Il Bosco – Parte II – Capitolo 2 – continua

immagine_boscoViviana non aveva mai dato troppa importanza all’apparenza delle persone, non notava certo i vestiti e le acconciature con l’ostinata pignoleria di alcune delle sue amiche. Naturalmente si era accorta che quei ragazzi che Elisa aveva appena conosciuto avevano i capelli un po’ più lunghi dei suoi compagni di classe, e questo, senza sapere perché, le aveva procurato una punta di irritazione. Ma coi mesi i loro capelli erano ancora cresciuti, e non era più possibile ignorare gli allarmi lanciati dai giornali contro quei ribelli zazzeruti che andavano in giro spaccando vetrine, si inebetivano con quella musica straniera dal ritmo indiavolato che chiamavano beat, o con le insulse canzonette yè-yè e non erano più in grado di pensare, rifiutavano la famiglia, la società, il lavoro e si mettevano a fare gli hippy. C’erano di mezzo anche delle droghe, aveva letto.
Proibire la infastidiva, e qualcosa in quei ragazzi le piaceva, ma non sapeva come comportarsi.
Quel giorno era successo qualcosa – o meglio era successo il giorno prima, ma lei lo aveva saputo solo quella mattina – che l’aveva spaventata ancora di più. Quali sarebbero state le loro reazioni? Che cosa sarebbe accaduto adesso?
Era il pomeriggio del 10 ottobre. Elisa stava uscendo con la sua compagnia – ormai era un’abitudine consolidata, anche se quella non era una giornata come le altre. La fermò, incurante delle sue occhiate all’orologio e della sua evidente ansia di scappare.
“Senti ma questi ragazzi… Spiegami un po’ di che cosa parlate e perché non possono vestirsi e pettinarsi come le persone civili”.
“Cioè?” domando Elisa, sbalordita. Lei proprio non aveva mai fatto caso che il loro aspetto avesse qualcosa di insolito.
“Cioè perché devono andare in giro con quei capelli ridicoli, lunghi fino al collo, e perché devono andare all’università e a scuola coi jeans e le ragazze addirittura con le gonne sopra al ginocchio. Non mi sembra affatto un abbigliamento adeguato”.
Elisa la guardò con tanto d’occhi. Ma da quando sua madre era così snob, da quando proprio lei, di tutte le persone, era diventata così conformista?
“Non saprei… io… non gliel’ho mai chiesto – quasi balbettava per lo stupore. – ma è così importante?”
“Non voglio che tu ti metta con quella strana gente che vive ai margini, chissà come… io…”
“Ai margini? Mamma, non sono hippy, anche se tante idee degli hippy non sono affatto sbagliate, come la non-violenza, la voglia di pace o la paura di questo eccesso di consumismo. Ma voglio dire, insomma, vanno tutti a scuola, all’università, mica sono degli spostati. Che cosa ti prende?”
Viviana si aggrappò a quell’accenno agli hippy, per dare una forma e un nome ai suoi timori.
“Credo che siate terribilmente confusi. Ascoltate le canzoni americane e quando parlate infarcite i vostri discorsi di parole americane ma poi gridate ‘no America’ e ‘l’impero è finito’ e cose del genere. L’America la odiate o l’amate? Io ho paura che se date ragione agli hippy su certe cose poi finirete per diventare come loro.”
Elisa represse la tentazione di ridere, ci pensò su un momento.
“Sì, credo che davvero siamo confusi. Ma penso che sia un bene, sai. L’America è grande, è fatta di tante cose. L’America è Bob Marley e Kennedy e Martin Luther King e Che Guevara, però è fatta anche della gente che manda dei ragazzi a morire in Vietnam. L’America è libera o vorrebbe esserlo, e riconosce il diritto di cercare la felicità, ma per la libertà degli Americani di essere come vogliono loro fanno anche le guerre e tolgono la libertà agli altri. Come si concilia l’idea di uguaglianza con il modo in cui trattano gli indiani e le persone di colore? Siamo confusi perché questo è un mondo confuso. Noi prendiamo quello che ci piace e contestiamo quello che non ci piace. Vogliamo che il mondo sia diverso da com’è adesso, però non abbiamo un’idea precisa di come vogliamo che diventi. Così ognuno può dire la sua, costruire un pezzo della tela. Alla fine magari verrà una cosa strana, una specie di patchwork, ma così sarà anche più colorato e più allegro, non credi?”
Colorato, allegro. Era questo che loro credevano, ma i colori e l’allegria stavano già cominciando a scomparire anche dai loro orizzonti. Era già successo, appena quattro anni prima, quando la ventata di speranza dell’America kennediana era stata spazzata via a Dallas, con tre colpi di pistola. Viviana aveva a malapena sentito parlare di Che Guevara, ma aveva in qualche modo intuito che incarnava il simbolo dei loro sogni, proprio come era accaduto, per la sua generazione, con John Kennedy.
“Ernesto Che Guevara è morto” disse, e non seppe mai perché le parole le fossero uscite così, proprio in quel momento e con quel tono freddo, neutro, che non rispecchiava affatto il suo stato d’animo. Aveva sentito la notizia alla radio quella mattina, un comunicato glaciale. Il guerrigliero Ernesto Guevara, soprannominato il Che, era stato ucciso in un’imboscata in Bolivia. Non l’aveva lasciata indifferente, perché Guevara era una figura con cui si doveva fare i conti in qualche modo, fosse pure per detestarlo e magari per ucciderlo.
Che Guevara è morto. Che Guevara è morto. Quelle parole risuonarono come un’eco infinita nella mente di Elisa, prima che si rendesse conto di quello che significavano. E del resto avrebbe riudito il suono di quelle parole ancora molte volte nei giorni a venire. Con rabbia, con dolore, con scherno o soddisfazione, mai con indifferenza. Ma neanche sua madre era indifferente, questo lo capì da subito, forse proprio dal modo in cui lo aveva detto, dalla stessa inespressività della sua voce.
Ecco cos’era, pensò, e con sgomento si accorse che nel dolore si insinuava un inopinato brivido di trionfo, che le fece scoprire qualcosa di se stessa, qualcosa di non interamente gradevole. Scoprì che le dava una specie di piacere vedere che per una volta, poteva succedere anche a sua madre di non avere una decisione pronta per tutto, di non saper bene che pesci pigliare.
“Che Guevara è morto – ripeté, inebetita da tutte quelle emozioni che le erano rovinate addosso, e dalla stessa lucidità con cui per un momento si era guardata dentro. – Che Guevara è morto. – Ancora una volta. Ripetere per esorcizzare, non per convincersi. Scosse la testa. – Che Guevara non morirà mai”.
La lasciò così, non convinta ma incapace di trovare altre parole per fermarla.
“Che Guevara è morto” fu la prima cosa che disse, appena vide Monica, Andrea, Matteo e Filippo che l’aspettavano davanti al Balilla, da sempre il loro caffè-gelateria d’elezione.
“Sì” fu la laconica risposta di Filippo.
“Assassinato come un cane”, aggiunse Andrea, che aveva la faccia di chi ha perso un amico.
“Ma dicono che è morto combattendo, in un’imboscata”.
Andrea scosse la testa.
“Le ultime notizie sono diverse. L’hanno catturato e poi gli hanno sparato. Solo col tradimento avrebbero potuto ucciderlo, il tradimento e la vergogna dell’assassinio di un prigioniero disarmato”.
“Ma non ho mai capito – obiettò Matteo – perché tu, un sostenitore della non-violenza, avessi tanta passione per un guerrigliero, uno che sapeva essere anche molto spietato e non perdonava certo ai suoi nemici”.
“Non sono i suoi metodi a renderlo così amato, ma i suoi ideali. Puoi non approvare il modo in cui lo faceva, ma non puoi non ammirare la sua lotta alle ingiustizie. Ha messo la sua vita in gioco per gli altri, altri di cui in fondo avrebbe anche potuto non importargli niente. Chi erano per lui? Ma invece gli importava, gli importava di tutti come se davvero tutti fossero suoi fratelli, come se davvero per ogni uomo trattato ingiustamente una parte della sua stessa dignità andasse perduta. Come se in ogni essere umano fosse capace di vedere un pezzo di sé, e più di tutti nei deboli, in quelli che erano stati sottomessi per secoli a ogni forma di potere, politico o economico che fosse. Poi nei miti uno ci legge quello che vuole. Ti diranno anche che era un violento, un bandito, un assassino, e magari è anche una parte della verità. Ma io preferisco quella parte di verità in cui posso rispecchiarmi”.
Ognuno aveva un suo Ernesto, un suo Che, un suo Guevara, che li divideva e li univa, perché per tutti era un mito ma per ognuno un mito diverso.
Così una settimana dopo si ritrovarono tutti, temporaneamente uniti e solidali, alle manifestazioni che anche a Genova avevano voluto ricordare il Che. Fu la prima manifestazione a cui Elisa avesse mai partecipato.
Diversi giorni dopo, tra mille altre cose e discorsi, Elisa trovò anche il modo di chiederlo davvero ad Andrea, perché si pettinavano e si vestivano così. Ma la sua risposta le fece sentire una tale vicinanza con loro e una tale lontananza da sua madre, che certo se lei lo avesse saputo non avrebbe mai sollevato l’argomento.
“Ho cominciato un po’ per caso, perché avevo visto dei ragazzi coi capelli sul collo e mi piaceva – spiegò con semplicità. Poi sorrise. – Un po’ anche per far dispetto a mia madre che mi diceva sempre ‘quand’è che vai dal parrucchiere’ appena superavano il centimetro di lunghezza. Non è che avessi pensato a niente di politico, però quando ho visto come alcuni mi guardavano mi ha dato parecchio fastidio. E’ una società libera, ci dicono, però poi ti giudicano da come ti vesti e dai capelli. Fanno le retate contro gli sporchi zazzeruti di Piazza Tommaseo e la gente applaude, perché quello che conta è essere ordinati e bene integrati. E condannano persino Don Milani, da morto, perché aveva difeso i ragazzi che non accettano il servizio militare perché non vogliono imparare a fare i soldati. Ma uccidere non è peccato? O quando uccidi milioni di persone diventa meno grave? Già è una fatica costante combattere coi condizionamenti di chi ti dice che cosa devi desiderare e di cosa hai bisogno e ti fa lavorare per comprarti cose che non avevi mai saputo di volere. La verità è che tutto è politico, tutto quello che fai, che tu lo voglia o no, e persino quando non te ne accorgi. E se porti i capelli così significa che sei contro la guerra in Vietnam e tutte le altre guerre, contro le dittature, i colonialismi, il perbenismo e la polizia che spara sulla folla. E poi il Che… Insomma, è stato quasi senza accorgermene, ma li ho lasciati crescere un po’ di più e poi ancora un po’ di più, e così adesso sono un capellone…” Sorrise di nuovo, si toccò la testa con il gesto giocoso di un seduttore per scherzo.
Elisa fu costretta a trovare qualcosa da poter guardare, per non restare lì a fissarlo come un’ebete. E non trovò niente di meglio che alzare gli occhi a guardare la strada di San Vincenzo che dolcemente s’incollinava nell’ultimo tratto, tra le sue case-presepe e i negozi che sfavillavano.
Era quasi Natale. Gocce di luce, una pioggia dorata e intermittente precipitava dai tetti dei palazzi, dalle statue e dalle fontane in allegra confusione, insieme ai fiori d’oro, agli alberi di Natale d’oro, tutto un mondo ai confini in cui l’oro segnava, come nelle antiche leggende, il limite oltre il quale la notte finisce, il paese dove il sole non tramonta mai, un’isola Eea gentile, senza la crudeltà degli antichi riti del Sole.
E sarebbe stato quel mondo ai confini che Elisa, anche se ancora non lo sapeva, avrebbe continuato a conservare negli anni, riflesso nello sguardo color cobalto di un ragazzo scarruffato, sfrontato e innocente.

Il Bosco – Capitolo 2 – Parte I, IV

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Matteo aveva iniziato a suonare “Vedrai, vedrai”, qualcuno cantava e sull’onda della musica Elisa si lasciava condurre lungo una scia di pensieri.
Le canzoni erano strade da un altrove all’altro, legami sottili di forme tra sogni realistici e realtà immaginate, flussi di corrente e di parole, musica luce oppressione uguaglianza mondo. Kennedy Martin Luther King Che Guevara Vietnam Grecia Cina mondo. Guerra lotta fraternità pace mondo. La politica c’entrava e non c’entrava, era ovunque ma sfuggente, imprecisa nei contorni, scompariva e riappariva come una fata morgana. Le cose che leggeva sui giornali sembravano solo pezzi sparsi e sconnessi di qualcosa che si intuiva più molteplice e meno frammentario, ma che restava nell’ombra del non detto. La musica restituiva coerenza a quelle parole apparentemente sconcatenate. Si capiva di più, quando non si tentava di dare forma compiuta, definitiva, a quel disegno il cui senso stava proprio nei suoi contorni vaghi e mutevoli.
Musica e parole annodavano i fili, rendevano più saldi i legami, davano loro un sapore adulto che avrebbe altrimenti richiesto molto più tempo. Bastarono quei pochi pomeriggi, quelle poche sere di vento e stelle perché Elisa non riuscisse più a immaginarsi senza di loro, né loro senza di lei. Matteo era capace di dare a tutto ciò che viaggiava sulle note della sua chitarra una serietà profonda eppure non priva di una luce di segreta allegria, che raramente mostrava in altre occasioni. Sotto le sue dita, le canzoni yè-yè si trasfiguravano, assorbivano in sé tutto quello che per loro era vita, in quel momento. L’amore, la giovinezza, la paura, il coraggio, la dignità disarmata di chi si batte senza speranza di vittoria. E più di tutto l’amicizia, un vincolo di fratellanza più forte anche della solidarietà, per cui il sangue versato era il sangue di tutti, il sangue della terra.
Erano quelli come loro che i giornali chiamavano zazzeruti perdigiorno, e che sarcasticamente accusavano di protestare contro il consumismo solo perché non potevano permetterselo? Aveva quasi creduto, fino a quel momento, che i contestatori fossero un po’ come i marziani verdi del cinema, magari vagamente pericolosi, ma così lontani da non costituire un problema poi molto pressante. Ma forse erano gli altri, quelli come i suoi compagni tanto ammodino, ad appartenere a un altro pianeta, un pianeta in cui l’universo iniziava da Dante e finiva con Manzoni; la cui geografia si esauriva tra le Alpi e lo Stretto di Sicilia; la cui storia aveva visto l’eroica lotta per l’indipendenza negli anni gloriosi del Risorgimento e là era rimasta, immutata nel tempo. L’attualità aveva un sentore troppo forte di politica, un puzzo, per meglio dire, indegno di varcare le soglie dei sacri templi del sapere.
La riscosse la voce aspra di Lorenzo.
“Che branco di idioti. Voi e quel povero imbecille che pensava di cambiare il mondo con le canzoni e non poteva che finire ad ammazzarsi. Dobbiamo muovere il culo se vogliamo rovesciare il sistema. Come dice Mao, le rivoluzioni si fanno coi fucili, non con l’amore. Non sarà l’amore a buttar giù dalle loro poltrone questi bastardi borghesi, tutti ad applaudire la polizia quando fanno le retate e prendono qualche povero stronzo che non fa altro che starsene seduto per terra. Perché così se ne possono stare tranquilli, rintanati nelle loro casettine con la loro macchinina, e la loro buona figliola, che probabilmente è una puttanella comunque, non rischia di mettersi con un poco di buono, uno che non ha voglia di comprarsela a suon di gioielli e pellicce. Se non gli spacchi qualche vetrina non si svegliano”.
“Tu guardi il mondo con il tuo dolore e la tua rabbia, lo guardi con i tuoi occhi, per questo non vedi vie d’uscita. Perché è per te che non vedi vie d’uscita”.
A Elisa parve che Filippo, con quel suo tono sempre pacato, avesse detto una cosa terribile.
“Io lo capisco”, disse Andrea. “Capisco la rabbia e capisco il dolore. I giornali terrorizzano i benpensanti, dovunque ci sono dei ragazzi che stanno insieme vedono un pericolo. Se poi c’è un campo beat, Dio ne scampi, un covo di peccatori, una nuova Babilonia, peggio del diavolo. Bisogna cacciare via tutti, distruggere tutto e dopo magari disinfestare, come se si trattasse di topi o insetti. Però questi topi, questi insetti, questi giovinastri pulciosi e capelloni, loro, i fucili, non ce li hanno. E non credo neanche che spacchino vetrine”.
“E infatti non vanno da nessuna parte. Se ne stanno lì, nelle loro tende, aspettando la prossima ripulita. Dovunque ci sia un potere, io sto con chi si ribella, con chi esce e scende in piazza, non con chi se ne sta rintanato in casa con le sbarre alle finestre.”
“Anch’io sto con chi esce, ma una ribellione per la dignità e la giustizia non può essere violenta. Non capisci? Ad ogni vetrina sprangata la rivoluzione fa un passo indietro. Serve solo a chi vuole far credere che a protestare siano pochi fanatici disperati. Hanno cercato di fare questo giochetto anche quando hanno parlato dello sciopero generale per l’Italcantieri dell’ottobre scorso. I disordini spaventano e tengono la maggioranza tranquilla, ma ci si dimentica di dire chi è che sta uccidendo Genova. Non sappiamo più quello che siamo e che vogliamo essere, mentre decidiamo se diventare un grande centro industriale, il più importante porto del mondo o il più moderno polo terziario dell’universo, aziende e navi se ne vanno da un’altra parte, l’occupazione scende e tanti non sanno bene cosa li aspetta. Però bisogna mantenere la calma, se si comincia a parlare di fucili, si spiana la strada a un nuovo padrone che garantirà l’ordine e la tranquillità a spese del dissenso. E magari si prenderà lui i fucili e sceglierà lui contro chi usarli”.
“Tutte chiacchiere, il fatto è che non hai abbastanza fegato, non ce n’hai per rompere vetrine, figuriamoci per prendere un fucile”, disse Lorenzo, e c’era più di un velo d’irrisione nella sua voce.
“Fegato? Per rompere vetrine? E cosa c’entra? Ah, vuoi dire il fegato al posto del cervello…”
Andrea e Lorenzo rimasero a fissarsi per diversi minuti con aria di sfida, come due rivali prima di un duello. Elisa era in ansia, avrebbe voluto che Andrea la smettesse di provocare Lorenzo, ma allo stesso tempo lo ammirava per il modo in cui lo faceva, senza sbruffoneria, cioè, forse un po’ sì, ma non sembrava gli interessasse farsi vedere, o piacere ad altri che a se stesso. Era ormai una cosa tra loro due, con gli altri a fare da spettatori.
“Uscire non basta, se non agli scemi. Solo uno scemo può credere che si possa abbattere un regime con l’amore. Faresti meglio a non mescolarti con la feccia violenta, potrebbero confonderti con chi lotta veramente. Tu stai solo lì a giocare, prima di metterti su lo studio da dottore con i soldi di papà”.
“Tu consideri un imbecille chi non spacca le vetrine, io considero un imbecille chi lo fa. Ma sono disposto a correre il rischio di stare fianco a fianco con gli imbecilli, pur di non tradire quelli che hanno le idee e il cuore al posto giusto.
Al tuo Mao preferisco Che Guevara: tutte le rivoluzioni del mondo non valgono una sola vita umana.”
“Cosa parli a fare di Che Guevara? Tu sei solo un rivoluzionario da strapazzo. Perché non molli i tuoi brillanti studi, non rinunci alla tua bella carriera per combatterlo davvero, l’imperialismo? La giustizia! Bah! Solo parole, ma la lotta, oh no, la lotta non fa per te, a te fanno orrore le armi… o ti fa paura perdere la tua preziosa vita borghese?”
“Ammetterò che non mi sento tipo da guerriglia. Mi spingerò addirittura fino a dire che per quanto io ammiri Che Guevara, non sono sempre necessariamente d’accordo con quello che dice. So di darti uno choc, probabilmente, ma si può amare qualcuno anche senza farne un mito. D’altra parte… Guevara èu n medico. E sai qual è la parte che mi piace di più dei suoi discorsi? L’etica del lavoro e della responsabilità. Fare quello che fai con amore, rinnovare di giorno in giorno il tuo entusiasmo, non stancarti, non chiamarti fuori, andare avanti anche quando hai la tentazione di pensare che non serva, che della tua parte si possa anche fare a meno. E sentirti responsabile non solo delle ingiustizie e dei delitti che hai commesso, ma di tutti, tutti i delitti e le ingiustizie del mondo. Tenere gli occhi ben aperti per non partecipare, anche con il gesto più banale e insignificante, allo sfruttamento altrui.”
“Ma voi siete tutti comunisti?” domandò Elisa, con curiosità un po’ diffidente. I partiti erano tutti difficili da interpretare e ancora lei non aveva capito se i comunisti erano davvero pericolosi come a volte sentiva dire. Quello che le sembrava di aver capito era che si occupavano molto di lavoro, di questione operaia, di industrializzazione, capitalismo, licenziamenti e cose simili.
“Ma neanche per idea!”, protestò Matteo.
Andrea sorrise.
“Io non ho nessun problema se vuoi chiamarmi comunista, tessere però non ne ho mai prese, perché se ci fosse un’altra Ungheria, o un’altra Baia dei Porci, da qualunque parte venga, voglio essere libero di prendere la mia posizione senza che qualcuno mi venga a dire che la linea del partito è diversa. Marx aveva le sue ragioni, ma non è l’unico che vale la pena di leggere. Il PCI comunque bmi sta abbastanza simpatico, forse perché i miei ne sono terrorizzati, pensano che adesso che tutti studiano, anche i figli delle domestiche, per forza di cose il mondo va verso il disastro, che queste idee di uguaglianza porteranno i bolscevichi che distruggeranno le chiese e forse uccideranno anche la nostra famiglia perché anche noi siamo dei borghesi, dopotutto…”
“Come quasi tutti noi – osservò Marco. – anche io che sono un terrone, però mio padre fa l’operaio specializzato e mia madre è maestra, io vado all’università e abbiamo la casa e pure la macchina, anche se il mio vecchio deve fare gli straordinari per pagare le rate. Però rispetto a tanti parenti che abbiamo giù, siamo ricchi. Certo, i cartelli “non-si-affitta-ai-meridionali” li abbiamo trovati pure noi e mia madre ci ha sofferto un sacco. I miei adesso vogliono solo integrarsi, essere come tutti gli altri. Io invece non so dove sono e dove voglio essere e così mentre cerco di capirlo faccio un po’ lo scemo che non guasta mai. Ma mio padre, anche se guadagna più di tanti altri, vive per il lavoro e alla sera quando torna non gli puoi neanche parlare. Sta lì sul divano e alle volte si addormenta pure. Io non ci voglio diventare così. Io voglio lavorare, sì, e magari fare un lavoro che mi piace, se posso, però voglio anche una vita mia. Mio cugino lavora alla Fiat di Torino e due anni fa ha fatto gli scioperi per avere l’orario ridotto. Mica ci dobbiamo morire, nella fabbrica. Per questo voto PCI”
“Tutti noi abbiamo una vita abbastanza facile rispetto ai nostri genitori”, disse Filippo. “Sarà che i miei si sono ammazzati di fatica per farmi studiare. Ci lamentiamo ma poveri cristi anche loro fanno quello che possono. E’ che magari vedono le cose che gli cambiano intorno e questo gli fa paura. I miei sono di origine contadina, mio padre a suo tempo ha protetto i partigiani, “pöei figieu”. Ma se sopporta comunisti e capelloni è solo perché teme di averne uno o forse un paio in casa”.
“Già quando le ho detto che intendevo andare all’università, a mia madre quasi quasi le veniva una crisi isterica – Monica fece una risatina. – E adesso esco con la minigonna e tre o quattro collanone di legno alla volta e vado a vedermi i concerti. Si è rassegnata, poveretta. Io ogni tanto provo a parlarle di Che Guevara, di Lumumba, della guerra in Vietnam, del femminismo, degli operai. Mi sa che si aspetta un giorno o l’altro di vedersi la figlia incinta di un qualche morto di fame, magari di colore, stile Indovina chi viene a cena. Però non un bel professorino simpatico e ammodo, no, proprio uno di quelli arrabbiati, tipo Malcolm X, per dire. E pure povero.”
“Quelli del PCI san fare solo i cagnolini da salotto aspettando sotto il tavolo qualche briciola di potere. Stanno lì a mangiare nella stessa stanza coi padroni, quegli stessi che hanno fatto i soldi sulla pelle degli operai. Repressione, licenziamento degli scioperanti e dei sindacalisti, premi ai crumiri, questo succede nelle fabbriche, ma loro neanche se ne accorgono!” Lorenzo quasi gridava il suo disprezzo. Il PCI non era abbastanza per lui, né aveva ancora trovato il posto giusto, anche quelle che i giornali chiamavano forze estremiste, gli sembravano sempre troppo deboli, troppo democratiche, troppo accomodanti.
“Comunisti, fascisti, di qua, di là. Io non vi capisco – disse Matteo. – Se quello che volete è cambiare il mondo mettetevi a farlo, senza stare a chiacchierare e a creare un gruppetto per ogni cosa, ognuno per sé e per la sua purezza, il più maoista, il più leninista, il più marxista…”
“Volete? Perché, tu dove stai? Ti piace così com’è o sei troppo vigliacco per partecipare e mettersi in mezzo?” Lorenzo lo provocò, con l’abituale durezza.
“Vuoi sapere quello che penso io? – ribatté Matteo. – Io penso che da che mondo è mondo è sempre stato il più forte a vincere. Il più forte si fa le leggi, pretende di avere il monopolio delle armi, della giustizia e della morale. E’ questo che è sempre successo e che succederà sempre e non saremo certo noi a cambiare le cose”.
“Ma non credi che sia importante esserci, dimostrare che comunque non accettiamo che le cose stiano come stanno? Forse non possiamo fare una grande differenza, ma anche una piccola conta. Se non altro per quello che noi pensiamo di noi stessi”- osservò Andrea.
No, in realtà Matteo non ci credeva. A dirla tutta, forse non gli interessava poi tanto. Era loro amico, si lasciava trascinare. Si lasciava, nonostante tutto, “mettere in mezzo”, senza voglia e senza il coraggio né per starne fuori del tutto, né per farsi coinvolgere del tutto.
Forse era un paradosso, o forse no, a leggere certi manifesti fascisti lui trovava che certe parole fossero le stesse. E certe ridicole pretese, anche. Contava davvero chi era più antiborghese o più nemico del materialismo del moderno sistema consumistico? Lui non ci riusciva proprio ad appassionarsi a queste cose.
“Prima o poi la gente si incazzerà sul serio, capirà che siamo in guerra e che ci stanno portando via tutto, che ci fregheranno se glielo lasceremo fare.” Ribatté ancora Lorenzo. Le voci cominciavano a sovrapporsi, la polemica prese una piega molto personale e troppo aggressiva, fino a che non intervenne Marisa, proponendo un pomeriggio al cinema, forse solo per fare in modo che la discussione si spostasse dall’ardente e idealistica passione per Che Guevara e Mao Tse Tung a quella altrettanto ardente ma meno idealistica – e dunque meno pericolosa – per Billy Wilder, Bergman e Rossellini.

Il Bosco – Parte Prima – Capitolo 2 – I

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Capitolo 2 (1967-1969)

I

Mezzogiorno era passato da un pezzo. Il portone del venerabile edificio che ospitava il liceo si aprì e la pigra, azzurra quiete di quella tersa giornata di tarda primavera venne rotta bruscamente da uno sciame di ragazzini in uscita, che manifestavano correndo e urlando la gioia di essere infine liberi dagli obblighi dell’ordine e della disciplina.

Anche Elisa correva con gli altri, urlava con gli altri, gioiva della stessa libertà degli altri, o forse di una libertà che non era propriamente la stessa di quella degli altri, o almeno non sempre. Chissà se succedeva anche a loro di celare dietro quell’urlo apparentemente vitale la sensazione di sentirsi staccati da tutto e da tutti, come a guardare da una vetrina qualcosa apparentemente a portata di mano, ma impossibile da toccare. Se capitava a tutti quanti di essere ossessionati dalla propria fragilità e dal senso – o non senso – del mondo.

Vide una delle sue compagne precipitarsi ad accendere una sigaretta con l’aria di aver anelato solo a quel momento per tutta la mattina e dirigersi verso un gruppetto di ragazzi che chiacchieravano. Dimenticò le proprie inquiete riflessioni e la raggiunse. I maschi erano piuttosto interessanti, in genere. Non per il loro fascino erotico, che non avevano proprio, ma per i loro discorsi, per il modo che avevano di sfiorare la politica come se fosse un argomento avventuroso. Qualche frase lanciata qua e là ad arte come un’esca in una sorta di sussurro clandestino, stando ben attenti a farsi vedere senza farsi sentire, trasudando mistero e aria d’importanza, consapevoli che più ancora del sesso quelli erano i veri frutti proibiti, e che se alle ragazze quasi mai interessava affatto il soggetto delle loro discussioni, erano però attratte come api al miele dalle loro pose da ribelli ma non troppo, figli di buona famiglia in giacca e cravatta, appena un po’ scapestrati ma pronti a rimettersi in carreggiata non appena la faccenda rischiasse di farsi troppo seria. Ma quanto a lei, era proprio il soggetto che la interessava.

“… dovrebbero ritirarsi dal Vietnam”, stava dicendo uno di loro, “la più grande democrazia d’occidente e un pugno di rossi morti di fame gli stanno facendo mangiare la polvere. Niccolò, cosa ne dice tuo padre? Lui che è nell’esercito come la vede la situazione?”

“Mica ci parlo con mio padre, io, di queste cose, Sté. Mi sa che se fosse per lui, cancellerebbe direttamente il Vietnam dalla carta geografica.

“Secondo me l’America ha sbagliato fin dall’inizio. Perché uno dovrebbe andare in un altro Paese e dirgli o fai quello che ti dico io, o ti dichiaro guerra?” disse Elisa.

“E tu cosa vorresti, ritrovarti i comunisti vicino a casa? – ribatté Niccolò. – Magari il Vietnam sarà pure lontano, ma è strategicamente importante. Ci sono i Russi che armano i Vietcong. E i gialli pure, i Cinesi, sai, sono anche peggio. Fa bene Franco in Spagna, pugno di ferro e niente grilli per la testa.”.

“Sì, però… – Stefano esitò, quasi non osasse esprimere un pur blando dissenso, ma si decise a proseguire. – Insomma, ho letto che in Spagna la polizia è stata molto dura con gli studenti, ragazzi come noi, in Italia persino un giornale monarchico ha criticato gli eccessi. Cioè io non so se …”

“Quindi tu daresti ragione gli studenti – disse NJiccolò, in tono critico. Poi alzò le spalle: – comunque voglio dire, se uno non vuole guai non ci va alle manifestazioni, punto. No?”

“Io non so dove lo trovate il tempo di occuparvi di questa roba. Che c’importa di tutti ‘sti paesi che manco sappiamo dove stanno. Io non ci capisco niente e non m’interessa proprio. – intervenne Diletta con aria scocciata.

“Ognuno ha il suo modo di occupare il tempo” osservò Elisa. Non aveva nessun intento polemico, o forse sì. Per la prima volta voleva capire esattamente da che parte stare, o forse, invece, aveva solo atteso l’occasione di una piccola vendetta meschina.

“Io con quelle come te non ci parlo – sputò Diletta.  – Chi ti credi di essere? Tu non sei nessuno. Nessuno, capisci? Quello che devi fare è solo stare zitta, nasconderti e farti notare il meno possibile. Non sai che i tuoi non possono neanche farsi vedere in chiesa, perché li caccerebbero fuori come si meritano? Dovresti vergognarti!”

Ancora e sempre la stessa storia, dal giorno in cui Fabrizio era entrato per la prima volta nelle loro vite. Da allora erano passati quattro anni, la bambina era diventata una ragazzina di quasi quindici anni, quel settembre aveva cominciato il secondo anno al ginnasio e la tiritera era sempre quella. Elisa si sentì soffocare, non solo e non tanto da quella frase, ma da quella vita che le avevano cucito addosso. C’era sempre una parte da sacrificare. Difendere la sua famiglia strana, rinunciando alla parte di sé che voleva essere del tutto normale, oppure rinunciare agli affetti per le amicizie, diciamo forse per dei simulacri di amicizia. Pensò alle parole di Fabrizio. Ragione, torto, il punto non era quello. Il punto era un Dio libero, un Dio che non aveva inferno. Forse c’era un’altra strada. Pensò, per la prima volta in vita sua, che avrebbe dovuto essere, che poteva farcela ad essere, semplicemente tranquilla.

“Dovrei vergognarmi? E per cosa? Ti invidio, sai, se Dio ti ha scelta come confidente, magari quello che vuole lo sai persino meglio di Lui. Dovrei vergognarmi per chi? Per te che ti senti una ribelle perché dai due boccate a una sigaretta e poi sei così bacchettona che neanche il mio trisnonno? Io non lo so se a Dio piace mia madre e se gli piace Fabrizio, Lui a me non lo ha mai detto, purtroppo. Però a me piacciono. Preferisco mille volte mia madre separata e Fabrizio che si limita a darci affetto senza chiedersi se sia giusto o no, a certa gente bigotta che vive la religione come un modo per condannare, invece che per avvicinarsi a capire, e ragiona soltanto con le idee degli altri, stando ben attenta a non fare mai un pensiero con la testa sua”.

Poi le voltò le spalle per tornare in classe, mentre suonava la campanella per la ripresa delle lezioni, non senza notare con la coda dell’occhio le bocche spalancate dei suoi tre compagni. Piccola ma significativa soddisfazione.

Le tornò alla mente l’estate di tre anni prima, l’estate in cui era nato Raffaele. Ricordava sua madre sul letto della clinica, circondata di fiori, che teneva tra le braccia l’essere umano più piccolo che avesse mai visto. Lo aveva visto muoversi, e aveva pensato a un pesciolino che si fosse allontanato per la prima volta dal suo nido (avevano un nido, i pesci?) e si trovasse in un ambiente sconosciuto, diviso tra la curiosità e la preoccupazione.

Ricordava Fabrizio frastornato, stregato, rapito, ogni padronanza di sé spazzata via da una felicità assoluta, e l’’ondata di affetto che aveva provato per lui e che non si era più spenta.

Le allusioni, le cattiverie, l’avevano ferita per tanto tempo perché era lei a vergognarsi senza nessuna ragione. Non si sarebbe vergognata mai più. Quella era la sua famiglia, e se avesse potuto scegliere le persone che ne facevano parte, le avrebbe volute esattamente com’erano.