La poesia non è civile

La poesia non è affatto civile:

è un bambino al tavolo dei grandi,

un gatto selvatico, che graffia

le cortecce e i topi senza alcuna coscienza

del disastro ambientale;

l’abbaglio violento della luce nel porto

tra il piombo dei cumulonembi.

Qualcosa che morde, spreme la voce

fino all’ultima goccia di sangue;

sovverte il tempo con crudele, aggraziata lentezza;

il tronco caduto di traverso sulla strada,

il macigno in bilico sulla cima del monte

prima di rotolare in fondo alla valle,

un pozzo insaziato,

un’opera al nero,

figlia illegittima

di questa fame infinita di vita

Dov’è finita la mia ironia?

Qualcuno l’ha vista? Non la trovo più.

La hall è vuota, salgo su per lo scalone, ma la stanza giusta non c’è. Dal numero 26 si passa direttamente al 32. Forse dovrei giocarli al lotto. Sono in bilico. Nei sogni siamo sempre in bilico, ci hai fatto caso? Dev’esserci una ragione, per tutti questi numeri in disordine. Guardo oltre, si passa al 38 e poi forse al 28, o al 24, non ricordo bene.

Esco dall’hotel, vengo a cercarti, ma non riconosco le strade. Torno indietro, vedo il bar, caffè Moretto, capisco che sono a Milano, ma non capisco perché.

Qualcosa mi sveglia.

Nel sogno, non sono riuscita a trovare la stanza, né te, e neanche l’ironia.

Non belligeranza

Stamattina, mentre bagnavo orto e giardino, una grossa vespa si è fatta scarrozzare sulla canna dell’acqua per 4 o 5 lunghissimi secondi. Quasi avevo la sensazione che mi guardasse, come dire, e mo’ che fai? E io che ho fatto? Ho continuato a innaffiare, le ho dato il passaggio che evidentemente le serviva. O forse voleva solo godersi un po’ il fresco.

Non sarebbe stato possibile, qualche anno fa. Avrei mollato la canna e sarei scappata inorridita.

Ma mi capita di pensare, da qualche tempo, che ci sia un patto di non belligeranza con gli insetti del posto. Noi li lasciamo stare, loro mangiano tranquilli e indisturbati, impollinano e non pungono. Qualche volta, forse, si lasciano incuriosire un po’ da noi.

E mi capita anche di pensare che forse, fa parte di quell’aspetto di me che era rimasto sempre chiuso e che mi pare stia comincando a sbocciare.  Un po’ in ritardo anche quello, ma va bene così.

Uno scarabeo

Verde, bellissimo, ma sembrava ferito, o forse solo terrorizzato. L’ho preso in mano, l’ho messo sulla terra per cercare di farlo volar via. E’ rimasto del tutto immobile per un po’. Qualche minuto dopo, quando ho riguardato, non c’era più, forse è riuscito a volare via. Questo stupore per le piccole cose è una delle vie verso altro. Mi piace. Penso che riprenderò a scrivere.

Sette anni

Sette anni. Non mi sembra neanche possibile. Stasera riapro quella tua magica finestra sul mondo, è una promessa. Intanto, il giardino cresce e prende forma. Ma ho voglia di ridare una nuova forma a questo amore stravagante, e mi ci vuole qualcosa di più. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di rosso. Un nuovo inizio. che passi attraverso di te, come sempre. Un abbraccio, una bicicletta, un penny per i tuoi pensieri. Anche una stella cadente, sì, purché sia una stella che ride. E che cada sottosopra, dalla terra al cielo. Un’abitudine ridisegnata, un sogno antico rivestito a nuovo, un’altra angolatura. Un tempo ripensato, reinventato. Perdersi per non arrendersi. La vita, secondo te. Secondo me.

Crescere

(riflessione personale). Tendiamo a dimenticarci quanto difficile sia stato, crescere, quando è toccato a noi. Quanto sia ancora difficile. Non possiamo chiedere ai nostri figli di essere pronti per qualcosa per cui noi siamo impreparati da molti anni.

PADRI

Le cose che volano,
come la polvere che siamo
portano messaggi al cielo in altre lingue,
un canto d’ali che freme
tra le scapole e il cuore.
Penso a te, padre mio:
raccontami come stai,
come si vive camminando su una fune
trasportando paglia per il nido
da uno spazio a un altro.
E penso a tutti i padri che mi sono costruita,
che ho immaginato e scritto;
i padri d’albero e di lingua,
di casa e di viaggio e di mani e piedi
di penna e di spada, di tenebra e colore.
I padri dei miei libri, della mia voglia inaffermata,
delle cose inanimate che prendono vita
nella mia testa scarruffata
e di quelle che muoiono piano, sottovoce,
perdute senza far rumore e senza drammi.
Padri miei di cielo e terra, oggi
vi amo tutti ad uno ad uno
nella mia lingua, l’unica che so.
Vi sono debitrice di queste pagine di fuoco,
dell’ombra del gatto tra le tende,
degli sbagli scintillanti che ho adoperato ad ogni bivio
perché di andare dritti non è il caso
e per diverse che siano le mie e le vostre ali
tutto quello che vola si somiglia
della mia lingua d’albero voi siete i rami
della mia casa siete le mani e la penna
e siete la voglia dei miei libri, la spada
di tutto quello che non fa rumore,
la terra dove si ritrovano
tutte le cose perdute.

Sepùlveda

No, non c’è un senso, è inutile cercarlo. Se c’è, sta semplicemente nel fatto che ci sia data, forse per caso, forse no, una possibilità su un fantastiliardo di avere una coscienza e farne qualcosa. Ecco, Sepùlveda di questa coscienza ne ha fatto più di qualcosa. L’ha usata a fondo, l’ha spremuta, tenuta costantemente sotto pressione, interrogata, amata, se ne è preso cura, l’ha ascoltata e usata fino all’ultima briciola. Questo, almeno, è quello che a me a sempre fatto pensare. Uno che vedeva chiaramente il valore della bontà e dell’allegria, perché la crudeltà e il dolore li aveva vissuti senza risparmiarsi mai. Uno che poteva permettersi di parlare di sogni, perché della realtà conosceva ogni aspetto, e che non ha mai parlato di coraggio perché non ne aveva bisogno, il coraggio gli respirava dentro. Ecco, Sepùlveda è un altro per cui, che ci sia o meno un significato più profondo, di questa possibilità su un fantastiliardo che è stata data anche a me e che mi permette di leggere, ascoltare musica e venire a contatto con certe persone, sono profondamente grata.

DECIMA TESTIMONIANZA
《Quando riposa il lungo treno si riuniscono gli amici…》 Questo treno, don Pablo, si è fermato già da troppo tempo, eppure il presagio della poesia si è compiuto ugualmente. Eccoci qua, noi amici, i Dodici della Fama, i dodici apostoli che tentano la resurrezione di un arrugginito drago britannico. Come tutti gli uomini, vogliamo realizzare un piccolo, minuscolo ma evidente miracolo, e lassù, sopra la macchina, c’è Juan Riquelme, il fuligginoso, uno di quei tanti modesti Juan, illustri sconosciuti, ma sicuri di riuscire a pulirsi le mani sporche di grasso in un pezzo di stoffa o di storia, di accendersi una sigaretta e, senza dare troppa importanza a quanto hanno realizzato, di dire al miracolo, come a Lazzaro, alzati e cammina!
Forse, don Pablo, stiamo scrivendo con ferri vecchi un nuovo verso che tirerà fuori per qualche istante il “lungo treno” dal suo giusto letargo.
E deve farcela. Se riusciamo a smuoverlo anche solo di un centimetro, sarà la vittoria, il trionfo dell’allegria sullo sputo dell’odio. E in questo mare di sabbia, sole, vento e sottile pioggerellina, questi Dodici Argonauti si preparano, perché come ha detto lei, don Pablo, “il ferroviere è marinaio in terra e nei piccoli porti senza mare”. (Da: Incontro d’amore in un paese in guerra).

Siamo così piccoli, così piccoli… e così grandi, quando la consapevolezza del limite si accompagna al senso di infinito. Così grandi, quando accogliamo e condividiamo il dolore della finitezza, e lo facciamo diventare pensiero e domanda, musica e poesia, parola e scoperta, fratellanza e tenerezza. Così grandi, quando smettiamo di voler essere tutto.