’uomo aveva su di lui un considerevole vantaggio: non c’era nessun altro in grado di costruire una chiatta nel raggio di centinaia di miglia.
Due cose soltanto gli risollevarono lo spirito così fortemente provato dalla frustrazione: la lettera di Clark, che accettava con slancio di partecipare alla spedizione, e lo splendido Terranova Seaman, acquistato in quei giorni: i venti dollari meglio spesi della sua vita.
Alla fine, tra urla, suppliche, minacce e imprecazioni, la barca fu ultimata. Era il trentuno di agosto. Neppure i più vecchi coloni di Pittsburgh ricordavano che il livello del fiume fosse mai stato così basso. Non era navigabile, gli dissero. Ma a quel punto, Lewis avrebbe tentato di discenderlo in ogni caso, se pure fosse rimasto solo il letto asciutto e cosparso di ghiaia.
La chiatta era pronta alle sette del mattino, alle dieci era stata già riempita di tutto il suo carico, e Lewis partì senza perdere neppure un altro minuto, con i primi undici uomini assunti come equipaggio.
Giunsero a Louisville il 14 ottobre. Quando entrò nel porto e vide Clark ad aspettarlo, il cuore di Lewis si allargò. Avevano perso oltre un mese sulla tabella di marcia, ma finalmente si cominciava ad entrare nel vivo.
«Perdonate il ritardo, Clark. Come sapete, quello sciagurato del costruttore mi ha fatto diventare matto».
«Non preoccupatevi, Lewis. Ne ho approfittato per reclutare altri uomini, anche se ho detto loro che la decisione finale sul loro ingaggio sarà vostra, e ho disegnato alcune mappe che intendo mostrarvi. Mi sono tenuto pronto per iniziare il viaggio anche domani stesso».
«Avervi con me è un vero dono del cielo, Clark», disse Lewis. «So di poter contare tanto sulla vostra capacità di valutare le qualità degli uomini, quanto sul vostro talento di geografo e disegnatore. Sono doti preziosissime, per un compito di questa natura».
«Mio caro Lewis, come vi ho scritto, non c’è nessuno sulla faccia della Terra col quale condividerei questo viaggio più volentieri che con voi. E visto che siamo entrambi impazienti di intraprenderlo, direi di andare a mangiare un boccone e metterci subito al lavoro».

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Seconda puntata

La prima puntata, se volete, la trovate qui.

II

Al di sopra del ruscello, un albero protendeva il suo tronco contorto. Io sono un albero, pensò Sakagaweah. Lo guardò ancora. La corteccia proseguiva per un tratto quasi perfettamente verticale, poi d’improvviso piegava in orizzontale, nella direzione da cui sorgeva il sole, e infine riprendeva il suo cammino verso l’alto, in un groviglio di rami intrecciati in fuga senza ordine, ciascuno per conto suo.
Quando avevano quella forma, le aveva spiegato suo padre, voleva dire che erano quasi seccati tante volte, tante volte quasi morti, e invece poi avevano trovato sempre un nuovo modo di sopravvivere.
Sakagaweah rivide una scena. Un’altra fuga disordinata, tanto tempo prima, ma quelle erano persone. C’era sangue. Sui vestiti, sulle mani, in terra, dovunque. Qualcuno l’aveva afferrata e portata via.
Non riusciva a liberarsi di quei ricordi. Bastava il verso stridulo di un corvo, un riflesso strano nell’acqua del fiume; o un tronco contorto. Si coprì con le mani tutti e due gli occhi per scacciarli, anche se sapeva che non serviva. Anche se fossero scomparsi per un po’, sarebbero tornati ancora, e ancora, e ancora. Ti prego, Grande Spirito, lasciami dimenticare, pensò.

Anche allora era andata a cercare cibo. Era insieme alla sua amica Kimama, e lo aveva detto a lei, quella volta: guardami, io sono un albero. E poi, cominciando a muovere le braccia su e giù: ora sono un uccello. Non era che una bambina, a quel tempo. Non che ne fosse passato poi molto: quattro inverni soltanto, ma era come se fosse stata un’altra vita.
Poco più avanti, avevano trovato delle orme di lupi, fresche e regolari, diverse impronte affiancate, un branco intero, cinque o sei almeno, con uno o due cuccioli.
Dove vanno i lupi, secondo te? – aveva domandato Sakagawea a Kimama.
Vanno in cerca di cibo, come noi, – aveva risposto lei, senza alcun interesse.
E poi erano tornate al villaggio e avevano sentito le urla, gli spari, avevano visto il sangue. Sakagaweah ricominciò a pensare ai lupi, per allontanare gli altri ricordi. Dove vanno i lupi? Qualcosa di loro era anche dentro di lei, lo sentiva. A volte, la notte, provava quello stesso, irrefrenabile desiderio di ululare alla luna.
Le bambine con cui era cresciuta, al vecchio villaggio… anche loro erano state caricate sui cavalli e via. Polvere e vento e terrore, ma le facce asciutte, perché piangere non si può, non si deve. Erano lì con lei, adesso, nel nuovo villaggio: Kimama, Cha’risa, Hai’wee.
Kimama cuciva abiti bellissimi, con le pelli. Era davvero brava, molto più brava di lei.
Hai’wee preparava cibi deliziosi col poco che c’era. Carne di cervo e di cinghiale, quaglie, trote, nocciole, mele. Presto, Haiwee era rimasta incinta. Sakajaweah accarezzava la sua pancia e pensava che sarebbe successo anche a lei. Voleva che succedesse, ma aveva paura. Tanta paura.
Cha’risa era quella che le somigliava di più, le piaceva camminare e guardare le cose che la circondavano, ma non aveva molta memoria. Doveva percorrere una strada almeno cinque o sei volte, prima di poterla ricordare. Non teneva a mente i segni, non distingueva una pianta da un’altra. Però riconosceva il verso di qualunque animale, e imitava perfettamente il canto di certi uccelli. E quando ballava, sembrava leggera come una piuma.
Dopo il sangue e gli spari e i cavalli al galoppo, il vento e la polvere, tutto il resto del tempo era trascorso sempre uguale, ogni giorno come quello prima, la terra da lavorare, le pelli da cucire, cibo da scavare, legna e acqua da trasportare, senza fermarsi mai.
Di tanto in tanto ci si spostava, in pochi minuti bisognava essere pronti, la carne riposta in borse di cuoio, i pochi abiti e oggetti da portar via raccolti nelle sacche, le tende smontate, i cavalli pronti per essere montati dagli uomini, mentre le donne seguivano a piedi.
In qualche modo, Kimama e Hai’wee e Cha’risa l’avevano aiutata ad andare avanti, solo sapere che erano lì, poterle vedere, anche se non c’era tempo per parlare. Era per loro che era riuscita a sopportare tutto, il dolore, la fatica, e persino Toussaint.
A volte le mancava il suo vecchio villaggio, i suoi genitori, i fratelli e le sorelle e tutti quelli che conosceva un tempo. A volte no.

La ragazza raccolse la cesta con le bacche, le radici e i due salmoni che era riuscita a prendere. Non c’era pesce nel fiume, in quella stagione, ma quei due salmoni sarebbero bastati, per qualche giorno. Ci sono momenti che la terra madre diventa crudele come un animale inferocito dalla fame; diventa secca, come bruciata: e bisogna scavare molto, per trovare qualche radice che permetta appena di sopravvivere.
Si avviò verso il villaggio a passo svelto, e arrivò alla tenda prima di sera. Ma per quanto facesse in fretta, per Toussaint non faceva alcuna differenza. Se era ubriaco, o semplicemente di cattivo umore, l’avrebbe picchiata comunque.
«Dove sei stata tutto questo tempo? Che me ne faccio di una piccola strega pigra per moglie, eh, me lo dici? Ti insegnerò io a ubbidire».
Sakajaweah gli vide prendere il ramo di nocciolo che teneva da una parte. Sapeva cosa l’aspettava. Era talmente abituata, ormai, che aveva imparato a non sentire neanche il dolore. Chiuse gli occhi, strinse i denti e si preparò a fingere di non essere lì, di essere molto lontana, una lupa con il suo cucciolo nei boschi, oltre le montagne.
Toussaint Charbonneau era molto vecchio, ma l’aveva comprata, o vinta al gioco, in ogni caso era sua.
Tanto tempo prima, sua madre le aveva raccontato quello che succedeva tra un uomo e una donna quando erano soli nella loro tenda. Dovrai sopportare, quando ti cerca, lascia che faccia ciò che vuole, poi tanto passa, le aveva detto. Ma sua madre non aveva mai conosciuto Toussaint. Non aveva potuto prepararla abbastanza, per lui. La puzza di alcool, sudore e fumo, il respiro affannoso, il corpo pesante. La prima volta aveva provato a scappare, ma dove avrebbe mai potuto andare? Lui rideva, ma non era una risata buona. Fermati piccola strega, smetti di sgusciare via come una biscia, tanto non mi scappi.
Alla fine si era rassegnata, e lui l’aveva schiacciata con tutto il suo peso. Si era sentita quasi soffocare. A un certo punto aveva provato un dolore tremendo, più forte persino delle botte. Aveva urlato, e nello stesso momento aveva sentito anche Toussaint urlare, ma il suo non era un grido di dolore. Di trionfo, semmai. Col tempo, il male era diminuito, anche se non era mai scomparso del tutto. Sua madre aveva avuto ragione. Ci si abitua a tutto, prima o poi.
Una volta, Toussaint l’aveva prestata a un mercante che conosceva. Quell’uomo gli aveva dato molte pelli, e in cambio aveva potuto “divertirsi un po’ con lei”, così aveva detto,. Solo una volta, comunque. Sapeva di ragazze che erano state costrette molte volte, con uomini diversi.
Toussaint non era cattivo, anche se si arrabbiava spesso, per un gran numero di motivi, e ogni volta la picchiava. Non aveva soldi e la picchiava, aveva finito il whisky e la picchiava, la picchiava se non rispondeva subito al suo richiamo, o se ci metteva troppo a portare la legna, o se il raccolto era scarso.
Aveva anche un’altra moglie, e picchiava anche lei.
Era così che andavano le cose: un giorno trascinavi canoe e mangiavi salmoni sul fiume Lemhi; il giorno dopo eri molte miglia lontano, a lavorare per gente sconosciuta, e potevi essere venduta a qualcuno che poi ti chiamava squaw, una tra tante mogli, buona per lavorare e generare figli; quello che decideva il Grande Spirito bisognava accettarlo.
Forse il suo spirito non era piegato del tutto; faceva tutto quello che le dicevano, ma c’era dentro di lei una minuscola scintilla di un fuoco che da qualche parte bruciava, anche se nascosto a tutti, persino a lei stessa.
La luna della semina era appena cominciata. Poche sere dopo, Sakagaweah sentì con certezza che una nuova vita si stava formando nel suo ventre.
Quella notte uscì, mentre tutti dormivano. Non andò lontano, solo fino a un punto in cui poteva sentire il rumore del vento unirsi in un tutt’uno con quello dell’acqua del fiume. Aveva piovuto molto; qualche goccia sottile scendeva ancora, sempre più piano. Le sue impronte si mescolarono ad altre, tutte confuse dal fango. Il giorno dopo non si sarebbe visto più niente.
Presto, anche gli altri si sarebbero alzati, e avrebbero pensato solo che si fosse svegliata un po’ prima; le stelle già schiarivano all’orizzonte, era quasi giorno. Aspirò profondamente l’aria, il profumo inconfondibile dell’inverno che finiva.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Prima puntata

Volevo farvi un piccolo regalo di Pasqua. Qualche giorno fa, dopo una crisi di pianto, come spesso mi succede, ho recuperato un po’ di equilibrio e senso delle cose. Ho capito che tra tutte le cose che amo fare, scrivere è di gran lunga la più importante. Vorrei anche essere pubblicata, sì, ma solo per poter arrivare a più persone. Nel frattempo, ogni lettore è un dono prezioso, un pezzo del sentiero. Se davvero qualcuno non ha di che riempire queste lunghe giornate di clausura (io ho sempre millemila cose da fare, ma questo probabilmente è dovuto al fatto che comunque ho sempre lavorato da casa, sono abituata, e per giunta solitaria di carattere), potrebbe aver voglia di leggere questo romanzo. E se avete tante cose da fare, potreste decidere di leggerlo lo stesso, per il puro piacere di farlo. E io ve lo regalerò, a puntate. La prima, come piccolo pensiero pasquale, sperando che sia comunque una Pasqua serena, nonostante tutto.

PROLOGO

Questa notte, forse per l’ultima volta, guardo il cielo. Lo sento tutto intorno a me, dentro di me. I miei piedi toccano ancora la terra, ma il mio cuore è nell’acqua e la mia testa viaggia già verso il cielo. Ho il cielo sulla lingua, nelle orecchie e negli occhi.
Il cielo esiste dall’inizio dei tempi, non è stato disegnato dalle orme degli Antenati. Non sempre gli uomini trovano subito la strada giusta, i loro passi, diceva mio padre, sono incerti e pieni di errori, quasi come quelli di un bambino che stia appena iniziando a tenersi in piedi. Il cielo non sbaglia. Non ci sono odori, suoni, o tracce che svelino ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, come il cacciatore capisce dal terreno quanti bisonti sono passati, e se potranno essere raggiunti, e se basteranno a sfamare tutte le famiglie. Non c’è interprete che possa imparare la lingua delle stelle, esse ci mandano messaggi che non capiamo, e non comprendono i nostri.
Mi chiamavano Donna-Uccello, tuttavia, che il Grande Spirito mi perdoni, io al cielo ho sempre preferito la terra. Ho sempre amato quello che potevo toccare e odorare. Mi piaceva camminare, leggere i segni sulle cortecce degli alberi, sulle pietre, o nello scorrere dell’acqua; dicono che ogni persona che percorre la terra contribuisce coi suoi passi a costruirla e darle forma; ma non si può percorrere il cielo, non si può costruirlo o dargli forma. Il cielo non ci appartiene, e noi non gli apparteniamo. Una tela sacra, dicevano gli Anziani, unisce tutto ciò che vive sulla terra, gli uomini e i bisonti, gli uccelli, i pesci, gli insetti, i sentieri, le montagne, le acque e le rocce.
Eppure oggi credo che quel tessuto unisca anche le cose della terra a quelle del cielo. Forse gli Anziani hanno ragione anche su questo, un giorno torneremo a quelle stelle dalle quali tutto è cominciato.

CAPITOLO I – 1803

Jefferson alzò gli occhi dalle carte che stava leggendo e guardò il giovane segretario.
«Dunque, siete pronto a partire».
«Sì, Presidente. Non appena darete l’annuncio, lascerò Washington. Vi sono ancora diversi preparativi da ultimare, ma conto di essere a Saint Louis con Clark entro la fine dell’anno».
Benché la candela illuminasse a malapena la scrivania, lasciando il resto della stanza in penombra, Lewis poté vedere chiaramente lo scintillio negli occhi di Jefferson. Magro e assai alto, quasi dinoccolato, Jefferson aveva l’abitudine di sedere in modo estremamente rilassato, quasi scomposto. Molti notavano gli abiti di foggia antiquata, talvolta addirittura di taglia troppo piccola per lui, specie se rapportati alla straordinaria misura delle sue mani e dei suoi piedi. Quando si alzò, tuttavia, assunse subito quella posa perfettamente eretta che colpiva immediatamente chiunque lo vedesse per la prima volta. E benché i capelli, un tempo rossi, fossero ormai quasi del tutto grigi, non aveva perso nulla del suo vigore, né fisico, né intellettuale.
Jefferson si avvicinò a Lewis e gli strinse entrambe le mani con caldo affetto.
«Il nostro sogno infine si realizza… credetemi, Meriwether, ben poche cose al mondo potrebbero rendermi più felice».
Lewis gli credeva, eccome. Sapeva meglio di chiunque altro che quelle carte rappresentavano il trionfo del Presidente, il risultato di anni di negoziazioni, missioni diplomatiche, mosse strategiche e battaglie con nemici tanto esterni quanto interni al Paese. Questi ultimi, a dire il vero, ancor più ostili e temibili dei primi.
Un’amicizia profonda aveva unito un tempo Jefferson, il suo predecessore John Adams e lo stesso George Washington: un legame cementato negli anni difficili e gloriosi della guerra d’indipendenza. La successiva fase di costruzione dello Stato aveva messo in luce le prime divergenze, ma erano state le Leggi sulla Sedizione del 1798 a creare una frattura insanabile. A tal punto insanabile, in effetti, che Jefferson aveva preferito non partecipare ai funerali di Washington tre anni prima, ritenendolo inopportuno, benché avesse più volte, in privato, espresso una profonda ammirazione per la sua persona e un sincero cordoglio per la sua morte.
Quelle leggi avevano reso illegale qualunque manifestazione, riunione politica e pubblicazione critica verso leggi, azioni o provvedimenti dell’Esecutivo. Jefferson, uomo di salda fede liberale, le aveva vissute come un vero e proprio affronto, un dichiarato attacco alla libertà di pensiero e alla democrazia.
Era questa la ragione principale per cui aveva deciso di fondare con Madison il Partito Repubblicano-Democratico, contrapposto al Partito Federalista di Adams, e di candidarsi alle elezioni del 1800. Elezioni vinte a seguito di una campagna di inaudita ferocia, con insulti, da entrambe le parti, talmente sanguinosi da rendere del tutto impossibile ogni ipotesi di ricucitura dello strappo.
Lewis era al suo servizio da un paio d’anni, parte dei quali trascorsi a esaminare liste di ufficiali e funzionari e individuare tra loro quelli che potevano considerarsi degni di fiducia. Del resto, non c’erano solo i Federalisti da tenere d’occhio. Come si era conto ben presto, intrighi, macchinazioni, cambi di alleanze e slealtà erano all’ordine del giorno. Avidità e sete di potere erano spesso molle assai più forti degli ideali.
Per molti, ma non per Jefferson.
Quando il neo-presidente gli aveva scritto chiedendogli di lavorare per lui, Meriwether Lewis era ancora nell’esercito. Jefferson gli aveva detto soltanto che l’incarico sarebbe stato “meno duro della vita militare”, e che comunque avrebbe potuto mantenere i suoi gradi. Lewis non aveva esitato. La fiducia incondizionata di cui il Presidente lo onorava era ampiamente ricambiata.
Jefferson non amava trovarsi al centro dell’attenzione e parlare in pubblico; ma pochi sapevano esprimere con tanta eloquenza l’amore per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini, poiché quegli ideali egli li portava impressi a fondo nel cuore; e Lewis li condivideva in tutto e per tutto.
Al momento, i suoi nemici erano troppo divisi per rappresentare una minaccia, ma Jefferson era certo che non si sarebbero arresi facilmente, e Lewis temeva che avesse ragione.
Tuttavia, il Presidente aveva messo a segno un punto formidabile: da tempo aveva intuito che i territori francesi della Louisiana potevano costituire una inestimabile porta di apertura verso l’Ovest, strategicamente importante soprattutto per i commerci. Quando Napoleone aveva preso il potere, Jefferson aveva scommesso tutto sul fatto che il neo-Imperatore avrebbe avuto bisogno di denaro per le sue campagne, e sarebbe stato più facile convincerlo a cedere quelle zone inesplorate e potenzialmente ostili. Cosa che era puntualmente avvenuta; e con una serie di abili mosse, Jefferson aveva più che raddoppiato il territorio del Paese. Quando la vendita era stata conclusa, aveva già in tasca il sì del Congresso al finanziamento di una spedizione esplorativa a cui lavorava da molto prima di sapere che avrebbe mai potuto compiersi. Nel tempo, quel progetto era diventato una delle sue ragioni di vita, e il giovane segretario era stato al suo fianco fin dall’inizio.
Jefferson gli aveva dato accesso alla sua vastissima biblioteca, lo aveva introdotto ai personaggi più influenti e ai maggiori scienziati ed esperti del Paese, lo aveva perfino istruito personalmente, e l’ammirazione che Lewis nutriva nei suoi confronti era cresciuta a dismisura.
«Spero solo di essere all’altezza», disse. Questo era un aspetto che lo preoccupava non poco. Le aspettative del Presidente erano notoriamente alte, nei confronti dei suoi collaboratori quanto di sé stesso.
«Non potrei pensare a nessun altro. Forse è impossibile trovare qualcuno che riunisca in sé tutte le nozioni di botanica, scienze naturali, astronomia e capacità di osservazione, e al tempo stesso le doti di fermezza di carattere, capacità di adattamento, prudenza e autorevolezza necessarie a questa missione. Ma non conosco nessuno che si avvicini a questa descrizione più di voi. In più, da ragazzo avete avuto contatti con gli Indiani, ne conoscete usi e costumi, li rispettate ed essi rispettano voi. Ho avuto modo di conoscervi ancora meglio in questi due anni in cui abbiamo lavorato fianco a fianco, e la mia stima nei vostri confronti non ha fatto che crescere.
Piuttosto, siete sempre certo della scelta di Clark come vostro secondo in comando?». La voce del Presidente tradiva un certo scetticismo.
«Assolutamente – rispose Lewis. – Lo conosco da quando eravamo nell’esercito insieme. È coraggioso, leale, e uno degli uomini più onesti che abbia incontrato in vita mia. Una qualità non da poco, di questi tempi».
«Non ne dubito, Meriwether, tuttavia, per quanto riguarda la sua cultura, le conoscenze scientifiche…».
«Voi lo sottovalutate, Jefferson – ribatté Lewis, passando bruscamente a un tono più informale con quello che era, dopotutto, un amico di famiglia di lunga data, – ma per quanto a Clark possa difettare una certa finezza nei modi, o la dote della buona conversazione, nondimeno non vorrei nessun altro al mio fianco in una missione che richieda intuito, prontezza di riflessi e una buona dose di simpatia e curiosità nei confronti degli altri esseri umani. In questo, sapete, egli mi è di molto superiore. A proposito, Presidente, intendo chiedere che a Clark venga assegnato il mio stesso grado di Capitano. Nell’esercito, del resto, è stato mio superiore, e desidero che egli abbia, agli occhi degli uomini, un’autorità in nulla inferiore alla mia. Posso contare sul vostro appoggio a questa richiesta?».
Jefferson sorrise.
«Ora siete voi a sottovalutarvi, Meriwether. Credo che questo viaggio vi rivelerà aspetti di voi stesso che neppure immaginate. Comunque, lascio queste scelte al vostro giudizio. Se voi lo ritenete all’altezza, fate come vi sembra opportuno. Ma ricordate che vostro è il comando della spedizione, e vostra la responsabilità della sua riuscita. O del suo fallimento».

Gli Indiani Gallesi

Un brano del libro che sto scrivendo.

Mattinata poco nuvolosa, ma assai fredda, uno strato di brina bianca ha ghiacciato la superficie dell’acqua.
Abbiamo riunito diversi capi e guerrieri Flat-Head per chiedere loro di venderci altri cavalli, e alla fine ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti ad acquistare una decina di cavalli, non senza qualche grattacapo. Ancora dobbiamo passare attraverso cinque o sei lingue e non sempre ci si comprende. In più, la gente di questa Nazione ha un accento assai forte, una pronuncia rauca e gutturale, tanto che i miei uomini li hanno soprannominati gli Indiani Gallesi. Esiste infatti una teoria, secondo cui in tempi antichissimi certi viaggiatori gallesi sarebbero giunti fino in queste terre e alcuni Indiani sarebbero loro discendenti. Sia come sia, sono le persone più leali e piacevoli che abbia incontrato nel mio viaggio, e ci hanno trattati in tutto e per tutto come loro amici. Sono diretti verso il Missouri, al momento, per trovare selvaggina, poiché hanno davvero poco da mangiare, solo bacche e radici che hanno condiviso con noi.
Ho cercato di comprendere e trascrivere il maggior numero possibile di parole nella loro lingua, per verificare se quella teoria di cui dicevo abbia un qualche fondamento di verità, e l’ho trovata comunque in sé assai interessante.
Da quando abbiamo lasciato l’accampamento Shoshone, Charbonneau non ha mai smesso di mantenere quel grugno corrucciato, si mostra molto poco affabile nei miei confronti, e non so se esserne irritato o divertito. Sakagawea invece si è notevolmente addolcita. Le mie scarne e inefficaci parole a difesa del valore del suo lavoro paiono averla commossa ben più di quanto meritassero. Mi capita di cogliere certi suoi sguardi nascosti, e di restarne confuso. Il suo affetto mi è caro, ma bisogna che non diventi mai nulla di più grande. In un gruppo come il nostro, ogni attrito rischierebbe di rivelarsi fatale.
Non abbiamo mangiato quasi niente oggi, abbiamo terminato la farina e i nostri cacciatori hanno preso solo due fagiani, in pratica un boccone ciascuno, e per il resto, solo bacche. Temo che presto la fame comincerà a diventare uno dei nostri più gravi problemi.

IL BOSCO – Fine

Siamo alla puntata conclusiva di questo romanzo, se qualcuno fosse incuriosito dalla parte precedente della storia, la trova tutta sotto la categoria “romanzo” nell’intestazione della home page, o cliccando qui. La numerazione dei capitoli e paragrafi è un po’ da rivedere ma voi non fatecitroppo caso… 🙂

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Il sole colpì l’orizzonte marino, creando una lama d’oro sulla superficie grigia dell’acqua, proprio sulla linea che la divideva dal cielo. La felicità è impossibile solo come concetto astratto, eterno e universale, pensò Matteo. Ma una felicità molto più modesta, molto più piccola, incerta e quasi sempre temporanea può avere la stessa forza di quella lama d’oro sulla linea dell’orizzonte, che rende un piccolo pezzo di vita così luminoso da essere quasi insopportabile, e persino il grigio diventa meno grigio, afferra il riflesso, la scintilla di quella bellezza divina che gli uomini forse possono solo intravedere. Era quella felicità che lui aveva sempre sfuggito, pensando che a una luce così priva di misura, smodata nel suo splendore, non avrebbe potuto seguire che la delusione e l’amarezza. Ma la delusione e l’amarezza, aveva scoperto, colpiscono anche chi non osa. E aveva ribaltato la prospettiva. Non subito, certo, gli era costato tempo e fatica e dolore, e moltissime volte aveva rischiato di tornare indietro. Ma aveva capito, adesso, che era quella la luce che gli uomini vedono quando inseguono Dio. La luce di un momento perfetto, che ha in sé il completamento di ogni cosa. Il momento in cui tutto quello che ti viene da pensare non è altro che sono vivo, sono vivo. Penso quindi sono. Amo quindi sono. E finalmente tutte le cose acquistano un senso.

       Dalla stazione si avviò a piedi al vecchio porto, si fermò a contemplare le vedute del canale, il bellissimo Castello del Faro e i giardini, riempiendosi gli occhi di ricordi, i capelli di vento e gli occhi di sabbia. La città si sviluppava intorno al porto, e benché fosse diversissima da Genova, qualche somiglianza gliela rendeva meno estranea, e bevve con avidità quei dettagli in comune.

Ma doveva andare, se voleva arrivare prima che venisse troppo tardi. Fece un respiro profondo, prese quasi lo slancio, ma non ce n’era bisogno. Il vento lo spingeva nella direzione giusta adesso, dolcemente, con leggerezza. In fondo a se stesso, e neanche troppo in fondo, lo sapeva bene, ancora temeva di perdersi. Ma una nuova consapevolezza si incarnò in un’idea lieve e un po’ sconsiderata. Non importa se mi perdo, gli venne da pensare. Il vento, comunque, conosce la strada.

 

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – VII

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VII

– Dicono che sia tutta una reazione chimica – disse Fabrizio.
– Cosa? – chiese Andrea, spiazzato.
– Tutto, il motivo per cui ti piace il suo viso, la luce che ti si accende negli occhi quando la guardi, il nodo nello stomaco, il fatto di continuare a desiderarla oppure no… solo chimica.
Si rivolgeva a lui a parole, ma lo sguardo era rivolto a Viviana. Non era chiaro se parlava di lui o di se stesso. Forse di entrambi, ma non riusciva a capire dove voleva arrivare.
Fabrizio distolse lo sguardo da Viviana, guardò Andrea, vide la sua perplessità e sorrise.
– Non so molto di chimica, ma mi è difficile crederlo. All’inizio, forse, ma poi entrano in gioco tante cose. E’ come un gioco a incastri, in cui la forza, le paure, le fragilità, le qualità, i difetti, ogni cosa deve essere complementare. Accettare un’altra persona nella sua totalità è un processo complicato, che richiede tempo, dedizione, rispetto. Stavo solo pensando che ci ho messo tutta la vita a capire tutta l’infinità di cose che mi legano a Viviana. E’ come il curry, un miscuglio di spezie, più o meno sempre le stesse, ma ogni donna indiana ha la sua ricetta speciale, e l’equilibrio dei sapori è la cosa essenziale.
Non era a quello che stava pensando, fino a un attimo prima. Era stato un pranzo tranquillo, avrebbe quasi detto allegro, sicuramente piacevole. Era stato bello vedere Elisa così evidentemente appagata, era stato bello poter pensare che forse lei e Andrea avevano trovato quella ricetta misteriosa.
Dopo mangiato erano “scesi in città”, avevano lasciato la macchina al porto, e adesso stavano salendo su per il colle di Santa Maria di Castello, l’origine, il nucleo primario della città. Da lì si dominavano le colline e il mare, come era essenziale per quella che doveva essere, tra le altre cose, una fortezza, al di sopra di quella baia naturale che era stata un porto da sempre.
Amava quel posto. Gli faceva sempre pensare alla ragione per cui aveva scelto il suo lavoro, la ricerca dell’equilibrio degli spazi. Altrove, in strade diverse, aveva scoperto la bellezza pura delle forme geometriche, la maestà un po’ fredda dei marmi, l’eleganza austera delle ardesie, ingentilite dal gioco dei colori, dei rilievi, delle luci e delle ombre. Strutture dalla simmetria perfetta, limpida, incontaminata, e decori volutamente eccessivi, in un contrasto ricercato e quasi drammatico. Aveva ripensato con un sorriso a quando, ragazzo, aveva chiesto tante volte, nei palazzi pubblici e privati, di poter vedere le sale chiuse, di poter andare oltre quelle porte dietro le quali immaginava – qualche volta a ragione – segrete opere d’arte che lo avrebbero portato più avanti sulla strada della soluzione dei misteri dell’armonia e della bellezza. Non sempre quelle sue richieste di essere iniziato alle profondità dell’estetica erano state accolte benevolmente, qualche volta erano state considerate un bizzarro capriccio, o un segno di sfrontatezza, come forse erano. Ma la sfrontatezza, qualche volta, porta i suoi frutti, e non era stato raro che gli venissero mostrati, in complice silenzio o a volte anche con compiaciuto orgoglio, tesori che agli altri restavano nascosti.
Quando era uscito dalla momentanea fuga nella nostalgia, si era accorto che già da parecchio Viviana, avendo capito il suo desiderio al volo, si era allontanata con Elisa, lasciandolo con Andrea. Aveva iniziato con quel discorso vago, venuto fuori bizzarramente senza una ragione visibile, per prepararsi a quello che voleva dirgli davvero.
– Non puoi dire se sei capace di amare una donna per tutta la vita, fino a quando la vita non è passata, e ti ritrovi ancora con lei, e in qualche modo ti sorprende, ti volti indietro e dici ma guarda, sono riuscito a tenerla con me, lei è riuscita a tenermi con sé, e ti chiedi che cosa c’era di speciale, perché sai che è speciale, sai bene che è una fortuna che non capita a tutti, ma non riesci a spiegarti che cosa hai fatto perché succedesse. Sì, alcune cose le ho capite. Quello che ho scoperto… ne ho parlato con Elisa, una volta. Non ho mai smesso di desiderare di conoscere Viviana a fondo, mi interessa parlare con lei, mi interessa guardarla, mi sorprende la sua forza, mi incanta il modo in cui si muove…. sono riuscito a non stancarmi mai di tutto questo.
Di nuovo alzò gli occhi per guardarlo, lo stesso sguardo schietto, penetrante, vivo e umanissimo con cui aveva sempre guardato tutto e tutti. Era appena più basso di lui, ma Andrea non ci aveva mai fatto caso. O era perché stava invecchiando? Non sapeva perché avesse pensato a questo, proprio adesso. Forse perché era inaspettatamente duro reggere quello sguardo. Forse perché all’improvviso sapeva di avere capito quello che Fabrizio stava cercando di dirgli, e non voleva capire, non voleva saperlo.
– Devi perdonarmi. In un certo senso ti ho fatto venire con un pretesto, anche se mi ha fatto molto piacere vederti, come sempre. – Aveva ripreso a sorridere, e Andrea sentì l’inspiegabile impulso di gridargli di smettere. Non riusciva a vederlo sorridere, gli faceva paura. – Credo… Elisa somiglia molto a sua madre, in quella vitalità, quella voglia di fare tante cose… forse è persino più impulsiva di Viviana, meno capace di lasciare le cose come stanno. Viviana gira intorno agli ostacoli, è più diplomatica, non si butta nelle cose a testa bassa, come Elisa… o come te. – Tranne quando si tratta di me, pensò, rivedendo nella mente il loro dialogo della sera prima. Allora diventava una pasionaria, e non aveva più paura di niente.
– Non sarà sempre facile vivere con Elisa. – riprese. – Ma d’altra parte non è sempre facile vivere con nessuno. Credo che tu la conosca bene, forse meglio di me, e vorrei chiederti un favore, anche so benissimo di chiederti molto, ma non so chi altro possa farlo.
Sì, pensò Andrea con uno scatto di ribellione quasi rabbioso. Io sono sempre la persona più adatta, per dare o togliere la speranza a qualcuno, per dire le verità peggiori, per vivere tutti i giorni con il dolore degli altri e renderlo sopportabile. Ma il dolore non è sempre sopportabile, e qualche volta succede che il tuo conforto non serve, succede che non c’è difesa, succede che persino le mie, di difese, possano crollare.
Adesso Fabrizio non sorrideva più, ma i suoi occhi si erano addolciti.
– Non credo che per consolare un altro sia sempre necessario essere incrollabili. Basta che tu ci sia.
Era incredibile. Come ci riusciva, a penetrare le barriere in quel modo? Non aveva mai conosciuto nessuno che riuscisse non solo a mettersi nei panni degli altri, ma a capire e condividere le loro emozioni con la stessa naturalezza.
– E’ questo che volevo chiederti, di starle vicino, perché credo che sarà molto dura per lei. – Fece una pausa quasi impercettibile, poi riprese. – Quando ho saputo che non mi restava molto da vivere, non volevo dirlo a nessuno. Mi sembrava che fosse una cosa che riguardava solo me, e che non avevo diritto di far soffrire anche gli altri. Adesso… adesso non ne sono più così sicuro. Forse è stato solo per orgoglio che pensavo di poterlo nascondere a Viviana. E’ quasi impossibile nascondere una cosa come questa a qualcuno che ti conosce da quasi trent’anni. Dirglielo è stata la cosa più dolorosa che abbia mai fatto, ma forse era giusto così. Ma per Elisa e Cristina è diverso, loro sono come figlie mie, se non fosse stato per loro, quando… quando è morto Raf non so se ce l’avrei fatta. Ma io non posso sapere se per loro sarebbe meno difficile essere preparate al dolore prima, oppure no. Ricordo quando è morto il padre di Elisa, lei… era così ferita, dal fatto che lui non le avesse detto niente, anche se sapeva di stare male. Ma come si può dire a un figlio una cosa come questa? Non so cosa fare, Andrea. Ho capito che la morte non è una cosa che riguarda solo te, coinvolge tutte le persone che ti sono care, che tu lo voglia o no, ed è spaventosa, questa impotenza, questa consapevolezza che non potrai mai, in nessun modo, risparmiarli, qualunque cosa tu faccia.
Andrea sentì un brivido freddo lungo la schiena. Aveva capito prima che lui lo dicesse, e nonostante questo sentirgliene parlare così, con semplicità, chiamando le cose col loro nome, lo confondeva. Era qualcosa a cui non era abituato, qualcosa che lo scuoteva dentro, rivoluzionando in qualche modo la sua idea della vita e della morte. Nonostante il suo lavoro, ma d’altra parte le cose sono sempre diverse quando ti colpiscono da vicino. Ripensò a certi libri che aveva letto da ragazzo. Ce n’erano tanti, dove si parlava di Signori delle Ombre, di Minacce Sconosciute, di Pericoli Senza Nome. Dire il nome di una cosa, pensò, ha un potere, e per la prima volta mi trovo davanti ad una persona che non accetta di farsi vincere dalla paura dell’oscurità, e che ha capito cosa significa non lasciarsi terrorizzare dai nomi, e quale è il nome che è dietro tutti gli altri. Era… Aveva qualcosa di innaturale, e allo stesso tempo di immensamente saggio. Ma non c’era niente, neanche la saggezza, l’accettazione o il coraggio, che potessero evitare agli altri la sofferenza. E Elisa aveva perso già suo padre, e Raf. Quasi si vergognava che il suo primo pensiero fosse sempre per lei, ma in un certo senso Fabrizio stesso aveva cambiato le regole. Gli voleva molto bene, lo ammirava, era onorato della sua amicizia, e sapeva che perderlo lo avrebbe addolorato enormemente. Ma lui sembrava dire non adesso, non è ancora l’ora di piangere, adesso, lasciatemi vivere, finché posso.
– Vorresti… vorresti che fossi io a dirglielo?
– No, questo no… non credo. Se prendo la decisione di dirglielo, penso che dovrei farlo io. Ma volevo chiederti… tu sei un medico, cosa fate in questi casi? I parenti hanno diritto di essere informati?
– Cosa cambia il fatto che io sia un medico, Fabrizio? Dicono che bisogna dire la verità, ma nessuno ti spiega come fare, e non ci sono due persone che soffrano nello stesso modo, non c’è una strada da seguire. Ho sempre cercato di fare del mio meglio per… per aiutare le persone in certe situazioni, ma quando si tratta di qualcuno a cui voglio molto bene io non sono diverso da tutti gli altri, non ho meno paura di sbagliare. Credo che tu non possa far altro che affidarti al tuo istinto, e sperare che non ti tradisca. Non credo che lo abbia fatto molte volte – terminò, e suo malgrado sorrise, un sorriso pieno di affetto e di rispetto che riscaldò il cuore di Fabrizio al punto che, una delle pochissime volte in vita sua, si trovò a non sapere cosa dire, con un groppo in gola fatto di commozione e gratitudine per le persone splendide che aveva avuto la fortuna di avere vicino.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – VI

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VI

Viviana avrebbe voluto passare con lui tutto il tempo che restava. Con lui solo, escludendo tutti gli altri. Il dolore, quel dolore, era una cosa intima, che apparteneva solo a loro due, e non poteva condividerlo con nessun altro.
Ma Fabrizio aveva bisogno degli altri. Era andato in pensione già da due anni, ma continuava a collaborare come consulente per lo studio che aveva contribuito lui stesso a creare. In realtà, si era scherzosamente lamentata lei nei primi tempi, lavorava quasi più adesso che quando non era in pensione. Lo chiamavano continuamente, sembrava che non potessero fare a meno di lui.
– Anch’io non posso fare a meno di te – gli diceva. Ma sapeva quanto amava quel lavoro, quanto amava stare in mezzo alle persone, e non era mai stata possessiva. Non avrebbe voluto diventarlo adesso.
Una sera le raccontò lo scherzo che avevano fatto ad un collega molto più giovane. Sua moglie aspettava un bambino, aveva appena fatto un’ecografia, e lui non aveva potuto accompagnarla all’ospedale, ma aspettava i risultati con ansia. Si erano messi d’accordo con il fratello di sua moglie, che gli aveva telefonato, fingendo di chiamarlo dall’ospedale, e gli aveva detto con aria candida che lei aspettava sei gemelli.
– Avresti dovuto vederlo – disse, scoppiando in una risata. – Era bianco come un lenzuolo, ha cominciato a balbettare, “ma io… ma noi… no-non ce lo possiamo permettere! S-sei? N-non è possibile! Alla fine ha visto noi tre che sghignazzavamo senza ritegno, e l’ha capito, e allora è diventato verde. Ha cominciato a dirgli di tutto per telefono: “Razza di stronzo incosciente, e imbecille anch’io che ti sto anche a sentire!” Alla fine però si è messo a ridere anche lui.
Persino Viviana sorrise.
Erano passati diversi giorni da quando era andata a parlare con il dottor Giuliani, e ancora non gli aveva riferito le parole del medico. Era sicura che lui la pensasse come lei, eppure… era un uomo, magari avrebbe pensato che sarebbe stato meglio per tutti, gli uomini hanno sempre strane idee su come si protegge una donna, hanno strane forme di orgoglio e di pudore e di coraggio. Ma lui la conosceva, doveva sapere che anche lei aveva coraggio, e ne avrebbe avuto di più se lui le fosse rimasto vicino. Aveva promesso di essere obiettiva, di non influenzarlo, di limitarsi a riferire quello che aveva detto il dottore. Non ne aveva la forza. Avevano cucinato insieme – lui cucinava molto meglio di lei, a parte quel paio di cose che sapeva fare, per il resto più che altro gli faceva i lavoretti noiosi ma necessari, tipo sbucciare le patate, tritare l’aglio, predisporre le pentole secondo le sue indicazioni. “Vieni che ti faccio un po’ da sguattera” gli diceva spesso, scherzando. Non glielo aveva più detto, in quei giorni. Non le sembrava neanche normale cucinare, aveva dovuto in qualche modo accettare di dover continuare a fare le cose quotidiane di sempre, aveva dovuto accettare che non solo lui doveva mangiare, ma anche lei, benché in un certo senso il pensiero la disgustasse. Dopo qualche giorno aveva ricominciato ad abituarcisi. Era come se dovesse imparare di nuovo, a mangiare, a parlare con lui, a rannicchiarsi contro di lui, la sera, a letto. Tutto.
Dopo lavarono i piatti, li asciugarono, riordinarono la cucina, sempre senza dire una parola, finché Fabrizio non fu più in grado di continuare a far finta che entrambi stessero pensando ad altro, e che non avessero niente da dire. La prese per mano, la portò in camera, si sedette sul bordo del letto accanto a lei, la costrinse a guardarlo negli occhi. Le mani di lei erano fredde, e lui le strinse tra le sue.
– Ascolta amore mio, che cosa vuoi che faccia? D’accordo, è impossibile comportarsi come se niente fosse, non è questo che ti chiedo. Ma che cosa vuoi che faccia? Un anno è breve, ma può essere anche molto lungo. Io… – D’improvviso le stava accarezzando le labbra, e non sapeva nemmeno che lo stava facendo. Lei si ritrasse d’impulso, e lui scosse la testa, dolcemente, continuando a guardarla. Poi l’abbracciò, lasciò che poggiasse la testa contro la sua spalla, e le accarezzò i capelli, a lungo, finché non sentì il suo corpo perdere quella rigidità che non le era mai appartenuta, e ammorbidirsi. Solo allora tornò a guardarla, e lesse nei suoi occhi che aveva capito.
Ancora, però, Viviana non riusciva a smettere di pensare a Marco, a quando lo aveva visto in ospedale, negli ultimi giorni della sua vita, intorno a sé solo malattia e sofferenza, le visite cadenzate dagli orari, nessuna possibilità di aprire la finestra, se mai avesse voluto farlo, o di decidere quando mangiare, quando dormire, con chi parlare… era questo che sarebbe successo a Fabrizio? Sentiva di non poterlo sopportare una seconda volta. Aveva capito, sì, per una volta più di quanto Fabrizio pensasse. Non poteva sopportare l’idea che lui volesse stringerla tra le braccia, accarezzarla, come aveva appena fatto, e si ritrovasse da solo in un letto di metallo bianco, con la consapevolezza che in quel letto sarebbe morto.
Non doveva piangere, non doveva piangere. Doveva trovare le parole, se fosse riuscita a parlargli forse non avrebbe pianto, sarebbe riuscita a essere obiettiva, sarebbe riuscita a convincersi che davvero potevano fare di più di quanto potesse fare lei.
– Riccardo dice che dovresti curarti in ospedale. Mi ha detto che te ne ha parlato, ma tu non hai voluto ascoltarlo. – Alla fine non aveva trovato le parole che cercava, e aveva scelto uno strano momento, mentre lui continuava a tenerla stretta, quasi che cercasse ancora di proteggerla, come probabilmente era. Ma non era mai stata brava a scegliere né le parole, né i momenti.
Fabrizio ebbe un sorriso strano, in parte ironico, in parte stanco e tirato.
– Probabilmente lo pensa davvero – disse. – Ma non mi sembra che ti abbia convinto, e non ha convinto neanche me.
Come aveva potuto anche solo lontanamente pensare che non se ne sarebbe accorto?
– Io… io non lo so. Forse ci sono delle cure che a casa non… Se c’è la possibilità che tu possa…
– Vi, tu mi conosci. Non voglio dirti che sia stato facile, ho passato qualche brutto momento, e probabilmente ce ne saranno altri. Ma non mi interessa vivere qualche mese di più, fosse un anno o magari due anni di più, lontano dalla mia casa, lontano da te, solo perché una macchina respira al posto mio, e mi fanno delle flebo per nutrirmi, e non so che altro. Forse più avanti, se il dolore diventasse davvero insopportabile, se dovesse diventare troppo pesante per te…
Adesso Viviana piangeva. Era atroce sentirlo parlare in quel tono quieto di cose a cui lei non riusciva neanche a pensare senza un moto di orrore. Ma suo malgrado, c’era anche sollievo in quelle lacrime. Lui ebbe un pensiero improvviso.
– A meno che poi questo non abbia delle conseguenze per te, che possano accusarti di qualcosa…
– Riccardo ha detto che è possibile. Non ne so niente di queste cose, forse se tu fossi… non fossi in grado di decidere, sarebbe diverso. Ma non è così, e se è solo per questo, non me ne importa niente. Difenderò la tua e la mia libertà di scelta, il tuo diritto di stare con me e il mio diritto di stare con te, qualunque cosa succeda.
Fabrizio annuì. Sapeva che niente l’avrebbe indotta a cambiare idea. La possibilità che ci fosse da affrontare una battaglia sembrava persino averle ridato forza. Era pur sempre la sua Viviana.
– Grazie – disse piano. E poi la baciò, con tenerezza infinita.
Dopo, andò a telefonare a Elisa, per invitarla a pranzo per domenica, con Andrea. Si sarebbe stupita, ma non troppo. Lui aveva molta considerazione per Andrea, e il fatto che rendesse Elisa così evidentemente felice non poteva che renderglielo più caro.
Quando tornò, Viviana lo aspettava. Questa volta, quando cominciò ad accarezzarla, non si ritrasse. Adesso aveva ritrovato i gesti e le parole giuste. Attirò il viso di lui contro il suo con una specie di slancio impetuoso. Lui sapeva che c’era anche angoscia, in quei gesti, ma l’unico modo che aveva, adesso, per placare quell’angoscia, era il calore della passione, che come un ferro incandescente avrebbe potuto fondere il corpo di lei nel suo, come era accaduto altre mille volte, come un dolce veleno che passasse dall’epidermide, scorresse nel sangue, ma portando, invece del suo potere malefico, una linfa vitale. Solo così lei avrebbe potuto sentire che lui le dava se stesso, senza nessun confine, con una volontà che annullava ogni altra, l’unica che gli importasse, per cui non aveva nient’altro da chiedere.
Gli piaceva, quel modo che aveva sempre avuto di nascondere la testa nel suo petto, mentre facevano l’amore. Ma adesso voleva guardarla. Non c’è niente di più intimo che guardare il viso di una donna nel momento in cui si lascia invadere, senza nessuna barriera, da un corpo che è nello stesso tempo estraneo e vicinissimo, il mistero che è lasciare che qualcuno possa impadronirsi di te penetrando in ciò che è più tuo, più personale al mondo, e provando piacere per questo. La libertà di assoggettarsi, un nodo più stretto di qualunque altro.
– Ti amo talmente tanto – le disse, dopo. Adesso lo sapeva che quel cerchio, il cerchio invisibile e invalicabile con cui lo aveva da tanto tempo legato a sé, non l’aveva costruito lei, ma se l’era creato da solo, e non lo avrebbe distrutto per nessuna ragione al mondo.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – V

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Ci sono infiniti modi di fare l’amore con una donna. La stessa donna. Non è una questione di posizioni, o di strane fantasie, anche se possono entrarci anche quelle. Cambiano ogni volta i ritmi, i gesti, le parole dette o non dette. Non potrà mai succedere esattamente la stessa cosa due volte. Quello che lei gli lasciava fare col suo corpo era stupendo. Amava vedere i piccoli brividi sulla sua pelle, le labbra schiuse, ogni movimento con cui sembrava voler aprire il suo corpo di più, abbandonarsi di più. Lui poteva cambiare il ritmo del suo respiro, poteva sciogliere il suo corpo in fuoco liquido, trasformare la sua voce in un gemito roco eppure stranamente musicale, che ogni volta lo faceva impazzire. Gli dava quel potere sul suo corpo, ma si appropriava dello stesso potere su quello di lui. Ogni volta credeva che non avrebbe potuto sentire niente di più grande o di più forte, e ogni volta quando entrava in lei era come se milioni di scintille lo riscaldassero e lo illuminassero, stelle cadenti, un pezzo di cielo precipitato sulla terra.
Non era facile fermare quella sua vita frenetica, quel suo tempo pieno di cose e di pensieri, sempre dietro a qualcosa che doveva fare, o alla paura di aver dimenticato qualcosa. I bambini da andare a prendere in piscina, una sentenza da scrivere per il giorno dopo, la cena da preparare. Non lasciava mai che la fretta le impedisse di prendersi per l’amore tutto il tempo che voleva, ma dopo, dopo era una fatica trattenerla dal fuggire, anche quando in realtà non era strettamente necessario.
Ma questo era uno di quei rari, deliziosi momenti in cui aveva deciso di prendere per sé – per loro – un tempo indefinito, ore di ozio che potevano passare parlando, andando al cinema, cucinando e cenando insieme, la sensazione che non ci fosse solo un pomeriggio e una sera, da trascorrere con lei, ma che stessero vivendo in uno spazio senza tempo, o con un tempo sospeso, e avrebbero potuto scegliere milioni di cose da fare, e farle tutte. Era bellissimo anche solo quello, immaginare quelle cose insieme, sceglierle, e poi non fare niente, semisdraiati sul divano, lui in pigiama e pantofole, e lei con una vestaglia che le aveva prestato lui, lui a chiedersi se avrebbe conservato sempre quella magia, anche se un giorno la clandestinità avesse lasciato il posto alla quotidianità, e lei a chiedersi per quale strano miracolo poteva impunemente parlare con lui di politica, di lavoro o di cibo, in modo così tranquillo e casalingo, quando un attimo prima lo stesso uomo era stato capace di emozionarla al punto da non sapere più niente di se stessa.
– Fabrizio mi ha chiesto se avremmo voglia di andare da loro domenica a pranzo. – Gli disse a un tratto.
– Con me? – si stupì Andrea. Conosceva Fabrizio e Viviana, li aveva già rivisti diverse volte, in quei due anni in cui in qualche modo la sua vita e quella di Elisa erano state comunque legate. Ma un pranzo aveva qualcosa di ufficiale.
Lei sorrise.
– Paura che il nostro smetta di essere un amore proibito e si normalizzi troppo? – Lo stuzzicò.
In qualche modo gli parve che lei avesse catturato i suoi pensieri. La magia avrebbe resistito alla certezza di ritrovarsi tutte le sere, alla consapevolezza di avere tutto il tempo, senza dover rubare quegli istanti dando loro l’intensità delle cose rare? Ma essere accettato così, con piena naturalezza, come un dato di fatto, gli dava un rimescolio nelle viscere che somigliava molto alla sensazione di calore del primo innamoramento. Forse, dopotutto, avrebbero potuto essere capaci anche di stare insieme per sempre senza normalizzarsi mai. E se c’era qualcuno che poteva, in questo senso, dargli qualche consiglio…
– Beh, è la prima volta. Sono un po’ emozionato. Non è proprio come essere presentato ai genitori della fidanzata, però… e Matteo?
Matteo era incredibile. Oh sì, lo sapeva che aveva capito tutto, anche se non aveva mai detto niente. Lo sapeva che aveva scelto di restare amico di Andrea nonostante. Aveva delle qualità straordinarie, che lei aveva in qualche modo reso invisibili, prendendole per scontate. Era un errore che aveva rischiato di fare anche con Andrea, quando lo aveva trasformato in una specie di eroe, dimenticando le sue qualità di uomo. Il tempo che era passato da allora era stato, per loro, una fortuna. Questo comunque non glielo aveva detto, a Matteo, non gli aveva detto che Fabrizio le aveva chiesto espressamente di venire con Andrea. Era fuori per lavoro, in Francia, solo per pochi giorni, ma chissà. Era quasi sicura che avesse un’altra. O lo sperava.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – IV

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Elisa esaminò la coppia che aveva davanti. L’uomo non aveva un aspetto particolare. Era muscoloso, sotto gli abiti stazzonati ma evidentemente scelti con cura per venire in tribunale. Il viso però era magro, gli occhi scuri che si spostavano sugli oggetti della stanza, la fissavano un attimo, tornavano a fuggire in fretta. Neanche la donna aveva un aspetto particolare, anche se risultava dal fascicolo che avesse un esaurimento nervoso. Teneva quasi sempre la testa bassa, e non parlava molto. Ogni tanto guardava suo marito, ma Elisa non avrebbe saputo dire se approvava quello che diceva o no.
– Mia moglie sta solo passando un momento difficile – disse lui. – Il bambino ha diritto di crescere con noi, siamo noi i suoi genitori. Un figlio deve crescere con i suoi genitori. Non era la prima volta che Elisa vedeva quell’atteggiamento, anzi, succedeva spesso. Era normale, per un padre che rischiava di perdere suo figlio. Ma quella donna aveva cercato di soffocare suo figlio col cuscino. Era stato il marito a fermarla, e adesso rivoleva suo figlio. Il fascicolo diceva che aveva dei precedenti di alcolismo, ma sembrava (sembrava?) essersi rimesso in carreggiata.
Elisa trovava sempre molto difficile capire fino a dove poteva arrivare l’ingerenza di un estraneo, nel decidere se dei genitori erano o meno in grado di gestire il loro bambino. Ma quello le sembrava un caso lampante. Magari si poteva provare con un affido temporaneo, invece che un’adozione, in modo che la coppia non perdesse il diritto di vedere il figlio, e a condizione che la donna si sottoponesse a una terapia, e che il marito non avesse ricadute, c’era sempre la possibilità che presto o tardi potessero restituirglielo.
– Lei non ha diritto di togliere un figlio a sua madre. Se non ce lo lascia ci rivolgeremo ai giornali, e tutti sapranno che a una donna disperata, invece di darle aiuto le tolgono il bambino.
– Vede – cercò di spiegare lei pazientemente – noi dobbiamo pensare prima di tutto a suo figlio, perché è lui la persona più debole. Non credo che voi vogliate che a causa della sua malattia – si rivolse alla donna – suo figlio possa soffrire.
– Mia moglie non è malata! – gridò l’uomo. In un certo senso aveva ragione, non era una malattia riconosciuta, o meglio, c’era ancora molta confusione tra una momentanea depressione e una condizione patologica che poteva avere conseguenze tragiche per chi la subiva e per chi gli stava vicino. Elisa sapeva che i giornali, probabilmente, avrebbero ascoltato la storia dell’uomo, avrebbero accettato la sua versione, e avrebbero gridato allo scandalo, perché non si può togliere il figlio a una povera donna che già soffre. Lo sapeva perché le era già capitato di vedere articoli di quel genere. Non è molto facile accettare l’idea che qualcuno possa decidere che la tua disperazione, la tua angoscia, è così grave da non permetterti di curare tuo figlio. L’idea che a nessun figlio – specialmente a un bambino – si può chiedere di farsi carico di guarire una madre in preda agli incubi. Non era facile neanche per lei, neanche in questo caso, in cui quel figlio era quasi morto. Gli assistenti sociali, i giudici dei tribunali per i minorenni, venivano spesso additati come quelli “che portavano via i figli ai loro genitori”. Ma la realtà era ben diversa. C’erano situazioni che andavano avanti per anni, pezza dopo pezza, tra mille diversi tentativi, pur di non dichiarare lo stato di adottabilità di un bambino. C’erano, certo, assistenti sociali molto rigidi, che prendevano il loro lavoro troppo sul serio, o troppo poco. Così come c’erano giudici che in quanto tali erano presi da una sorta di delirio di onnipotenza, credevano davvero di poter avere in mano la vita e la morte delle persone, come il nano di De André. Ma erano pochissimi. Lei personalmente aveva sentito parlare, tra i colleghi e tra gli avvocati, di un paio di casi, ma non ne conosceva neanche uno.
– Senta, cercheremo di trovare una soluzione, ma voi dovete aiutarci. Noi non siamo qui per togliere i figli a nessuno, però voi dovete dimostrarci che state facendo tutto quello che potete perché quello che è successo non si ripeta mai più. Noi non possiamo far finta di niente, ma per voi è ancora meno possibile. Dovete fare i conti con la realtà, e cercare di cambiarla. Perché suo figlio stia bene, signora, bisogna che prima di tutto sia lei a stare meglio. Si faccia aiutare, lo faccia, per se stessa e per suo figlio. – La stava quasi supplicando, ma non poteva sapere se la donna l’avrebbe ascoltata, non poteva sapere se suo marito, che evidentemente aveva in mano le redini della sua vita, glielo avrebbe permesso. Fortunatamente non era una responsabilità solo sua, c’era tutto un procedimento che avrebbe richiesto la presenza di un pubblico ministero, un avvocato, e alla fine tre persone a decidere. Ma era così stanca… avrebbe voluto chiamare Andrea, per alleggerire un po’ quel peso che non smetteva mai, nemmeno dopo tanti anni, di portare sulle spalle ogni volta che vedeva il dolore altrui, ma sapeva che era in ospedale.
In quel momento, quasi a rispondere a quel suo muto desiderio di parlare con qualcuno, il telefono squillò, ma non era Andrea, era Fabrizio.