IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – III

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Il dottor Enrico Giuliani era stato il medico di Viviana per vent’anni. Quando era andato in pensione, più o meno diciassette o diciotto anni prima, gli era subentrato il figlio, Riccardo. Lo ricordava poco più che ragazzo, adesso era stempiato, aveva la barba quasi completamente grigia, e una figlia fidanzata. Ma aveva la stessa dolcezza nello sguardo, la stessa pazienza nel dedicare tempo a tutti, anche alle vecchiette che andavano lì una volta la settimana solo per chiacchierare un po’ con qualcuno e intanto sentirsi rassicurare che gli acciacchi non avrebbero impedito loro di vivere un’altra settimana.
Quando Viviana entrò, lui si accorse subito che sapeva tutto.
– Alla fine te lo ha detto. – Non era una domanda.
– Alla fine? Da quanto tempo lo sai? – chiese lei.
Il dottor Giuliani avrebbe voluto rimangiarsi quelle parole che gli erano sfuggite di bocca involontariamente, ma non poteva.
– In realtà non è tanto. Era un po’ che mi parlava di questo dolore al fianco, quasi scherzando, ma ho cominciato subito a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava perché non era da lui lamentarsi di mali inesistenti o di dolori senza importanza. Gli ho detto di fare degli esami, ma era già troppo tardi. L’ultimo è stato un paio di mesi fa, e mi ha confermato quello che temevo. – Nei suoi occhi c’era tutto il dolore per non essersi accorto prima di quello che stava succedendo, per non essere intervenuto in tempo. Ma come avrebbe potuto? Due mesi. Per tutto quel tempo era riuscito a nasconderlo persino a lei.
– Lui mi ha sempre detto che voleva che gli dicessi la verità, e lo sai che anche se avessi voluto nasconderglielo, lo avrebbe capito lo stesso.
Sì, lo sapeva. Lei, invece, non aveva capito, per due mesi gli aveva vissuto accanto come sempre, e lui si era tenuto dentro i risultati inappellabili di quegli esami, la certezza di dover morire, e non le aveva detto niente.
Era pallidissima, sembrava come svuotata di ogni linfa vitale. Certo lui, che l’aveva conosciuta in giorni terribili, non l’aveva mai vista così.
– Forse… forse avrebbe potuto aspettare ancora a dirtelo, lasciarti ancora qualche mese di serenità. – L’accusa era esplicita, e Viviana ebbe una reazione quasi feroce, in parte perché era un’accusa ingiusta, in parte perché doveva tirare fuori, in qualche modo, quella rabbia impotente che non sapeva da dove veniva.
– Lo conosci, sai che non l’ha fatto perché voleva la mia compassione. Io… C’era a malapena un’ombra nei suoi occhi, ma lo conosco da ventotto anni, Riccardo, come volevi che non me ne accorgessi? Ha fatto le analisi, si è tenuto dentro i suoi sospetti, la paura, l’angoscia che deve aver provato, e dopo ancora, per due mesi, io non so, in quei due mesi non so niente di come li ha vissuti, di quello che ha sentito. Non concepisco un documento che ti leghi anima e corpo a un’altra persona, come se potessi cederli a qualcuno, come se fosse una catena che non potrà mai essere sciolta, ma l’amore sì, l’ho amato nel bene e nel male, sono la sua compagna, deve significare qualcosa, questo. Ancora adesso mi guarda nello stesso modo, mi sorride nello stesso modo, e io non capisco, ha il coraggio di un leone, ma dove lo trova tutto quel coraggio?
La voce si era trasformata in una sorta di urlo appassionato, poi in un sussurro, poi si era alzata ancora e si era spenta quando lei non era più riuscita ad andare avanti, il corpo scosso dalla violenza di un dolore contro cui non poteva opporre nessuna volontà e nessuna forza.
– Cosa pensate di fare, adesso? – Le chiese, quando si fu infine calmata un po’.
– Fare? – Non capiva. Che cosa c’era che potesse fare?
– Dovrebbe curarsi in ospedale, lo sai. Ho cercato di dirglielo, ma non vuole ascoltarmi. Forse, se glielo dicessi tu…
Fu allora che Viviana cominciò a capire. Un uomo aggredito da un male incurabile non è più un uomo, è un malato, peggio, un malato senza speranza, un morto che cammina. Era a questo che Fabrizio si era ribellato, pretendendo contro ogni logica (o forse secondo la migliore logica possibile) di rivendicare la normalità della sua vita fino all’ultimo, perché era l’unico modo di non smettere di essere un uomo.
– Potrebbero fare qualcosa? – domandò, e d’improvviso l’antica luce di sfida si era riaccesa nei suoi occhi. Ma una flebile nota di speranza c’era ancora, e lo rattristò, perché sapeva bene che non potevano fare niente, se non prolungargli la vita il più possibile, in una “struttura adeguata”.
Scosse la testa.
– Vorrei dirti che c’è una possibilità, anche una su un milione, ma non posso mentire su questo. Però devi renderti conto che c’è anche il rischio che ti accusino di… di non aver fatto abbastanza, o magari anche peggio. Eutanasia, voglio dire.
– Se c’è una cura, mi dicano cosa devo fare, e lo farò, ma non a costo di impedirgli di vivere la vita che lui vuole, di togliergli la possibilità di decidere, o di allontanarlo dalla mia vita, a meno che non sia lui a chiedermelo. – Era evidente che non lo credeva probabile. – Gli parlerò, perché penso che sia giusto, gli dirò che secondo te sarebbe importante. Ma se lui… se lui dicesse di no, prometti di lasciarci in pace? Prometti di ricordarti che è ancora un… un uomo adulto, nel pieno delle sue facoltà? Sarebbe l’aiuto più grande che potresti darci.
Il conflitto delle ragioni della medicina, e della tranquillità della sua coscienza, con quelle dell’affetto che aveva per Viviana e Fabrizio durò poco. Sapeva che Viviana aveva ragione, sapeva come si sarebbe sentito lui, se qualcun altro si fosse impadronito della sua vita, arrogandosi il diritto di scegliere quello che poteva e non poteva fare. Annuì in silenzio. Lei ebbe un debole sorriso di ringraziamento, poi uscì senza voltarsi indietro.

Altra parte su cui ho più di un dubbio questa: se inserirla o meno, prima di tutto; e anche sul “come”, perché in realtà quando l’ho scritta sapevo poco o niente del fatto che spesso in realtà i malati cosiddetti “terminali” (che parola atroce) non vengono affatto tenuti in ospedale, e di come vengono curati e “sedati”. La sostanza cambierebbe anche abbastanza poco, per me, ma la forma… non ne sono sicura.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo IX – I – Continua

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Fabrizio aveva un modo di guardare come se tutto avesse un’anima, persone e cose riprendevano vita nella luce del suo sguardo curioso. Questa era stata la prima cosa che aveva notato di lui, il primo giorno che lo aveva conosciuto. Poi quella quieta serenità che spandeva intorno, che si sarebbe forse potuta definire flemma, non fosse stata in bizzarro contrasto con un’appassionata, instancabile energia vitale che rivelava in ogni sfumatura del tono di voce ogni volta che parlava di uno qualsiasi dei suoi millecinquecento interessi.
E quella luce dello sguardo, quella serenità non le aveva mai perdute. Non aveva pensato che potesse essere questo. Gli era così vicino che quella paura apparentemente irragionevole si era impadronita di lei prima che avesse il tempo di pensarci. Per quanto lui avesse cercato di nasconderlo, aveva capito che soffriva, ma non aveva mai pensato che potesse essere questo.
Antichi insegnamenti quasi dimenticati le tornarono alla mente. E’ una punizione, pensò. Una punizione perché l’ho amato troppo, per il male che ho fatto cercando di essere felice.
Se le avessero tagliato la gola con un coltello, le avrebbe fatto meno male. Se fosse stata una punizione, allora era lei che avrebbe dovuto morire, non lui, la metà della sua anima, l’uomo che l’aveva amata così tanto per ventotto anni, fino al punto che ogni momento di quei ventotto anni era legato a lui, ogni memoria, per tutto il tempo, anche quello che non avevano passato insieme. Ma lei non poteva morire al posto di Fabrizio.
Continuava a guardarlo, incapace di dire niente, di fare niente. Sapeva che dovevano esserci da qualche parte delle parole, o dei gesti, con cui avrebbe potuto ritrovare, per tutti e due, il senso di tutto quello che c’era stato e continuava ad esserci. Ma non sapeva dove.
Fabrizio ripensò al momento in cui il dottore glielo aveva detto. Per tutta la vita aveva pensato che avrebbe preferito non morire all’improvviso, avere il tempo di prepararsi, di accettare l’idea. In quel momento lui, che non credeva in Dio, avrebbe maledetto quel Dio crudele che gli aveva dato quello che aveva chiesto, senza nessun segno, nessun avvertimento dell’abisso in cui si sarebbe trovato. Eppure, dopo, aveva capito che non era stata crudeltà. Che gli era stata data la possibilità di guardare quella vita che aveva amato tanto con occhi diversi, riappropriandosi di tutto quello che, inevitabilmente, aveva preso per scontato. Il sonno, per esempio. L’intimo piacere di risvegliarsi, di riprendere contatto con la vita, e di guardare la donna che amava mentre ancora dormiva, in quell’istante sospeso tra la notte e il giorno, quando non si sa dove finisce il sogno e dove ricomincia la realtà. Il tempo. Il tempo che si riduceva, che fuggiva più in fretta ancora di sempre, ma dilatava le sue giornate, nel lusso di potersi fermare su ogni particolare senza essere incalzato da cose che non c’entravano con la sua vita, restituendogli la gioia per ogni giorno in più che gli veniva dato. Il suo cuore che continuava a battere, il respiro, il sangue che scorreva. Qualche volta avrebbe dato qualunque cosa per far cessare il dolore, per ritrovare la forza che stava perdendo sempre più in fretta, ma ogni gesto, ogni più banale capacità del suo corpo e della sua mente, adesso, aveva tutta l’importanza del mondo. Persino la capacità di provare dolore.
Eppure c’erano momenti in cui era terribilmente difficile. Non aveva un paradiso in cui credere, o la speranza di un’altra vita, sulla terra o in qualunque altro luogo. La sua vita aveva avuto una durata ben definita, e stava arrivando alla fine. Tutti i suoi pensieri, la sua memoria, la conoscenza, l’amore che aveva dato e ricevuto dalle persone che gli erano state vicine, sarebbero andati perduti, o rimasti nella memoria dei vivi. Ma poteva bastare? Aveva avuto molto, e perduto molto, come tutti, forse era stato più felice di molti altri, ma aveva sofferto anche molto. Ma aveva avuto Viviana, e non l’aveva mai perduta. Lei era la sua forza, anche adesso. La stringeva, e continuava a desiderarla, e gli sembrava una cosa naturale, ma nello stesso tempo anche un miracolo, e ancora, nello stesso tempo, anche qualcosa di misterioso e difficilmente esprimibile, in un momento come quello.
Avrebbe voluto poter continuare a fare, con lei, quello che aveva sempre fatto, e anche le cose che non aveva mai fatto, ma senza che tutto fosse invaso completamente dalla consapevolezza della morte che si avvicinava, non lasciando più spazio per la vita che, nonostante tutto, andava avanti. Era riuscito a trovare in se stesso la forza dell’accettazione. Ma avrebbe potuto trovarla per lei? Avrebbe potuto farle capire che tutto quello che gli era sempre piaciuto continuava a piacergli, tutto quello che aveva sempre detestato lo detestava ancora, le sue idee erano le stesse, sentiva le stesse cose, era, dopotutto, lo stesso uomo che era stato un anno prima, una settimana prima, un’ora prima?
Forse c’è qualcosa di sacrilego, pensava, in questo mio ostinarmi a provare ancora piacere per le sensazioni del mio corpo, forse dovrei limitarmi a sopportare le funzioni vitali necessarie, rassegnandomi come a qualcosa a cui devo sottomettermi, e non qualcosa che fortemente voglio. Forse i piaceri dello spirito sono meno immodesti, meno intemperanti. O forse, invece, è sacrilego continuare a negare l’inscindibile unità dell’essere umano, solo perché il confine di quell’esistenza che tutti sentiamo continuamente sospesa, precaria e soggetta ai capricci del destino è diventato più nitido, più visibile. Forse è sacrilego vergognarci del nostro corpo e umiliarlo, senza accorgersi che il nostro spirito non è nulla senza il corpo, che ci sono stati dati insieme perché attribuissimo ad entrambi lo stesso valore. I neuroni che si uniscono a formare un pensiero fanno parte del corpo o dell’intelletto? La circolazione del sangue nelle arterie, fino al cuore, il soffio vitale che arriva ai polmoni con il respiro, sono solo operazioni fisiche, e dunque disprezzabili? Ragionamenti ed emozioni provengono dal cervello quanto dalla mente o dall’anima. E allora, perché non dovrebbe essere possibile arrivare a Dio, attraverso il corpo di una donna? Forse la verità del Signor de la Palisse non era affatto così lapalissiana, così evidente. E’ difficile per qualcuno che ti è molto vicino capire che sei vivo fino all’ultimo momento della tua vita.

IL BOSCO – PARTE IV – CAPITOLO IX

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Dalla cucina gli arrivava il profumo dei pinoli tostati e soffritti con aglio, prezzemolo, olive, forse un’acciuga, uvette e pomodoro fresco. Viviana non sapeva fare molto, in cucina, ma c’erano un paio di cose che le riuscivano benissimo. La buridda di pesce era una di queste. Ma che strano che lui riuscisse a distinguere ogni profumo, ogni ingrediente da un altro, pur mescolati, e riconoscerli, uno per uno, lasciando che lo avvolgessero senza distrarlo, mentre leggeva, come se le due sensazioni, quella del cibo e quella delle parole, si completassero senza sovrapporsi.
La sentì avvicinarsi, dapprima un po’ confusamente, perché quello che stava leggendo comunque gli entrava dentro, ritardando la coscienza di quello che c’era all’esterno. Ma la sentì, percepì la sua inquietudine. Alzò gli occhi dal libro, tolse gli occhiali e le sorrise. Da quanto tempo portava gli occhiali? Non lo ricordava più. La vista aveva cominciato ad appannarsi, in modo quasi impercettibile, e poi sempre di più. Il primo segno dell’età, ma era passato ancora tanto tempo. Non si sentiva vecchio, questo no, ma aveva avuto tanto tempo, in un certo senso.
Le tese le braccia e lei gli andò vicino, lasciò che la stringesse. Era straordinario il modo in cui poteva ancora desiderarla. I fili biondi sul collo, che aveva amato accarezzare da sempre, erano diventati bianchi. Viviana non si tingeva i capelli, li schiariva, perché il grigio diventasse meno triste, più luminoso.
Gli capitava, a volte, di guardarsi allo specchio e non riconoscersi, ma lei, lei la riconosceva, era il punto di riferimento che gli impediva di perdersi, che gli permetteva di accettare il passare degli anni, sentendosi ancora giovane, ma senza essere troppo spaventato dai cambiamenti del suo corpo e della sua faccia.
– Sei triste – gli disse. Lo conosceva così bene, eppure avrebbe potuto continuare a mentire, a dire che erano i ricordi del passato. Forse lei non gli avrebbe creduto, ma se avesse capito che non voleva parlarne, non avrebbe insistito.
– No, non è niente – rispose. Il suo sguardo lo colpì. Sapeva di non essere riuscito a ingannarla, e sapeva che si stava chiedendo se davvero lui avrebbe preferito tacere, e fino a che punto. Se lo chiedeva anche lui. Non sapeva quale scelta sarebbe stata più egoista, dirglielo e affrontare con lei anche questo, oppure restare a soffrire da solo, non dirle niente finché non fosse stato indispensabile, togliersi dalle spalle la responsabilità di un dolore che sarebbe venuto dopo, e che lui non avrebbe mai visto.
– Ho paura, Fabrizio. Se non vuoi dirmi niente per non farmi paura, voglio che tu sappia che di qualunque cosa si tratti, preferirei saperlo… se non ti costa troppo dirmelo.
Era sempre stato lui a leggere nel cuore delle persone, così gli dicevano, ma questa volta era stata lei a scavargli dentro, a guardare oltre.
Stava leggendo le Memorie di Adriano, della Yourcenar. Non era la prima volta, ma era la prima volta che sentiva quelle parole così vicine al suo cuore. Aveva acquistato una consapevolezza nuova del suo corpo, il corpo che lo tradiva, e tuttavia mentre lo tradiva, gli permetteva anche di trovare insospettate strade per rinnovare il suo amore per le persone, per le cose e per la vita. Era come se tutti i suoi sensi avessero sviluppato una capacità di percezione che non aveva mai saputo di avere. Sapori, odori e suoni diventavano più intensi, scopriva nelle sue mani il potere di cambiare il suo rapporto con il mondo. Solo la vista era più debole, ma non tanto da non permettergli di vedere la bellezza con una capacità di stupirsi che non aveva mai dimenticato, ma che si era come moltiplicata.
Aveva impressi nella memoria i momenti della cruda disperazione, della rabbia impotente. Il giorno in cui era andato al mare e aveva guardato i nuotatori raggiungere punti lontani a grandi bracciate, e non aveva sentito, come Adriano, l’imperatore-filosofo, quella partecipazione totale alle sensazioni di altri, quella comprensione al di là dell’intelligenza. Aveva sentito solo tutta l’immensità della paura e del dolore. Si era gettato in acqua, aveva nuotato fino quasi a soffocare, non per provare la resistenza dei suoi polmoni, ma per fiaccare quello che gli restava della sua voglia di vivere e lasciarsi andare, senza che l’istinto di sopravvivenza, nonostante tutto, gli imponesse di tornare fuori dall’acqua e riprendere respiro. Ricordare le sue corse di ragazzo, le giornate di vento con il windsurf tra le onde, la neve delle montagne dove aveva sciato milioni di volte non gli aveva dato conforto, ma aveva acuito il vuoto, l’idea che tutto era stato inutile, che non c’era più niente che contasse.
Alla fine era tornato indietro, ma per molto tempo aveva continuato a chiedersi, e ancora se lo chiedeva a volte, che cosa avesse davvero un senso in tutta quella confusione di sensazioni, di cose che sapeva e di cose che avrebbe voluto sapere. L’orgoglio che aveva provato per certe sue creazioni cui era più affezionato, per il suo successo. L’avidità con cui imparava nuove lingue, per poter parlare con le persone senza i confini di parole mal dette o mal comprese. La cura che aveva avuto per quel suo corpo che invecchiava, la cura che continuava ad avere, sia pure con modi e misure diverse. Il suo amore per Viviana.
Che era quello che gli aveva fatto riscoprire il senso di tutto il resto. E aveva ritrovato la capacità di sorprendersi che una frase detta da qualcuno, una sinfonia, una canzone, o le parole di un libro, potessero togliergli il fiato per l’emozione.
– Sto morendo, Vi. Il cancro… è molto esteso, e non è più operabile. Non so quanto tempo mi resta, qualche mese, forse un anno.
Non c’era un modo gentile per dirlo, non c’erano altre parole.
Se Viviana non lo avesse conosciuto così bene, non gli avrebbe creduto. C’era, sì, quell’ombra di tristezza, quella che l’aveva spaventata. Ma lui la guardava con gli stessi occhi di sempre, il suo viso, il suo corpo, non erano cambiati. Solo un’ombra, e poi, lo stesso sorriso che gli illuminava lo sguardo, lo stesso equilibrio che niente era mai sembrato scalfire, tranne la morte di Raf, l’unica volta in cui l’aveva visto piangere con una disperazione senza rimedio, aggrappandosi a lei come lei si aggrappava a lui, per non morire.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II (segue)

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E adesso era sul treno. Stordito, quasi inebriato da quella sua inedita capacità di fare cose sorprendenti. Come, per esempio, chiedere tre giorni di ferie fuori stagione, praticamente senza preavviso, e saltare su un treno.
Nuvole grigie, nuvole bianche, e frammenti di azzurro. “Non sa se vuol piovere” avrebbe detto Stéphanie. Per tutto il giorno quei frammenti di sereno erano andati allargandosi e richiudendosi continuamente, instancabilmente. Labili promesse di un sole opaco, seguite da rapide disillusioni. Ma le previsioni dicevano che non avrebbe piovuto, per quanto ci si potesse fidare di quella scienza inesatta. Non rimpianse neppure per un minuto di non aver preso la macchina, mentre davanti ai suoi occhi il rapido movimento delle cose e dei suoi pensieri si alternava alla rassicurante distanza, emotiva quanto temporale, delle “Vite” di Plutarco (sì, le sue preferenze andavano ancora ai classici un po’ polverosi dei suoi anni di gioventù. E guai a chi insinuava che fossero letture pesanti. Non c’era niente che gli desse altrettanto piacere. Beh, d’accordo, quasi niente). Però non riusciva a impedirsi di pensare, non riusciva a fermare quel suo cervello razionale e perennemente timoroso di tante cose. Alessandro Magno aveva domato un cavallo ombroso costringendolo a guardare sempre verso il sole, perché aveva compreso che era spaventato dalla sua stessa ombra proiettata sulla terra. Matteo immaginava il cavaliere indomabile lanciato al galoppo, pieno di gioia per la vittoria della ragione sullo spirito selvaggio dell’animale. Ma forse lui era il cavallo, invece, il cavallo che aveva paura della propria ombra.
Pensò a sua madre, a quando gli aveva detto che un matrimonio non deve mai essere spezzato, pensò alla faccia che aveva fatto alla sua risposta. “Mamma, ho un’amante da quattro anni. Forse è arrivato il momento che prenda qualche decisione sulla mia vita”. Sua madre che aveva sopportato da suo padre, adesso poteva ammetterlo anche con se stesso, un numero difficilmente calcolabile di tradimenti. Sua madre che aveva riversato sul marito e sul figlio, con acida soddisfazione, tutto il suo malumore di moglie a metà, forte della sua posizione protetta dal vincolo del matrimonio, una donna sposata che non può essere semplicemente lasciata così, come se niente fosse. E quando infine lui era morto, lei aveva ormai da tempo perso ogni fiducia nella propria capacità di amare. Sua madre che aveva perduto il marito e aveva un figlio che non era come lo avrebbe voluto. Il vecchio senso di colpa tornò a pungerlo, ma lo accolse quasi con affetto. Poteva permetterselo, adesso. Poteva permettersi di criticare sua madre senza odiarla, e di volerle bene senza venerarla. Gli era finalmente chiaro che non avrebbe potuto riscattare neanche una piccola parte della sua infelicità fingendo di aver fallito nelle cose in cui lei aveva avuto successo, e di essere riuscito dove lei aveva perduto.
C’erano altre due persone nello scompartimento, una brunetta probabilmente sui diciott’anni che masticava il chewing-gum con evidente diletto, quasi voluttuosamente, e un’anziana signora che aveva fatto qualche debole tentativo di conversazione sulla scomodità dei treni, prima di ripiombare, a sua volta, nella lettura concentratissima di un giornale femminile francese. Ma tutto era tranquillo, e Matteo si gustava quella tranquillità, le ultime ore in cui avrebbe ancora potuto, se voleva, fingere di essere parte di un pacifico, inalterato tran-tran, oppure stupirsi di quel cambiamento che lo faceva sentire a tratti invincibile, capace di tutto. Avrebbe potuto, se voleva, immaginare di lanciarsi nell’avventura, adesso che aveva cominciato. Di lasciarsi portare dal vento del capriccio e dell’improvvisazione. Di non fermarsi a Marsiglia, ma proseguire per il Nord, un Nord indefinito, bianco, freddo, pieno di insidie e di pericoli, il Nord dei Vichinghi, degli Esquimesi, il Nord di Moby Dick e dei Balenieri. Anche soltanto ritrovarsi da solo, senza una donna vicino, per la prima volta nella sua vita, sarebbe stata una specie di avventura. Ma non voleva pensare che Stéphanie potesse non volerlo più. La paura c’era, il tratto costante del suo carattere, da sempre. Cosa avrebbe fatto in quel caso? Sarebbe partito per il Nord, o sarebbe, come era più probabile, tornato a casa, alla vita di sempre, tornando ad essere il buon vecchio Matteo, tanto caro, tanto dolce, sempre uguale a se stesso, affidabile, prevedibile e mediamente scontento?

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – II

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Tre anni. Tre anni ad aspettare… che cosa? Che qualcun altro aprisse per lui la porta della gabbia? Tre anni, e lui ne aveva quarantacinque.
Elisa continuava a vedersi con Andrea. Non solo lui lo sapeva benissimo, ma praticamente le aveva dato la sua benedizione. Cosa avrebbe dovuto fare, giocare al marito sconvolto e offeso? O fingere di ignorare quello che sapevano anche le pietre, lasciando che dicessero di lui “il marito è sempre l’ultimo a saperlo” e lo compatissero, o lo ritenessero uno sciocco da commedia? Aveva preferito lasciar capire a tutti e due, senza dirlo, che sapeva e accettava. Aveva riannodato i rapporti con Andrea, ogni tanto lo invitava a cena, e andava a casa sua. Qualcuno avrebbe detto che era ridicolo, ma lui si sarebbe sentito molto più ridicolo a immaginare sanguinarie vendette, o a distruggere tutto tra scenate nello studio di un avvocato di grido e il gelo delle carte bollate. Qualcuno diceva che aveva coraggio, ma lui non pensava che fosse coraggio. Se avesse avuto coraggio, sarebbe stato con Stéphanie, adesso. Gli sembrava soltanto l’unica scelta di buon senso. Il suo caro vecchio buon senso. Ma per una volta era certo che lo avesse consigliato bene, perché gli rendeva la vita se non più semplice, almeno un po’ meno difficile. Non aveva perduto il suo migliore amico, e forse questo era il solo punto di luce, nei momenti in cui cercava, inutilmente, di convincersi di aver preso la decisione giusta, ossia non decidere nulla, tenersi i suoi sporadici incontri con Stéphanie, tenersi la sua parvenza di famiglia, tenersi l’ordine apparente delle sue cose, illudendosi che niente sarebbe mai cambiato, che avrebbe potuto tenersi tutto senza sacrificare niente.
Che cosa era stato a svegliarlo? Forse un certo ridimensionamento nell’enfasi amorosa delle lettere di Stéphanie, o magari appena un’ombra velata di impazienza, la sensazione che in qualche modo sottile e non troppo diretto, ma comunque percepibile, lei gli stesse dicendo guarda che non sei l’unico uomo al mondo, guarda che la mia vita non ruota completamente intorno a te. Aveva paura, ma non paura di vivere, questa volta. Piuttosto forse paura di perdere l’occasione e non riuscire a vivere mai più.
Un giorno, un tranquillo pomeriggio di novembre, si era guardato intorno e non aveva riconosciuto più il suo ufficio. Certo, in superficie era sempre uguale. Le poltrone con la struttura di metallo e il sedile di pelle nera, il tavolo di legno scuro con il piano di cristallo, che andava pulito tutti i giorni e anche un paio di volte al giorno, per non averlo sempre pieno di ditate, i mobiletti di metallo che contenevano i fascicoli dei clienti, una libreria, anche quella di metallo, con qualche volume di economia, di informatica e di marketing, la pianta sotto la finestra, le foto della famiglia sul tavolo, l’immancabile poster alla parete che parlava ironicamente del “capo”, e quell’altro che avvertiva di connettere il cervello prima di mettere in moto la bocca.
Era orgoglioso del suo lavoro, lo era sempre stato, e sempre di più man mano che andava avanti. Non aveva fatto carriera con le spinte, e nemmeno “coltivando le amicizie”, come molti facevano. Non era consumato dall’ambizione, né il fatto di avere dei dipendenti sotto di lui ai quali dare delle disposizioni gli faceva sentire l’ebbrezza del potere o roba del genere. Ma era soddisfatto, e amava quello che faceva. Una vera fortuna, quando tutti dicevano di tenersi stretto qualsiasi lavoro si potesse avere, che c’era la crisi, che non si poteva pretendere troppo… accontentarsi. In tante cose Matteo si era accontentato, ma non nel suo lavoro.
E allora perché d’improvviso il suo ufficio, il suo rifugio, gli sembrava squallido, perché si sentiva insofferente con i colleghi, e si irritava con la segretaria per un nonnulla, e avrebbe voluto, in certi momenti, sbattere per terra tutto quello che c’era sul tavolo, svuotare le cassettiere e lanciare i fascicoli giù dalla finestra, e già che c’era sbattere giù anche le cassettiere, e la libreria, e il tavolo, e anche la pianta?
Questo suo umore lo spaventava. Non era mai stato così. Era l’arteriosclerosi? Era l’inizio della demenza senile? O magari le prime avvisaglie dell’alzheimer? L’ansia a volte diventava insopportabile. Tutte queste cose Matteo le pensava seriamente, ne aveva paura davvero. Qualche volta si faceva con la mente dei quadri foschi in cui, cacciato ignominiosamente dalla ditta dopo un raptus nel quale aveva preso a calci tutto l’arredamento non solo del suo ufficio, ma dell’intera società, vagava senza meta per giorni in uno stato di crescente confusione, fino a che… ma la conclusione di quelle scene desolanti non l’aveva ancora elaborata.
Quando non si faceva prendere troppo dalle visioni cupe di un’inarrestabile decadenza, però, dentro di lui la spiegazione di quello scombussolamento cominciava a farsi strada. Paura, appunto. Paura di restare legato alle sue vecchie abitudini, invischiato in quella rete appiccicosa senza riuscire a districarsi. La voglia di prendere a calci i mobili dell’ufficio forse non era altro che la voglia di prendere a calci il suo vecchio modo di vivere, rassicurato dall’immutabilità dei riti quotidiani, dalla ripetizione di gesti sempre uguali che non richiedevano lampi d’ingegno o radicali sovvertimenti di un ordine decennale, di una vita e un pensiero rigorosamente programmati.
Che cosa ne avrebbe fatto dei suoi ferrei, austeri, irremovibili programmi, quando ormai sapeva che bastava poco a mandare tutto a carte quarantotto?
I bambini… i ragazzi, avrebbe dovuto dire. Roby aveva compiuto quattordici anni, e Luca andava per i dodici. Erano praticamente irriconoscibili. Roby era quasi alto come lui, quella sua voglia di approfondire le cose che si era trasformata in una adolescenziale sfrontatezza, la convinzione di poter imparare tutto, di poter conquistare il mondo… e una sotterranea paura di cose più grandi di lui, che si intuiva sotto la musica a volume sempre troppo alto, le risate troppo forti e sguaiate, quello scherzare sulle cose più atroci, e la passione per i film horror. Lo irritava, ma qualche volta, quando la presuntuosa saccenteria che sfoderava di fronte agli amici e alle ragazze lasciava il posto a una normale conversazione, quando il broncio adolescenziale si apriva in un sorriso allegro e affettuoso, intravedeva l’uomo che probabilmente sarebbe diventato, e si sentiva orgoglioso di lui, ma non sapeva dirglielo. Sembrava avere un rapporto molto migliore con Elisa, che respingeva, di solito dolcemente, con rispetto e senza mai umiliarlo, ma con punte di asprezza, quelle sue arie di superiorità, ottenendo una considerazione che lui non era certo di avere. Anche Luca era cambiato. Le guance infantili che ancora aveva fino a un paio d’anni prima erano sparite, lasciando il posto a un viso da ometto serio, che avrebbe voluto ancora, qualche volta, essere abbracciato come un bambino, ma temeva le prese in giro di suo fratello, e aveva paura che non fossero cose da “grandi”, e così passava, incerto, da momenti in cui faceva il cucciolo, ad altri in cui drizzava gli aculei come un istrice. E trascorreva ore in camera sua, a leggere, senza fare nessun rumore, invisibile e silenzioso, fino a farsi dimenticare. Come era stato lui, da ragazzo. Lo inteneriva e lo preoccupava.
Erano le sei, le giornate andavano accorciandosi, e un nuovo tramonto si impadroniva delle cose tutt’intorno, lì sopra il porto antico, tra il vecchio e il nuovo, tra la pietra e il metallo. Forme tanto diverse avvolte nella stessa luce arancio, che rendeva più nitidi i contorni ma nello stesso tempo rendeva tutto uniforme, tante sagome nere ben delineate contro un cielo sgargiante e chiassoso. Il rumore del traffico non gli aveva mai dato fastidio, adesso lo trovava insopportabile.
Tre anni. Come avevano potuto passare tre anni? Tre anni pieni di cose, senza particolari avvenimenti, d’accordo, ma con emozioni che si portava dentro senza sapere dove collocarle. Frasi importanti, mostre che era sembrato essenziale andare a vedere, libri che non avrebbe mai potuto fare a meno di leggere, e adesso tutto era avvolto in questo spazio compatto, senza più distinzione di giorni, di mesi, di anni. Era stato in gennaio che… no, era stato a ottobre dell’anno prima. D’accordo, forse non era la cosa più importante, il tempo in cui le cose accadevano, ma gli faceva paura questo ingoiare le differenze, i minuti che erano stati significativi e quelli in cui non c’era stato niente di importante, i minuti in cui aveva dormito, o che aveva trascorso nel traffico e quelli in cui aveva incontrato Stéphanie e l’aveva amata, come se fossero tutti uguali, quei minuti, appiattiti, spianati da una ruspa che aveva tolto loro ogni individualità, ogni singolarità.

 

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VIII – I

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I

Pioveva.
Stéphanie amava la pioggia, le piaceva sentirsela scorrere addosso, fresca e allegra. Quando stava bene, la pioggia la faceva sempre pensare a “Singing in the Rain”, e rivedeva Gene Kelly che danzava il tip tap per le strade di New York. E adesso stava piuttosto bene. Forse perché Matteo le aveva appena scritto, forse perché la sua amicizia con Adrien procedeva come un’oasi di serenità nella sua vita altrimenti solitaria, forse perché, semplicemente, aveva deciso che voleva stare bene.
Anche se pioveva non aveva voluto rinunciare alla passeggiata domenicale nella foresta che era diventata la meta abituale di quelle escursioni con Adrien.
Era stata un’estate torrida, e la settimana prima era stata colpita dall’aria sofferta, assetata della terra e delle piante. Era contenta che fosse arrivata la pioggia, perché tutto adesso era di un verde più brillante, più intenso.
Si erano spinti piuttosto in là, come al solito. Ad entrambi piaceva molto camminare, e quando chiacchieravano quasi non si accorgevano delle distanze, né della fatica. Ma all’improvviso, un primo lampo attraversò l’aria, seguito dal cupo rombo di un tuono in lontananza. Fino a poco prima, nonostante la pioggia, il cielo era stato di un colore grigio perla quasi elegante e per niente minaccioso. In pochi minuti, era diventato scuro e pesante e metallico, come se davvero fosse fatto di piombo. Involontariamente, Stéphanie strinse più forte la mano di Adrien.
– Hai paura dei temporali! Credevo che non avessi paura di niente – la prese in giro lui.
– Immagino che a te, invece, non ci sia niente che ti spaventa – lo rimbeccò lei, imbronciata.
– Ma certo che c’è. Io odio gli aerei. Se fosse per me, andrei in treno anche in Australia. Fortunatamente finora non mi hanno mai chiesto conferenze in Australia. In un paio di occasioni comunque ho dovuto volare, e ti assicuro che non è stata un’esperienza piacevole.
Adrien sorrideva, la consueta aria equilibrata e rassicurante un po’ da professore.
Ma l’atmosfera era vagamente inquietante. Forse era quell’oscurità così fitta, alle due di un pomeriggio d’estate. Le luci del paese più vicino erano avvolte nella foschia, rese irreali dalla distanza, e gli alberi sembravano assumere forme vagamente umane, tanto che quando la maglietta le si impigliava in un ramo, Stéphanie provava quasi l’impulso di gridare.
– In momenti come questi non sono sicura che le streghe non esistano – commentò.
– Sarebbe un’occasione straordinaria. Credo che tra poco qui si scatenerà il finimondo, e se saremo bloccati qui, forse assisteremo a un sabba!
– Restare bloccati qui? Non scherzare!
Lui tornò subito serio.
– Mi dispiace, Stéphanie, ma ho detto la verità quando ho detto che sta per succedere di tutto. Non hai visto il cielo? Non puoi correre per chilometri in un bosco con un temporale.
In quell’istante, la luce di un lampo li abbagliò, vicinissima. Stéphanie si ritrasse istintivamente. Sembrava terrorizzata, e Adrien la strinse più forte, protettivo.
– Non succederà niente, te lo prometto – Le disse con dolcezza. E Stéphanie si sentì confortata, come se davvero lui potesse tenerla al sicuro dagli elementi.

Il fragore assordante di un tuono, e presto una pioggia violenta e sferzante fino a far male creò una cortina che rendeva invisibile il sentiero. Proseguire era difficile, tornare indietro sarebbe stato del tutto impossibile.
Stéphanie provò l’impulso di mettersi a piangere.
– Non credevo che sarebbe successo così presto – nonostante tutto, la voce tranquilla di Adrien ebbe ancora un effetto rassicurante su di lei. Ma ogni lampo la faceva sussultare, e si aggrappava al braccio di lui come a un’ancora di salvezza.
Adrien non l’aveva mai vista così fragile. Doveva trovare al più presto una soluzione. Quell’istinto di protezione che si era risvegliato in lui lo stupiva, ma non era affatto sgradevole.
Come se il rovescio non bastasse, si era alzato anche un vento impetuoso, che gettava loro addosso torrenti d’acqua e a tratti rischiava quasi di far perdere l’equilibrio. Erano bagnati fino alle ossa, infreddoliti e anche spaventati, benché Adrien riuscisse a mantenere un certo controllo.
All’improvviso Stéphanie si mise a ridere.
– Cosa c’è di tanto divertente? – Adrien la guardava stupefatto.
– Niente – ammise lei, con le lacrime agli occhi, quasi soffocata da un altro scoppio di ilarità. – E’ sciocco, lo so. Ma all’improvviso l’idea di essere qui, tutti fradici come due pulcini, persi in mezzo a un bosco senza poter andare né avanti né indietro mi è sembrata buffa. Immagino che sia la paura. Non preoccuparti, comunque, non avrò una crisi di nervi.
Adrien sorrise con ammirazione. Era sicuro che lei non fosse in preda a una crisi di nervi. Doveva ringraziare, anzi, di essersi trovato in quella situazione con una donna come lei, perché molte probabilmente avrebbero pianto e strepitato e perso la testa, rendendo tutto ancora più difficile.
– Ricordati, Barbara / Pioveva senza tregua quel giorno su Brest / E tu camminavi sorridente / Raggiante rapita grondante / Sotto la pioggia… – citò. – E’ di Prevert. Ti somiglia, anche se in questo momento non sei così raggiante e rapita. Grondante sì però. E credo che nessun’altra donna potrebbe ridere allegramente sotto questo torrente d’acqua. – Poi tornò serio.
– Senti, Stéphanie, mi è venuto in mente che poco distante da qui c’è quella baracca abbandonata, dove una volta abbiamo visto dei bambini che giocavano. Direi di provare a dirigerci laggiù se sei d’accordo.
Stéphanie annuì pensosa, e di nuovo si sentì presa dall’inquietudine, ma questa volta non aveva niente a che fare con la tempesta.
D’altra parte, l’idea di trovare un rifugio non era un sollievo da poco, e diede a entrambi l’energia necessaria per andare avanti sotto il vento sferzante e gli scrosci d’acqua. Corsero tenendosi per mano, anche per evitare di perdersi. L’oscurità diventava più fitta ad ogni momento.
La “baracca” era in effetti una costruzione di legno con il tetto in lamiera, che probabilmente un tempo conteneva degli attrezzi, ma era ormai evidentemente in disuso. Stéphanie pensò con una punta di ribrezzo a quale tipo di animali potevano averne fatto la loro tana, ma bisognava fare di necessità virtù, e lei era ben decisa a non lamentarsi. Era già una bella fortuna aver trovato un posto dove ripararsi dal freddo e dalla pioggia.
Il temporale non accennava a diminuire, e con il vento le finestre piuttosto malridotte della piccola costruzione scricchiolavano e sbattevano con un rumore alquanto sinistro.
– Hai un fiammifero? – chiese Adrien.
Senza parlare, lei gli tese la scatoletta. Dopo un momento, lui emise un’esclamazione che parve quasi di trionfo.
– C’è della legna qui dentro. So che probabilmente appartiene a qualcuno, anche se qui sembra tutto abbandonato, ma questa è un’emergenza. Se riusciamo ad accendere un fuoco, potremo scaldarci e asciugarci un po’.
Vedendo la fiammella che cominciava a crepitare, trasformandosi in poco tempo in un bel fuoco caldo e vivace, a Stéphanie venne da pensare che aveva ragione suo nonno a dire che l’uomo ha bisogno di molto poco per sopravvivere, e può in certe situazioni rinunciare a cose che normalmente sembrerebbero assolutamente indispensabili. In qualsiasi altro momento quella squallida baracca non proprio profumata le sarebbe sembrata un posto inavvicinabile, avrebbe voluto una poltrona, una bella vestaglia calda, un libro e magari una tazza di tè o di cioccolata bollente, e adesso il solo fatto di avere un tetto sulla testa le sembrava già tanto, ed essere riusciti ad accendere un fuoco si avvicinava molto a un miracolo.
– Non sarà pericoloso, con queste pareti di legno, vero?
– No, basta stare attenti.
Adesso che si sentiva al riparo, e poteva avere luce e calore, Stéphanie tornò di buon umore.
– Senti, Stéphanie, non vorrei che la prendessi male, ma io suggerirei che ci togliessimo i vestiti per farli asciugare, altrimenti secondo me rischiamo una polmonite.
Lei esitò. La sua amicizia con Adrien era diventata molto profonda, ma comunque si sentiva a disagio all’idea di spogliarsi davanti a lui, tantopiù che sapeva di piacergli, e non era lei stessa esente da una certa attrazione.
– Se vuoi non ti guarderò neppure – disse Adrien, ed era quasi sincero. In realtà, si era chiesto se non stava almeno un po’ approfittando della situazione e si era risposto che probabilmente sì, lo stava facendo. D’altra parte, gli era caduta sulla testa come la mela di Newton, e comunque rischiavano davvero un malanno a tenersi addosso quegli abiti fradici.
Alla fine Stéphanie si decise. Lui si girò dall’altra parte, dandole le spalle, ma passato il primo momento di imbarazzo improvvisamente le parve ridicolo formalizzarsi. Avevano condiviso tante cose, avrebbero condiviso anche questa.
Per Adrien, invece, le cose erano più difficili. Lei era rimasta in reggiseno e mutandine, e la vicinanza del suo corpo gli dava un calore ben diverso da quello del fuoco, ben più intenso.
– Sarà meglio aggiungere un po’ di legna sul fuoco – disse, alzandosi quasi di scatto. – In realtà non era affatto necessario, ma aveva bisogno di un attimo di respiro.
In quel momento però, una raffica di vento più forte sembrò quasi far ballare l’intera catapecchia, e un lampo squarciò l’aria così vicino che parve puntare direttamente su di loro. Tutte le paure di Stéphanie tornarono.
– Non ti allontanare – gli disse, aggrappandosi al suo braccio. L’unico ritrovato moderno che le sembrava indispensabile in quel momento era un parafulmine.
Ma quel gesto, il modo in cui l’aveva guardato, chiedendogli di proteggerla e dandogli tutta la sua fiducia, lo aveva toccato nel profondo. Per troppo tempo aveva tenuto addormentate tutte le sensazioni che potevano metterlo in pericolo, per troppo tempo aveva cercato di dominare tutto, razionalizzare tutto, essere sempre controllato in ogni momento della sua vita. E adesso la passione esplose inarrestabile, facendogli perdere la testa.
La baciò, accarezzandola, stringendola, toccandola. Pensava che lo avrebbe respinto, e voleva prendere tutto quello che poteva, sentire il suo corpo finché lei glielo consentiva.
Ma lei non lo respinse. Era stata rabbia la prima cosa che aveva sentito. Come osava? Se non la stava violentando, ci mancava poco. Stava approfittando di un momento in cui era particolarmente vulnerabile. Aveva sempre sospettato di essere il membro più debole, in quella loro curiosa alleanza. Ma mentre per la sua testa passavano questi pensieri, già ricambiava il bacio, sentendo risvegliarsi la voglia di passione, di piacere, di oblio.
E lui, che dopo il primo attimo di sbandamento si era quasi pentito, e si aspettava una reazione violenta, o tutt’al più un passivo abbandono, si trovò stretto a lei che non voleva più lasciarlo.
Qualcosa che ancora c’era rimasto di razionale in lui gli diceva di non farsi illusioni, ma per la prima volta in tanti anni lui non voleva che la ragione controllasse i suoi sentimenti. Voleva solo quello che stava succedendo, qui e ora, anche se fosse stato solo per una sera, ma sì, chi se ne frega, andava bene così.
Quando Stéphanie staccò infine le labbra dalle sue fu solo per poggiare la testa sulla sua spalla. Lui le carezzò i capelli e pensò Dio quanto tempo che non compiva quel gesto su una donna, e come era bello.
Il fuoco adesso si stava spegnendo davvero, ma nessuno dei due parve farci caso fino a che l’ultima scintilla si fu spenta e si trovarono immersi nel buio, con solo la brace che continuava a bruciare.
– Bisognerà riaccenderlo – mormorò lui, ma senza convinzione, e non si mosse, anche perché lei non gli avrebbe permesso di toglierla da dove si trovava. Non aveva più né freddo né paura.
– Stai bene? – Le chiese lui con dolcezza.
– Meravigliosamente – rispose lei, con voce inconsapevolmente sensuale, appena velata forse dal fumo, o dalle troppe sigarette che aveva fumato pensando a Matteo, o forse dall’improvvisa consapevolezza di quello che stava per succedere.
Quello che è certo è che il desiderio che vibrava in quella voce roca, il suo improvviso abbandono, riportarono l’eccitazione di Adrien ad un livello incontrollabile. Riprese ad accarezzarla con gesti sempre più intimi, e il fuoco che era in lui venne alimentato ancor più quando lei cominciò a ricambiare quelle carezze. Quando alla fine fece l’amore con lei, fu con una tale intensità, una tale forza, da spaventarlo. Mai il termine “possedere” era stato più appropriato. Voleva averla, sentirla sua, sentirla dentro di lui, nel suo corpo, nel suo sangue.
Stéphanie, invece, non era spaventata. Quel che di selvaggio che c’era stato nel modo in cui lui l’aveva presa le aveva impedito di farsi domande, rendendo più completo il suo abbandono, cancellando la paura, annullando il dolore. Le cose che aveva considerato tanto importanti nella sua vita erano avvolte in una nebbia che le rendeva confuse e remote.
Nell’assoluta pace, in quel silenzio carico di promesse che erano state mantenute, in cui non c’era più né violenza, né ansia o smania di nulla, ma solo dolcezza, Adrien decise di dirlo:
– Ti amo. – Erano le parole sbagliate, e lui lo sapeva. Sapeva che lei non avrebbe risposto, perché se avesse risposto avrebbe dovuto dire cose che non le sembrava giusto dire, tanto lui comunque le conosceva già. Non gli importava. Non si sentiva tradito, al contrario, aveva avuto molto più di quanto si aspettasse. Per questo aveva voluto dirglielo, per vivere fino in fondo il suo ritrovato coraggio.
E adesso che i lampi si stavano allontanando, i tuoni non erano altro che sommessi brontolii, e la rabbia del cielo era diventata un’irritazione senza più minaccia, Adrien sapeva che questo avrebbe chiuso la loro storia, che con la tempesta era cominciata e con la tempesta sarebbe finita. Erano stati, com’era quella frase così sciocca, due treni che si sfioravano nella notte, sì, qualcosa del genere. Ma era stata una bellissima notte, e sfiorarsi era stato fantastico.

IL BOSCO – PARTE IV – Capitolo VII – continua

Gianna li vide rientrare, presa da sentimenti contrastanti. Vide subito che la burrasca si era calmata. Non era particolarmente osservatrice, ma non era difficile accorgersene, avevano cambiato completamente espressione, tutti e due. Sembravano persino più giovani. Elisa aveva perso la ruga di concentrazione sulla fronte, di quando metteva tutte le sue forze nel convincersi che stava benissimo anche senza di lui, e Andrea sorrideva. Il sorriso di Andrea era sempre stato una cosa che parlava da sola.
Era meglio così? Sarebbe stato meglio che continuassero a non vedersi, e forse prima o poi sarebbero riusciti comunque a venirne fuori? Chi poteva saperlo? Ma Gianna aveva senso pratico, e pensava che se entrambi, nello stesso momento, avevano deciso di rivedersi, in qualche modo avrebbero fatto, se non fosse stato a casa sua avrebbero trovato comunque una strada. D’accordo, forse sarebbero riusciti, presto o tardi, a superare la rabbia, l’amarezza, il dolore, e tirare avanti. Ma perché?

Elisa aveva pensato che non sarebbe riuscita nemmeno a sentire il gusto del cibo, e invece lo sentiva benissimo, anche più del solito. Non aveva mai capito la connessione tra cibo ed erotismo, adesso la capiva. I profumi e i sapori dei piatti liguri, piatti della tradizione marinara e contadina, non certo raffinati, ma gustosissimi, a cui Gianna si dedicava con tutta la sua anima mediterranea, le provocavano un piacere decisamente sensuale. Andrea non faceva assolutamente niente per nascondere il fatto che non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Mangiava guardandola, quasi che quello che stava assaporando fosse solo un anticipo di quello che sarebbe venuto dopo. Non aveva mai creduto che si potesse eccitare una persona in quel modo, ma era possibile, sì. Non si accorse nemmeno che partecipava anche lei a quel gioco, altrettanto incapace di filtrare le sue emozioni, fino a che anche portare un’oliva taggiasca alle labbra diventava un gesto malizioso.
Non fu tempo sprecato, non solo la concessione alle convenzioni dell’ospitalità, in attesa di potersi finalmente districare e scappare via. C’era, è innegabile, un’aspettativa un po’ impaziente. Non è certo facile continuare a far finta di niente mentre un fremito sinuoso e liquido rifluisce in onde di calore che arrivano anche alle mani, al viso, al collo, dove tutti possono vederle. Ma quegli istanti rubati all’appagamento del loro desiderio erano istanti regalati all’attesa che dilatava quel desiderio, annullando ogni altra cosa. Incoscienza, follia. Forse.

Il tempo di un caffè, due chiacchiere con gli ospiti, l’ultimo goffo tentativo di fingere di essere ancora sulla stessa terra dove c’erano anche gli altri. Ma Gianna sapeva come stavano le cose. Guardò Andrea, gli fece segnali con gli occhi e con le mani, vai via, portala via, e non preoccuparti del resto. Chi vuole capire, capirà.
Così fuggirono via, nella macchina di lui, un’altra Ford, ma non quella che aveva comprato da ragazzo e che adesso sarebbe stata comunque in età per andare dignitosamente in pensione. Blu. Non eccessivamente curata, se non dove era necessario. In ordine, confortevole. Andrea non si inebriava con la velocità, ma si vedeva che gli piaceva guidare. Aveva una mano sicura sul volante, come… mentre gli guardava le mani, i pensieri di Elisa andavano per conto loro. Rimasero stranamente silenziosi, per tutto il viaggio, di tanto in tanto lui la guardava. Si sorridevano.
Quando lui ruppe il silenzio, non lo fece con una frase particolarmente evocativa.
– Il parcheggio è sempre un problema – disse.
– Cammineremo – rispose Elisa, e pensò a quante volte frasi così banali nascono da pensieri troppo forti per poterli esprimere.
Ma trovarono posto abbastanza vicino, persino troppo, per Elisa, che avrebbe quasi voluto prolungare ancora un po’ quella tortura così dolce, di desiderarlo tanto, sapendo che sarebbe stata un’attesa breve.
Di nuovo quella sensazione di familiare, casa sua gli somigliava così tanto che era come se lei ci avesse abitato con lui, come se la conoscesse da quando conosceva lui.
Si sfilò la giacca, i guanti, e rimase con il vestito che aveva indossato per la cena da Gianna, quel vestito che aveva suscitato in lui quel misto di gelosia, di orgoglio e di desiderio. Adesso voleva solo toglierglielo. Le fasciava il corpo, lasciando intravedere la curva dei seni, e le lasciava scoperte le braccia e le spalle. Aveva lunghe braccia snelle, e mani dalle dita lunghe, belle mani da pianista.
Ma fu lei a prendere l’iniziativa, questa volta. Superando ogni timidezza, ogni vergogna, per la voglia di scoprire il corpo di lui come lui aveva fatto col suo, ricordando e usando gli stessi gesti di lui, ma a modo suo, per restituirgli lo stesso incantato stupore che lui le aveva fatto provare, l’altra volta. Le piaceva toccarlo, le piaceva spogliarlo. Non lo aveva mai fatto, lasciando sempre che fosse Matteo a decidere i tempi e i modi del loro amore. Lo guardò, mentre gli sfilava il maglione, e Andrea trattenne il respiro. Anche il maglione era blu. Sentì l’odore della lana, misto con il detersivo da bucato e il fumo che gli era rimasto addosso da casa di Gianna. Poi l’odore della sua pelle, che non avrebbe saputo descrivere, ma le piaceva. Un profumo fresco e un po’ aspro, che le ricordava la resina degli alberi di un bosco.
Le sue dita sfiorarono le irregolarità del viso di lui, certi punti ruvidi e scabri della pelle, i rilievi e gli infossamenti delle spalle, le callosità e le parti più morbide. Come aveva mai potuto pensare di rimpiangere il fatto che lui non fosse più un ragazzo, quando proprio questo glielo rendeva infinitamente più caro? I segni che la vita gli aveva lasciato le parvero segni d’amore, come se ogni imperfezione fosse il risultato di una storia, ogni ruga un piccolo miracolo della sua capacità di arrendersi al tempo, che forse era l’unico modo di vincerlo. Allora seppe che si sarebbe aperta a lui come a uno straniero, accogliendo la ferita dell’incontro, l’inquietudine della differenza, le sgradevolezze e il lenimento delle somiglianze, amandolo completamente, senza confini, perché lui l’aveva incontrata e riconosciuta e non era tornato indietro. Un pensiero l’attraversò come un lampo. La felicità vive dell’imperfezione. Non era importante, adesso, eppure lo era. Il suo corpo reclamò spazio, scacciò la mente nei suoi recessi. Lei udì un suono che non aveva mai sentito ma che riconosceva, una musica che veniva dalla parte più profonda di lei.
– Non fermarti – mormorò lui – e la sua voce rauca, quell’accenno di urgenza, tornarono ad eccitarla ancora di più. Dopo averlo spogliato, si sfilò l’abito. Non sapeva bene i gesti, magari era un po’ goffa, ma non le importava niente, lui continuava a guardarla, e lo vedeva dai suoi occhi che non la trovava goffa. Le piaceva quando la guardava così, come se nei suoi occhi l’acqua del mare si mescolasse con il fuoco. Lasciò che la lentezza dei suoi gesti facesse divampare quel fuoco, oltre il punto di non ritorno. Solo dopo lasciò che lui la toccasse, lasciò che le carezze di lui sciogliessero il suo corpo come se fosse stato fatto di neve bollente, lasciò che lui le insegnasse cose che non aveva mai saputo esistessero. E poi rimase così, le gambe fuori dal letto selvaggiamente disfatto, la testa appoggiata al braccio, brividi di freddo che si mescolavano ai brividi di piacere, completamente, inesorabilmente felice.