Portami la musica al corpo

Portami la musica al corpo,
raccontami i silenzi nelle dita,
un lento adagio, la carne nelle note;
con spinosa tenerezza scioglimi
di pioggia calda sulla schiena,
parlami dell’acqua, di come lentamente
prende la forma d’ogni spiraglio
imbevendo la mia terra a poco a poco
per poi travolgerla, cingerla d’alte onde
un vortice tra cavalcata e danza,
a ritmo di flamenco.
Mi guarderai tremarti tra le braccia?
Come la cetra dell’aedo mi risuona
nelle vene il tuo sorriso in volo.
Ti sento come l’aria che rabbrividisce appena,
mentre la sera si dischiude, ancora spettinata.
Sogno le improvvisazioni jazz delle tue mani
mille volte viste e mai avute addosso,
luce di fiume oscuro, luna crepitante,
la pelle in cerca di respiro, il ventre nudo
che accoglie l’universo e s’inebria
del fiore primordiale della vita,
un magnifico blues sui petali caduti
del mio inutile pudore.
Attraversami, dolce straniero,
come attraversa il fiume il cielo della notte,
chiedo la tua carezza che prende il tempo
e ne fa ciò che vuole, il sublime dolore
di lasciarmi prendere a piccoli morsi,
di affondare nel mare della tua pelle.
In questo spazio prezioso tra realtà e vita
fatti tempesta lieve, ora che ti ascolto,
disegnami la mappa delle tue stelle:
le mie mani, come rondini indomite,
cercano il tuo Sud.

Robin’s Monday – Piccole Gemme 4: Robin’s First Tour in Afghanistan

Visto che ne abbiamo parlato. È anche un promemoria per me, perché ancora non l’ho visto, anche se ho visto altri spezzoni di suoi spettacoli per le truppe. Sapete quanto ami questo continuo emergere di cose per me nuove, non finisco mai di stupirmi a causa sua, e lo stupore rinnova i miei sentimenti ogni volta.

Il prezzo

Ho letto nei giorni scorsi scritti di diverse persone che si dicevano incazzate. Qui meno che su FB, immagino (su FB ci bazzico abbastanza poco e certo non per questo tipo di argomenti), ma comunque. Beh lo sono anch’io. Moltissimo. Oggi avevo le lacrime agli occhi dalla rabbia. Quando qualcuno blatera di guerra io mi incazzo. Quando qualcuno proclama che siamo in guerra perché ci sono già state centinaia di morti in Europa occidentale (di fatto, 352 dal 2010 a oggi, quasi 600 solo se contiamo gli attentati di Madrid e Londra del 2004 e 2005; il 2004 peraltro è stato l’anno con meno attentati, il record “spettando” al 1979, con 993 episodi; insomma, non è che un tempo vivessero nel migliore dei mondi possibili), io mi incazzo di più. Potrei forse non avercela contro chi nega il valore della vita? Non essere incazzata con chi cerca pretesti in ogni dove per la sua smania di autodistruzione e il suo istinto di morte? Con chi spaventa a tal punto le persone da far andare nel panico un’intera folla per (a quanto ho capito) un petardo? Però bisogna rispettarli, i morti. Quando siamo coinvolti personalmente, o sono coinvolti i nostri figli, le reazioni “forti” sono sicuramente comprensibili, nell’immediato. Poi si riflette. Vittime del terrorismo in Iraq nel solo 2014: 9929; segue la Nigeria con 7512. Cioè, un solo paese (etichettato indifferenziatamente come “terrorista”) ha avuto in un anno 16,5 volte il numero dei morti di tutta l’Europa occidentale in 12 anni. Naturalmente, molti erano bambini, come sempre. Figli nostri. Di tutti, della Terra. Contro chi la facciamo la guerra? Chi è il nostro nemico? Vogliamo definitivamente radere al suolo interi Paesi con i loro abitanti? Dice: ma i terroristi sono spietati, dobbiamo ripagarli nello stesso modo, ci minacciano nei nostri valori. Cioè, intendiamo fare esattamente quelle cose per cui consideriamo (giustamente) i terroristi degli assassini. Colpire, senza badare a dove finiscono i colpi. Civili? Persone che hanno perso parenti uccisi dai terroristi? Ma sì, che importa, lo fanno anche “loro”, no? Difendiamo i nostri valori cancellandoli, schiacciandoli e danzando sulle rovine fumanti. Wow.

Non mi è mai piaciuta la matematica, è fredda, ma qualche numero lasciatemelo dare ancora: in Italia (Italia soltanto, non Europa) i morti per incidenti stradali sono stati, nel solo 2015, oltre 1400. Quei morti però non ci distraggono mentre a poco a poco ci lasciamo portar via i diritti con la scusa della sicurezza.

Prima guerra mondiale, tra quindici e sessantacinque milioni di morti (una stima precisa è impossibile). Molti civili. Innumerevoli soldati, che sarebbero stati nostri figli, se fossimo stati madri e padri a quel tempo. Sono i nostri bisnonni, i nostri nonni, i nostri padri, i nostri fratelli, i nostri figli. Seconda guerra mondiale, 54 milioni di morti, con il numero dei civili (30 milioni) che supera quello dei militari. Chi la vuole fare questa guerra? Io no. Io spero che se mai dovesse vincere questo opposto fanatismo, i miei figli non combattano. Vi dirò una cosa (visto che tra l’altro oggi, come ogni lunedì, per me è “Robin’s Monday” e forse dopo posterò qualche cosa di più dedicato): quando molti dei conservatori (americani e non solo) stavano lì al sicuro a casetta a chiacchierare di muri e di cacciare la gente oltreconfine e di difendere “i nostri valori” bombardando e torturando, e chiamavano i liberal vigliacchi e antiamericani, un noto liberal come Robin Williams, ostile da sempre a ogni guerra, autore di molte battaglie contro la lobby delle armi, diventava famoso anche come “il comico amato dai militari” andando svariate volte a portare sollievo ai soldati in Iraq, Afghanistan, Bahrein e altri teatri di guerra, perché essere contro la guerra non significa certo essere contro i soldati. Anzi. Rischiando in prima persona come non so quanti di quelli che oggi definiscono gli altri “buonisti” come se fosse un insulto abbiano fatto. A volte penso a quale immensa fortuna è per me essere in condizione di provare ammirazione per questo tipo di uomini. Perché essere pacifisti quando tutto è tranquillo è facile e sono capaci tutti. Ma amare la pace quando è sotto attacco e in pericolo è molto più difficile. Non venitemi, per favore, a dire che chi propone soluzioni violente è controcorrente e fuori dal coro, come se non fossero queste che hanno portato solo morte e dolore dall’inizio del mondo, senza che mai le si bollasse finalmente e una volta per tutte come la stronzata che sono. Per odiare le guerre e amare le persone, soldati compresi, al punto da smettere di farne dei simboli e farne davvero figli e fratelli, nostra carne e sangue, per quello sì, ci vogliono le palle. Essere buoni costa. Ma siamo proprio sicuri che essere cattivi (lasciare che gli altri ci facciano diventare cattivi, se preferite) non abbia poi alla fine un prezzo molto più alto?

P.S.: i dati sugli incidenti stradali sono presi da qui: https://www.istat.it/it/archivio/189322

quelli sul terrorismo da quiqui e qui

La lettrice della domenica – Sono il guardiano del faro

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Vi avevo accennato qualche giorno fa, parlando del Salone di Torino, alla Casa Editrice Racconti. Come vi dicevo, hanno iniziato l’attività da circa un anno e il loro catalogo mi sembra di tutto rispetto, per quanto riguarda i titoli, e curatissimo nella presentazione.

L’impressione è confermata dalla lettura di questo libro poco voluminoso ma densissimo, una raccolta di racconti aventi come filo conduttore il tema del viaggio come percorso dell’immaginazione, e anche come vita, certo, catturata nel suo eterno movimento e nelle sue curve inattese, nei suoi bruschi cambi di direzione e nella sua inquietudine.

Nove racconti che sono come nove quadri, o nove fotografie sospese tra il realistico e l’onirico, fino all’ultimo, che dà il titolo alla raccolta e ci lascia con una domanda: non siamo forse tutti guardiani del faro, in attesa di qualcosa, sospesi tra solitudine e necessità di condividere il viaggio con altri, tra immobilità e richiamo irresistibile verso l’ignoto, l’altrove, verso l’incessante movimento del mare?

non ho mai visto che aspetto abbia il nostro treno dall’esterno. Come molti dei miei simili, sono nato a bordo, ci sono cresciuto ed è qui che ho la mia vita. Ignoro che aspetto abbia, eppure posso immaginarlo osservando l’altro treno circolare sul binario parallelo, nel nostro stesso senso, dandoci prova che non siamo i soli a fare un simile viaggio. […] Antonia è l’amore della mia vita; ma è sull’altro treno. Dovrei dire: Antonia è l’amore della mia vita perché è sull’altro treno. […] Nessuno fa grandi progetti, tanto appare utopica l’idea di una sosta. Ognuno vive la sua vita. A volte, una ragazza sposa un ragazzo di un’altra carrozza, un po’ più lontano. In generale, bisogna riconoscere che siamo, come dire, piuttosto statici – anche se questo termine sembra paradossale, visto che il treno continua a viaggare, senza sosta. Con questo voglio dire che ognuno resta in un determinato scompartimento e non ha voglia di andare a vedere quello che non succede in coda o in testa. E presto o tardi, ognuno si sposa, cresce i suoi figli, trova un lavoro, rimane tranquillo, anche se, senza dirlo, non pensa ad altro che al giorno dell’arrivo. Quel giorno non viene. I miei compagni, per stanchezza o conformismo, si sono sposati. Anche loro, in passato, rimasero affascinati da una sirena dell’altro lato. Uno dopo l’altro si sono rassegnati e hanno preso in sposa una donna di qui, a portata di mano, a portata di spirito. […] Lo so, è vano, ma guardo spesso Antonia e lei lo sente. Quando appaio, mette una collana, sempre la stessa. Nella luce autunnale, scintilla. Poi, alla svelta, quando viene l’inverno, quando si forma la brina sui finestrini, devo cercare un interstizio per scorgerla ancora un’ora o due. Ogni inverno, con un’angoscia che sfiora l’insopportabile, mi ritiro a porte chiuse nel treno e lei fa lo stesso nel suo. Magari arriveremo presto alla stazione. Magari il paesaggio cambierà, magari lasceremo questa pianura. […]

[Éric Faye, Sono il guardiano del faro, Racconti Edizioni, 2016, traduzione di Valentina D’Onofrio]

SABATOBLOGGER 55 – I blog che seguo

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Un cielo vispo di stelle (Paolo): Come tanti, sottrae tempo ad altro per dedicarsi alle sue vere passioni. Fra queste la letteratura.
Scrivere per lui è “prima di tutto un atto necessario. Il quale può anche trasformarsi in una forma di piacere che, come ogni altra, richiede una commisurata dose di narcisismo, fatica e dedizione”.  Paolo ha stampato alcune opere in self-publishing ma prima di cercare un editore vuole avere qualcosa per cui valga le pena di “investire tempo e fatica”. Il che mi sembra indice di quella modestia “buona” che implica la cura e anche il legittimo orgoglio (in prospettiva) per qualcosa a cui si pensa di dedicare il meglio di sé, prima di esporsi a pareri professionali e al grande pubblico. Per quel che può valere, a me piace molto come scrive e trovo interessanti i temi degli scritti stampati finora, dalla solitudine di chi “entra in se stesso” e così facendo inevitabilmente si estrania dal mondo, alla nostalgia, il senso di incompletezza, fino all’amore inteso come “quello che della vita pare essere, se non l’unico, il più autentico assertore”. Le poesie sono tutte riunite in una categoria, ma ho voluto inserirle perché mi sembrano molto belle, a me personalmente basterebbero questi versi, in cui in larga misura mi riconosco: “Scrivo e non mi raggiungo, non sfioro le parole / che di te sulla pelle mi dicono“. Déjeuner sur l’herbe è invece un racconto. L’incontro tra un ex fotografo, che della professione ha mantenuto l’abitudine a osservare senza farsi vedere, e una ragazza dai modi, dal viso e dalla figura molto particolari, un volto “i cui difetti erano tenuti insieme da uno sguardo“. Una ragazza che sembra averlo osservato per tanto tempo come avrebbe dovuto fare lui, senza farsi notare, e che “Affermando la propria esistenza (…) rivelava al mondo quella di lui“. Orrido, infine, è una riflessione che sembra in qualche modo dettata dalla strada che si percorre, da ogni sua curva, dalle sue fratture, gli sbocchi, l’acqua, le pietre, le paure che si fanno tutt’uno.

Parole d’ottobre (Juana R.) Finita a Londra per sua decisione, a Manchester per uno scherzo del Karma, che forse potrebbe anche essersi rivelato, alla fine, “il bacio in fronte della Vita”, Juana ha pubblicato nel 2007 Vita di Coppia, ovvero “184 pagine su una coppia di pazzi esauriti”, e da allora oltre a scrivere, “clima inglese permettendo”, esplora il suo Paese d’adozione, o prova a trovare angoli fotografabili di Manchester, o si infila in qualche bookclub. Scrive cose serie, poesie, o cose più rilassanti. Ha imparato, conclude, “ad essere mutevole quanto il clima che c’è fuori dalle finestre”. Scrivere significa tante cose per Juana: è un po’ come prendere una medicina. “Una liberazione, un mezzo per sfogare i propri sentimenti”. “Riversare in parole questo fluido emotivo, plasmandolo ai ritmi delle storie, sfruttandolo per fortificarle, ampliarle, renderle più vere e vive e reali, lascia smarriti ed esausti e increduli”. Ciò che è infine uscito da noi sotto questa pressione dovrà essere poi riletto, rivisto, migliorato fino a che saremo infine “diversi, rigenerati, appagati”, perché in quello che abbiamo “scritto sotto la spinta dell’esasperazione e dell’ispirazione” ci sono pezzi di noi, forse le parti migliori, quella creatività a cui possiamo dare spazio, se vogliamo. E infatti, per esempio, come si può voler diventare uno scrittore e poi non farlo? Dev’essere un desiderio inarrestabile, una tale passione da poter stare in piedi metù della notte e poi ricominciare la giornata come se nulla fosse, pur di non rinunciare. La traccia di chi non c’è più è invece un bello scritto sugli incontri, sulla perdita e sui piccoli ricordi che sono, appunto, tracce delle altre persone che ci restano dentro. Mentre con Vivi come non lo sono mai stati torniamo a parlare di letteratura, di scrittura e di quanto “sentiamo” ciò che “sentono” i nostri personaggi, quanto ci immedesimiamo in loro al punto da non sapere più qual è il confine (oh sì, ne so decisamente qualcosa).

Idee in movimento Già solo per la scelta della frase che rappresenta il blog, non avrei potuto non seguirla. Un’idea improvvisa, senza necessariamente una spiegazione, se non la voglia di parlare di qualcosa, non importa sapere prima di che cosa: “cose serie e meno serie, passioni e idee, frivolezze e pensieri profondi”; senza tempi, regole o temi particolari “se non io, me stessa, cosa passa per la mia testa”. Troiverete dunque post dedicati, in una categoria intitolata semplicemente “A…”, dedicati di solito non a una persona specifica, ma a chi si trova in una particolare situazione, che sia la solitudine, la tristezza, un terremoto; oppure a tutta l’umanità. Poi ci sono gli articoli dedicati ai viaggi, e ho scelto questo perché sebbene il “mio” posto del cuore non sia (più) Londra, le sensazioni incredibili che dà il luogo che il nostro cuore ha scelto per noi le conosco molto bene e Tabita le descrive perfettamente. Tra le recensioni ho scelto invece La vita segreta delle api perché l’avevo letto anch’io e anche a me era piaciuto. L’ultimo articolo che propongo è una fiaba che forse spiega anche un po’ il nome che l’autrice del blog ha scelto per sé, Ali di farfalla.

Lady Nadia  Lady Nadia, libraia da sempre adora leggere, scrivere, vendere i libri. Prende spunto da personaggi o fatti del quotidiano e li trasforma in racconti o poesie. Le categorie del blog comprendono tra l’altro i “racconti di vita”, ma la vita è ovunque, nell’osservazione di piccoli gesti, di rapporti, di persone e cose che poi acquistano un’esistenza diversa, diventano parte di un mondo letterario senza perdere nulla della loro realtà. Lei è, più che un racconto, la descrizione di un personaggio, una donna che è come vetro, come uno di quei fiaschi antichi, scuri e spessi tanto da non poter vedere ciò che contenevano, e distribuisce una bevanda che può essere veleno, medicina o pozione, più pericolosa e inebriante di qualunque vino. Bungee Jumping Rewind è ciò che accade quando alla fine segue l’inizio di un’altra, è un inno di libertà. Trovate anche racconti noir, fantascienza (categoria “nel futuro”), un poco di magia, ma l’ultimo suggerimento che vi do è questa Leggenda del dragone perché ha il sapore di quelle storie antiche in cui il piccolo che cerca una vita fuori dai confini paga un prezzo alto, ma acquista il diritto al ricordo per tanto, tanto tempo.

Arte&Cultura (Pietro Barnabé) Un blog molto particolare, nato per condividere la passione e il mestiere dell’autore, “Restauratore artigiano di: opere d’arte, arredi lignei fissi e mobili, materiale lapideo anche decorato e dipinto, materiale etnografico”. Da lì quindi ha origine una serie di articoli dedicati proprio al restauro, volti da una parte a dare informazioni ai lavoratori del settore su concorsi, nuove normative, ecc.; dall’altro a diffondere conoscenze quanto meno di base tra i “non addetti ai lavori”, come ad esempio questo Materiale etnografico – Definizione, che è parte della categoria “Laboratorio di restauro”. Non mancano le notizie sulle mostre, come questa che ho scelto per motivi del tutto campanilistici, perché si svolge a Genova: Animali, miti poesia: l’eleganza di Sinibaldo Scorza, purtroppo solo fino a domani 4 giugno (a Palazzo della Meridiana, se qualcuno si trovasse qui e fosse interessato). Altri post riguardano invece l’economia e la politica (non solo in rapporto all’arte). Come terzo post però ho preferito proporre ancora qualcosa di strettamente artistico, e sia pure insolito: la citazione di un articolo che tratta di opere realizzate da un artista filippino con la tecnica della “lente su legno“, andate a vederle perché sono belle davvero!

La cupa voliera del Conte Gracula Daniele dice che dietro l’inquietante maschera del Conte Gracula, si nasconde un “innocuo tizio nella media”. Sennonché, immediatamente dopo confessa di avere un carattere un po’ alieno in quanto “sardo da parte dei genitori, rettiliano da parte della vasca di clonazione” (e infatti sì, è noto che tutti gli innocui tizi nella media devono in parte il loro patrimonio genetico a una vasca di clonazione rettiliana). Comunque niente paura, il blog è protetto contro i mostri lovecraftiani!

Appassionato di storie “da quando ha memoria di essere vivo”, con una preferenza per i giochi di ruolo, quando riescono come si deve (del resto cerca anche di creali da sé) e le storie di genere fantastico: horror, fantascienza, fantasy e loro sottogeneri. Ben poco della “letteratura” che si studia a scuola, quasi solo le opere classificate come “realismo magico”, dato che hanno “un tocco di fantastico”. Qui si potrebbe pensare che ci sia poco in comune, se non fosse per: 1) l’amore per le storie (diversi i mezzi, diversi i generi, identica la passione); 2) lo studio della mitologia, delle leggende, del folklore (meno quello delle religioni del mondo, ma mi interessano comunque); 3) il dilettarsi come scrittore; 4) last but not least, il blog mi ha immediatamente quanto irrazionalmente conquistata (direi quasi “lovecraftianamente”, se conoscessi Lovecraft a sufficienza) benché non sappia un’acca di giochi di ruolo (ok, ho una passione preventiva per Zelda, ma questo è un discorso a parte), e pochissimo di più di fantascienza, horror, fantasy e sottogeneri. che volete che vi dica, di questo blog mi piacciono pure i titoli e il post sui cookies (nonché il banner). Tra le recensioni dei film ho scelto Descendants perché le stroncature, anche per me che non sono (quasi) capace di farne, sono più divertenti delle critiche positiveramica sulle mie passioni. I petalosi fiori del male è invece un accorato appello a non creare bagarre stupide perché amare una lingua non significa chiuderla in una riserva per specie protette in via di estinzione. O come in modo più erudito si esprime Daniele “Le lingue cambiano, come cambiano le persone che le parlano e scrivono. Panta rei, take it easy! e Carpe diem, trote gnam!”. bellissimo poi questo confronto tra due “Gemelli diversi”:  Castelli erranti a confronto. Ho amato tantissimo il Castello errante di Howl di Miyazaki, non ho letto il libro e non so se lo farò, ma l’analisi comparatistica è godibilissima e molto interessante!

Buon viaggio tra i blog, a sabato prossimo!

#Film 1921 – The Wildcat

Ecco, invece a questo di Ernst Lubitsch mi sono proprio divertita. Non dico che si rida a crepapelle, ma l’ho trovato proprio carinissimo. Ai tempi fu un flop perché i tedeschi non perdonarono a Lubitsch di aver messo l’esercito alla berlina proprio appena finita la guerra, con la ferita della sconfitta ancora molto aperta e dolorosa. Pare che il regista invece lo amasse molto e secondo me con ragione, ma del resto mi pare un film molto poco tedesco (e lo stesso Lubitsch era probabilmente un tedesco molto anomalo). Già in precedenza i suoi film avevano ottenuto un successo internazionale senza precedenti, e nel 1922 Lubitsch avrebbe lasciato definitivamente la Germania per stabilirsi in America, la cui industria cinematografica disponeva di capitali di fronte ai quali le scarse risorse di quella tedesca impallidivano.

Die Bergkatze (The Wildcat) diventa Lo scoiattolo in italiano, non chiedetemi perché. È incentrato sul luogotenente Alexis, conosciuto tra la popolazione femminile come “il Seduttore” che proprio subisce per questo un trasferimento punitivo alla fortezza di Tossenstein. Parte, salutato da una folla di fanciulle in lacrime (con alcuni figlioletti al seguito), che evidentemente non hanno alcun rancore nei suoi confronti, si intuisce che la “felicità” che a dire del militare loro gli hanno dato sia stata ampiamente reciproca. Lungo la strada si imbatte in un gruppo di banditi, che ubbidiscono non tanto al loro capo quanto alla figlia di questi, Rischka. Neanche a dirlo, i due sono attratti l’uno dall’altro, ma lei comunque a ogni buon conto gli fa rubare i vestiti. Rimasto in mutandoni, il ben luogotenente non viene riconosciuto dai soldati mandati dal comandante del forte a cercarlo, e viene arrestato.

In seguito, il bell’Alexis si fidanza con la figlia del comandante, ma Rischka non riesce a dimenticarlo, e il resto del film narra le vicissitudini attraverso le quali si giungerà a un paio di felici matrimoni, il tutto con lo stesso tono scanzonato. E Rischka mi piace molto, un bel tipetto, per i suoi tempi!

#Film 1921 – Hard Luck

Credo sia la prima volta nella mia vita che guardo un film con Buster Keaton. Era una cosa che andava fatta. Ora posso pacificamente dire che (come sospettavo) non è la comicità che fa per me. Un po’ perché come le barzellette senza parole, la comicità del cinema muto la capisco con tale ritardo che l’effetto è irrimediabilmente rovinato; e un po’ perché il laughing stock, quello che noi potremmo chiamare lo “zimbello”, o con temine più moderno, lo sfigato ridicolo, non mi ha mai fatto ridere, anzi, mi suscita da sempre un misto di pena e rabbia tali per cui detesto Fantozzi e (ancor più) Mr. Bean. Rispetto a questi ultimi, Buster Keaton ha un’attenuante: non è meschino, anzi, tutto il contrario. Questo mi ha consentito di immedesimarmi nei suoi guai qual tanto che bastava per guardare il film fino in fondo (del resto è breve) e per augurargli un meritatissimo lieto fine.

Essendo però il mito che è, sono sicura che molti di voi sapranno apprezzarlo molto più di quanto sia in grado di fare io.