Silverwing / Ali d’Argento

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Zitti zitti siamo arrivati al centesimo articolo… E per questo post vi propongo una delle letture più stravaganti ma piacevoli che mi sia capitato di fare quest’estate.

Si tratta di questa saga intitolata Silverwing, di Kenneth Oppel (Ed. Simon & Schuster). L’ho scoperta tramite un blog che per me è una miniera di idee, perché parla di letteratura per bambini e ragazzi, in inglese, ed essendo di taglio anglosassone, la competenza di chi se ne occupa non esclude (anzi, ha come conseguenza naturale) che se ne parli con passione e relativa semplicità, e in particolare senza nessun gergo da addetto ai lavori. Il blog si chiama “The Nerdy Book Club”, lo adoro anche per il nome e la grafica e lo trovate qui.

Perché parlavo di una saga “stravagante”?

Perché sono tre romanzi tutti incentrati sulla storia di un pipistrello.

Ed è evidente che l’autore ha molta simpatia per questi esserini solitamente poco amati e li ha studiati bene. Certo,sono “antropomorfizzati”, ma le differenze tra le varie specie, le sfumature, le abitudini, l’alimentazione, lo sforzo di rendere per iscritto il loro mondo in bianco e nero, denotano qualcosa di più del semplice intento di un qualunque romanzo di formazione per ragazzi (perché di questo si tratta, alla fine).

Non vi dirò moltissimo, anche perché la trama è meno importante, tutto sommato, della capacità di descrivere le emozioni, i timori e i desideri di un “giovane della specie” (pipistrellica o umana che sia). Dirò solo che nel primo romanzo, intitolato come la saga nel suo complesso Silverwing, il protagonista Shade, giovane e gracile cucciolo con “l’insano” desiderio di vedere il sole, resta indietro durante la migrazione e si trova ad affrontare vari pericoli e a conoscere molti personaggi, amici e nemici. Forse questo è il mio preferito, una bella storia di ricerca di libertà, soprattutto nel senso di imparare quando, e come, certe regole possono (e devono) essere trasgredite (e quando no).

Nel secondo, Sunwing, Shade va alla ricerca del padre e finisce in una sorta di paradiso artificiale creato dall’uomo, che forse poi così paradiso non è, e da cui è tutt’altro che facile andar via di propria volontà… e questa è solo la prima delle sue vicissitudini.

Nel terzo, Firewing, gli tocca andare addirittura fino agli inferi, alla ricerca del figlio.

Non credevo che fosse stato tradotto, non ne avevo mai sentito parlare, invece ho scoperto che esiste una versione italiana, Il fantastico volo di ali d’argento, traduzione di Maria Bastanzetti, Ed. Piemme, collana Il Battello a Vapore, illustrazioni (che nell’originale non ci sono) di Michelangelo Miani.

Provo giusto a tradurvi un breve dialogo all’inizio del libro (l’ho tradotto io, perché non ho la traduzione “ufficiale”, ma so che nella versione italiana il protagonista è chiamato Ombra):

“Sì, voi andate,” disse Ombra, sbadigliando con noncuranza. “Io darò appena un’occhiatina al sole.”

La loro reazione fu così soddisfacente, che dovette arricciare il naso per impedirsi di sorridere. Lo fissarono tutti in silenzio, il pelo tra gli occhi corrugato per lo sgomento,

“Di che parli?”, fece Chinook, beffardo.

“Non puoi guardare il sole,” disse Yara, scuotendo la testa.

“Beh, io voglio provarci.”

Era la prima cosa che veniva detta a tutti i cuccioli, e la più importante. C’erano altre regole – troppe, pensava Ombra – ma questa era tra tutte quella che ti inculcavano con più insistenza. Mai guardare il sole. Era semplice. Era indiscutibile.

“Diventerai cieco,” disse Jarod. “Ti brucerà le pupille fino a fartele uscire dalla testa.”

“E poi ti ridurrà in cenere,” aggiunse Osric, con un certo compiacimento.

Il Bosco – Capitolo 2 – II

II

   Una musica mai sentita veniva dallo studio di Fabrizio, una sorta di moto ondoso, l’avrebbe definito Elisa, cantato da una voce piuttosto acuta, stridula, un po’ sgraziata. Qualcosa però in quella voce la incuriosiva e comunque non riusciva a studiare. Non per colpa della musica, no. Era proprio concentrarsi su quegli argomenti del tutto astrusi che le era quasi impossibile in quel periodo. Ogni scusa era buona per distrarsi.

Bussò ed entrò senza troppe cerimonie, con Fabrizio non ce n’era mai stato bisogno.

“Cosa ascolti?”

“Un cantante americano, si chiama Bob Dylan. Ti piace?”.

“Non so se mi piace. Mi fa sentire come se fossi in una barca sul mare in tempesta. Esperienza interessante, ma un po’ inquietante, anche.

Fabrizio sorrise. “Non avrei saputo dirlo meglio. Da’ un’occhiata a questo”. Le porse un block notes rilegato in cuoio blu molto scuro, aperto su una pagina fitta di righe scritte con quella sua calligrafia particolare, lettere alte, un poco inclinate verso destra, con gambe sottili tanto che a un primo sguardo apparivano come lunghe zampe di ragni. Il titolo, al centro in cima al primo foglio era “Blowin’ in the Wind”. Lesse tutto, poi andò oltre, voltò una pagina dopo l’altra, mentre la voce continuava a cantare e non le appariva più sgraziata adesso, ma perfetta, perfetta per quella musica che era l’unica musica possibile per quelle parole.

Quante volte ancora il cannone dovrà sparare, prima che lo cancelliamo dalla faccia della terra? Quante volte un uomo dovrà guardare in alto, prima di poter vedere il cielo? Quante persone dovranno morire perché si sappia che ci sono state troppe morti? E quante volte può un uomo voltare la testa dall’altra parte, facendo semplicemente finta di non vedere? La risposta l’ha soffiata via il vento…

Ho visto un neonato circondato dai lupi selvaggi, e un’autostrada di diamanti che nessuno percorreva, ho visto un ramo nero di sangue che continuava a gocciolare, ho visto una stanza piena di uomini con i loro martelli sanguinanti, ho visto una scala bianca sommersa dall’acqua, e diecimila oratori tutti con la lingua spaccata, ho visto pistole e spade affilate nelle mani dei bambini. E’ una pioggia dura, quella che sta per cadere.

Siete voi a legare il caricatore, perché altri facciano fuoco, poi vi tirate indietro e state a guardare il conto dei morti che sale. Vi nascondete nelle vostre ville, mentre il sangue dei giovani scorre via ed è sepolto nel fango. Voi avete lanciato la paura peggiore che possa mai essere scagliata, la paura di mettere dei bambini in questo mondo. Per aver minacciato il mio bambino, non nato e senza nome, non valete il sangue che vi scorre nelle vene. … Lasciate che vi faccia una domanda, una sola: I vostri soldi valgono così tanto da comprarvi il perdono?

Alla fine alzò gli occhi. Non sapeva quanto tempo poteva essere passato, ma il disco aveva smesso di suonare, adesso. “E’ molto diverso da qualunque cosa abbia mai sentito prima – disse. – Parlano tutte di guerra, c’è dentro una durezza che sembra quasi cattiveria”.

“la guerra è cattiva”, disse Fabrizio.

Qualche volta Elisa ci aveva pensato alla guerra, ma mai troppo seriamente. Adesso però sentiva il bisogno di sapere qualcosa di più su quell’argomento cui Fabrizio aveva fatto solo rari accenni, con un pudore del tutto insolito per lui.

“Tu sei stato partigiano, vero? Mi piacerebbe che mi raccontassi qualcosa. Cioè, solo se ti va”, aggiunse, perché lo sguardo di Fabrizio era sembrato improvvisamente più stanco, persino più vecchio.

“No, hai ragione, è giusto parlarne, anche se è un periodo della mia vita a cui non torno volentieri”.

“Ma perché? Non ne sei orgoglioso?”

“Orgoglioso … immagino di esserlo, in una certa misura. Diciamo che essendo cresciuto come sono cresciuto, essendo quello che sono, non avrei potuto comportarmi diversamente.

Sono stato sulle montagne per due anni, dopo il ‘43, nelle brigate garibaldine. Avevo appena compiuto sedici anni, non avevo mai neanche tenuto un’arma in mano e di guerra non ne sapevo niente … non sapevo niente di niente, dovrei dire. A casa leggevamo ogni giorno la stampa ufficiale ma entrava anche quella clandestina. Sapevo del Manifesto della Razza  e sapevo di Matteotti, di Gramsci, dei fratelli Rosselli, ma a sedici anni comunque non è che del mondo ne capisci poi tanto”.

“Ehi!”, protestò Elisa. Fabrizio sorrise.

“E’ la verità, anche se quasi tutte le scelte che contano devi farle a quell’età, d’istinto, e probabilmente è un bene. Qualcosa dovevo pur fare, però una guerra… una guerra ti uccide anche se sopravvivi, da qualunque parte tu scelga di stare”.

“Però hai continuato a combattere”, disse piano Elisa.

“Qualche volta scegliere da che parte stare significa scegliere per che cosa vivere, o magari per che cosa morire. Puoi accorgerti che cose in cui credevi profondamente possono essere in una tale contraddizione che devi perdere un pezzo della tua coscienza per salvarne un altro.”

“Dicono che la violenza, la crudeltà, ci sono state da tutte e due le parti, che Piazzale Loreto è stato solo una vendetta sanguinaria”.

“I santi non fanno la guerra, Elisa, sono gli uomini comuni a farla. Non ho mai creduto nel ricambiare il male con il male, ma il tempo in cui siamo vissuti era crudele, e per alcuni lo è stato più che per altri. Non riesco a mettere sullo stesso piano la vendetta di poche persone esasperate dal dolore e gli eccidi sistematici, la tortura, i paesi bruciati, ma forse non è neppure questo il punto. Ognuno ha la sua storia e puoi sempre trovare un martire, se è quello che cerchi. Ma gli ideali degli uni e degli altri non mi sono indifferenti. Banditi, ci chiamavano, non solo i Tedeschi, anche gli Italiani che stavano dall’altra parte, perché avevamo tradito la Patria e l’Onore. Onore! Cosa conta di fronte a Dio l’onore di un soldato? L’eroe non è mai un soldato, tutt’al più è l’uomo che c’è dentro la sua divisa. Ancora adesso preferirei essere impiccato come disertore, piuttosto che dover giustificare una mia decisione con il dovere dell’obbedienza. Solo tu puoi sapere a che prezzo vuoi vendere la pelle e per quale ragione, e farmi ammazzare per la superiorità di una razza… non mi sembrava che valesse la pena”. Un breve sorriso, come a ridimensionare con l’ironia il reale peso di quelle parole.

“Ma … cioè tu … voglio dire è mai successo …” Elisa non riusciva a finire, ma Fabrizio completò la domanda per lei.

“Che io abbia ucciso qualcuno? Non lo so, Elisa. La mia benedizione è stata non saperlo. Si sparava, si metteva in conto di poter uccidere come di poter morire. Non ho mai dovuto uccidere un uomo guardandolo negli occhi, ma questo non ha poi tanta importanza. Tutti abbiamo sparato, indipendentemente da chi ha premuto materialmente il grilletto, tutti abbiamo ucciso, così come tutti noi avevamo degli amici che non sono tornati a casa. Era una cosa che sapevi e accettavi fin da subito”.

“Ma cos’era che vi faceva andare avanti, quando … non avevate mai la tentazione di lasciar perdere tutto?”

“Non credo, no. Forse dovrei parlare solo per me, ma credo che per tutti noi, in quella situazione così assurda, così fuori dall’ordinario, essere lì dove eravamo ci sembrasse l’unica cosa normale. Qualcuno aveva avuto un vicino di casa ebreo, un professore che aveva rinunciato all’impiego per non dover prendere la tessera, o magari un capo fabbricato che prendeva troppo sul serio il compito di controllare i coinquilini. Molti, semplicemente, non amavano le manifestazioni di piazza obbligatorie, il partito unico, il pensiero unico. E poi c’erano quelli a cui sembrava che bandito, ribelle o clandestino suonasse meglio che fulgido esempio di eroiche virtù.”

“E tu eri tra questi”.

Fabrizio sorrise di nuovo. “In effetti … mi sono sempre sentito più a mio agio come bandito e traditore che come colonna della società. Ti dirò una cosa, anche se probabilmente ti suonerò come un vecchio pomposo, ho sempre pensato che la vita valga molto più di una patria, o almeno, più di una Patria con la lettera maiuscola. Amo molte cose di questo Paese, altre meno, comunque ci vivo per scelta, avrei potuto andarmene se lo avessi voluto. Ma non morirei per i confini di una nazione. La mia patria, l’unica che ho cercato di difendere, è solo un luogo dell’immaginario”.

Elisa pensò che raramente aveva sentito qualcuno meno pomposo. Mentre lo ascoltava, le pareva che quel tempo che le era sembrato tanto lontano, quella guerra finita anni prima che lei nascesse, tornassero d’improvviso a ridiventare cose vive, la realtà di ragazzi come lo era lei, persone che lei conosceva costrette a scegliere, per dirlo con le parole di Fabrizio, per che cosa vivere e per che cosa morire, persino a dover scegliere tra i loro stessi principi  e ideali, a stabilire quale valeva di più e quale di meno, perché accadeva che per mantenerne vivo uno, un altro dovesse essere sacrificato.

“Mi dispiace, Fabrizio, c’erano un sacco di cose che non avevo capito.”

“Ci sono un sacco di cose che io non ho capito ancora adesso.”

“No, voglio dire, quando sentivo parlare della Resistenza, mi sembrava una cosa un po’… un po’ ammuffita, ecco. La pagina più luminosa della nostra storia, le commemorazioni e tutto il resto. Sapevo così poco delle persone che c’erano dietro tutto questo.”

“Ah, le commemorazioni … di solito si commemorano le cose morte, e io trovo che la Resistenza non sia ancora abbastanza morta per questo.”

“Vuoi dire che il fascismo c’è ancora?”

“Voglio dire che i partigiani erano pochi, erano molti di più quelli che avevano appoggiato il regime per convinzione, per comodità o per paura, e qualcuno di quelli che celebrano il caro estinto forse lo avrebbe volentieri strangolato in vita. Quelli che a suo tempo chiudevano tutti e due gli occhi, e da un giorno all’altro sono diventati i cavalieri della libertà e della democrazia; quelli che pensano di avere una nobile giustificazione per tutto quello che fanno, sia fare affari con la borsa nera, farsi raccomandare per accaparrarsi un lavoro o evadere le tasse, e però poi pretendono punizioni esemplari per chi non rientra nei ristretti binari della loro idea di rispettabilità; quelli che credono sempre che il motivo unico delle azioni umane sia l’interesse personale, e non capiscono che si possa credere in qualcosa, perché attribuiscono a tutti gli altri la propria debolezza morale. E’ lì che si annida il rischio dei fascismi, quando ci si rifugia nell’angolino tranquillo delle proprie certezze e non  si vuole saper nulla della molteplicità del mondo.

C’è tanto bisogno di sentirsi uguali agli altri, che sono ancora in molti ad applaudire quando l’anticonformismo viene punito e questo mi rattrista molto. Non siamo ancora abbastanza affezionati alla nostra libertà.”

Elisa pensò a Diletta, a Stefano, a Nicola. Nessuno di loro sembrava disposto a faticare più di tanto per prendersi quella libertà che davano ormai così tanto per scontata da non accorgersi neppure quando gli sfuggiva da sotto il naso, e per loro stessa mano.

“Ma che cosa potrei fare io? Cosa vorrebbe dire per me, oggi, essere libera?”

“Tu non puoi ricordartelo, ma ancora solo sei anni fa, nel ’60, volevano fare il governo Tambroni coi missini e avevano deciso di fare una manifestazione proprio qui a Genova. Doveva esserci anche Basile. Noi ce lo ricordavamo benissimo l’ex prefetto Basile, uno che collaborava volentieri con i tedeschi, uno che ha sulla coscienza anche molti deportati nei campi di concentramento. E Genova era città medaglia d’oro della Resistenza, li avevamo fatti arrendere noi i Tedeschi, prima ancora che arrivassero gli Alleati.”

“Era una provocazione, allora?”

“Credo che fosse precisamente quello. Una specie di sfida, vediamo adesso questi che fanno. Forse pensavano che ormai fossimo addomesticati abbastanza, invece il 30 giugno un fiume di gente uscì di casa per andare a protestare, c’erano un sacco di ragazzi, li chiamavano le magliette a strisce, perché avevano tutti le magliette così, era la moda. Ma a De Ferrari c’ero anch’io anche se non avevo la maglietta a strisce e non avevo vent’anni ma quasi quindici di più. Non so se quei ragazzi capissero il legame che c’era, però eravamo insieme in quella piazza, e questo voleva dire che alla fine le cose che volevamo e quelle a cui ci ribellavamo erano le stesse.

Per essere libera non devi avere paura di perderti. Anzi, devi perderti negli altri ogni volta, nella loro faccia e nel loro cuore, come se fossero i tuoi. La paura di perdere se stessi è un muro, e dietro quel muro i dittatori costruiscono la loro casa. Se hai paura di perderti basta un nulla per sentirti minacciato. Dimenticare quella paura è l’unico modo che hai per poter davvero costruire te stessa in relazione al mondo. E dopo sarebbe molto più difficile farti credere che il mondo sia qualcosa da cui difenderti, a costo di un pezzo, anche piccolo, della tua libertà.”

“Ma in politica, tra i partiti, c’è qualcuno che difenda la libertà? Tra un po’ dovrò votare, ma mi sento così confusa.”

“E’ una domanda difficile. Né in America né in Russia ho mai saputo vedere il mio paradiso in terra, e neanche il mio inferno, se è per questo. In realtà mi sembra che in politica ci sia un eccesso di paradisi e di inferni. E come puoi ben immaginare, i miei valori sono abbastanza lontani da Dio, Stalin, Patria e Famiglia fondata sul Santo Matrimonio.”

L’abituale sorriso monellesco ricomparve, ma questa volta Elisa intravide quello che c’era dietro, quella punta di amarezza – solo una punta, perché non si sarebbe sicuramente potuto pensare a Fabrizio come a un uomo consumato dall’amarezza – per aver visto sgretolarsi il sogno di un paese davvero nuovo, davvero diverso, percorso da un sogno comune in tutti i suoi strati e i suoi frammentati territori.

“Però di partiti ce ne sono tanti”, obiettò.

“Sì, ma alla fine tutti devono cercarsi il loro angoletto di paradiso, scegliere con chi stare e vedere dall’altra parte null’altro che il Male con la M maiuscola. Mentre io credo che dovremmo lavorarci la nostra terra come terra, un luogo piccolo e bellissimo, abitato da innumerevoli esseri più o meno pensanti, ognuno dei quali contiene in sé una quantità sufficiente di inferno e paradiso, tanto che invece che cercare negli altri le parti celesti o sotterranee, basterebbero semplicemente quelle umane. Intendiamoci, io vado a votare, credo di essermelo guadagnato, ma se vuoi trovare il posto in cui ti senti più a casa dovrai cercarlo da te. L’unico consiglio che mi sento di darti è questo: non rinunciare a volare, ma vola rasente a terra, senza cercare di arrivare al cielo, perché dal cielo tutto il resto sembra sempre troppo basso.”

Il Bosco – Parte Prima – Capitolo 2 – I

Immagine presa da qui

Capitolo 2 (1967-1969)

I

Mezzogiorno era passato da un pezzo. Il portone del venerabile edificio che ospitava il liceo si aprì e la pigra, azzurra quiete di quella tersa giornata di tarda primavera venne rotta bruscamente da uno sciame di ragazzini in uscita, che manifestavano correndo e urlando la gioia di essere infine liberi dagli obblighi dell’ordine e della disciplina.

Anche Elisa correva con gli altri, urlava con gli altri, gioiva della stessa libertà degli altri, o forse di una libertà che non era propriamente la stessa di quella degli altri, o almeno non sempre. Chissà se succedeva anche a loro di celare dietro quell’urlo apparentemente vitale la sensazione di sentirsi staccati da tutto e da tutti, come a guardare da una vetrina qualcosa apparentemente a portata di mano, ma impossibile da toccare. Se capitava a tutti quanti di essere ossessionati dalla propria fragilità e dal senso – o non senso – del mondo.

Vide una delle sue compagne precipitarsi ad accendere una sigaretta con l’aria di aver anelato solo a quel momento per tutta la mattina e dirigersi verso un gruppetto di ragazzi che chiacchieravano. Dimenticò le proprie inquiete riflessioni e la raggiunse. I maschi erano piuttosto interessanti, in genere. Non per il loro fascino erotico, che non avevano proprio, ma per i loro discorsi, per il modo che avevano di sfiorare la politica come se fosse un argomento avventuroso. Qualche frase lanciata qua e là ad arte come un’esca in una sorta di sussurro clandestino, stando ben attenti a farsi vedere senza farsi sentire, trasudando mistero e aria d’importanza, consapevoli che più ancora del sesso quelli erano i veri frutti proibiti, e che se alle ragazze quasi mai interessava affatto il soggetto delle loro discussioni, erano però attratte come api al miele dalle loro pose da ribelli ma non troppo, figli di buona famiglia in giacca e cravatta, appena un po’ scapestrati ma pronti a rimettersi in carreggiata non appena la faccenda rischiasse di farsi troppo seria. Ma quanto a lei, era proprio il soggetto che la interessava.

“… dovrebbero ritirarsi dal Vietnam”, stava dicendo uno di loro, “la più grande democrazia d’occidente e un pugno di rossi morti di fame gli stanno facendo mangiare la polvere. Niccolò, cosa ne dice tuo padre? Lui che è nell’esercito come la vede la situazione?”

“Mica ci parlo con mio padre, io, di queste cose, Sté. Mi sa che se fosse per lui, cancellerebbe direttamente il Vietnam dalla carta geografica.

“Secondo me l’America ha sbagliato fin dall’inizio. Perché uno dovrebbe andare in un altro Paese e dirgli o fai quello che ti dico io, o ti dichiaro guerra?” disse Elisa.

“E tu cosa vorresti, ritrovarti i comunisti vicino a casa? – ribatté Niccolò. – Magari il Vietnam sarà pure lontano, ma è strategicamente importante. Ci sono i Russi che armano i Vietcong. E i gialli pure, i Cinesi, sai, sono anche peggio. Fa bene Franco in Spagna, pugno di ferro e niente grilli per la testa.”.

“Sì, però… – Stefano esitò, quasi non osasse esprimere un pur blando dissenso, ma si decise a proseguire. – Insomma, ho letto che in Spagna la polizia è stata molto dura con gli studenti, ragazzi come noi, in Italia persino un giornale monarchico ha criticato gli eccessi. Cioè io non so se …”

“Quindi tu daresti ragione gli studenti – disse NJiccolò, in tono critico. Poi alzò le spalle: – comunque voglio dire, se uno non vuole guai non ci va alle manifestazioni, punto. No?”

“Io non so dove lo trovate il tempo di occuparvi di questa roba. Che c’importa di tutti ‘sti paesi che manco sappiamo dove stanno. Io non ci capisco niente e non m’interessa proprio. – intervenne Diletta con aria scocciata.

“Ognuno ha il suo modo di occupare il tempo” osservò Elisa. Non aveva nessun intento polemico, o forse sì. Per la prima volta voleva capire esattamente da che parte stare, o forse, invece, aveva solo atteso l’occasione di una piccola vendetta meschina.

“Io con quelle come te non ci parlo – sputò Diletta.  – Chi ti credi di essere? Tu non sei nessuno. Nessuno, capisci? Quello che devi fare è solo stare zitta, nasconderti e farti notare il meno possibile. Non sai che i tuoi non possono neanche farsi vedere in chiesa, perché li caccerebbero fuori come si meritano? Dovresti vergognarti!”

Ancora e sempre la stessa storia, dal giorno in cui Fabrizio era entrato per la prima volta nelle loro vite. Da allora erano passati quattro anni, la bambina era diventata una ragazzina di quasi quindici anni, quel settembre aveva cominciato il secondo anno al ginnasio e la tiritera era sempre quella. Elisa si sentì soffocare, non solo e non tanto da quella frase, ma da quella vita che le avevano cucito addosso. C’era sempre una parte da sacrificare. Difendere la sua famiglia strana, rinunciando alla parte di sé che voleva essere del tutto normale, oppure rinunciare agli affetti per le amicizie, diciamo forse per dei simulacri di amicizia. Pensò alle parole di Fabrizio. Ragione, torto, il punto non era quello. Il punto era un Dio libero, un Dio che non aveva inferno. Forse c’era un’altra strada. Pensò, per la prima volta in vita sua, che avrebbe dovuto essere, che poteva farcela ad essere, semplicemente tranquilla.

“Dovrei vergognarmi? E per cosa? Ti invidio, sai, se Dio ti ha scelta come confidente, magari quello che vuole lo sai persino meglio di Lui. Dovrei vergognarmi per chi? Per te che ti senti una ribelle perché dai due boccate a una sigaretta e poi sei così bacchettona che neanche il mio trisnonno? Io non lo so se a Dio piace mia madre e se gli piace Fabrizio, Lui a me non lo ha mai detto, purtroppo. Però a me piacciono. Preferisco mille volte mia madre separata e Fabrizio che si limita a darci affetto senza chiedersi se sia giusto o no, a certa gente bigotta che vive la religione come un modo per condannare, invece che per avvicinarsi a capire, e ragiona soltanto con le idee degli altri, stando ben attenta a non fare mai un pensiero con la testa sua”.

Poi le voltò le spalle per tornare in classe, mentre suonava la campanella per la ripresa delle lezioni, non senza notare con la coda dell’occhio le bocche spalancate dei suoi tre compagni. Piccola ma significativa soddisfazione.

Le tornò alla mente l’estate di tre anni prima, l’estate in cui era nato Raffaele. Ricordava sua madre sul letto della clinica, circondata di fiori, che teneva tra le braccia l’essere umano più piccolo che avesse mai visto. Lo aveva visto muoversi, e aveva pensato a un pesciolino che si fosse allontanato per la prima volta dal suo nido (avevano un nido, i pesci?) e si trovasse in un ambiente sconosciuto, diviso tra la curiosità e la preoccupazione.

Ricordava Fabrizio frastornato, stregato, rapito, ogni padronanza di sé spazzata via da una felicità assoluta, e l’’ondata di affetto che aveva provato per lui e che non si era più spenta.

Le allusioni, le cattiverie, l’avevano ferita per tanto tempo perché era lei a vergognarsi senza nessuna ragione. Non si sarebbe vergognata mai più. Quella era la sua famiglia, e se avesse potuto scegliere le persone che ne facevano parte, le avrebbe volute esattamente com’erano.

Il Bosco – Parte I – Capitolo I – VI

VI (1966)

“Non c’è amore agli occhi di Dio fuori dal sacramento del matrimonio, non c’è famiglia, solo miseria e peccato. I concubini e gli adulteri non conosceranno altro che inferno, sulla terra e anche oltre la morte!”. La voce di Don Luigi, professore di religione, si alzò di un tono, diventando stentorea. Parve a Elisa che le rimbombasse nelle orecchie, lasciando un’eco nella sua testa come il prolungamento delle note di un pianoforte quando si tiene schiacciato il pedale.
Non sapeva se fosse la proposta di legge sul divorzio il bersaglio degli strali del devoto sacerdote. Ne aveva sentito parlare vagamente da Fabrizio, ma in sé le interessava abbastanza poco, tanto più che a quanto lui stesso diceva, dormiva sonni tranquilli nelle quiete stanze del Parlamento e avrebbe continuato a dormire probabilmente ancora per un bel po’. Almeno per quanto riguardava la sua famiglia, quella legge non avrebbe cambiato granché. Ma pareva fosse la situazione di chi viveva fuori del sacro vincolo, come sua madre e Fabrizio, che agli occhi del sant’uomo apriva le porte delle case a Satana in persona. O se non altro in spirito, che nel caso di Satana, dopotutto era lo stesso.
Forse non stava davvero guardando lei, le sue parole magari non erano intenzionalmente indirizzate a lei. Poteva sospettarlo, crederlo, poteva anche esserne convinta, ma non lo sapeva davvero.
Quello che sapeva era che ai suoi compagni, che sua madre fosse o meno una concubina importava meno che a lei, tranne che per tormentarla. Che fosse separata lo sapevano tutti, anche se non aveva mai capito come, e l’esca era troppo ghiotta perché se la lasciassero sfuggire.
“Ehi Perasso, com’è avere due padri?”
“Secondo me tua madre dovrebbe andare all’inferno, tu che ne dici?”
“Penso che intanto potresti andarci tu, per cominciare!” Troppo tardi Elisa si accorse che non aveva esattamente sussurrato la sua risposta.
“Signorina Perasso, la prego di smettere di creare confusione nella mia classe, o sarò costretto a portarla dalla preside”.
Elisa non rispose. L’esperienza le aveva ormai insegnato che era meglio non discutere coi professori, per quanto l’ingiustizia le bruciasse in gola.
Dopo le lezioni, corse via a testa bassa, senza guardare nessuno, senza parlare con nessuno, gli occhi offuscati dalle lacrime, ignorando anche Gianna, l’unica faccia amica in quel mare di volti ostili, che la chiamò sgolandosi inutilmente per diversi minuti.
Suonò e venne ad aprirle Fabrizio. Qualche volta tornava a casa per il pranzo. Benissimo. Era proprio quello che voleva.
“Ciao”, disse lui. Lei lo aggredì come una furia.
“Non salutarmi, non guardarmi neanche! Se potessi non vorrei più sentirti né vederti. Ti odio! Tu hai rovinato tutto, vorrei che non fossi mai entrato in casa nostra, vorrei che non fossi mai esistito. Io voglio una vera famiglia, quella che tu mi hai portato via. Ti odio!”, ripeté, come per rafforzare il concetto anche di fronte a se stessa.
Fabrizio fu colpito non tanto fiotto di parole con cui l’aveva investito, piuttosto da tutto il dolore e la fatica che le stava costando la sua ricerca disperata di un amore che non fosse tradimento e ferita.
“Noi siamo una vera famiglia, o almeno, voi siete la mia vera famiglia, che tu ci creda o no”, le disse con dolcezza.
“No che non lo siamo, voi non siete neanche sposati e spero che non lo sarete mai. Chi sei tu per me? Chi sei per noi? Mio padre è mio padre e tu… a te non so neanche come devo chiamarti!” Odiava lui e odiava anche se stessa, odiava le lacrime che non voleva piangere, odiava la sua voce cattiva e le parole che diceva. Eppure continuava, non poteva farne a meno.
Fabrizio la guardava e nel suo sguardo c’era una comprensione totale, incondizionata, che la spaventava e la rassicurava a un tempo, il che naturalmente era assurdo, come se la causa della malattia potesse essere anche la cura.
“Puoi continuare a chiamarmi Fabrizio, per me va benissimo.”
Lei arrossì. Era così che lo chiamava, naturalmente. Ma usare il suo nome continuava a sembrarle strano e lo faceva solo quando proprio non poteva farne a meno. A volte ricorreva quasi a delle specie di sotterfugi per evitarlo. Lui non era un parente. Non era neanche un amico. Qualcosa di più, qualcosa di meno…
“Un padre è un padre per tutta la vita” riprese lui. “Ma le cose non possono comunque tornare come prima, questo lo sai anche tu. Solo tu puoi decidere chi fa parte della tua famiglia, tu e nessun altro, perché quando si è in due a voler creare un legame, il legame già esiste. Non importa il nome che mi dai, importa se hai voglia di chiamarmi oppure no”.
Ho voglia di chiamarlo? Si chiese Elisa, e già il fatto che se lo domandasse era un cambiamento notevole rispetto ai pochi minuti precedenti, in cui avrebbe semplicemente voluto cancellarlo dalla faccia della terra. Aveva smesso di piangere adesso. C’era ancora rabbia, ma non era più così sicura che fosse proprio lui la ragione, benché restasse il bersaglio più ovvio.
“Se la mamma andasse all’inferno sarebbe tutta colpa tua, perché sta con te anche se è ancora sposata con papà, ma a te non importa un bel niente, vero?”.
“All’inferno? Se Dio avesse un inferno per le persone come tua madre, non mi piacerebbe conoscerlo – disse Fabrizio con una certa durezza. Poi proseguì più dolcemente: – Forse il mio Dio non ce l’ha neppure, un inferno. E se l’avesse, non sarebbe certo per il delitto di amare la persona sbagliata. Dio è libero, perché dovrebbe volerci prigionieri? Vivere la vita che ci siamo scelti non è sempre facile. Dobbiamo accettarne i rischi, sentircene responsabili, saperla rispettare. Quello che conta, quando ti trovi la sera davanti allo specchio, è poterti guardare e sentire che credi in quello che vedi. Tua madre è bella, Elisa, bella dentro, intendo, e io so che può guardarsi allo specchio senza paura”.
“Ma se tutti dicono una cosa e tu ne dici un’altra, come faccio a sapere chi ha ragione?”
“Io non ho mai ragione”, disse Fabrizio. “Mi evita di dover cercare di convincere gli altri”. Le strizzò l’occhio, ma tornò subito serio. “Qualunque risposta io abbia trovato a questa domanda, non è mai quella definitiva neanche per me, figuriamoci per gli altri. Il senso non sta nel percorrere una strada, ma nel cambiarla sempre, senza mai sapere esattamente né dove si vuole andare, né dove effettivamente stiamo andando. Nell’imparare, gettare alle ortiche quello che sai e ricominciare da capo”.
Scelte, rispetto, libertà, amore. Imparare, decidere, buttare via tutto e ricominciare. Sembrava una fatica enorme. Non c’era nessun punto fermo in quello che le aveva detto Fabrizio, nessuna scialuppa di cose sicure a cui aggrapparsi. Buffo però, accorgersi che si era sentita così insicura quando i sentieri parevano già tracciati e adesso che le era stato dato in mano il timone per seguire una rotta che non conosceva affatto, le sembrava di essere, invece, più forte che mai.

Il Bosco – Parte I – Capitolo I – V

VI (1963)

La strada si dipanava diritta come il filo di un gomitolo teso a indicare il cammino nel groviglio labirintico che partiva dal porto e giungeva chissà dove. Elisa camminava a fianco di sua madre, con Cristina dall’altro lato. Il vento appiccicava il vestito al corpo della mamma, i fiori gialli, piccoli e freschi, aderivano alle sue gambe, alla pancia che così, vista di profilo, prendeva una forma leggermente arrotondata che non aveva mai notato prima. Più tardi le sarebbe parso di aver intuito tutto, prima ancora che dal rigonfiamento del ventre, dai suoi occhi, da quello sguardo che già andava oltre loro due, verso qualcuno che si sarebbe appropriato di una fetta più larga del suo cuore. Ma fu Cristina a parlare per prima. A gridare, anzi: “Tu aspetti un bambino!”

Elisa si stupì. Cristina non gridava mai. “Io non voglio nessun altro bambino.” continuò la sorella, con un tono ancora più denso di rabbia, ancora meno riconoscibile.

“Beh, mi dispiace, signorina, ma che tu lo voglia o no, dovrai abituartici”, rispose sua madre, secca. Questo non la stupì, invece. Sua madre era sempre stata insofferente di fronte a qualunque espressione di rabbia, dolore o allegria che considerasse eccessivi, ed era allergica alle conversazioni importanti, nelle quali si sforzava inutilmente di rendere semplici le cose complicate e riusciva invece benissimo a rendere complicate quelle più semplici.

Elisa si disse che non le sarebbe dispiaciuto avere un fratellino. Però forse quello che provava era sbagliato, forse lei stessa era tutta sbagliata. Ancora adesso, a sprazzi, odiava Fabrizio. Lo odiava perché in fondo sarebbe stato naturale, quasi un suo dovere odiarlo, era la cosa giusta da fare. A volte lo aveva odiato ancora di più perché le era simpatico, gli aveva rivolto contro la rabbia di un affetto che non era riuscita a impedire e che non gli aveva mai perdonato.

E adesso … chi sarebbe stato esattamente quel bambino? Un fratellino avrebbe significato in un certo senso accettare che Fabrizio facesse parte della famiglia. E perché questo non le suscitava accessi di furia incontenibile? Perché non provava l’irrefrenabile impulso di picchiare tanto lui quanto sua madre, di far pagare a entrambi la confusione dei suoi sentimenti? Anche se non lo avrebbe ammesso neppure sotto tortura, in realtà sapeva di voler bene a Fabrizio molto più di quanto avrebbe dovuto. Questo voleva dire che stava cominciando anche lei ad abbandonare suo padre?

Elisa guardò sua sorella cercando di capire cosa ne pensava lei. Cristina era sempre stata così adattabile, sembrava che le andasse bene tutto, si preoccupava poco di quello che le succedeva intorno, come se nulla potesse toccarla, in fondo. Dopo lo sfogo di poco prima, il suo viso si era come richiuso, assumendo l’usuale espressione indecifrabile.

“A me piacciono i bambini”, si arrischiò a dire, con una certa cautela.

Cristina ebbe un’altra esplosione e questa volta non si contenne. “A me, a me, io, io”, gridò, con tutto il fiato che aveva in gola, così parve. “Ma di quello che provo io importa a qualcuno? Io sono solo la scema che fa sempre quello che le dicono, che si comporta come una signorina ammodo, che non crea mai problemi. Ma forse qualche problema ce l’ho anch’io, forse non mi piace essere perfetta, ci avete mai pensato? Forse in realtà sono cattiva, maleducata e incosciente e magari mi piace anche, essere così”.

“Ma cosa ti prende, Crissy?” Chiese Elisa, con una voce più dolce di quella che usava di solito parlando con la sorella.

“Cresce” disse asciutta Viviana. Aveva letto da qualche parte che i ragazzi, non avendo più riti di passaggio all’età adulta, vivevano negli anni dell’adolescenza una confusione ben maggiore di quella che avevano vissuto i loro genitori. Effettivamente a lei non sembrava di essere mai stata adolescente. Non aveva potuto permetterselo. C’era la guerra, allora, e poi l’immediato dopoguerra. Niente male come rito di passaggio all’età adulta.

Elisa intuì d’improvviso qualcosa che non aveva mai capito. Se era così difficile capire cosa passava nella sua testa, forse era perché Cristina stessa non lo sapeva.  Cristina era carina, era spiritosa, andava bene a scuola, piaceva alla gente e lei aveva sempre pensato che le piacesse essere così, che fosse quello che voleva anche lei. Invece forse la vera Cristina era nascosta da qualche parte, ma era troppo abituata a comportarsi come gli altri si aspettavano da lei – o come lei credeva che si aspettassero – per sapere come ritrovarla. Che cosa davvero le piaceva o non le piaceva, questo Elisa non avrebbe saputo dirlo. Pensò che forse, dopotutto, si somigliavano più di quanto le fosse mai sembrato. Si sentì solidale con lei, una sensazione quasi nuova, e la stupì che non fosse accaduto più spesso.  Le venne voglia di abbracciarla, forse non era il momento giusto ma lo fece lo stesso. La sentì ritrarsi un momento e poi, un po’ rigidamente, Cristina le posò la testa sulla spalla e scoppiò a piangere, e allora pianse un po’ anche lei, senza sapere se fosse perché si sentiva triste, o perché si sentiva felice.

IL BOSCO – Capitolo 1 – IV

IV

“Suonano, Elisa, puoi andare tu per favore?”

Elisa si alzò di malavoglia; stava leggendo Piccole Donne, sbuffando lo gettò sul letto, aperto così com’era, senza curarsi affatto che non si rovinasse, e andò verso la porta lentamente, a passi strascicati. Non era certo difficile immaginare chi potesse essere, e non migliorò il suo umore il fatto di averci azzeccato.  Fabrizio era là, davanti al cancelletto d’ingresso al giardino, aspettando nella pioggia. Doveva esserci un vero e proprio acquazzone là fuori, a giudicare dallo stato in cui era ridotto. I capelli gocciolanti, la camicia fradicia, larghe chiazze scure sui pantaloni dalle ginocchia in giù. Aveva un grosso sacchetto in una mano, un vaso di margherite nell’altra e in qualche modo, non era ben chiaro come, riusciva anche a tenere in equilibrio un ombrello aperto, peraltro del tutto inutile a quanto pareva. Elisa ebbe l’impulso di lasciarlo lì sotto l’acqua ancora un po’, lui e il suo sacco e le margherite e tutto quanto. D’altra parte non sarebbe servito comunque. La pioggia sembrava non sentirla neppure, non dava nessun segno d’impazienza o di disagio. Era perfettamente se stesso, come sempre. Lei premette il pulsante che apriva sia il cancelletto che il portone.

Fabrizio entrò in casa e posò uno dei sacchetti per chiudere l’ombrello, mentre l’acqua che grondava da ogni parte di lui e delle cose che aveva in mano formava una pozza sul pavimento. Ben ti sta, pensò lei. Lo guardò con intenzione, aspettando di vedere cosa avrebbe detto, come avrebbe giustificato la figura ridicola che stava facendo.

“Ho-ho”, disse lui, come un Babbo Natale in anticipo, l’allegria che gli danzava nello sguardo. “Ciao Elisa”, aggiunse, poi attaccò a cantare Singing in the Rain.

Elisa ricordò il moto di simpatia che aveva provato per lui fin dalle prime volte che veniva a cena ed ebbe la tentazione di scoppiare a ridere, ma la scacciò.

“Patetico”, borbottò invece, andando a cercare sua madre.

Lei stava finendo di prepararsi ed era più attraente che mai, i capelli biondi che quasi brillavano sotto i colpi di spazzola, gli occhi verdi luminosi, un abito color prugna che le aveva visto indossare molto raramente, benché sembrasse addirittura esaltare la sua femminilità, già di per sé piuttosto pronunciata. La sua bella madre. E la sua bella sorella. Mentre lei, lei era quella che purtroppo non aveva i capelli biondi, né gli occhi chiari, quella che purtroppo doveva portare gli occhiali, quella che si vestiva male e si pettinava peggio. La mamma, invece… alla sua età!  Un attimo dopo si trovò avvolta nella scia del profumo Dior preferito di sua madre. Aveva sempre amato quel profumo. Ma le venne da pensare a suo padre, al suo bilocale, alla cameretta arredata apposta per loro, che stava lì solo per aspettare le loro visite, e si sentì mordere il cuore da un istinto feroce.

“Di là c’è il tuo boyfriend”, annunciò.

Prima ancora che irritata, Viviana fu stupefatta dal tono aggressivo della sua voce. Naturalmente Elisa non era mai stata un modello di buone maniere come Cristina, ma l’aperta maleducazione era una cosa diversa. Non era contemplata in casa sua. Le diede uno dei suoi sguardi più temibili, uno di quelli che soffocavano sul nascere qualunque minima trasgressione. Questa volta non parve avere un grande effetto. Elisa rimase in silenzio, e continuava ad esservi un’aura ostile intorno a lei.

“Elisa?!” Disse Viviana. C’era nel suo tono un’aperta riprovazione e l’attesa esplicita di spiegazioni convincenti.

“Già. Sì. Scusa mamma”.

Fabrizio tirò fuori dal sacco due pacchetti piuttosto voluminosi e li porse a Cristina ed Elisa.

“Questi sono per voi”.

Cristina prese il pacco, ringraziò con un sorriso, ma sembrava un po’ a disagio. Elisa lo guardò senza prenderlo, ringraziò perché non poteva farne a meno, prese tutto il tempo che poteva per decidere se aprirlo o no.

“Non preoccupatevi, non costano abbastanza da poter comprare il vostro affetto”, disse Fabrizio, e nonostante il tono leggero, i suoi occhi erano molto seri.

“Fabrizio!”

“Vi, andiamo, diciamo le cose come stanno. La famiglia come loro l’hanno sempre conosciuta non c’è più. Al suo posto c’è qualcosa che probabilmente non sanno neanche come chiamare, e quanto a me, non mi conoscono quasi, sono solo un estraneo che viene troppo spesso a cena e che è in parte responsabile della confusione in cui si trovano. Se mi accusano solo di voler cercare di comprarmi il loro affetto, mi riterrò molto fortunato”.

Elisa pensò che la cosa più curiosa era che almeno a lei, l’idea che lui potesse cercare di fare qualcosa del genere non l’aveva neppure sfiorata. Ma il resto di quello che lui aveva detto era tutto vero.

Cristina aveva sorriso con aria più distesa e ora stava slacciando pazientemente il fiocco per aprire la confezione senza strappare la carta, che avrebbe conservato con cura per altre occasioni. Sicuramente l’avrebbe usata per fasciare un altro regalo o avrebbe ritagliato i gattini stampati per decorare qualcosa. Elisa pensò che quei gattini erano proprio melensi, ma sapeva che a Cristina sarebbero piaciuti. Guardò la sua carta aspettandosi che fosse uguale, ma suo malgrado incuriosita: era decorata con dei velieri, invece. Sembrava quasi che Fabrizio conoscesse i loro gusti e questo aumentò la sua irritazione, forse perché era difficile capire come facesse. La mamma aveva raramente indovinato un regalo per loro, per non parlare delle confezioni, e quanto a papà, lui non si era praticamente mai occupato dei regali, non lo considerava compito suo. Scrollò le spalle, dicendosi che la carta non significava niente.

Cristina nel frattempo era finalmente riuscita a districare tutti i nodi, a salvare la preziosa carta e a vedere cosa c’era dentro. Un puzzle. Sì, decisamente Cristina era un tipo da puzzle. Elisa pregò che Fabrizio avesse comprato un puzzle anche per lei, così avrebbe potuto dirgli di nuovo grazie, mostrandogli chiaramente con gli occhi la sua delusione, e poi chiuderlo in un armadio e non pensarci più. Ma aveva già capito che non sarebbe stato così. Strappò la carta, lo faceva sempre, ma questa volta se ne pentì subito, perché era così bella, e si sentì ancora più infuriata. Pattini. Come diavolo aveva fatto a… era una vita che li sognava. Guardò la faccia di sua madre e avrebbe quasi potuto perdonare Fabrizio, solo per l’espressione che le vide in volto. Cose da ragazzacci, le aveva sempre risposto quando aveva osato affrontare l’argomento. Glieli avrebbe lasciati usare, ora che a regalarglieli era stato Fabrizio? E lei avrebbe voluto usarli? Come si permetteva lui di entrare così nella loro testa? Forse aveva persino frugato tra le sue scarpe, per trovare i pattini della misura giusta. O aveva indovinato solo guardando i suoi piedi?

Le parve che tutto quello che si agitava nella sua mente si fosse come materializzato; paura, rabbia, tenerezza, confusione, amore, odio, tutti quei nomi astratti erano diventati concreti, si potevano vedere e toccare, avevano preso la forma esatta, il peso, la durezza del materiale di cui quei pattini erano fatti. Non avrebbe saputo dire se questo era un bene o un male.

“Beh, grazie”, disse, con lo sguardo fisso a terra. “Sono belli. Però no, non basteranno a comprare il mio affetto.” Adesso aveva alzato gli occhi e vi si leggeva una sicurezza ostentata, a mascherare la paura di non sapere lei stessa, per la prima volta in vita sua, cosa davvero pensava.

“Elisa, vergognati”, disse sua madre. E come tante altre volte era successo e sarebbe successo ancora, quel tono le fece dimenticare la vergogna che forse c’era, le fece sentire l’ira bruciarle lo stomaco e salirle fino al viso.

“No, no – disse Fabrizio, – non c’è niente di cui vergognarsi. Avete tutto il diritto di arrabbiarvi, di pensare di me tutto il male che volete, anche di urlarmelo in faccia se vi serve. Dopotutto un’amicizia si costruisce anche così, sempre se e quando vorrete provarci”.

Nessuna delle due rispose, ma in entrambe adesso si agitavano pensieri, incertezze, domande alle quali avevano creduto di aver già dato una risposta, ma era una risposta che adesso suonava falsa alle loro stesse orecchie.

Cita un libro 7 – #ioleggoperché (fuori concorso)

Il tema proposto per l’iniziativa Io leggo perché – Cita un libro dalla vincitrice della scorsa “puntata, Murasaki, quello della morte, è “affascinante” soprattutto (per me) in quanto così inestricabilmente legato alla vita. Per questo vorrei partecipare alla discussione, anche se sono fuori tempo massimo per la partecipazione al “concorso” 🙂

Il libro che ho scelto è definito una “favola notturna”, e forse per questo mi è piaciuto molto.

Lezioni di volo per sonnambuli

La trama è questa: Michael (Mikey) è un adolescente cresciuto in una iperprotettiva, perbenista famiglia borghese, nella quale si è sempre sentito “come uno che ha cominciato a morire fin dal giorno in cui è nato, soffocato dai caloriferi tenuti troppo alti”. La sua segreta passione è quella dei tuffi, il suo modello, il più famoso “clavadista” al mondo, un messicano che “vola” da altezze vertiginose in pochi metri d’acqua, rischiando il tutto per tutto ogni volta.

In un maldestro tentativo di emularlo, Mikey subisce una caduta che avrà conseguenze fatali: risvegliatosi da due anni di coma, scopre infatti di non essere più in grado di dormire, per cui non gli restano più di quindici giorni di vita. Sceglie allora di realizzare i sogni dei suoi più cari amici e per questo si infila in un mare di guai, si innamora, perde la paura per sé ma non quella per gli altri e resta “ancora un essere interamente umano”.

Non svelo ovviamente il finale, che del resto non è, tutto sommato, più importante di tutto il resto del libro, che è, come piace a me, denso di avventura, e di una commozione tutt’altro che celata dalla durezza della lingua. Si potrebbe dire: duro e dolce come il tempo di chi ama la vita davvero molto.