Di stanchezza e polpettoni

Volevo vedere Dinner at Eight, uno degli ultimi film del 1933 che ritengo da non perdere, tenuto conto che purtroppo King KongDuck Soup, ovvero La guerra lampo dei Fratelli Marx, sono fuori dalla mia portata, perché non si trovano su Internet e non mi attirano tanto da comprarli, solo che di nuovo sono stanchissima. È un periodo che ho sempre sonno e sempre fame. Del resto, sto lavorando molto, dopo una pausa un po’ “molla”, e quando le consegne si accavallano, subentra un po’ di ansia. Aggiungeteci i problemi adolescenziali dei figli e un polpettone di verza, patate e mortadella…

Ieri sera, a dire la verità, chiacchierando fuori con un’amica ho fatto abbastanza tardi e sarei andata avanti ancora un bel po’. Ma per la prima volta in vita mia, dormo sonni abbastanza agitati, mi sveglio almeno una volta a notte e non è da me. Così a concentrarmi sul film non riesco, andare a dormire ancora non posso, la lavatrice l’ho già impostata, che faccio? Proverò a scrivere della mia fanciulla e del suo esploratore. Spero di farcela, scrivere può essere sfiancante o una fonte di energia, secondo i momenti e le circostanze.

Intanto qui posto la ricetta del polpettone, spero che siate interessati, e in più serve a me, perché è piaciuto molto e voglio ricordarmi cosa ci ho messo, visto che cambio tutte le volte…

Allora, ho soffritto due piccolissime verze coltivate da noi (penso che valgano come mezza verza di quelle normali, ma erano veramente buone) in una cipolla, due spicchi d’aglio, un pezzo di gambo di sedano e mezza carota (una piccola andrebbe bene lo stesso, quella era grande). Ho aggiunto un po’ di vino bianco e della maggiorana (e sale e pepe), ho fatto andare il tutto per una ventina di minuti, poi ho aggiunto un etto abbondante di mortadella tritata, e dopo poco ho spento. Nel frattempo ho bollito in acqua salata 5 o 6 patate (sempre delle nostre, ma non è indispensabile), sbucciate e tagliate a pezzi per far prima. Ho versato la verza e la mortadella in una coppa, ho aggiunto le patate, schiacciandole con una forchetta, poi due uova, un po’ di pangrattato e del formaggio grattugiato. Ho messo il tutto in teglia, appianandolo con la forchetta, e sopra ho grattugiato dell’altro pane. Infine, un po’ d’olio e sale sparso in superficie, e informato per circa mezzora a 160-170 gradi (in forno ventilato), più dieci minuti col grill per la doratura. Niente foto, purtroppo, cercherò di far meglio la prossima volta!

Robin’s Monday – però…

Il giardino ricreato come legame, la tua musica, una serata di chiacchiere faccia a faccia in un locale alla buona mangiando cose semplici, e da ieri ho ripreso un libro che c’entra con te solo indirettamente e per nessi che conosco solo io e forse un altro paio di persone. Però…

Tu mi hai insegnato la bellezza del cielo. Ancora amo di più la terra, eppure ho qualcosa in più da guardare, oggi, nelle stelle, in quelle luci leggere, in quelle nuvole che passano e domani non saranno più qui. C’è la tua voce nel loro silenzio, e il tuo sguardo, che si riflette nel mio, dà a tutto un diverso fuoco, quasi che io oggi potessi intravedere anche nel cielo tracce del passato, e strade, e l’impronta che forse uomini e animali possono aver lasciato anche là.

Illusioni

A volte assorbiamo i gusti di altre persone, i loro desideri, persino i loro sogni, così tanto da crederli nostri. Poi arriva l’alba, e l’illusione si rivela tale, e allora tocca ripartire alla ricerca di gusti e desideri e sogni che siano realmente nostri.

La lettrice della Domenica – Gli Spiriti Non Dimenticano

Sulla strada che ci riportava ormai quasi all’alba verso la città dei bianchi, mia moglie e io non parlammo per un lungo tratto. Guardavamo il doppio cono della luce dei fari che illuminavano i rari cespugli ghiacciati dalla brina e le sagome di daini che attraversavano leggeri l’asfalto, i loro sederi bianchissimi, un po’ osceni, nella notte che non voleva ancora alzarsi dalla prateria e arrendersi al pallore dell’est.

Fu lei a rompere il silenzio. “Hai sentito gridare la civetta?” Io no, e tu? Neanch’io. Meno male.

“Ma credi davvero che abbiamo visto gli spiriti dei Sioux in quella cantina?”

Non le seppi rispondere. Non so se ho visto davvero “gli spiriti” nella cantina di Colui Che Aiuta. Ma so di avere visto uno spirito: lo spirito di un popolo che è costretto a vivere nelle catacombe della sua storia, ma non si è ancora arreso. Come non si arrese mai l’uomo morto 120 anni or sono che mi aveva concesso quella notte, tra il tuono del passato e gli sbuffi di una vecchia caldaia, il privilegio di raccontare la sua storia.

Tashunka Uitko, Cavallo Pazzo. Se è vero che non è l’autore a scegliere il soggetto di una biografia, ma è il protagonista a scegliere il biografo, forse Tashunka Uitko ha davvero scelto Vittorio Zucconi per diradare le nebbie che circondano la sua vita di un alone leggendario, nel bene e nel male.

Per esserne certo, il giornalista deve parlare con lo spirito del grande capo, in una cerimonia che ne mette a dura prova lo scetticismo europeo.

“Ho sempre un po’ paura, sa, a queste cerimonie degli Oglala”, gli confida una bambina che è lì a pregare per la nonna morente. “Forse perché sono una Winnebago”. Figurati io, bambina, che sono della tribù dei Modenesi, le risponde mentalmente il giornalista.

In bilico tra ironia e passione, Zucconi ci guida nell’approfondimento di uno dei personaggi più affascinanti e forse meno conosciuti della storia, dalla vita breve e intensissima, che se non ha salvato il suo popolo, ha probabilmente contribuito non poco a far sì che non se ne perdesse la memoria. E lo spirito.

Vittorio Zucconi, Gli Spiriti non Dimenticano, ed. Mondadori

SABATOBLOGGER – I blog che seguo

Image result for blog

Inauguro stasera una nuova forma di “Sabatoblogger”, perché come era impostato in precedenza non riuscivo davvero più a gestirlo, purtroppo. Non so ancora bene come proseguirà, ma l’idea è di scegliere qualche articolo pubblicato durante la settimana da uno dei blog che seguo (sperabilmente più di uno, ma dalla prossima volta) e segnalarlo. Poi vorrei anche partire da lì per dire due parole sul/sui blog.

Questa settimana vi propongo questa poesia di Cees Nooteboom, che mi ha commossa per motivi molto personali, ma è l’occasione di parlare del blog Poesia in rete, che come dice il nome propone poesie in varie forme e di ogni provenienza. Una vera miniera d’oro.

Vermi e bruchi

Quando si ama tanto una persona che soffre di periodiche crisi “di natura depressiva”, qualunque forma prendano, si impara non solo a far tesoro di certi momenti preziosi e a vivere minuto per minuto, ma anche a non sentirsi responsabili per niente di più che non sia “esserci” e “usare tutte le risorse che si hanno”. E questo finisce per allargarsi ad altri campi della vita, nel senso che le scelte altrui sono le scelte altrui. Posso non condividerle, possono anche farmi arrabbiare e persino piangere, se hanno una qualche influenza anche indiretta sulla mia vita e sul mondo che mi circonda. Ma se non mi rappresentano, non mi rappresentano. Se non posso cambiarle, passo oltre. Eleggere certe barbariche invasioni dei cervelli a forme emblematiche dell’essere umano, farne prova del nido di vermi che tutti avremmo nel cuore, invocare l’estinzione della razza? Anche no, grazie. Io amo persone che possono semmai avere dentro un dolore profondo, e magari un nido di bruchi, future farfalle, ma niente vermi. E ho scelto per stella guida un uomo che la bellezza dei bruchi l’ha sempre capita a fondo e raccontata, non certo perché non conoscesse i vermi, ma perché gli interessavano molto meno.

Quello che mi fa più paura

sono le persone che razionalizzano la loro paura. O la loro indifferenza. Quelle che sostengono, per esempio, che la situazione pre-leggi razziali non è paragonabile all’odierno razzismo, per varie ragioni apparentemente giustificabili con la logica. Una, che ho letto stamattina, a parte ascrivere tutta la responsabilità delle morti in mare agli scafisti (che ovviamente, quando ci sono, hanno le loro gravi colpe, ma non possiamo per questo affibbiargli anche le nostre, e soprattutto quelle dei “nostri” governi), sosteneva che le situazioni sono incommensurabili per questo: nel caso degli ebrei, si è scientificamente programmata la persecuzione di persone stanziali che erano sul territorio da prima, e questo sarebbe del tutto diverso dal caso di persone che volontariamente si spostano per venire qui.

Questo argomento è spaventoso e ignora o finge di ignorare parecchie cose, presumibilmente per non macchiarsi la coscienza.

Primo, molti ebrei si spostavano eccome, da sempre, proprio per cercare di volta in volta un posto dove essere “almeno un po’ meno” discriminati, nei secoli ma anche in epoca moderna. Se anche i più giovani erano nati nel Paese che li ha poi perseguitati, erano quasi sempre figli, nipoti o discendenti di persone nate anche molto lontano.

Secondo, molti altri sono stati uccisi “in quanto” nomadi o non rispondenti agli standard in voga.

Terzo, c’è da discutere sul volontariamente. Tutte le scelte sono volontarie, anche far crescere i propri figli nella miseria, nella guerra o sotto un regime sanguinario. Perché mai scegliere di cercare un futuro “almeno un po’” migliore dovrebbe essere una decisione meno forzata che quella di rassegnarsi al peggio? Molti non vorrebbero certo lasciare il loro paese, se potessero evitarlo.

Ma soprattutto, e la trovo la cosa più aberrante e pericolosa, c’è questa mentalità di fondo per me inconcepibile, per cui se tu “scegli” di spostarti (specialmente se lo fai “solo” perché sei povero), sei comunque un po’ colpevole, e in fondo io posso sentirmi più giustificato a trattarti come una pezza da piedi.

Tra l’altro, se questa ragionevole odiosità potrebbe semmai applicarsi (a voler comunque essere generosi col razzismo de noantri) a chi cerca di entrare, tralasciando tutte le considerazioni sulle difficoltà di procurarsi documenti validi quando ad esempio sei un oppositore politico ecc., di certo mai e poi mai potrebbe applicarsi alle deportazioni diciamo pure “morbide” (?) (nel senso che per ora non vanno nei campi di sterminio) di persone perfettamente integrate, ragazzini costretti a lasciare il loro ambiente, la scuola e i compagni senza salutare nessuno, gente che si faceva in quattro per dare una mano e nel frattempo ottenere i documenti e le qualifiche per lavorare, o che magari lavorava già, trattati come criminali da quattro soldi, costretti, loro sì, a lasciare quel poco di stabilità trovata senza nessuna ragione al mondo, se non che questo potrebbe portare vantaggi elettorali.

È così che tutto era cominciato, anche allora, e non lo dico io, lo dicono persone che c’erano.

E insomma, chi porta queste argomentazioni facendosi bello della propria ragionevolezza, ha poi il coraggio di tacciare gli altri di ipocrisia!