I blog che seguo – Il Giardino dei Poeti

Il giardino dei poeti è stato inspiegabilmente bloccato da Facebook in questi giorni, in base, a quanto ho capito, a una segnalazione anonima (è la prassi, bloccare a seguito di qualsiasi segnalazione). Forse una svista, forse (mi piacerebbe pensarlo) diffondere la bellezza davvero serve, tanto da dare (molto) fastidio, a chi preferisce l’odio e la chiusura. A me il blocco è servito a scoprire un blog che non conoscevo, benché già leggessi Cristina Bove come poetessa. Nel “Giardino” accoglie i versi di altri poeti, ed entrambi sono sicuramente blog  da seguire per chi ama la poesia, e crede in quella fondamentale importanza del “superfluo” che qualche volta le parole riescono ad avere.

Qualche foto di Bologna e di Villa Griffone – Museo Marconi a Pontecchio

Un salto a Villa Griffone vale la pena, anche per i profani dell’elettrotecnica & affini. Si trovano strumenti antichi, anche esteticamente bellissimi, e due guide esperte e appassionate che riescono a far entrare qualche nozione anche nella testa degli allievi più recalcitranti alla materia, come me. Alla peggio, poi, si può sempre rifugiarsi in giardino.

Il senso di scrivere

La scrittura è una fuga, un’ostinazione, un senso vietato, un frullar d’ali, un vuoto a perdere, un rifugio, un guscio, una ferita.

È stare in prima linea, è evitare la battaglia, è un modo indecente di esporsi, nudi e senza cornice, è un quadro, un nascondiglio, la ricerca di una platea, una smania incompiuta di silenzio.

Inizia dal basso, come una piccola scossa che sale su dai piedi, viene dal tuo corpo e lo ricostruisce ogni volta.

È una soluzione di ripiego, una ribellione meno scomoda, un cambiamento minuscolo e testardo. È un’utopia, un miraggio, la forza della realtà, prendersi la responsabilità con incoscienza, è spingersi al limite, è cancellare il limite per distrazione e leggerezza, è immaginarsi un criterio diverso, un’irriverenza rispettosa, senza senso come portar l’acqua con le orecchie, perché l’amore implica sempre una contraddizione.

O Captain, My Captain

Che in italiano non si potrebbe più dire, a poco a poco mi ruberebbero tutte le parole più amate, ma no, io non me le lascio rubare, e per me il Capitano – la voce interiore, il modello di riferimento, il daimon – è e sarà sempre solo uno, e non parlo tanto di John Keating, incantevole personaggio sia pure, ma dell’amato Robin. Uno che di muri ne parlava quindici anni fa, e non per dirne bene. Uno che di ambiente ne parlava oltre quarant’anni fa, e non aveva sedici anni, ma neanche poi tanti di più, e diceva attenzione, che la prossima guerra nel nostro pianeta rischia di non essere per il petrolio, ma per l’acqua (e no, nonostante tutto era un Genio sì, ma non un veggente. Solo uno che guardava e cercava di capire). Uno che odiava talmente tanto la guerra, da andare in Iraq e in Afghanistan, con una paura dell’inferno, ma bisognava farlo, fare spettacoli comici per i soldati “per ricordare che sono ancora lì e che stanno ancora morendo lì”. Uno, insomma, che non avrebbe mai cercato capri espiatori, che le sue responsabilità se le prendeva tutte e se ne assumeva anche qualcuna che non era nemmeno sua. Non esiste, per me, nessun altro modo di essere Capitani (nel senso di uomini. E aggiungerei: veri).

Merlin

Stasera una bella puntata di Merlin non me la toglie nessuno. Ho iniziato per fare qualcosa insieme ai figli (soprattutto uno) ed è diventato una droga, non riesco più a staccarmene, proprio io che di solito disapprovo film e fiction che si discostano dai miti e dalle storie originali – o almeno, dai miti e dalle storie come me li ricordavo io dai miei anni verdi… ma qui tutto è concesso perché mi piace davvero molto. E tenete d’occhio Colin Morgan, ha già avuto considerevoli riconoscimenti fin da giovanissimo, e secondo me è una spanna sopra anche rispetto ad attori affermati.

Prima classificata al Premio “Artisti” per Peppino Impastato con la poesia “Non taccio”

Un premio, quello intitolato a Peppino Impastato, di cui sono orgogliosissima e che come scrivevo stamattina, in qualche modo mi riconcilia con l’idea dell’utilità delle parole, di cui qualche volta dubito.

NON TACCIO

Le mie parole sono rosse,
urlo di fuoco e sangue,
d’albero tagliato, di dolore incolto
nella gola stretta da una voglia di morte
vissuta ogni giorno, da una pretesa
immorale di vita data o tolta
per capriccio, da chi decide
se merito il mio tempo, le cure
o le ferite ricevute, le tacche sui muri
affamati di ragnatele, o i cerchi
sui tronchi nudi del frassino abbattuto
perché fa paura la fecondità del mondo.
Ho l’anima schiacciata sotto il corpo altrui,
ma non taccio. Parlerò dai rami
protesi verso il cielo, dalle radici
scavate fino agli inferi; avrò voce
d’uccello implacato, il nitrito
di un’interferenza nel segnale radio
che attraverserà le pareti
e vi verrà a cercare. Non avrete
il mio silenzio, la sopportazione
della ferocia, l’angolo chiuso
di una paura sottomessa e schiva:
parlerò da viva e da morta, dalla terra
e dal mare, non ci sarà luce né ombra
dove non voli il bianco uccello
della mia voce di tempesta.
Le mie braccia di luna solleveranno
il mare, la mia bocca si farà vulcano;
sono marea, grazia indomabile,
la forza dell’oceano che si fa seme.
Sono arma e musica, violino
e arco teso e freccia tra le stelle.
La mia voce la porterò in volo
viva, infinita presenza
rifranta sugli ormeggi tra le navi
moltiplicata in milioni di gocce,
piccoli corpi d’acqua che spezzeranno
le corde alla mia gola
e il vostro silenzio, rotto
dallo scroscio assordante
di un giardino che nasce.