LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – settima puntata

II

«Che diavolo… nessuno aveva parlato di una biforcazione del fiume in questo punto», disse Lewis, irritato e perplesso. Erano a un punto morto: il Missouri si divideva davanti a loro in due rami quasi perfettamente identici ma opposti, uno rivolto a nord, l’altro a sud. Gli Hidatsa avevano parlato di certe enormi cascate che avrebbero dovuto trovare sul loro cammino, ma non se ne vedeva traccia.
«Succede, quando non ci si può basare su altro che schizzi dei Nativi e rozzi resoconti di gente che sa commerciare ma di certo non tracciare una mappa», rispose Clark. «Dobbiamo mandare due gruppi in ricognizione per cercare le cascate, così sapremo che quello è il ramo giusto».
«Sì, avete ragione, una ricognizione richiederà solo pochi giorni, mentre se sbagliassimo la direzione con tutta la squadra, rischieremmo di perdere molto più tempo. Non possiamo permettercelo, specialmente considerando che abbiamo dei malati da curare».
Alcuni degli uomini, compreso lo stesso Lewis, soffrivano infatti di ricorrenti e dolorose crisi di dissenteria. La condizione più seria, negli ultimi giorni, sembrava quella della piccola Janey, la moglie di Charbonneau. Lewis aveva dato istruzioni a Clark di farle un prelievo di sangue, era una cura semplice, ma era stata d’aiuto a molti. Su Janey, tuttavia, sembrava non avere effetto, la povera ragazza si faceva forza, ma stava evidentemente molto male.
I due gruppi di ricognizione tornarono indietro dopo qualche giorno, senza nulla di conclusivo da riportare. Non avevano visto nulla né sentito alcun rumore o trovato altri segni cdi una cascata nelle vicinanze.
Lewis e Clark erano quasi certi che fosse il ramo sud quello da prendere, ma decisero di mettere comunque la questione ai voti, sapendo che era una scelta controversa. Uno degli uomini, Buckley, riportò il risultato: «Siamo tutti in favore del ramo nord», disse. Fece una pausa, poi aggiunse: «Mi hanno comunque incaricato di dirvi che vi seguiranno ovunque vorrete».
«Allora, dite agli altri che prenderemo il ramo sud».
«Ne siete certo, Lewis?», chiese Clark. «Se ci sbagliamo…».
«Non so darvi una ragione convincente, Clark. Posso solo dirvi che tutto il mio istinto mi dice che è la strada giusta».
«Questo mi basta», rispose Clark.
Una decina di giorni dopo, udirono il suono delle cascate. Lewis, sollevato e impaziente di vederle coi propri occhi, prese con sé quattro uomini e si diresse velocemente verso quella direzione, precedendo tutti gli altri di almeno un paio di giorni.
Lo spettacolo che si trovò di fronte superava ogni immaginazione. Gli spruzzi si sollevavano sulla pianura come una colonna di vapore impalpabile, mentre il rombante fragore delle cascate dava loro un frastornante benvenuto.
Corse giù per la collina, a rompicollo come un ragazzo, sbigottito dalla magnificenza di quell’opera d’arte della natura. Non aveva mai visto nulla di simile, e sapeva che nulla di simile avrebbe mai più visto nella sua vita. La furia del fiume, in quello stretto passaggio tra gli sproni rocciosi a picco, dava l’idea della potenza divina. Un salto di quasi venticinque metri, poi l’acqua veniva frantumata dagli scogli, protesi come braccia gigantesche, in una schiuma perfettamente candida, che assumeva da un momento all’altro mille forme diverse. Scintillanti zampilli si alzavano in volo, e subito enormi onde schiumanti vi si catapultavano sopra, celandoli alla vista, con un rumore tale che l’acqua pareva risuonare della sua stessa eco.
Dietro uno degli speroni di roccia si estendeva inaspettata una deliziosa piccola radura ombreggiata da alti pioppi e popolata da una quantità di specie animali, conosciute e ignote. Variopinti codirossi e uccelli gatto dalle penne grigiazzurre; lontre e castori, orsi bruni e lupi.
Quella sera, Lewis ebbe anche il conforto, grazie agli uomini che lo accompagnavano, ottimi cacciatori, di poter gustare una cena di tale nome, quasi sontuosa. Costate, lingue e midollo di bisonte, trota arrostita: e con appetito, che, dopo il tormento della dissenteria, era di certo il miglior condimento.
Nei giorni successivi, proseguì da solo l’esplorazione del ramo del fiume che i Nativi chiamavano torrente Medicina, imbattendosi in altre cascate di incomparabile bellezza. Dietro ognuna sembrava poi esservi una nuova meraviglia: un’isola con un albero al centro, su cui un’enorme aquila aveva costruito il suo nido; una collina dalla quale lo sguardo poteva spaziare sul sinuoso corso del Missouri verso sud, e sull’intera pianura che dal fiume si protendeva fino alla base dei monti Snowclad a sudovest, dove pascolavano centinaia, forse migliaia di bisonti.
Nel tempo, i bisonti avevano formato una specie di sentiero battuto per andare ad abbeverarsi nei pressi delle cascate, a costo tuttavia del grosso rischio di venire trascinati via dalla corrente e di precipitare nell’abisso; e i loro scheletri formavano un curioso contrasto con gli infiniti arcobaleni che il sole faceva nascere, illuminando il sottile velo di foschia creato dagli spruzzi: Lewis avrebbe voluto poter dipingere quel magnifico scenario, o saper usare le parole dei poeti. Nessun mezzo gli sembrava adeguato a rendere anche solo in minima parte le sensazioni che provava. Non aveva con sé, del resto, neppure la camera ottica. Solo nella sua memoria, quello spettacolo triste e grandioso, compendio di vita, bellezza e morte, sarebbe rimasto impresso come un ricordo indelebile.
Sfortunatamente, ciò che rendeva quel luogo incantevole alla vista era anche ciò che lo rendeva impenetrabile per qualunque barca: rapide e cascate si susseguivano ininterrottamente a strapiombo su scarpate e dirupi quasi perfettamente verticali: era come se il fiume, nel suo scorrere infinito nel corso dei millenni, si fosse scavato un passaggio attraverso il muro di roccia; ma nessuna canoa avrebbe mai potuto fare altrettanto.
Lewis decise di ridiscendere la collina e dirigersi verso la mandria, sperando di poter catturare uno degli animali: voleva continuare ancora per qualche ora nelle sue esplorazioni, e se avesse fatto troppo tardi per tornare all’accampamento quella sera stessa, avrebbe potuto accendere un fuoco con I legnetti secchi che c’erano lungo il fiume; e con qualche ramo di pioppi ricavarsi un rifugio.
Colpito mortalmente uno dei bisonti, mentre osservava con una certa compassione il possente animale cadere con un muggito terrorizzato e soccombere rapidamente alla ferita, dimenticò di ricaricare il fucile.
In quel momento, un grande orso bruno si avvicinò, muovendosi con tale scaltrezza e così silenziosamente, che non era a più di venti passi da Lewis, quando questi se ne accorse. Prese l’arma per sparargli, e solo allora ricordò che era scarica; l’orso si avvicinava rapidamente e non c’era più tempo per rimediare. La pianura era completamente aperta, senza un cespuglio o un albero per centinaia di metri; la riva del fiume era in pendenza e a non più di un metro sopra il livello dell’acqua.
In altre parole, non c’era modo che Lewis potesse nascondersi e ricaricare l’arma. Si incamminò a passo svelto sperando di poter raggiungere il primo albero, a poco meno di trecento metri, ma la bestia si lanciò contro di lui a bocca spalancata, guadagnando terreno a ogni passo.
Lewis si gettò allora in acqua: se avesse costretto l’orso a nuotare, avrebbe potuto meglio difendersi con la lancia.
Quando fu immerso fino ai fianchi, si voltò e rivolse la punta della lancia contro l’animale, proprio nel momento in cui questo arrivava sulla riva del fiume. L’orso si girò di scatto e prese a correre nella direzione opposta, con la stessa velocità con cui fino ad allora aveva inseguito Lewis. Questi tornò a riva, ricaricò il fucile che aveva tenuto in mano per tutto il tempo, e poté vedere l’animale attraversare fulmineo la tratta scoperta, voltandosi di tanto in tanto come se temesse di essere inseguito, e nascondersi poi nel folto dei boschi.
Che cosa precisamente lo avesse spaventato, rimase un mistero per Lewis, comunque grato dell’improvvisa decisione dell’orso di evitare lo scontro.
Lewis terminò di esaminare il torrente e si apprestò a tornare indietro. Erano le sei e mezza di sera e stava rapidamente calando il buio.
Non aveva percorso che un paio di centinaia di metri, quando finì quasi addosso a un animale: subito gli parve un lupo, ma guardandolo meglio, vide che era quasi certamente un felino, forse una lince, un puma o un ghiottone. Non era molto grande, ma era la bestia più feroce e aggressiva che Lewis avesse mai visto. Lo vide accovacciarsi come un gatto e un attimo dopo spiccare un balzo, pronto a saltargli addosso con le fauci spalancate. Gli sparò e l’animale parve letteralmente scomparire nella sua tana, quasi svanire nell’aria, come se non fosse mai stato lì.
Altri trecento metri e tre bisonti, separatisi dal branco poco lontano, presero a inseguire Lewis a tutta velocità. Forse qualche spirito del luogo aveva deciso di inviare tutti gli animali dei dintorni, per farli divertire a sue spese? In tal caso, pensò, tanto valeva concedere loro un po’ di quel divertimento: si voltò di scatto e cambiò direzione all’improvviso, correndo verso i tre bisonti. Forse per la sorpresa, o più probabilmente per il fucile e la lancia che Lewis teneva in mano, questi batterono precipitosamente in ritirata.
Finalmente, Lewis si ritrovò nel luogo dove aveva lasciato il bisonte ucciso qualche ora prima, ma l’idea di passare la notte lì non gli piaceva per nulla.  Ne aveva passate tante in un solo giorno, che si sarebbe convinto di aver sognato, ma le dolorose spine dei fichi d’india che gli tormentavano i piedi a ogni passo, specialmente adesso che il buio era ormai fitto, lo convinsero che in realtà era ben sveglio, e che era meglio che si sbrigasse a tornare.
Il suo arrivo risollevò non poco l’animo degli uomini, i quali lo piangevano già quasi per morto, e stavano discutendo su come organizzare le ricerche il mattino dopo.
«State bene, Lewis?», chiese Clark con ansia.
«Benissimo», rispose lui, che quasi crollava per la stanchezza. «Non preoccupatevi, non ho niente che un buon pasto e un sonno ristoratore non possano guarire prontamente. Che mi dite dei malati, stanno meglio?».
«Sì, quasi tutti. Purtroppo, Janey è invece ancora gravemente inferma. L’ho fatta trasferire nei miei appartamenti. Charbonneau voleva protestare, ma l’ho messo a tacere».
«Avete fatto benissimo. Quell’uomo si sta rivelando anche peggio di quanto pensassi, è pigro e vigliacco, e tratta sua moglie peggio di un cavallo da soma».
«Le ho somministrato anche una dose di sali, e ho massaggiato la zona infetta con un miscuglio di corteccia. Sembrava stare meglio, ma questa sera le sue condizioni sono nuovamente peggiorate. Charbonneau insiste che dobbiamo tornare indietro e riportare la ragazza al villaggio».
«Ovviamente gli avrete fatto presente che questo non è in alcun modo possibile. Del resto, che beneficio ne avrebbe? Sarà di certo meglio curata, qui con noi».
Lewis era più preoccupato di quanto volesse ammettere. Naturalmente, c’era il fatto oggettivo che senza Janey sarebbe stato più difficile dialogare con gli Indiani Snake, da cui dipendevano per l’acquisto dei cavalli, indispensabili per attraversare le montagne. Inoltre, la ragazza lavorava instancabilmente, sobbarcandosi anche i compiti più pesanti senza lamentarsi mai, anche dopo che si era ammalata.
Ma non era solo questo. Stava diventando a tutti gli effetti un membro della Spedizione, e i due Capitani erano in ansia per la sua salute come lo sarebbero stati per uno qualunque dei loro uomini.
Charbonneau, quella peste, continuava a non darle i medicinali e prestarle le cure necessarie, riferì Clark. Non che si rifiutasse apertamente; ma erano più le volte in cui si “dimenticava” di quelle in cui si occupava di quel compito, forse per lui già fin troppo impegnativo, perché anche il più leggero dei lavori sembrava essere un peso insopportabile per quell’uomo.
Quando Lewis scese a visitare la ragazza, il pomeriggio successivo al suo ritorno dall’esplorazione delle cascate, le tastò il polso: il battito era a malapena percettibile, rapidissimo e irregolare; ella soffriva inoltre di spasmi in tutto il corpo e fortissimi dolori all’addome.
Lewis continuò con le applicazioni di corteccia e laudano già ordinate da Clark, e le fece anche portare dell’acqua solforosa da una certa fonte minerale, sui cui effetti nutriva grande fiducia.
Nel frattempo, aveva messo gli uomini al lavoro per costruire delle ruote da carro, mentre Clark cercava un passaggio via terra per trasportare le canoe attraverso le cascate. Era ormai evidente che questo tratto sarebbe stato assai arduo, e avrebbe richiesto ben più di un giorno, come avevano preventivato. Era passata la metà di giugno, la luna delle fragole che diventano rosse, per Sacagawea. E sembrava improbabile ormai riuscire a oltrepassare le Grandi Cascate prima della luna delle ciliegie, ovverosia luglio.
Un paio di giorni dopo, Janey iniziò a riprendersi: non aveva più dolore né febbre, e mangiò di gusto tutto il bisonte alla griglia che le aveva dato Lewis. Era di tempra robusta, e vi era buona ragione di credere che fosse ormai fuori pericolo. Lewis, che aveva davvero temuto per la sua vita, la considerò una delle notizie migliori di quel periodo.
Il giorno successivo, decise di assecondare un poco il lato solitario del suo carattere, restandosene qualche ora per conto suo, a pescare e riflettere. Teneva in gran conto quei momenti, di cui non poteva beneficiare che di rado.
Al ritorno, trovò però ad attenderlo una brutta sorpresa: Sacagawea aveva avuto il permesso di alzarsi, e camminare un poco se voleva, ma non certo di affaticarsi; invece, doveva essersi stancata troppo: aveva di nuovo la febbre e le sue condizioni erano visibilmente peggiorate. Incalzato da Lewis, Charbonneau ammise che l’aveva mandata a raccogliere frutta e legna, e che inoltre le aveva permesso di mangiare pesce secco e mele acerbe, contro l’espresso divieto dei due Capitani.
«Dovrei forse trattarla come una principessa?», rispose Charbonneau in malo modo, alle proteste di Lewis. «Il suo cibo deve guadagnarselo».
«E per guadagnarselo deve morire? Vi abbiamo detto più volte cosa può mangiare, e abbiamo raccomandato riposo. Se sta di nuovo male è solo colpa vostra. Le darò del salnitro per la febbre, e questa sera del laudano per farla dormire. È forte e spero che superi anche questa crisi, ma se disubbidite ancora alle mie disposizioni, ne risponderete a me personalmente».
Quasi senza rendersene conto, Lewis aveva a poco a poco smesso di chiamare la ragazza Janey, Nei suoi diari, trascriveva il suo nome in quattro o cinque modi diversi, secondo la fonetica inglese, per impararlo meglio; e così faceva anche Clark.
«Come state questa mattina, Sacagawea?». Chiese Lewis qualche giorno dopo.
«Oh, sto molto meglio. E adesso dite il mio nome giusto», disse la ragazza con un piccolo sorriso. Nel suo sguardo non c’era solo gratitudine: Lewis capì che la ragazza aveva ormai riposto in lui e in Clark tutta la sua fiducia e la sua lealtà. Il legame di affetto, che aveva cominciato a crearsi nei mesi passati insieme al forte e nelle prime fasi del viaggio, era diventato ormai indissolubile.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – sesta puntata

CAPITOLO III – Aprile – giugno 1805

I

Nella luna in cui i caprioli mettono le corna, dicembre per i bianchi, i membri della Spedizione e gli Hidatsa del Dakota avevano danzato tutti insieme per la prima volta. I bianchi avevano voluto festeggiare il completamento del loro forte e una cosa che chiamavano Natale, un giorno in cui il loro Dio rinasceva ogni anno. Lewis e Clark avevano chiamato l’accampamento Forte Mandan, in onore dei loro vicini, appartenenti alla nazione Mandan del Popolo degli Uomini. I capi della nazione erano stati molto contenti di questo.
La sera prima di partire danzarono ancora una volta tutti insieme, per salutarsi: gli Hidatsa suonarono i loro tamburi e i bianchi i loro strumenti, che chiamavano violino e fisarmonica. Si divertirono molto, e anche se Sacagawea non poteva partecipare, le fece piacere guardarli, con il suo piccolo in braccio.
Era la luna della selvaggina, altrimenti detta mese di aprile, quando il Corpo di Spedizione riprese il fiume, con la chiatta e un paio di piccole canoe. Non era certo la flotta di Colombo o di James Cook, ma la gioia che Lewis provò non era in nulla inferiore a quella dei suoi ben più illustri predecessori. Di fronte a loro si estendeva un territorio di oltre tremila chilometri, di cui non sapevano niente. Paesaggi, piante, animali, popoli, pericoli, opportunità: tutto nuovo, come se fossero venuti al mondo solo allora. Lewis non era mai stato così felice.
Al gruppo si erano aggiunti tre nuovi membri: l’interprete Toussaint Charbonneau, sua moglie Sacagawea e il piccolo Pomp, che non aveva più di due lune, ma già viaggiava, sia pure legato strettamente alla schiena della sua mamma.
In più di un’occasione dovettero pagaiare contro la corrente, a volte disincagliare le canoe dalle rive sabbiose e poco profonde.
Risero insieme per i buffi animaletti che qualche volta gli Hidatsa catturavano per mangiarli: i bianchi li chiamarono “cani della prateria”, anche se non somigliavano a nessun cane che Sacagawea avesse mai visto; e si stupirono delle immense mandrie di bisonti che correvano, delle loro cariche e della loro grande forza.
Qualche volta, Clark passava a salutare Pomp e quando poteva si fermava a giocare un po’ con lui.
Il vento era quasi sempre favorevole, almeno al mattino: spesso i bianchi alzavano sulle canoe dei teli di stoffa che chiamavano vele, e che le facevano andare più veloci.
Attraversarono terre fertili, con ampie vallate, ricoperte di boschi di pioppi e salici e cespugli di rose selvatiche. Il tempo era ancora abbastanza mutevole, spesso nel corso della giornata Il vento aumentava di forza all’improvviso. Talvolta nevicava o gelava addirittura; eppure, la vegetazione continuava e essere rigogliosa, la selvaggina abbondante, era primavera nonostante tutto. «Questo tempo per noi è la luna della semina», spiegò Sacagawea a Lewis. «La chiamiamo anche luna dei nidi, perché è in questa stagione che gli uccelli si accoppiano».
Il fiume si faceva man mano più tortuoso, stretto tra rive di terra e fango che talvolta, sotto le raffiche improvvise, cadevano in acqua, formando dei vortici che sembravano pronti a inghiottire le fragili canoe da un momento all’altro.
Fu in una di quelle circostanze che il cambio repentino del tempo rischiò di causare la perdita di alcuni dei più preziosi strumenti della Spedizione, oltre a diversi altri oggetti da cui poteva addirittura dipendere il successo o l’insuccesso dell’impresa.
Al timone di una delle barche avrebbe dovuto esserci Drouillard, ma per qualche ragione era stato sostituito da Toussaint Charbonneau. Per colmo di sfortuna, sia Lewis che Clark si trovavano sulla riva in quel momento, circostanza che praticamente non si verificava mai.
Charbonneau non sapeva nuotare, detestava anzi l’acqua, e in simili frangenti si era più volte dimostrato un inutile fascio di nervi. Quando il natante minacciò di ribaltarsi si fece prendere dal panico e sbagliò completamente la manovra. La violenza del vento strappò il braccio della vela dalle mani dell’uomo che lo teneva. Subito la canoa si inclinò ad angolo retto e si sarebbe capovolta completamente se non fosse stato per la resistenza degli uomini ai remi.
Lewis e Clark spararono diversi colpi dalla riva, ma nessuno, in quel frastuono, poteva udirli. Per un momento, Lewis dimenticò ogni cosa tranne la necessità di salvare la barca. Posò la pistola e la borsa con i proiettili e prese a slacciarsi la giacca.
«Che diavolo intendete fare?», chiese Clark. «Non starete pensando di raggiungere la canoa, spero! È a quasi trecento metri da noi, l’acqua è gelida e nemmeno una barca è in grado di resistere alla forza della corrente e all’altezza delle onde, immaginatevi un uomo a nuoto. Sarebbe un suicidio!».
«Se perdiamo quella barca, la mia vita non varrà molto», disse Lewis.
«Credetemi», ribatté Clark, «servirete ancora meno da morto. È un’idea folle e completamente inutile».
Lewis si rese conto che l’amico aveva ragione. Charbonneau sulla barca continuava a invocare il Signore, del tutto ignaro che nessun dio aiuta chi non fa niente per aiutare sé stesso.
Per fortuna, uno degli uomini sulla canoa, prese in mano la situazione. Fu necessario arrivare al punto di puntare la pistola direttamente contro Charbonneau e minacciarlo di sparargli là per là, ma finalmente questi si rimise al lavoro. Gli altri uomini gettarono fuori bordo l’acqua che era entrata nella barca e remarono fino a portarla abbastanza vicino alla riva da poterla svuotare del carico.
Un paio di giorni dopo, una volta asciugato il materiale recuperato dalla barca, Lewis fece un inventario delle perdite: alcuni medicinali, parte del cibo e una certa quantità di polvere da sparo; ma tutto sommato, avrebbe potuto andare molto peggio. Tutti quanti, incluso lo stesso Charbonneau, sia pure non spontaneamente, avevano unito le forze per salvare tutto quello che potevano. Ma al contrario del marito, come Lewis riportò nei suoi diari, Sacagawea aveva mostrato lo stesso coraggio, la stessa forza d’animo e determinazione di tutti gli altri uomini che si trovavano a bordo. Clark propose di dare il suo nome a quel tratto del torrente che si gettava nel Missouri, e così fecero. La ragazza non disse molto, non diceva mai molto; ma i suoi occhi erano pieni di gioia e stupore come quelli di una bambina che avesse ricevuto un regalo bellissimo e inaspettato.
«Fiume Sacagawea. Non Janey, il mio nome vero. Fiume Sacagawea», ripeté la ragazza, come per assaporare il suono di quelle parole. «Grazie. È la cosa più bella che qualcuno abbia mai fatto per me».

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – V puntata

III

Tra maggio e ottobre, la Spedizione aveva percorso oltre duemilacinquecento chilometri, parte in barca, parte a piedi, spingendo o trascinando la canoa con tutto il suo carico.
Si trovavano adesso nel Dakota del Nord, all’ultimo confine dell’area di cui esistevano descrizioni e mappe, per quanto imprecise. Nessuno si era mai spinto oltre: da quel punto iniziava la parte a tutti gli effetti inesplorata.
Era ormai impossibile proseguire, la stagione fredda era già iniziata, ed era necessario trovare un posto dove fermarsi fino alla primavera. Dopodiché, avrebbero dovuto risalire il Missouri e avrebbero avuto bisogno di una o più guide e interpreti. Inoltre, dovevano comprare dei cavalli dalle tribù Hidatsa locali.
L’approccio con i Nativi del luogo era stato cordiale. Lewis e i suoi uomini furono colpiti dal loro ampio villaggio, con le sue casette di terra battuta e gli orti di zucche, fagioli, girasoli e mais disposti in bell’ordine. In quei giorni fecero amicizia con i capi, fumarono la pipa con loro, andarono a caccia insieme ai guerrieri, fecero persino da mediatori per cercare di rappacificare i piccoli gruppi sempre in guerra tra loro. Soprattutto, cercarono qualcuno che fosse disposto ad aiutarli ad attraversare le montagne, una volta che avessero ripreso il viaggio.
A inizio novembre, dopo decine di colloqui, Lewis sperava di aver finalmente trovato la guida adatta, un mezzo francese di madre indiana, di nome Toussaint Charbonneau.
A dire il vero, l’uomo non sembrava troppo affidabile, ma era un cacciatore di pellicce con una buona conoscenza dei territori, e aveva detto di avere due mogli che parlavano la lingua degli Snake, o Scioscioni, una tribù che viveva alle sorgenti del fiume.
A Lewis l’idea di aggregare una donna a un gruppo di oltre quaranta uomini non sorrideva affatto, ma era un problema di suo marito, dopotutto.
La popolazione della zona era divisa in molte più tribù di quante avessero pensato inizialmente, ciascuna con la sua lingua; alcune erano amichevoli, altre ostili, e Lewis sapeva che tra i Nativi, la presenza di una donna serviva a segnalare intenzioni pacifiche; senza dire che la ragazza poteva essere utile per negoziare l’acquisto dei cavalli e di altri generi di prima necessità.
Charbonneau tornò qualche giorno dopo a far loro visita all’accampamento, accompagnato dalle sue due mogli, e portando in dono quattro bellissimi abiti di pelle di bisonte.
Lewis fece uso della sua capacità di valutare rapidamente le persone: giudicò la meno giovane delle mogli meno robusta e non troppo sveglia; l’altra era poco più di una ragazzina, evidentemente incinta di qualche mese, ma sembrava forte, e il modo in cui si guardava intorno e osservava gli fece capire che non era priva di intelligenza. Aveva un nome impossibile, però, Sa-kaka o Saka-ga-qualche-cosa: se avessero deciso di portarla con loro avrebbero dovuto trovare un soprannome pronunciabile. Per il momento, Clark la chiamava Janey, ragazzina.
Janey aveva chiesto di poter accarezzare Seaman, e il terranova l’aveva lasciata fare più che volentieri. Lewis non avrebbe saputo dire perché ci avesse fatto caso, eppure quel dettaglio senza importanza contribuì a far pendere ancor più la bilancia in favore di Charbonneau e della sua moglie ragazzina.
Prese da parte Clark per avere un suo parere.
«Pensate che dovremo assumere questo trapper con la faccia da furfante»?
Clark fece una risatina.
«Temo che la vostra freccia non sia finita troppo lontano dal bersaglio, Lewis. Ma mi pare il più promettente tra tutti quelli con cui abbiamo parlato finora, e non restano poi molte alternative».
Lewis sospirò.
«Avete ragione. Bene, porteremo con noi il gentiluomo dei boschi e la ragazzina, allora, e che Dio ce la mandi buona».
Quella sera, in preda a uno di quei momenti di malinconia cui di tanto in tanto andava soggetto, Lewis si attardò a fare due chiacchiere fuori dalla tenda con Clark. Clark era un uomo solido, razionale; le sue inquietudini, se pure ne aveva, le risolveva trovandosi qualcosa da fare e cercando di non pensarci. Di certo non condivideva la tendenza di Lewis alle riflessioni notturne, probabilmente, anzi, non la capiva affatto; ma sapeva che talvolta i pensieri gravavano sulle spalle dell’amico come un pesante fardello, e cercava di alleggerire quel fardello come meglio poteva.
Al rientro, i due uomini videro uno splendido stormo di oche del Canada dirette a sud. In cuor suo, Lewis si sorprese a sperare vivamente di poterlo interpretare come un segno favorevole.

IV

«Preparati, andiamo al forte per qualche tempo», disse Toussaint. Sakagaweah non fece domande, non ne faceva mai. Sapeva cosa fare. In pochissimo tempo, raccolse le poche provviste necessarie e la culla di legno che avrebbe usato per il bambino, e caricò tutto sul cavallo.
Aveva capito, dalle precedenti visite al forte, che i due capi di nome Lewis e Clark e i loro uomini stavano facendo un lunghissimo viaggio, e avevano bisogno di una guida che conoscesse la strada e che parlasse la sua lingua e quella di Toussaint.
Quei bianchi non somigliavano a nessuno del suo popolo, nemmeno a Toussaint; dopotutto, anche se il padre di Toussaint era francese, sua madre era una Mandan.
I due capi erano molto alti, e la loro pelle era abbastanza scura sul viso e le mani, ma aveva notato, quando scoprivano il collo e le braccia, che in quei punti era più chiara e più sottile. Gli occhi di Clark erano di un colore come le nocciole, simile a quello di tutto il suo popolo; quelli di Lewis invece erano a volte grigi, a volte azzurri o blu, cambiavano con il colore del cielo, come l’acqua dei fiume. E come il fiume, avevano dentro tanto la luce quanto l’ombra, un’eco di burrasca anche quando sembravano quieti; e nel suo sorriso sembrava sempre esserci un velo di tristezza.
Clark era quasi sempre allegro, aveva uno sguardo buono e parlava con tutti, persino con lei.
Avevano un cane molto grande, Seaman, tutto nero, peloso e bellissimo; gli Hidatsa con cui Sakagaweah viveva non avevano cani, ma ne aveva visti alcuni nella sua vita, usati da altre tribù come animali da carico, o per la caccia. Ma Seaman era diverso: era un buon cane da caccia, questo sì, ma il signor Clark e il signor Lewis si comportavano con lui come se fosse stato anche un amico, ci giocavano e addirittura gli parlavano. Li aveva visti accarezzarlo, e aveva desiderato farlo fin dalla prima volta che era arrivata al forte. Quando glielo avevano permesso era stata così felice e stupita che avrebbe voluto mettersi a danzare. Veramente aveva anche paura di lui, all’inizio, ma quel cane era un po’ come Clark: grande e grosso e forte abbastanza da buttarti per terra, se voleva, ma buono.
I capi si comportavano in un modo molto strano. A volte andavano a cacciare e pescare con gli altri, ma di solito restavano nella loro tenda, seduti per ore a disegnare dei simboli come il suo popolo faceva sulla pietra, ma loro invece lo facevano su un materiale molto più morbido, che chiamavano carta. Forse pregavano i loro dei in quel modo, o chiamavano i loro Antenati per comunicare con il Grande Spirito.
Facevano molte domande. C’era un uomo, lo chiamavano Drouillard, che conosceva la lingua dei segni indiana: una lingua che tutto il Popolo degli Uomini, di tutte le Nazioni, era in grado di usare e di capire, ma lei non aveva mai visto un bianco che la conoscesse. Neanche Toussaint.
Un altro uomo, invece, parlava la lingua di Toussaint. Così, molte volte i bianchi facevano delle domande a quell’uomo, e lui le traduceva a Toussaint, e Toussaint le traduceva a lei, e lei rispondeva a Toussaint, e questi all’uomo che sapeva il francese, e quest’ultimo a Lewis e Clark, che disegnavano tutti quei segni. Scrivere, le spiegò Drouillard. Loro disegnavano simboli su quegli oggetti che si chiamavano quaderni, e questo voleva dire scrivere. E no, non usavano quei segni per comunicare col loro dio: li usavano per ricordarsi tutto quello che succedeva, le cose che vedevano lungo la strada, gli animali che non conoscevano, la posizione delle stelle nel cielo, la direzione del vento, le piante che crescevano in quella zona, e tutto quello che lei e Toussaint raccontavano della loro gente.
La lingua degli uomini bianchi le era sembrata all’inizio molto buffa, bruttissima; ma man mano che passava il tempo, si accorse che si stava abituando a quei suoni diversi, come un nuovo canto, che forse le sarebbe piaciuto imparare.
Nel frattempo, il bambino cresceva nella sua pancia, e quando venne la luna del gatto selvatico, febbraio per i bianchi, capì che presto sarebbe stato pronto a venire fuori nel mondo. Quando i dolori si fecero più forti, sapeva già cosa fare.
«Chiama Lewis», disse a Toussaint. Tra i suoi uomini, Lewis era come un Uomo di Medicina.
Sakagaweah non avrebbe voluto gridare, ma si sentiva come se le una freccia le entrasse più e più volte nel ventre, per ore. A un certo punto, le fecero ingoiare una poltiglia di anelli di serpente tritati: uno degli uomini di Lewis, un commerciante di pelli che aveva vissuto per qualche tempo con un’altra tribù del Popolo degli Uomini, disse che avrebbe aiutato il bambino a uscire. Infatti, poco dopo tutto era finito.
Così nacque il piccolo Jean Baptiste, subito ribattezzato Pomp da Clark. Se mai Sakagaweah si fosse fermata a pensare a come sarebbe stato quel momento, di certo non lo avrebbe mai immaginato così, in mezzo ai bianchi, in un forte costruito da loro, curata da loro, in attesa di mettersi con loro in cammino per un viaggio senza sapere dove sarebbero andati, né perché. La volontà del Grande Spirito era misteriosa.
Oggi, 11 febbraio 1805, è nato Jean-Baptiste, figlio di Toussaint Charbonneau, interprete e guida della spedizione, e di sua moglie Sakagaweah, detta Janey. Mentre Lewis scriveva queste parole sul suo quaderno, Drouillard le traduceva a Sakagaweah in lingua dei segni. A un certo punto, Lewis alzò gli occhi e si voltò a guardarla. Sorrideva. «Sei stata molto coraggiosa», disse, «ed è un bellissimo bambino». Quella frase, la ragazza la capì prima ancora che Drouillard la traducesse.
«Perché Janey?» Domandò. Sapeva che le avevano dato quel soprannome, e non aveva mai chiesto perché. Lewis sorrise ancora. «Per noi il tuo nome è molto difficile da pronunciare», disse, poi si girò di nuovo e riprese a scrivere.
Sakagaweah si sentì un po’ triste. Sia il signor Lewis che il signor Clark erano gentili con lei, ma sembrava che a nessuno dei due importasse di imparare il suo nome. Volevano sapere tante cose del suo Popolo, quello che mangiavano, gli oggetti che fabbricavano, come combattevano e cacciavano, ma le parlavano solo per questo. Non la picchiavano, non gridavano contro di lei, non la offendevano, ma erano del tutto indifferenti a quello che lei pensava o faceva. La lasciavano in pace, e questa, dopotutto, era una cosa buona. E comunque adesso era molto stanca, aveva bisogno di dormire.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Quarta puntata

CAPITOLO II – autunno 1804 – primavera 1805

I

Il trenta dicembre del 1803, gli Stati Uniti presero formalmente possesso delle vaste aree note come Territori della Louisiana. La cerimonia pubblica si tenne nel marzo dell’anno successivo, e fu seguita da festeggiamenti, cene e balli ai quali anche Lewis dovette partecipare.
Il quattordici maggio, i poco più di quaranta uomini del Corpo di Spedizione, sotto il comando di William Clark, lasciarono definitivamente l’accampamento di Camp Dubois, Illinois, dove avevano trascorso l’inverno. Raggiunsero Lewis presso St. Charles, nel Missouri, un paio di giorni dopo e insieme ripartirono immediatamente, accingendosi a risalire il fiume con la chiatta e le due canoe più piccole. L’esplorazione dei Territori della Louisiana era ufficialmente iniziata.
Clark aveva ricevuto il suo ingaggio solo pochi giorni prima, ma con grande sdegno di Lewis, il Ministero della guerra aveva rifiutato di assegnare all’amico il grado di Capitano, attribuendogli quello inferiore di Secondo Luogotenente.
«Accidenti alla loro dabbenaggine, ero sicuro che fosse solo una formalità», aveva commentato, sbattendo la comunicazione sul tavolo in malo modo, tanto da stropicciarne il bordo.
«Dopotutto lo è», aveva risposto Clark. «Non vi nascondo che sono deluso io stesso, ma ciò che importa è che io abbia l’autorità per dirigere gli uomini, negoziare con i Nativi e con i mercanti spagnoli e francesi e condurre le necessarie osservazioni scientifiche. Quanto al resto…”, aveva alzato le spalle.
«Quanto al resto», aveva concluso Lewis, «io vi ho sempre considerato mio pari, e così gli uomini, e continueremo a farlo. Di fronte a loro, voi siete e resterete il Capitano Clark».

I primi mesi del viaggio non furono facili; sebbene si trovassero ancora in zone relativamente conosciute, e tracciate nelle mappe, più di una volta gli uomini diedero segni di insofferenza: qualche rissa, furti di whisky, persino un tentativo di fuga, in un ambiente in cui restare da soli significava la morte certa. In alcuni casi, le punizioni furono assai severe. Era necessaria una disciplina ferrea, né più né meno che se fossero stati in missione per conto dell’esercito, poiché anche il più piccolo dubbio riguardo all’autorità dei due capi avrebbe potuto mettere in pericolo l’intero gruppo.
D’altra parte, era necessario mantenere la fiducia degli uomini: la stanchezza, lo sconforto, la durezza di quella vita selvaggia, lontana da ogni forma di civiltà mettevano a dura prova i nervi di tutti, e bisognava tenerne conto, in un costante equilibrio tra rigore e comprensione. Il rispetto degli ordini doveva fondarsi in primo luogo su un vincolo di lealtà e reciproca fiducia, sulla condivisione di uno scopo comune, sulla certezza di poter contare in ogni momento l’uno sull’altro.
In agosto, le condizioni del giovanissimo sergente Floyd, da qualche tempo sofferente di una infezione di cui non era stato possibile scoprire la causa, si aggravarono improvvisamente, ed egli morì nel giro di poche ore.
Era stato uno dei primi ad arruolarsi. Aveva solo ventidue anni, eppure, e benché con tutta evidenza soffrisse molto, la dignità e il coraggio di cui diede prova toccarono profondamente tutti gli uomini. Alla cerimonia di sepoltura molti avevano gli occhi lucidi, compreso Lewis. Fu come perdere un fratello, un amico d’infanzia, un compagno d’armi.
Questo evento contribuì più di ogni altra cosa a creare tra i membri del Corpo di Spedizione quel vincolo di solidarietà che Lewis aveva tanto sperato, sebbene pagato a carissimo prezzo.
Pochi giorni dopo, mentre cercavano dei cavalli probabilmente rubati da un gruppo di Nativi, un altro degli uomini scomparve. Si trattava di un soldato semplice, George Shannon, il membro più giovane della spedizione, diciannove anni appena. Lewis da quel momento sembrò non darsi pace. Il ragazzo era uno dei “nove del Kentucky”, uomini che lui stesso aveva scelto; nel caso di Shannon, si era lasciato convincere dalla sua determinazione, nonostante l’evidente inesperienza.
Lo ritrovarono dopo sedici giorni. Uno degli uomini lo vide correre a fatica per qualche metro verso la barca e poi crollare a terra, esanime.
Lewis gli si avvicinò, gli toccò il polso, gli restò accanto per diversi minuti, poi alzò gli occhi, e gli altri videro i suoi lineamenti distendersi visibilmente, quasi aprirsi in un sorriso.
«È vivo», disse.
In seguito appresero che, avendo finito tutte le munizioni, per quasi due settimane Shannon non aveva mangiato altro che bacche, e un coniglio ucciso con un proiettile di legno fabbricato da lui stesso e inserito dentro il fucile. Clark gli batté una mano sulla spalla, in riconoscimento della capacità di sopravvivenza di cui aveva dato prova, poi si rivolse a Lewis.
«Sapete», disse, «credo che abbiamo scelto i nostri uomini davvero molto bene».

II

Nel frattempo, in tutt’altro luogo, un pericolo gravissimo, potenzialmente mortale, si stava preparando contro Lewis e i suoi, da una fonte che avrebbe dovuto essere insospettabile, e in realtà non lo era del tutto.
Nel marzo di quello stesso anno, due vecchi amici si erano scritti: un evento tutt’altro che fuori dell’ordinario, ma i due amici in questione non erano individui qualunque.
Il primo era un generale molto vicino a Jefferson, che lo aveva appena nominato governatore dei territori della Louisiana: il suo nome era James Wilkinson.
Il secondo era il marchese Sebastiàn Calvo de la Puerta y O’Farril, e si dava il caso che fosse il predecessore di Wilkinson, avendo governato gli stessi territori sotto gli Spagnoli, prima che questi li cedessero ai Francesi.
Il generale Wilkinson apparteneva all’élite del Paese sia per nascita che per matrimonio. Aveva una discreta dose di fascino e ottime relazioni in tutti gli ambienti giusti.
Era anche, secondo voci insistenti che non era mai riuscito a tacitare, una spia al soldo degli Spagnoli.
Tempo addietro era stato sottoposto a indagini serrate, dalle quali era uscito con la reputazione definitivamente macchiata, avendo evitato la corte marziale solo per uno di quei colpi di fortuna che in varie occasioni gli avevano salvato la pelle, non solo in senso metaforico. Eppure, per qualche oscura ragione, continuava ad avere un ruolo fondamentale nei più delicati intrecci della vita sociale e politica del Paese.
Lewis, del tutto immune al suo fascino, si era formato di lui un’opinione alquanto netta: lo giudicava egocentrico, avido, vanitoso, corrotto fino al midollo e disposto a utilizzare qualsiasi mezzo per raggiungere i propri scopi, incluso il tradimento. Non per niente, lo aveva inserito ai primissimi posti nella lista di coloro di cui era bene non fidarsi.
A questo, tuttavia, Jefferson aveva risposto, con un sorriso breve e un po’ forzato:
«Tendo a essere d’accordo con voi, Meriwether; tuttavia, posso solo dirvi che egli è il peggiore tra gli alleati di cui non posso e probabilmente non potrò mai liberarmi».
Wilkinson dunque scrisse a Calvo, e questi a sua volta inviò una lettera a Nemesio Salcedo, Comandante Generale delle Province Interne dello stato messicano del Chihuahua, e tutta questa corrispondenza aveva ad oggetto la spedizione di Lewis e Clark.
Essa confermava i timori della Spagna: ossia, che a parte gli scopi scientifici, quella spedizione intendeva in realtà creare un canale commerciale e instaurare rapporti con gli Indiani nei territori dell’ovest, preludio a una possibile futura espansione.
Così, Salcedo diede un certo ordine al Governatore del New Mexico, Fernando de Chacón. Il primo di agosto un gruppo armato di cinquantadue uomini, tra soldati, coloni, mercenari e Indiani partì da Santa Fe sotto la guida di Pierre – o Pedro – Vial, un esploratore e pioniere francese di nascita, anch’egli con molti e assai svariati legami di amicizia, di cui forse il più leale e duraturo era con gli Indiani Wichita del Texas e dell’Oklahoma. Vial fu incaricato di trovare Lewis e Clark, arrestare tutti i membri della spedizione e riportarli indietro, vivi o morti.
Il tre settembre, pochi giorni dopo la morte di Floyd, e mentre Shannon era ancora disperso, il gruppo di Vial raggiunse un accampamento Pawnee sul fiume Platte. In Nebraska. I capi vennero letteralmente sommersi di doni e fornirono un’informazione assai importante: sì, alcuni “commercianti” americani erano passati di lì alcuni giorni prima, diretti a nord.
Eppure, gli uomini di Vial tornarono indietro a Santa Fe senza praticamente neppure tentare di raggiungere la spedizione. Forse ritennero gli uomini di Lewis e Clark assai più lontani di quanto in realtà non fossero, o non riuscirono ad avere un’idea abbastanza precisa di dove precisamente si trovassero, il motivo di questo strano comportamento rimane in buona parte inspiegato.
Indubbiamente, Lewis e i suoi sembravano avere le ali ai piedi, in quel periodo, percorrendo una media di cento, centoventi chilometri al giorno, prevalentemente a forza di remi.
Si potrebbe azzardare che tra le ragioni di quella fretta non vi fosse solo il desiderio di arrivare il più lontano possibile prima dell’inverno. Forse, una sorta di sesto senso, un istinto, unito alle conoscenze di Lewis riguardo alla natura umana in generale, e più specificamente a quella di certi personaggi che bazzicavano gli ambienti governativi. Tuttavia, probabilmente egli non seppe mai quanto fosse stato vicino, in quella circostanza, a perdere tutto, compresa la propria stessa vita e quella dei suoi uomini.

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Terza puntata

III

Lewis aveva lasciato Washington il cinque di luglio, di ottimo umore. Amava andare a cavallo, e nonostante il caldo e la polvere, si era goduto ogni minuto del viaggio verso Pittsburgh. C’era stato qualche intoppo con le provviste, ma nel complesso, come aveva scritto a Jefferson, tutto procedeva per il meglio.
Tre settimane dopo, iniziava ad essere preoccupato. Molto preoccupato. E quando era preoccupato, tendeva a perdere le staffe con più facilità del solito.
La lista degli acquisti necessari era stata predisposta e più volte ripassata e revisionata da lui stesso insieme al Presidente, e gran parte dell’equipaggiamento se lo era già procurato a Philadelphia: armi, medicinali, conserve alimentari, attrezzature da campeggio, strumenti scientifici, doni per gli indiani che avrebbero incontrato sul loro cammino, carta, inchiostro. Ma senza una barca per trasportarlo era come non avere niente.
Nel contratto era scritto chiaramente, la chiatta che aveva ordinato avrebbe dovuto essere pronta per il venti luglio, e già così, sarebbe stato tardi: il livello delle acque dell’Ohio iniziava ad abbassarsi fin dalla metà del mese, rendendo la navigazione sempre più difficile; ma sarebbe stato comunque possibile partire prima che il maltempo incombesse. Se il costruttore avesse rispettato i termini. Adesso, invece, veniva fuori che non aveva praticamente neppure iniziato.
«Maledizione, ma non capite che il tempo, per noi, ha un’importanza vitale?».
«Scusate», biascicò l’uomo, che sembrava aver bevuto un po’ troppo. «Il carico di legname che aspettavo ha tardato diversi giorni, ma adesso è arrivato. Avrete la vostra barca entro il trenta, ve lo prometto». Lewis ne dubitava fortemente. Anche a voler credere che ci fosse del vero nelle sue giustificazioni, al punto in cui erano le cose, sarebbe stata già una fortuna se fosse riuscito a consegnargli la barca ai primi di agosto. E intanto il livello del fiume scendeva di giorno in giorno, e la frustrazione e la collera di Lewis aumentavano in proporzione.
I suoi sospetti furono presto confermati. Visitava il cantiere quotidianamente, cercando di instillare nel capomastro almeno un barlume di quel senso di urgenza che egli sentiva come una pressione quasi insopportabile; ma invano. Né le minacce, né la persuasione sembravano sortire alcun effetto, il costruttore continuava a bere e accampare scuse. Troppo spesso non iniziava a lavorare prima del pomeriggio; e in certi giorni non lavorava affatto.
Il trenta luglio venne e passò; e venne la prima settimana di agosto, e passò anche quella, e niente barca. Lewis, disperato, acquistò due o tre canoe. Cosa pensava di farci? Non lo sapeva neppure lui. Discendere l’Ohio con quelle e cercare una chiatta da qualche altra parte? Una follia.
Il costruttore giurò che avrebbe finito il barcone entro il 13 agosto. Un’altra promessa a vuoto. Quattro giorni dopo, Lewis lo trovò in preda ai fumi dell’alcol, che sbraitava e inveiva contro i suoi lavoranti, i quali lo piantarono in asso su due piedi. Esasperato, lo minacciò per l’ennesima volta di cancellare il contratto, ma di fatto aveva le mani legate, e lo sapeva. Più che licenziarlo, lo avrebbe volentieri strangolato, ma l’uomo aveva su di lui un considerevole vantaggio: non c’era nessun altro in grado di costruire una chiatta nel raggio di centinaia di miglia.
Due cose soltanto gli risollevarono lo spirito così fortemente provato dalla frustrazione: la lettera di Clark, che accettava con slancio di partecipare alla spedizione, e lo splendido Terranova Seaman, acquistato in quei giorni: i venti dollari meglio spesi della sua vita.
Alla fine, tra urla, suppliche, minacce e imprecazioni, la barca fu ultimata. Era il trentuno di agosto. Neppure i più vecchi coloni di Pittsburgh ricordavano che il livello del fiume fosse mai stato così basso. Non era navigabile, gli dissero. Ma a quel punto, Lewis avrebbe tentato di discenderlo in ogni caso, se pure fosse rimasto solo il letto asciutto e cosparso di ghiaia.
La chiatta era pronta alle sette del mattino, alle dieci era stata già riempita di tutto il suo carico, e Lewis partì senza perdere neppure un altro minuto, con i primi undici uomini assunti come equipaggio.
Giunsero a Louisville il 14 ottobre. Quando entrò nel porto e vide Clark ad aspettarlo, il cuore di Lewis si allargò. Avevano perso oltre un mese sulla tabella di marcia, ma finalmente si cominciava ad entrare nel vivo.
«Perdonate il ritardo, Clark. Come sapete, quello sciagurato del costruttore mi ha fatto diventare matto».
«Non preoccupatevi, Lewis. Ne ho approfittato per reclutare altri uomini, anche se ho detto loro che la decisione finale sul loro ingaggio sarà vostra, e ho disegnato alcune mappe che intendo mostrarvi. Mi sono tenuto pronto per iniziare il viaggio anche domani stesso».
«Avervi con me è un vero dono del cielo, Clark», disse Lewis. «So di poter contare tanto sulla vostra capacità di valutare le qualità degli uomini, quanto sul vostro talento di geografo e disegnatore. Sono doti preziosissime, per un compito di questa natura».
«Mio caro Lewis, come vi ho scritto, non c’è nessuno sulla faccia della Terra col quale condividerei questo viaggio più volentieri che con voi. E visto che siamo entrambi impazienti di intraprenderlo, direi di andare a mangiare un boccone e metterci subito al lavoro».

Sepùlveda

No, non c’è un senso, è inutile cercarlo. Se c’è, sta semplicemente nel fatto che ci sia data, forse per caso, forse no, una possibilità su un fantastiliardo di avere una coscienza e farne qualcosa. Ecco, Sepùlveda di questa coscienza ne ha fatto più di qualcosa. L’ha usata a fondo, l’ha spremuta, tenuta costantemente sotto pressione, interrogata, amata, se ne è preso cura, l’ha ascoltata e usata fino all’ultima briciola. Questo, almeno, è quello che a me a sempre fatto pensare. Uno che vedeva chiaramente il valore della bontà e dell’allegria, perché la crudeltà e il dolore li aveva vissuti senza risparmiarsi mai. Uno che poteva permettersi di parlare di sogni, perché della realtà conosceva ogni aspetto, e che non ha mai parlato di coraggio perché non ne aveva bisogno, il coraggio gli respirava dentro. Ecco, Sepùlveda è un altro per cui, che ci sia o meno un significato più profondo, di questa possibilità su un fantastiliardo che è stata data anche a me e che mi permette di leggere, ascoltare musica e venire a contatto con certe persone, sono profondamente grata.

DECIMA TESTIMONIANZA
《Quando riposa il lungo treno si riuniscono gli amici…》 Questo treno, don Pablo, si è fermato già da troppo tempo, eppure il presagio della poesia si è compiuto ugualmente. Eccoci qua, noi amici, i Dodici della Fama, i dodici apostoli che tentano la resurrezione di un arrugginito drago britannico. Come tutti gli uomini, vogliamo realizzare un piccolo, minuscolo ma evidente miracolo, e lassù, sopra la macchina, c’è Juan Riquelme, il fuligginoso, uno di quei tanti modesti Juan, illustri sconosciuti, ma sicuri di riuscire a pulirsi le mani sporche di grasso in un pezzo di stoffa o di storia, di accendersi una sigaretta e, senza dare troppa importanza a quanto hanno realizzato, di dire al miracolo, come a Lazzaro, alzati e cammina!
Forse, don Pablo, stiamo scrivendo con ferri vecchi un nuovo verso che tirerà fuori per qualche istante il “lungo treno” dal suo giusto letargo.
E deve farcela. Se riusciamo a smuoverlo anche solo di un centimetro, sarà la vittoria, il trionfo dell’allegria sullo sputo dell’odio. E in questo mare di sabbia, sole, vento e sottile pioggerellina, questi Dodici Argonauti si preparano, perché come ha detto lei, don Pablo, “il ferroviere è marinaio in terra e nei piccoli porti senza mare”. (Da: Incontro d’amore in un paese in guerra).

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Seconda puntata

La prima puntata, se volete, la trovate qui.

II

Al di sopra del ruscello, un albero protendeva il suo tronco contorto. Io sono un albero, pensò Sakagaweah. Lo guardò ancora. La corteccia proseguiva per un tratto quasi perfettamente verticale, poi d’improvviso piegava in orizzontale, nella direzione da cui sorgeva il sole, e infine riprendeva il suo cammino verso l’alto, in un groviglio di rami intrecciati in fuga senza ordine, ciascuno per conto suo.
Quando avevano quella forma, le aveva spiegato suo padre, voleva dire che erano quasi seccati tante volte, tante volte quasi morti, e invece poi avevano trovato sempre un nuovo modo di sopravvivere.
Sakagaweah rivide una scena. Un’altra fuga disordinata, tanto tempo prima, ma quelle erano persone. C’era sangue. Sui vestiti, sulle mani, in terra, dovunque. Qualcuno l’aveva afferrata e portata via.
Non riusciva a liberarsi di quei ricordi. Bastava il verso stridulo di un corvo, un riflesso strano nell’acqua del fiume; o un tronco contorto. Si coprì con le mani tutti e due gli occhi per scacciarli, anche se sapeva che non serviva. Anche se fossero scomparsi per un po’, sarebbero tornati ancora, e ancora, e ancora. Ti prego, Grande Spirito, lasciami dimenticare, pensò.

Anche allora era andata a cercare cibo. Era insieme alla sua amica Kimama, e lo aveva detto a lei, quella volta: guardami, io sono un albero. E poi, cominciando a muovere le braccia su e giù: ora sono un uccello. Non era che una bambina, a quel tempo. Non che ne fosse passato poi molto: quattro inverni soltanto, ma era come se fosse stata un’altra vita.
Poco più avanti, avevano trovato delle orme di lupi, fresche e regolari, diverse impronte affiancate, un branco intero, cinque o sei almeno, con uno o due cuccioli.
Dove vanno i lupi, secondo te? – aveva domandato Sakagawea a Kimama.
Vanno in cerca di cibo, come noi, – aveva risposto lei, senza alcun interesse.
E poi erano tornate al villaggio e avevano sentito le urla, gli spari, avevano visto il sangue. Sakagaweah ricominciò a pensare ai lupi, per allontanare gli altri ricordi. Dove vanno i lupi? Qualcosa di loro era anche dentro di lei, lo sentiva. A volte, la notte, provava quello stesso, irrefrenabile desiderio di ululare alla luna.
Le bambine con cui era cresciuta, al vecchio villaggio… anche loro erano state caricate sui cavalli e via. Polvere e vento e terrore, ma le facce asciutte, perché piangere non si può, non si deve. Erano lì con lei, adesso, nel nuovo villaggio: Kimama, Cha’risa, Hai’wee.
Kimama cuciva abiti bellissimi, con le pelli. Era davvero brava, molto più brava di lei.
Hai’wee preparava cibi deliziosi col poco che c’era. Carne di cervo e di cinghiale, quaglie, trote, nocciole, mele. Presto, Haiwee era rimasta incinta. Sakajaweah accarezzava la sua pancia e pensava che sarebbe successo anche a lei. Voleva che succedesse, ma aveva paura. Tanta paura.
Cha’risa era quella che le somigliava di più, le piaceva camminare e guardare le cose che la circondavano, ma non aveva molta memoria. Doveva percorrere una strada almeno cinque o sei volte, prima di poterla ricordare. Non teneva a mente i segni, non distingueva una pianta da un’altra. Però riconosceva il verso di qualunque animale, e imitava perfettamente il canto di certi uccelli. E quando ballava, sembrava leggera come una piuma.
Dopo il sangue e gli spari e i cavalli al galoppo, il vento e la polvere, tutto il resto del tempo era trascorso sempre uguale, ogni giorno come quello prima, la terra da lavorare, le pelli da cucire, cibo da scavare, legna e acqua da trasportare, senza fermarsi mai.
Di tanto in tanto ci si spostava, in pochi minuti bisognava essere pronti, la carne riposta in borse di cuoio, i pochi abiti e oggetti da portar via raccolti nelle sacche, le tende smontate, i cavalli pronti per essere montati dagli uomini, mentre le donne seguivano a piedi.
In qualche modo, Kimama e Hai’wee e Cha’risa l’avevano aiutata ad andare avanti, solo sapere che erano lì, poterle vedere, anche se non c’era tempo per parlare. Era per loro che era riuscita a sopportare tutto, il dolore, la fatica, e persino Toussaint.
A volte le mancava il suo vecchio villaggio, i suoi genitori, i fratelli e le sorelle e tutti quelli che conosceva un tempo. A volte no.

La ragazza raccolse la cesta con le bacche, le radici e i due salmoni che era riuscita a prendere. Non c’era pesce nel fiume, in quella stagione, ma quei due salmoni sarebbero bastati, per qualche giorno. Ci sono momenti che la terra madre diventa crudele come un animale inferocito dalla fame; diventa secca, come bruciata: e bisogna scavare molto, per trovare qualche radice che permetta appena di sopravvivere.
Si avviò verso il villaggio a passo svelto, e arrivò alla tenda prima di sera. Ma per quanto facesse in fretta, per Toussaint non faceva alcuna differenza. Se era ubriaco, o semplicemente di cattivo umore, l’avrebbe picchiata comunque.
«Dove sei stata tutto questo tempo? Che me ne faccio di una piccola strega pigra per moglie, eh, me lo dici? Ti insegnerò io a ubbidire».
Sakajaweah gli vide prendere il ramo di nocciolo che teneva da una parte. Sapeva cosa l’aspettava. Era talmente abituata, ormai, che aveva imparato a non sentire neanche il dolore. Chiuse gli occhi, strinse i denti e si preparò a fingere di non essere lì, di essere molto lontana, una lupa con il suo cucciolo nei boschi, oltre le montagne.
Toussaint Charbonneau era molto vecchio, ma l’aveva comprata, o vinta al gioco, in ogni caso era sua.
Tanto tempo prima, sua madre le aveva raccontato quello che succedeva tra un uomo e una donna quando erano soli nella loro tenda. Dovrai sopportare, quando ti cerca, lascia che faccia ciò che vuole, poi tanto passa, le aveva detto. Ma sua madre non aveva mai conosciuto Toussaint. Non aveva potuto prepararla abbastanza, per lui. La puzza di alcool, sudore e fumo, il respiro affannoso, il corpo pesante. La prima volta aveva provato a scappare, ma dove avrebbe mai potuto andare? Lui rideva, ma non era una risata buona. Fermati piccola strega, smetti di sgusciare via come una biscia, tanto non mi scappi.
Alla fine si era rassegnata, e lui l’aveva schiacciata con tutto il suo peso. Si era sentita quasi soffocare. A un certo punto aveva provato un dolore tremendo, più forte persino delle botte. Aveva urlato, e nello stesso momento aveva sentito anche Toussaint urlare, ma il suo non era un grido di dolore. Di trionfo, semmai. Col tempo, il male era diminuito, anche se non era mai scomparso del tutto. Sua madre aveva avuto ragione. Ci si abitua a tutto, prima o poi.
Una volta, Toussaint l’aveva prestata a un mercante che conosceva. Quell’uomo gli aveva dato molte pelli, e in cambio aveva potuto “divertirsi un po’ con lei”, così aveva detto,. Solo una volta, comunque. Sapeva di ragazze che erano state costrette molte volte, con uomini diversi.
Toussaint non era cattivo, anche se si arrabbiava spesso, per un gran numero di motivi, e ogni volta la picchiava. Non aveva soldi e la picchiava, aveva finito il whisky e la picchiava, la picchiava se non rispondeva subito al suo richiamo, o se ci metteva troppo a portare la legna, o se il raccolto era scarso.
Aveva anche un’altra moglie, e picchiava anche lei.
Era così che andavano le cose: un giorno trascinavi canoe e mangiavi salmoni sul fiume Lemhi; il giorno dopo eri molte miglia lontano, a lavorare per gente sconosciuta, e potevi essere venduta a qualcuno che poi ti chiamava squaw, una tra tante mogli, buona per lavorare e generare figli; quello che decideva il Grande Spirito bisognava accettarlo.
Forse il suo spirito non era piegato del tutto; faceva tutto quello che le dicevano, ma c’era dentro di lei una minuscola scintilla di un fuoco che da qualche parte bruciava, anche se nascosto a tutti, persino a lei stessa.
La luna della semina era appena cominciata. Poche sere dopo, Sakagaweah sentì con certezza che una nuova vita si stava formando nel suo ventre.
Quella notte uscì, mentre tutti dormivano. Non andò lontano, solo fino a un punto in cui poteva sentire il rumore del vento unirsi in un tutt’uno con quello dell’acqua del fiume. Aveva piovuto molto; qualche goccia sottile scendeva ancora, sempre più piano. Le sue impronte si mescolarono ad altre, tutte confuse dal fango. Il giorno dopo non si sarebbe visto più niente.
Presto, anche gli altri si sarebbero alzati, e avrebbero pensato solo che si fosse svegliata un po’ prima; le stelle già schiarivano all’orizzonte, era quasi giorno. Aspirò profondamente l’aria, il profumo inconfondibile dell’inverno che finiva.

Intanto guardo film – Interstellar

Interstellar.jpg

E’ dai tempi di Insomnia che volevo vedere un altro film di Christopher Nolan. Mi ero innamorata di quel cinema d’atmosfera, inquietante e denso di emozioni forti, direi primordiali. E di quella versione per me del tutto inedita di un grandissimo Robin Williams che a quel film aveva dato anche troppo, pagandone il prezzo. Ma in Interstellar ho ritrovato interamente quello stesso cinema.

Mi era stato consigliato da mio figlio, tra l’altro, con queste parole: “c’è dentro tutto: amore, rabbia, delusione, paura, dolore, felicità. E’ un po’ come quello che stiamo vivendo, ma è anche diverso”. Ed è un po’ così, in effetti. C’è dentro tutto, eppure riesce a non essere troppo, riesce a essere perfettamente “quello che deve esserci”.

In una ambientazione, e con una fotografia, che come in Insomnia non sono semplice contorno, ma protagoniste del film, veicoli e fonti primarie della storia e dei sentimenti che la accompagnano e la compongono. Storia di una terra ormai morente, di un viaggio interstellare che era un errore, ma comunque un errore che era necessario compiere; di un rapporto tra padre e figlia; del legame tra scienza, libertà, amore, buchi neri, amicizia, gravità e vita.

Un film per nulla facile e, tra parentesi, lentissimo rispetto ai tempi a cui siamo abituati. Che mi ha lasciata, sul momento, piena di perplessità, spaesata, con qualche brivido freddo. E poi di nuovo, come l’altra volta e in gran parte per la stessa ragione (Robin a parte), in ammirata, trepidante attesa di vedere un altro film di Nolan.

Cast: Mattew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine

LA RAGAZZA DELLE MONTAGNE – Prima puntata

Volevo farvi un piccolo regalo di Pasqua. Qualche giorno fa, dopo una crisi di pianto, come spesso mi succede, ho recuperato un po’ di equilibrio e senso delle cose. Ho capito che tra tutte le cose che amo fare, scrivere è di gran lunga la più importante. Vorrei anche essere pubblicata, sì, ma solo per poter arrivare a più persone. Nel frattempo, ogni lettore è un dono prezioso, un pezzo del sentiero. Se davvero qualcuno non ha di che riempire queste lunghe giornate di clausura (io ho sempre millemila cose da fare, ma questo probabilmente è dovuto al fatto che comunque ho sempre lavorato da casa, sono abituata, e per giunta solitaria di carattere), potrebbe aver voglia di leggere questo romanzo. E se avete tante cose da fare, potreste decidere di leggerlo lo stesso, per il puro piacere di farlo. E io ve lo regalerò, a puntate. La prima, come piccolo pensiero pasquale, sperando che sia comunque una Pasqua serena, nonostante tutto.

PROLOGO

Questa notte, forse per l’ultima volta, guardo il cielo. Lo sento tutto intorno a me, dentro di me. I miei piedi toccano ancora la terra, ma il mio cuore è nell’acqua e la mia testa viaggia già verso il cielo. Ho il cielo sulla lingua, nelle orecchie e negli occhi.
Il cielo esiste dall’inizio dei tempi, non è stato disegnato dalle orme degli Antenati. Non sempre gli uomini trovano subito la strada giusta, i loro passi, diceva mio padre, sono incerti e pieni di errori, quasi come quelli di un bambino che stia appena iniziando a tenersi in piedi. Il cielo non sbaglia. Non ci sono odori, suoni, o tracce che svelino ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, come il cacciatore capisce dal terreno quanti bisonti sono passati, e se potranno essere raggiunti, e se basteranno a sfamare tutte le famiglie. Non c’è interprete che possa imparare la lingua delle stelle, esse ci mandano messaggi che non capiamo, e non comprendono i nostri.
Mi chiamavano Donna-Uccello, tuttavia, che il Grande Spirito mi perdoni, io al cielo ho sempre preferito la terra. Ho sempre amato quello che potevo toccare e odorare. Mi piaceva camminare, leggere i segni sulle cortecce degli alberi, sulle pietre, o nello scorrere dell’acqua; dicono che ogni persona che percorre la terra contribuisce coi suoi passi a costruirla e darle forma; ma non si può percorrere il cielo, non si può costruirlo o dargli forma. Il cielo non ci appartiene, e noi non gli apparteniamo. Una tela sacra, dicevano gli Anziani, unisce tutto ciò che vive sulla terra, gli uomini e i bisonti, gli uccelli, i pesci, gli insetti, i sentieri, le montagne, le acque e le rocce.
Eppure oggi credo che quel tessuto unisca anche le cose della terra a quelle del cielo. Forse gli Anziani hanno ragione anche su questo, un giorno torneremo a quelle stelle dalle quali tutto è cominciato.

CAPITOLO I – 1803

Jefferson alzò gli occhi dalle carte che stava leggendo e guardò il giovane segretario.
«Dunque, siete pronto a partire».
«Sì, Presidente. Non appena darete l’annuncio, lascerò Washington. Vi sono ancora diversi preparativi da ultimare, ma conto di essere a Saint Louis con Clark entro la fine dell’anno».
Benché la candela illuminasse a malapena la scrivania, lasciando il resto della stanza in penombra, Lewis poté vedere chiaramente lo scintillio negli occhi di Jefferson. Magro e assai alto, quasi dinoccolato, Jefferson aveva l’abitudine di sedere in modo estremamente rilassato, quasi scomposto. Molti notavano gli abiti di foggia antiquata, talvolta addirittura di taglia troppo piccola per lui, specie se rapportati alla straordinaria misura delle sue mani e dei suoi piedi. Quando si alzò, tuttavia, assunse subito quella posa perfettamente eretta che colpiva immediatamente chiunque lo vedesse per la prima volta. E benché i capelli, un tempo rossi, fossero ormai quasi del tutto grigi, non aveva perso nulla del suo vigore, né fisico, né intellettuale.
Jefferson si avvicinò a Lewis e gli strinse entrambe le mani con caldo affetto.
«Il nostro sogno infine si realizza… credetemi, Meriwether, ben poche cose al mondo potrebbero rendermi più felice».
Lewis gli credeva, eccome. Sapeva meglio di chiunque altro che quelle carte rappresentavano il trionfo del Presidente, il risultato di anni di negoziazioni, missioni diplomatiche, mosse strategiche e battaglie con nemici tanto esterni quanto interni al Paese. Questi ultimi, a dire il vero, ancor più ostili e temibili dei primi.
Un’amicizia profonda aveva unito un tempo Jefferson, il suo predecessore John Adams e lo stesso George Washington: un legame cementato negli anni difficili e gloriosi della guerra d’indipendenza. La successiva fase di costruzione dello Stato aveva messo in luce le prime divergenze, ma erano state le Leggi sulla Sedizione del 1798 a creare una frattura insanabile. A tal punto insanabile, in effetti, che Jefferson aveva preferito non partecipare ai funerali di Washington tre anni prima, ritenendolo inopportuno, benché avesse più volte, in privato, espresso una profonda ammirazione per la sua persona e un sincero cordoglio per la sua morte.
Quelle leggi avevano reso illegale qualunque manifestazione, riunione politica e pubblicazione critica verso leggi, azioni o provvedimenti dell’Esecutivo. Jefferson, uomo di salda fede liberale, le aveva vissute come un vero e proprio affronto, un dichiarato attacco alla libertà di pensiero e alla democrazia.
Era questa la ragione principale per cui aveva deciso di fondare con Madison il Partito Repubblicano-Democratico, contrapposto al Partito Federalista di Adams, e di candidarsi alle elezioni del 1800. Elezioni vinte a seguito di una campagna di inaudita ferocia, con insulti, da entrambe le parti, talmente sanguinosi da rendere del tutto impossibile ogni ipotesi di ricucitura dello strappo.
Lewis era al suo servizio da un paio d’anni, parte dei quali trascorsi a esaminare liste di ufficiali e funzionari e individuare tra loro quelli che potevano considerarsi degni di fiducia. Del resto, non c’erano solo i Federalisti da tenere d’occhio. Come si era conto ben presto, intrighi, macchinazioni, cambi di alleanze e slealtà erano all’ordine del giorno. Avidità e sete di potere erano spesso molle assai più forti degli ideali.
Per molti, ma non per Jefferson.
Quando il neo-presidente gli aveva scritto chiedendogli di lavorare per lui, Meriwether Lewis era ancora nell’esercito. Jefferson gli aveva detto soltanto che l’incarico sarebbe stato “meno duro della vita militare”, e che comunque avrebbe potuto mantenere i suoi gradi. Lewis non aveva esitato. La fiducia incondizionata di cui il Presidente lo onorava era ampiamente ricambiata.
Jefferson non amava trovarsi al centro dell’attenzione e parlare in pubblico; ma pochi sapevano esprimere con tanta eloquenza l’amore per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà tra gli uomini, poiché quegli ideali egli li portava impressi a fondo nel cuore; e Lewis li condivideva in tutto e per tutto.
Al momento, i suoi nemici erano troppo divisi per rappresentare una minaccia, ma Jefferson era certo che non si sarebbero arresi facilmente, e Lewis temeva che avesse ragione.
Tuttavia, il Presidente aveva messo a segno un punto formidabile: da tempo aveva intuito che i territori francesi della Louisiana potevano costituire una inestimabile porta di apertura verso l’Ovest, strategicamente importante soprattutto per i commerci. Quando Napoleone aveva preso il potere, Jefferson aveva scommesso tutto sul fatto che il neo-Imperatore avrebbe avuto bisogno di denaro per le sue campagne, e sarebbe stato più facile convincerlo a cedere quelle zone inesplorate e potenzialmente ostili. Cosa che era puntualmente avvenuta; e con una serie di abili mosse, Jefferson aveva più che raddoppiato il territorio del Paese. Quando la vendita era stata conclusa, aveva già in tasca il sì del Congresso al finanziamento di una spedizione esplorativa a cui lavorava da molto prima di sapere che avrebbe mai potuto compiersi. Nel tempo, quel progetto era diventato una delle sue ragioni di vita, e il giovane segretario era stato al suo fianco fin dall’inizio.
Jefferson gli aveva dato accesso alla sua vastissima biblioteca, lo aveva introdotto ai personaggi più influenti e ai maggiori scienziati ed esperti del Paese, lo aveva perfino istruito personalmente, e l’ammirazione che Lewis nutriva nei suoi confronti era cresciuta a dismisura.
«Spero solo di essere all’altezza», disse. Questo era un aspetto che lo preoccupava non poco. Le aspettative del Presidente erano notoriamente alte, nei confronti dei suoi collaboratori quanto di sé stesso.
«Non potrei pensare a nessun altro. Forse è impossibile trovare qualcuno che riunisca in sé tutte le nozioni di botanica, scienze naturali, astronomia e capacità di osservazione, e al tempo stesso le doti di fermezza di carattere, capacità di adattamento, prudenza e autorevolezza necessarie a questa missione. Ma non conosco nessuno che si avvicini a questa descrizione più di voi. In più, da ragazzo avete avuto contatti con gli Indiani, ne conoscete usi e costumi, li rispettate ed essi rispettano voi. Ho avuto modo di conoscervi ancora meglio in questi due anni in cui abbiamo lavorato fianco a fianco, e la mia stima nei vostri confronti non ha fatto che crescere.
Piuttosto, siete sempre certo della scelta di Clark come vostro secondo in comando?». La voce del Presidente tradiva un certo scetticismo.
«Assolutamente – rispose Lewis. – Lo conosco da quando eravamo nell’esercito insieme. È coraggioso, leale, e uno degli uomini più onesti che abbia incontrato in vita mia. Una qualità non da poco, di questi tempi».
«Non ne dubito, Meriwether, tuttavia, per quanto riguarda la sua cultura, le conoscenze scientifiche…».
«Voi lo sottovalutate, Jefferson – ribatté Lewis, passando bruscamente a un tono più informale con quello che era, dopotutto, un amico di famiglia di lunga data, – ma per quanto a Clark possa difettare una certa finezza nei modi, o la dote della buona conversazione, nondimeno non vorrei nessun altro al mio fianco in una missione che richieda intuito, prontezza di riflessi e una buona dose di simpatia e curiosità nei confronti degli altri esseri umani. In questo, sapete, egli mi è di molto superiore. A proposito, Presidente, intendo chiedere che a Clark venga assegnato il mio stesso grado di Capitano. Nell’esercito, del resto, è stato mio superiore, e desidero che egli abbia, agli occhi degli uomini, un’autorità in nulla inferiore alla mia. Posso contare sul vostro appoggio a questa richiesta?».
Jefferson sorrise.
«Ora siete voi a sottovalutarvi, Meriwether. Credo che questo viaggio vi rivelerà aspetti di voi stesso che neppure immaginate. Comunque, lascio queste scelte al vostro giudizio. Se voi lo ritenete all’altezza, fate come vi sembra opportuno. Ma ricordate che vostro è il comando della spedizione, e vostra la responsabilità della sua riuscita. O del suo fallimento».

Effimero

Sto pensando al mio amato Oscar Wilde, all’apparente superficialità che nasconde una visione profonda, al senso morale contrapposto al moralismo, all’eccesso e all’eccentrico che diventano chiave di lettura di una realtà sfuggente, mostrando l’ovvio che altrimenti rischiamo di non vedere più.

In questo momento sento di nuovo fortemente, dopo momenti di sconforto, la pienezza della vita, che si colma di amore per la conoscenza, per l’arte (in senso lato), per la bellezza, e da qui trae linfa per amare gli abitanti del mio piccolo mondo e nei limiti di quanto ci è concesso, quelli del mondo più grande. So che in questi giorni tutti dispensano consigli “sentendosi come Gesù nel tempio”, con quel che segue. Io vorrei solo dire, e temo che anche questo sia banale, ma per me è importante: non lasciamoci spegnere; perché è quando siamo spenti che sentiamo più forte il bisogno di colpevolizzare qualcuno o di lasciarci colpevolizzare. Che è molto diverso dal prenderci le nostre responsabilità – e costringere gli altri a prendersi le proprie. Non lasciamoci fuorviare dai capri espiatori, non lasciamo spegnere il nostro cuore, il nostro pensiero, la nostra capacità di capire, di metterci nei panni, di continuare ininterrottamente a farci domande, di non prendere niente per scontato.

L’emergenza finirà, e sarà per il dopo che ci servirà unirci, resistere, ricostruire insieme. Insieme non perché siamo tutti uguali, ma perché siamo tutti diversi, e ognuno ha le sue fragilità e debolezze e i suoi punti di forza, il suo pezzettino di talento, di ragione, di oscurità e di luce, di paura e di coraggio, la sua storia e la sua strada. Da soli siamo troppo poco; insieme siamo moltissimo. Non tutto, mai tutto, ma moltissimo.

GEOGRAFIA DOMESTICA

La coltre tiepida nasconde la ferita,
cicatrizza lo sguardo ammutolito,
vagante da una parete all’altra.
Io ci parlo, vedi, con i muri,
i quadri appesi, lo specchio che riflette
sulla forma e sul senso delle cose,
sulla loro posizione nella stanza.
Parlo con le finestre, con la loro visione
del cielo e delle finestre di fronte;
col loro angolo di ringhiera, il vaso
che guardano di sbieco, da quella
inquadratura in soggettiva che mostra
al mondo il campo visivo di una finestra.
Parlo con la lampada, dopotutto
mi somiglia, dà il suo meglio quando
fuori è buio, come i rapaci notturni,
come gli occhi dei gatti o le increspature
dei fiumi alla luce della luna.
Parlo con i libri, quello, sai, l’ho
sempre fatto, prima che tu m’insegnassi
che i libri risplendono
e rispondono, con
una voce che somiglia, sì, a quella
di chi legge, ma non è la stessa, e va
ascoltata attentamente, più volte e
in solitudine, fino a rinascere daccapo.
Parlo con il letto, e mi sorride, con
le giunchiglie sul lenzuolo, in
questa primavera prigioniera; parlo
con l’armadio semiaperto, bocca socchiusa,
uno sguardo indulgente sulla penombra dei vestiti.
Parlo con me stessa, più di tutto:
col rincorrersi di pensieri amari e altri
più dolci, con le parole dei fogli
che s’accatastano in un disordine testardo;
con la penna, ch’è una spada, e con te,
la mia lingua ribelle:
perché
se non la vita,
l’anima, almeno,
bisogna pur salvarsela,
in qualche modo.