Sulle frequentazioni dei ragazzi

So che a moltissimi è capitato di sentirsi dire, da ragazzi, “vorrei che non frequentassi quelle persone”. so che è stato detto anche a mio figlio (non da me) che sarebbe meglio che non stesse con certi ragazzi. Io capisco, ci sono delle ragioni anche valide, ma è una cosa che proprio non mi va giù (tralasciando il fatto che in una località piccola, è difficile evitarlo). Naturalmente, in casi veramente gravi lo farei, ma in fondo non ho una ragione plausibile da portare. Penso che siano parole davvero brutte, emarginanti, e credo che l’emarginazione non aiuti mai. E poi, sarà pure vero che c’è il rischio che qualcuno possa avere una certa influenza negativa su mio figlio, ma c’è pure il caso che sia lui, ad avere un’influenza positiva, ma a questo difficilmente si pensa. E poi ognuno ha le sue debolezze, ma anche le sue risorse. Si parlava in famiglia un paio di giorni fa del fatto che in una prima classe elementare dove si stavano costruendo le regole di convivenza, la prima che era venuta fuori (dai bambini) fosse “essere gentili”, e di come in fondo da lì discenda tutto il resto. Ecco, io vorrei che i miei figli capissero quale strumento meraviglioso è la gentilezza, darla e riceverla. Le persone cambiano, non parliamo poi dei ragazzi, e se una ferita ci può indurire, c’è anche il caso che un’accoglienza gentile e senza preconcetti possa far stare meglio chi la riceve. Sicuramente fa stare meglio chi la offre, io almeno penso questo.

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LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Stravagario

Venerdì sera una rimpatriata dalla quale non sapevo bene cosa aspettarmi, e che mi ha dato molto più di quello che pensavo. Non credete alle storie truci sulle riunioni di vecchi compagni. Naturalmente, immagino che dipenda: io so che avevo l’idea che avrei trascorso una serata piacevole con persone che da tempo non vedevo, e ho trascorso una serata bellissima con degli amici che spero di rivedere presto.

Sabato e domenica di nuovo tra i miei fiori e le mie luci, a curare il giardino e le parole. Visto questo pazzesco tramonto impressionista? E stasera scrivo. Non solo la recensione che vi propongo qui. Pubblicato l’articolo, passerò il resto della serata a scrivere ancora, di amore arte e poesia.

 

 

Neruda è il mio poeta, o uno dei miei poeti almeno, e e questo è il primo libro pubblicato in Italia, curato e tradotto da Giuseppe Bellini, quello in cui alla poesia popolare, eroica, di protesta e narrazione di un Paese amato e martoriato, inizia ad accompagnarsi una poesia più intima, ma lo stile resta inconfondibile:

ricordo giorni di Colombo

eccessivamente fragranti,

inebriantemente rossi.

Si son perduti quei giorni

e nel fondo della mia memoria

scende la pioggia di Carahue.

Perché, perché tante strade,

tante cittadelle ostili?

Che ottenni da tanti mercati?

Qual è il fiore che cercavo?

Perché mi mossi dalla mia sedia

e mi vestii di tempestoso?

Nessuno lo sa, né lo ignora:

è ciò che accade a ognuno:

si muove l’ombra sulla terra

e l’anima dell’uomo è d’ombra,

e per questo si muove.

(Itinerari, da Stravagario, Nuova Accademia, 1963)

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IL PAESE INFELICE (L’eroe nel mito e nella fiaba) – Eracle, Parte II

Immagine dal web

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Avendo ormai terminato le dodici fatiche previste (in origine erano dieci, ma come si è detto Euristeo ne aveva invalidate due), Eracle dovette tuttavia affrontare altre durissime prove. Secondo Euripide, fu dopo il suo ritorno dagli inferi che, profondamente cambiato, Eracle fu assalito da Lyssa, la follia, uccise i suoi figli e la moglie Megara. In quel caso le sue dodici fatiche avrebbero avuto un’altra motivazione, forse un prezzo da pagare per poter entrare nel regno del cugino Euristeo. Per Euripide è proprio con la follia che Eracle paga il prezzo della sua natura divina: la follia che egli non merita e che subisce unicamente a causa della cieca gelosia di Era. Tanto che perfino la stessa Lyssa, ironicamente più saggia della grande dea, esegue malvolentieri gli ordini recati dalla messaggera degli dèi Iris, portatrice della volontà di Era:

Voglio dunque esortare Era, prima di vederla cadere in errore, e anche te, se mai diate retta ai miei consigli. L’uomo nella cui casa mi introduci è tutt’altro che oscuro sulla terra e fra gli dèi: ha bonificato le regioni inaccessibili e le terre inospitali e, da solo, ha ripristinato il culto divino che era messo in pericolo da uomini empi; non vi consiglio dunque di tramare una così grave sciagura”.

Proprio nel momento in cui sta per compiere il più orribile delitto della sua vita, viene confermato il ruolo di Eracle come protettore dell’umanità e del culto divino! e proprio dall’incarnazione della sua follia, quella che lo accecherà, rendendolo strumento di una strage voluta dagli dèi senza alcuna ragione di giustizia. Quale miglior prova della sua innocenza? L’eroe di Euripide non è l’uomo arrogante, accecato dalla mania di grandezza, che attira su di sé lo sdegno divino; al contrario, sono gli dèi ad essere oggetto di critica. Anche qui, tuttavia, viene adombrata una ragione diversa:

Nel massacro opera della sua stessa mano, sappia qual’è l’odio che Era nutre per lui e conosca anche il mio; altrimenti gli dèi non varranno più nulla e il potere dei mortali sarà grande, se lui non sconta un castigo[1].

Nelle parole della  si manifesta l’idea che proprio la grandezza di Eracle, più che la sua nascita illegittima, sia la causa scatenante della gelosia di Era. E allora si potrebbe pensare che Zeus, il grande assente, non protegga suo figlio perché, dopotutto, condivide quella gelosia per gli uomini troppo vicini all’immortalità. Non dimentichiamo che si tratta dello stesso Zeus che scatenerà la guerra di Troia come un mezzo per distruggere la stirpe degli eroi di discendenza divina, lasciandone solo il ricordo nella poesia.

            Per piegare Eracle gli dei scelgono appunto la sua qualità “sovrumana”, la sua forza, che diventa strumento della distruzione di coloro che egli maggiormente ama. E’ questa la ragione per cui, come abbiamo visto, Eracle rinuncia ai suoi tratti divini: all’eroismo della forza giovanile viene in un certo senso contrapposta un’altra forma di eroismo, molto meno visibile, nelle parole che lo stesso Eracle pronuncia dopo il massacro, al termine della tragedia: “è insensato chi antepone la ricchezza o la forza ai suoi amici”: è Teseo che lo sostiene, anche dopo l’ignominioso delitto, senza il timore di “contaminazione” che il popolo attribuiva all’autore di un crimine. E’ lo stesso atteggiamento di lealtà totale, di affetto senza cedimenti che già si era visto in Anfitrione, ma Teseo non è un parente. Sembra qui prospettarsi una scala di valori in cui l’amicizia, l’affetto, sia che provenga da un parente o da un “estraneo” è il bene più grande, l’unico che possa sottrarre Eracle al senso di annientamento che lo spingerebbe al suicidio. E questo affetto, la phylia che antepone ad ogni rischio per sé la protezione dei propri amici sembra una forma di eroismo estremamente “moderna”. Forse anche improntate ad una razionalizzazione del “superstizioso” timore popolare legato alla contaminazione, le parole di Teseo sembrano comunque ribadire che anche se dalla sua solidarietà dovesse derivare qualcosa di male, nondimeno egli aiuterebbe comunque l’amico:

“Perché agitando la mano mi segnali il tuo terrore? Forse perché la contaminazione non mi arrivi con le tue parole? Non mi preoccupa per nulla condividere con te la sfortuna: in altri tempi ho diviso la buona sorte”[2].

Oltre ad essere innovativa e affascinante, questa rappresentazione sembra anche dare una spiegazione molto vera e reale della follia di Eracle: infatti è difficile credere, anche per un eroe del suo calibro, che egli potesse lottare col signore delle tenebre senza alcuna conseguenza. Ma le tante guerre che combatté e gli assassini che commise dopo, alcuni dei quali non  certo onorevoli, furono anch’essi frutto di una sorta di follia. Sembra allora più coerente pensare ad un Eracle che, pur avendo combattuto tanto a lungo contro le forze oscure che lo perseguitavano, e pur avendo tante volte vinto, dovesse ancora soffrire per molti anni le conseguenze della sua natura incontrollata, fino a un’apoteosi finale nella conquista di un’essenza divina che potrebbe allora assumere, non diversamente dalla conquista del trono dell’eroe delle fiabe, il senso di una conquistata maturità, di quella che Bettelheim chiamava una “superiore umanità”.

Ma c’è un altro aspetto che emerge con chiarezza nella tragedia di Euripide forse più che nei precedenti miti. Certo, Eracle è sempre stato “unico”, come tutti gli altri eroi, tutti caratterizzati da un segno distintivo, un “marchio” che, anche quando non è “fisico” (come la stella in fronte di tanti eroi delle fiabe) è certamente morale: la furia, il coraggio, l’intelligenza, l’astuzia. Ma è qui che viene fuori in tutta la sua forza la solitudine, che non sempre viene associata a Eracle. Troppo spesso l’eroe viene rappresentato nel suo massimo splendore, con la sua incrollabile forza fisica, la determinazione, la sicurezza di sé che sembrano escludere ogni fragilità. Invece Euripide lo rappresenta nella sua più tremenda debolezza, nel suo destino di reietto, di uomo contaminato che “è diviso tra la cerchia degli intimi che condivide il suo marchio d’infamia e la società in generale che lo teme e lo rifiuta”[3]. A questa debolezza Euripide non contrappone più la forza semidivina dell’eroe, ma la ricerca tutta umana della dignità perduta. La pazienza, la rassegnazione, il recupero dei valori di solidarietà e compassione cui si faceva cenno prima. La solitudine estrema di chi ha varcato il confine tra umano e divino non può essere superata con la pacificazione tra gli opposti, con le qualità che rendono l’eroe diverso dagli altri, ma al contrario, solo con il recupero del rapporto con gli altri uomini, grazie a ciò che lo accomuna a loro. E infatti, contrariamente a quanto vorrebbe Teseo, che vede le lacrime dell’amico come contrastanti con il prestigio e la virilità dell’eroe, Eracle non rinnega più nulla di ciò che è umano. E non ritiene affatto incompatibile con la dignità, ma anzi, parte di essa, tanto il coraggio di continuare a vivere, quanto l’esprimere col pianto la pietas che ancora lo lega ai suoi cari che ama, e che ha assassinato senza colpa[4].

La tragedia di Euripide si chiude qui, con la partenza dell’eroe per Atene con l’amico Teseo, ma Eracle era ancora destinato, anche dopo aver terminato la sua ultima fatica, ad altre grandi imprese, ad altre umiliazioni, ad altri passaggi attraverso crisi di furia simile alla pazzia.

A Ecalia egli partecipò a una gara di tiro con l’arco indetta dal re per dare in sposa la figlia Iole, e la vinse, ma il re non volle mantenere l’impegno, proprio perché in precedenza Eracle aveva ucciso la moglie Megara (o secondo un’altra versione dopo aver ucciso i figli l’aveva data in sposa al nipote Iolao). Eracle, furioso, se ne andò, ma venne scoperta la mancanza di alcuni armenti del re che, si sarebbe scoperto poi, erano stati rubati da Autolico. Il figlio del re Ifito andò a cercare Eracle per pregarlo di aiutarlo a ritrovare le bestie, ma egli pensò che il ragazzo lo sospettasse del furto, e lo gettò dalle mura della città, provocandone la morte, benché fosse suo ospite, e così macchiandosi di un crimine molto grave agli occhi degli dei[5].

Nuovamente in preda alla follia, dovette servire ancora per tre anni presso la regina Onfale di Lidia, che secondo alcuni gli diede anche un figlio. Ma si diceva anche che presso di lei egli fosse stato costretto a indossare vesti femminili e compiere lavori da donna, o comunque imprese di poco conto. Una ulteriore umiliazione, o una ulteriore dimostrazione della grandezza di Eracle e a un tempo del suo carattere così umano, nonostante la sua asserita natura divina? Poiché egli non solo non si sottraeva a quelle piccole meschinità che altri avrebbero disdegnato, ma addirittura acconsentiva a lasciarsi prendere in giro, ridendone a sua volta. Questo accadde quando su ordine della regina Onfale egli andò a catturare i cercopi, strani esseri simili a scimmie, furfanti bugiardi e ladri che erano la disperazione degli uomini. Quando essi cercarono di rubargli le armi mentre dormiva, l’eroe si svegliò, li appese per i piedi ad un bastone e li portò dietro di sé “come due secchi”[6]. Nonostante la scomoda posizione i due fratelli, ricordando l’ammonimento della madre a guardarsi da uno che aveva “il posteriore nero”, si misero a ridere. Eracle si fece dire il motivo della loro allegria, e scoppiò a ridere anche lui. Ed ecco che allora questo eroe eccessivo, violento, quasi terrificante, subisce d’improvviso un rassicurante ridimensionamento, e acquista un carattere che pochissimi altri eroi avevano avuto prima di lui, e pochissimi avrebbero avuto in seguito: ci diventa simpatico. Questo eroe divino che lotta e vince la morte sotto i suoi molteplici aspetti ridiventa il buffo gigante che ama mangiare bene e bere vino e godersi la vita. Persino quando sottrae la dolce Alcesti a Thanatos, immaginarlo in questa rissa a pugni nudi con lo “scheletro con la falce” suona un’impresa magnifica ma anche grottesca, quasi buffa.

Sempre per ordine di Onfale, Eracle lavorò presso Sileo, che rendeva schiavi gli stranieri spogliandoli di ogni loro avere e costringendoli a lavorare nella sua vigna. Eracle stesso venne forse da lui acquistato come schiavo, ma quando gli venne messa in mano la zappa, egli sradicò tutte le viti e le usò per accendere il fuoco e arrostirsi la carne per un banchetto; poi prese il vino migliore dalla cantina e scardinò la porta per usarla come tavola. Quando Sileo vide quella rovina e si adirò, Eracle lo invitò a pranzare insieme a lui. L’uomo allora, infuriato, prese a bestemmiare e per questo rimase ucciso. Sembra che Eracle facesse di sua figlia una delle proprie mogli, ma alla sua partenza la fanciulla si sarebbe uccisa, ed egli tornando qualche tempo dopo l’avrebbe trovata morta.

Benché Eracle abbia amato nella sua vita molte donne, di lui non si parla mai come di un rapitore, di un seduttore: accadde anche che egli portasse via una fanciulla come un Teseo, poniamo: lo fece con Auge, con Iole. Ma si trattò di episodi particolari: colui che venne definito il “servo delle donne” le amò probabilmente tutte con uguale passione e devozione.

Una volta terminato anche il periodo di servitù presso Onfale, l’eroe si dedicò a dar battaglia a coloro che in vario modo gli avevano fatto del male, tra cui Laomedonte, re di Troia, al quale dopo l’avventura della cintura di Ippolita, sulla strada del ritorno Eracle aveva salvato la figlia da un mostro marino. Il re gli aveva promesso in cambio le cavalle che Zeus gli aveva donato, ma poi aveva rifiutato di dargliele. Eracle tornò a Troia con Telamone e uccise Laomedonte e tutti i suoi figli tranne Podarce, che la sorella Esione riscattò in cambio del suo velo, e Titone. Podarce rimase re di Troia col nome di Priamo (“compero”), proprio per il fatto che era stato riscattato. Esione venne data in sposa a Telamone e gli diede il figlio Teucro (da cui i Troiani vennero chiamati anche Teucri).

Dopo aver vinto anche gli Spartani e aver sedotto Auge, che gli diede il figlio Telefo, Eracle ricordò la promessa che aveva fatto a Meleagro, e si recò a Calidone, dove regnava Eneo. Per averla in sposa sconfisse il dio del fiume Achelòo, pure un pretendente della fanciulla che da quel giorno ebbe un solo corno sulla fronte. Il racconto lo fa il fiume stesso a Teseo, di ritorno dopo l’impresa del cinghiale di Calidone: “la sconfitta non fu tanto un’onta quanto fu un onore combattere, e molto mi consola la grandezza di chi mi vinse”[7]. Auge diede ad Eracle due figli, e un altro figlio egli lo ebbe dalla figlia di Fileo, Astioca. Un giorno, forse per un incidente, Eracle uccise uno dei figli di Eneo e ancora una volta volle espiare recandosi in esilio. Deianira lo accompagnò (secondo altre versioni questo episodio si verificò invece appena dopo che Eracle ebbe conquistato Deianira, mentre la conduceva con sé). Giunti al fiume Eveno in piena, il centauro Nesso si offrì di traghettare Deianira, poi cercò di violentarla: allora Eracle con una freccia avvelenata uccise Nesso che, morendo, disse a Deianira di conservare il sangue della sua ferita per farne un filtro d’amore, da usare se un giorno Eracle si fosse stancato di lei.

Dopo aver compiuto altre imprese, Eracle decise di vendicarsi di Eurito, padre di Iole. Lo affrontò con l’esercito, lo uccise e fece di Iole la sua amante. Poi decise di offrire un sacrificio a Zeus e fece inviare a Deianira un messaggero perché gli inviasse una tunica pulita. Temendo che il suo sposo le preferisse Iole, Deianira gli inviò una tunica impregnata del sangue di Nesso, e quando l’eroe la indossò, essa gli bruciò le carni: infatti a Eracle era stato predetto che non sarebbe morto per mano di un vivo, e Nesso a quel tempo era morto da molti anni. Deianira, scoprendo di essere stata ingannata, si uccise. Eracle si fece erigere una pira e scomparve tra le fiamme: era infatti stato assunto sull’Olimpo, dove si riconciliò con Era ed ebbe in sposa sua figlia Ebe. Solo la sua ombra rimase agli inferi, dove più tardi incontrò Odisseo. Anche in cielo Zeus aveva voluto eternare il ricordo delle fatiche del figlio, nella costellazione del Sagittario, dove lo si vede inginocchiato sempre nell’atto di scoccare una freccia.

[1]Euripide, Eracle, cit., p. 205-207

[2]Ibidem, p. 253

[3]R. Parker, Miasma, cit. in M. Serena Mirto, op. cit., p. 43-44

[4]M. Serena Mirto, op. cit., p. 47, ed Euripide, Eracle, op. cit. p 279-281

[5] E’ Apollodoro a parlare di questo come di un nuovo episodio della follia di Eracle. La versione di Omero, nell’Iliade, è molto meno favorevole all’eroe, sostenendo che egli uccise Ifito, che tra l’altro in precedenza aveva preso le sue parti contro il padre, perché aveva egli stesso le bestie,  comprate da Autolico.

[6]K. Kerényi, op. cit., p. 401

[7] Ovidio, op. cit., p. 343

Il Bosco – Capitolo 2 – Parte I, IV

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Matteo aveva iniziato a suonare “Vedrai, vedrai”, qualcuno cantava e sull’onda della musica Elisa si lasciava condurre lungo una scia di pensieri.
Le canzoni erano strade da un altrove all’altro, legami sottili di forme tra sogni realistici e realtà immaginate, flussi di corrente e di parole, musica luce oppressione uguaglianza mondo. Kennedy Martin Luther King Che Guevara Vietnam Grecia Cina mondo. Guerra lotta fraternità pace mondo. La politica c’entrava e non c’entrava, era ovunque ma sfuggente, imprecisa nei contorni, scompariva e riappariva come una fata morgana. Le cose che leggeva sui giornali sembravano solo pezzi sparsi e sconnessi di qualcosa che si intuiva più molteplice e meno frammentario, ma che restava nell’ombra del non detto. La musica restituiva coerenza a quelle parole apparentemente sconcatenate. Si capiva di più, quando non si tentava di dare forma compiuta, definitiva, a quel disegno il cui senso stava proprio nei suoi contorni vaghi e mutevoli.
Musica e parole annodavano i fili, rendevano più saldi i legami, davano loro un sapore adulto che avrebbe altrimenti richiesto molto più tempo. Bastarono quei pochi pomeriggi, quelle poche sere di vento e stelle perché Elisa non riuscisse più a immaginarsi senza di loro, né loro senza di lei. Matteo era capace di dare a tutto ciò che viaggiava sulle note della sua chitarra una serietà profonda eppure non priva di una luce di segreta allegria, che raramente mostrava in altre occasioni. Sotto le sue dita, le canzoni yè-yè si trasfiguravano, assorbivano in sé tutto quello che per loro era vita, in quel momento. L’amore, la giovinezza, la paura, il coraggio, la dignità disarmata di chi si batte senza speranza di vittoria. E più di tutto l’amicizia, un vincolo di fratellanza più forte anche della solidarietà, per cui il sangue versato era il sangue di tutti, il sangue della terra.
Erano quelli come loro che i giornali chiamavano zazzeruti perdigiorno, e che sarcasticamente accusavano di protestare contro il consumismo solo perché non potevano permetterselo? Aveva quasi creduto, fino a quel momento, che i contestatori fossero un po’ come i marziani verdi del cinema, magari vagamente pericolosi, ma così lontani da non costituire un problema poi molto pressante. Ma forse erano gli altri, quelli come i suoi compagni tanto ammodino, ad appartenere a un altro pianeta, un pianeta in cui l’universo iniziava da Dante e finiva con Manzoni; la cui geografia si esauriva tra le Alpi e lo Stretto di Sicilia; la cui storia aveva visto l’eroica lotta per l’indipendenza negli anni gloriosi del Risorgimento e là era rimasta, immutata nel tempo. L’attualità aveva un sentore troppo forte di politica, un puzzo, per meglio dire, indegno di varcare le soglie dei sacri templi del sapere.
La riscosse la voce aspra di Lorenzo.
“Che branco di idioti. Voi e quel povero imbecille che pensava di cambiare il mondo con le canzoni e non poteva che finire ad ammazzarsi. Dobbiamo muovere il culo se vogliamo rovesciare il sistema. Come dice Mao, le rivoluzioni si fanno coi fucili, non con l’amore. Non sarà l’amore a buttar giù dalle loro poltrone questi bastardi borghesi, tutti ad applaudire la polizia quando fanno le retate e prendono qualche povero stronzo che non fa altro che starsene seduto per terra. Perché così se ne possono stare tranquilli, rintanati nelle loro casettine con la loro macchinina, e la loro buona figliola, che probabilmente è una puttanella comunque, non rischia di mettersi con un poco di buono, uno che non ha voglia di comprarsela a suon di gioielli e pellicce. Se non gli spacchi qualche vetrina non si svegliano”.
“Tu guardi il mondo con il tuo dolore e la tua rabbia, lo guardi con i tuoi occhi, per questo non vedi vie d’uscita. Perché è per te che non vedi vie d’uscita”.
A Elisa parve che Filippo, con quel suo tono sempre pacato, avesse detto una cosa terribile.
“Io lo capisco”, disse Andrea. “Capisco la rabbia e capisco il dolore. I giornali terrorizzano i benpensanti, dovunque ci sono dei ragazzi che stanno insieme vedono un pericolo. Se poi c’è un campo beat, Dio ne scampi, un covo di peccatori, una nuova Babilonia, peggio del diavolo. Bisogna cacciare via tutti, distruggere tutto e dopo magari disinfestare, come se si trattasse di topi o insetti. Però questi topi, questi insetti, questi giovinastri pulciosi e capelloni, loro, i fucili, non ce li hanno. E non credo neanche che spacchino vetrine”.
“E infatti non vanno da nessuna parte. Se ne stanno lì, nelle loro tende, aspettando la prossima ripulita. Dovunque ci sia un potere, io sto con chi si ribella, con chi esce e scende in piazza, non con chi se ne sta rintanato in casa con le sbarre alle finestre.”
“Anch’io sto con chi esce, ma una ribellione per la dignità e la giustizia non può essere violenta. Non capisci? Ad ogni vetrina sprangata la rivoluzione fa un passo indietro. Serve solo a chi vuole far credere che a protestare siano pochi fanatici disperati. Hanno cercato di fare questo giochetto anche quando hanno parlato dello sciopero generale per l’Italcantieri dell’ottobre scorso. I disordini spaventano e tengono la maggioranza tranquilla, ma ci si dimentica di dire chi è che sta uccidendo Genova. Non sappiamo più quello che siamo e che vogliamo essere, mentre decidiamo se diventare un grande centro industriale, il più importante porto del mondo o il più moderno polo terziario dell’universo, aziende e navi se ne vanno da un’altra parte, l’occupazione scende e tanti non sanno bene cosa li aspetta. Però bisogna mantenere la calma, se si comincia a parlare di fucili, si spiana la strada a un nuovo padrone che garantirà l’ordine e la tranquillità a spese del dissenso. E magari si prenderà lui i fucili e sceglierà lui contro chi usarli”.
“Tutte chiacchiere, il fatto è che non hai abbastanza fegato, non ce n’hai per rompere vetrine, figuriamoci per prendere un fucile”, disse Lorenzo, e c’era più di un velo d’irrisione nella sua voce.
“Fegato? Per rompere vetrine? E cosa c’entra? Ah, vuoi dire il fegato al posto del cervello…”
Andrea e Lorenzo rimasero a fissarsi per diversi minuti con aria di sfida, come due rivali prima di un duello. Elisa era in ansia, avrebbe voluto che Andrea la smettesse di provocare Lorenzo, ma allo stesso tempo lo ammirava per il modo in cui lo faceva, senza sbruffoneria, cioè, forse un po’ sì, ma non sembrava gli interessasse farsi vedere, o piacere ad altri che a se stesso. Era ormai una cosa tra loro due, con gli altri a fare da spettatori.
“Uscire non basta, se non agli scemi. Solo uno scemo può credere che si possa abbattere un regime con l’amore. Faresti meglio a non mescolarti con la feccia violenta, potrebbero confonderti con chi lotta veramente. Tu stai solo lì a giocare, prima di metterti su lo studio da dottore con i soldi di papà”.
“Tu consideri un imbecille chi non spacca le vetrine, io considero un imbecille chi lo fa. Ma sono disposto a correre il rischio di stare fianco a fianco con gli imbecilli, pur di non tradire quelli che hanno le idee e il cuore al posto giusto.
Al tuo Mao preferisco Che Guevara: tutte le rivoluzioni del mondo non valgono una sola vita umana.”
“Cosa parli a fare di Che Guevara? Tu sei solo un rivoluzionario da strapazzo. Perché non molli i tuoi brillanti studi, non rinunci alla tua bella carriera per combatterlo davvero, l’imperialismo? La giustizia! Bah! Solo parole, ma la lotta, oh no, la lotta non fa per te, a te fanno orrore le armi… o ti fa paura perdere la tua preziosa vita borghese?”
“Ammetterò che non mi sento tipo da guerriglia. Mi spingerò addirittura fino a dire che per quanto io ammiri Che Guevara, non sono sempre necessariamente d’accordo con quello che dice. So di darti uno choc, probabilmente, ma si può amare qualcuno anche senza farne un mito. D’altra parte… Guevara èu n medico. E sai qual è la parte che mi piace di più dei suoi discorsi? L’etica del lavoro e della responsabilità. Fare quello che fai con amore, rinnovare di giorno in giorno il tuo entusiasmo, non stancarti, non chiamarti fuori, andare avanti anche quando hai la tentazione di pensare che non serva, che della tua parte si possa anche fare a meno. E sentirti responsabile non solo delle ingiustizie e dei delitti che hai commesso, ma di tutti, tutti i delitti e le ingiustizie del mondo. Tenere gli occhi ben aperti per non partecipare, anche con il gesto più banale e insignificante, allo sfruttamento altrui.”
“Ma voi siete tutti comunisti?” domandò Elisa, con curiosità un po’ diffidente. I partiti erano tutti difficili da interpretare e ancora lei non aveva capito se i comunisti erano davvero pericolosi come a volte sentiva dire. Quello che le sembrava di aver capito era che si occupavano molto di lavoro, di questione operaia, di industrializzazione, capitalismo, licenziamenti e cose simili.
“Ma neanche per idea!”, protestò Matteo.
Andrea sorrise.
“Io non ho nessun problema se vuoi chiamarmi comunista, tessere però non ne ho mai prese, perché se ci fosse un’altra Ungheria, o un’altra Baia dei Porci, da qualunque parte venga, voglio essere libero di prendere la mia posizione senza che qualcuno mi venga a dire che la linea del partito è diversa. Marx aveva le sue ragioni, ma non è l’unico che vale la pena di leggere. Il PCI comunque bmi sta abbastanza simpatico, forse perché i miei ne sono terrorizzati, pensano che adesso che tutti studiano, anche i figli delle domestiche, per forza di cose il mondo va verso il disastro, che queste idee di uguaglianza porteranno i bolscevichi che distruggeranno le chiese e forse uccideranno anche la nostra famiglia perché anche noi siamo dei borghesi, dopotutto…”
“Come quasi tutti noi – osservò Marco. – anche io che sono un terrone, però mio padre fa l’operaio specializzato e mia madre è maestra, io vado all’università e abbiamo la casa e pure la macchina, anche se il mio vecchio deve fare gli straordinari per pagare le rate. Però rispetto a tanti parenti che abbiamo giù, siamo ricchi. Certo, i cartelli “non-si-affitta-ai-meridionali” li abbiamo trovati pure noi e mia madre ci ha sofferto un sacco. I miei adesso vogliono solo integrarsi, essere come tutti gli altri. Io invece non so dove sono e dove voglio essere e così mentre cerco di capirlo faccio un po’ lo scemo che non guasta mai. Ma mio padre, anche se guadagna più di tanti altri, vive per il lavoro e alla sera quando torna non gli puoi neanche parlare. Sta lì sul divano e alle volte si addormenta pure. Io non ci voglio diventare così. Io voglio lavorare, sì, e magari fare un lavoro che mi piace, se posso, però voglio anche una vita mia. Mio cugino lavora alla Fiat di Torino e due anni fa ha fatto gli scioperi per avere l’orario ridotto. Mica ci dobbiamo morire, nella fabbrica. Per questo voto PCI”
“Tutti noi abbiamo una vita abbastanza facile rispetto ai nostri genitori”, disse Filippo. “Sarà che i miei si sono ammazzati di fatica per farmi studiare. Ci lamentiamo ma poveri cristi anche loro fanno quello che possono. E’ che magari vedono le cose che gli cambiano intorno e questo gli fa paura. I miei sono di origine contadina, mio padre a suo tempo ha protetto i partigiani, “pöei figieu”. Ma se sopporta comunisti e capelloni è solo perché teme di averne uno o forse un paio in casa”.
“Già quando le ho detto che intendevo andare all’università, a mia madre quasi quasi le veniva una crisi isterica – Monica fece una risatina. – E adesso esco con la minigonna e tre o quattro collanone di legno alla volta e vado a vedermi i concerti. Si è rassegnata, poveretta. Io ogni tanto provo a parlarle di Che Guevara, di Lumumba, della guerra in Vietnam, del femminismo, degli operai. Mi sa che si aspetta un giorno o l’altro di vedersi la figlia incinta di un qualche morto di fame, magari di colore, stile Indovina chi viene a cena. Però non un bel professorino simpatico e ammodo, no, proprio uno di quelli arrabbiati, tipo Malcolm X, per dire. E pure povero.”
“Quelli del PCI san fare solo i cagnolini da salotto aspettando sotto il tavolo qualche briciola di potere. Stanno lì a mangiare nella stessa stanza coi padroni, quegli stessi che hanno fatto i soldi sulla pelle degli operai. Repressione, licenziamento degli scioperanti e dei sindacalisti, premi ai crumiri, questo succede nelle fabbriche, ma loro neanche se ne accorgono!” Lorenzo quasi gridava il suo disprezzo. Il PCI non era abbastanza per lui, né aveva ancora trovato il posto giusto, anche quelle che i giornali chiamavano forze estremiste, gli sembravano sempre troppo deboli, troppo democratiche, troppo accomodanti.
“Comunisti, fascisti, di qua, di là. Io non vi capisco – disse Matteo. – Se quello che volete è cambiare il mondo mettetevi a farlo, senza stare a chiacchierare e a creare un gruppetto per ogni cosa, ognuno per sé e per la sua purezza, il più maoista, il più leninista, il più marxista…”
“Volete? Perché, tu dove stai? Ti piace così com’è o sei troppo vigliacco per partecipare e mettersi in mezzo?” Lorenzo lo provocò, con l’abituale durezza.
“Vuoi sapere quello che penso io? – ribatté Matteo. – Io penso che da che mondo è mondo è sempre stato il più forte a vincere. Il più forte si fa le leggi, pretende di avere il monopolio delle armi, della giustizia e della morale. E’ questo che è sempre successo e che succederà sempre e non saremo certo noi a cambiare le cose”.
“Ma non credi che sia importante esserci, dimostrare che comunque non accettiamo che le cose stiano come stanno? Forse non possiamo fare una grande differenza, ma anche una piccola conta. Se non altro per quello che noi pensiamo di noi stessi”- osservò Andrea.
No, in realtà Matteo non ci credeva. A dirla tutta, forse non gli interessava poi tanto. Era loro amico, si lasciava trascinare. Si lasciava, nonostante tutto, “mettere in mezzo”, senza voglia e senza il coraggio né per starne fuori del tutto, né per farsi coinvolgere del tutto.
Forse era un paradosso, o forse no, a leggere certi manifesti fascisti lui trovava che certe parole fossero le stesse. E certe ridicole pretese, anche. Contava davvero chi era più antiborghese o più nemico del materialismo del moderno sistema consumistico? Lui non ci riusciva proprio ad appassionarsi a queste cose.
“Prima o poi la gente si incazzerà sul serio, capirà che siamo in guerra e che ci stanno portando via tutto, che ci fregheranno se glielo lasceremo fare.” Ribatté ancora Lorenzo. Le voci cominciavano a sovrapporsi, la polemica prese una piega molto personale e troppo aggressiva, fino a che non intervenne Marisa, proponendo un pomeriggio al cinema, forse solo per fare in modo che la discussione si spostasse dall’ardente e idealistica passione per Che Guevara e Mao Tse Tung a quella altrettanto ardente ma meno idealistica – e dunque meno pericolosa – per Billy Wilder, Bergman e Rossellini.

Il Bosco – Parte I, Cap. 2, III

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III

Estate. Libertà nei vestiti leggeri, nei piedi scalzi. E il mare.
L’assenza di un saldo appoggio le toglieva la paura di sentirselo mancare sotto i piedi. Né era sempre necessario domandarsi che direzione prendere, o sapere dove andare. Guardando i suoi simili da una certa distanza, li sentiva meno lontani. In acqua si sentiva meno estranea alla terra.
In quella settimana di vacanza nell’incanto di Monterosso si era assunta con entusiasmo il compito di insegnare a Raf a nuotare. Le dava una scusa in più per scomparire in acqua per un tempo indefinito. Del resto era un compito che sua madre le aveva scaricato con una buona dose di sollievo. Raf aveva adesso tre anni ed era un adorabile, buffo, pestifero mostriciattolo. Lei e sua sorella, in segreto, lo chiamavano Attila, perché dove passava lui, l’erba certo non sarebbe ricresciuta per un bel pezzo.
In un assolato giorno di luglio, le braccia avvolte intorno al collo della sorellona come le spire di un boa constrictor, Raf rinunciò per la prima volta al salvagente. E subito dopo, tutto felice e fiero, prese a spruzzare ettolitri d’acqua tutt’intorno. Era il suo gioco preferito, quello, per fortuna solitamente le occhiatacce fulminanti delle malcapitate vittime si scioglievano subito in sorrisi indulgenti, non appena Raf spalancava gli occhioni con la sua miglior espressione da agnellino smarrito. Elisa si guardò intorno alla ricerca di un modo qualsiasi per distrarlo. All’improvviso le parve di vedere due gocce d’oceano fuori posto. Precisamente, su una faccia. La faccia di un ragazzo. Una faccia niente male. Sulla quale nel medesimo istante si scatenò la furia inondatrice di suo fratello.
“Ehi, piccolo uragano!”. Il ragazzo tentava inutilmente di proteggersi il volto con le mani, ma con suo grande sollievo, stava ridendo.
“Raf, no! Raf, per favore … mi scusi, io … il mio fratellino è un po’ …”
No, non stava balbettando, proprio no, era solo che … era solo che, ecco, si ritrovava di nuovo il terreno sotto i piedi, adesso. E dunque anche l’idea che potesse scivolare via da un momento all’altro.
Il piccolo uragano si era portato dietro le sue spalle con l’astuzia di una vecchia volpe consumata, e prima che avesse il tempo di capire cosa stava succedendo, Elisa si sentì afferrare per le gambe e trascinare sott’acqua. Annaspando e tossendo, riuscì a uscire,
“Raf, bestiolina mia adorata, questo non si fa, tesoro”, disse con la voce resa zuccherosa dall’esigenza di coprire l’improvviso, irrefrenabile desiderio di strangolarlo. Lui le si avvicinò, le schioccò un bacio su una guancia e lei scoppiò a ridere. “Vai adesso, vai dalla mamma, la lezione per oggi è finita”.
“Sei brava coi bambini!” Le gridò dalla riva il ragazzo dagli occhi marini.
“Già. Sì. Io … voglio dire grazie”, disse lei. Poi si girò e nuotò via, più lontano che poteva, più velocemente che poteva.

Dopo cena, quella sera, Elisa riuscì a strappare il permesso di uscire per un’oretta. Aveva bisogno di camminare.
I vicoli erano avvolti in quella luce imprecisa e instabile che precede il crepuscolo, un azzurro non cupo né luminoso, un color carta-zucchero. Le case erano tutt’uno con il cielo, il mare, il piccolo universo racchiuso in quello scorcio di paradiso, solo per quell’istante perfetto. Tornò verso il mare ma si fermò nel piccolo parco in fondo alla via principale. Non c’era più nessuno. Solo due minuti, pensò sedendosi. C’era qualcosa nel ragazzo della spiaggia che la costringeva a pensarlo per conto suo. Niente confidenze con Cristina a bassa voce nel letto di notte, niente gomitate e risatine complici con le amiche.
Passò mezzora prima che si rendesse conto che era buio da un bel pezzo. Si incamminò a passo spedito.
“Ehi, salve, dove vai così di corsa?”
Era ancora soprappensiero e sobbalzò rendendosi conto che quelle parole erano rivolte a lei. Si girò per rispondere inviperita all’importuno di farsi i fatti suoi, e le gambe le diventarono, come si suol dire, di gelatina. Era il ragazzo della spiaggia!
– Io… sto tornando in albergo. Ho fatto tardi perché ho fatto una passeggiata poi mi sono seduta nel parco a pensare adesso ho visto l’ora e anche se abbiamo già cenato ho pensato che fosse meglio tornare a casa perché non voglio che si preoccupino e poi magari mi fanno una scenata e comunque è tardi è buio ed è meglio che vada… – Elisa non poté andare avanti. Doveva per forza prendere fiato, perché era rimasta in apnea per troppo tempo.
Il ragazzo la guardò con simpatia.
“In che albergo stai?”
“Pensione Marinella”. Questa volta disse solo lo stretto indispensabile, laconica a ogni buon conto.
“E’ proprio accanto a quella dove siamo noi! Posso accompagnarti allora, così non rischi di fare brutti incontri, andando in giro da sola a quest’ora.”
Elisa non si accorse che lui la stava prendendo in giro e prese fuoco come un fiammifero, dimenticando persino di balbettare e di restare senza parole, o di farsi battere il cuore all’impazzata e farsi tremare le ginocchia, insomma, tutto quello che avrebbe “dovuto” succederle.
“Ehi, io vado in giro da sola da quando avevo dodici anni, non ho bisogno della scorta armata. E già che sei spuntato così dall’ombra, chi mi dice poi che non sia tu un “brutto incontro”?
Il ragazzo alzò le mani in un gesto di pacificazione, o forse per parare i colpi. I suoi occhi però ridevano.
“Va bene, va bene, non volevo mancare di fiducia nei tuoi confronti. Sono sicuro che te la sai cavare benissimo da sola, ho solo pensato che visto che siamo praticamente vicini di casa… ma hai ragione, non mi sono neppure presentato, e forse non ho un aspetto troppo rassicurante. Mi chiamo Andrea Bruzzo, e comunque ti giuro che non ho brutte intenzioni. Spero che tu mi creda e mi permetta di accompagnarti? – L’ultima frase era stata detta in un tono che fece tornare in mente a Elisa tutto quello che aveva dimenticato prima sul cuore, le ginocchia, la voce che d’improvviso non esce più, e tutto il corredo classico. Beh, ormai era un po’ tardi. Gli sorrise.
“Non avevo intenzione di presentarmi come un cerbero. Certo che puoi accompagnarmi. A proposito, io mi chiamo Elisa Perasso.”
Accidenti, non le sembrava vero. Non solo lo aveva conosciuto, ma gli stava parlando come… come se non ci fosse niente di strano, come se fossero vecchi amici. Chiacchierarono un sacco, durante la strada e ancora per un altro quarto d’ora almeno davanti all’albergo, anche se a lei era sembrato comunque troppo poco. Per la prima volta si era resa conto che poteva essere altrettanto naturale parlare del Vietnam quanto di musica, di poesia o di qualunque altra cosa, come se non fosse nulla di particolarmente affascinante o misterioso, semplicemente interessante, semmai. Che la politica poteva diventare solo una delle tante cose che c’entravano con la vita.

Il giorno dopo, alle sette Elisa era già pronta per uscire. Era sveglia dalle sei, e aveva persino preparato la colazione per tutti.
Quando infine giunsero alla spiaggia, Andrea non c’era ancora. Per non restare a contemplare l’orizzonte come se non aspettasse altro che di vederlo, Elisa si mise a leggere.
“Che libro è?”
Riconobbe la voce, ma questo non impedì al suo cuore di saltar via dal suo posto almeno per un momento. Lui parve approvare la scelta: “Il Grande Gatsby”, di Fitzgerald. Non certo un libro leggero da portare al mare ma per lei i libri erano oggetto di una passione onnivora: da un paio d’anni era passata senza scosse da Piccole Donne, Il richiamo della foresta e Ventimila leghe sotto i mari a Guerra e Pace, Il Rosso e il Nero e Jacopo Ortis.
Adesso era il turno di Fitzgerald, ma abbastanza casualmente, perché quello che trovava sugli scaffali di casa lo prendeva e lo leggeva senza seguire un particolare filo logico. Tranne che più un libro strappava il cuore, più la tragedia era fosca e il destino straziante e disperato, più lo amava, felice di versare tutte le sue lacrime per la sorte di Natascia o di Andrej, di Julien Sorel, di Jacopo e di Teresa proprio come fino a due anni prima aveva pianto sulla sorte di Beth March e del capitano Nemo e del cane Buck.
“Anche a me piace Fitzgerald. – disse Andrea. – Tutta la letteratura inglese e americana mi piace molto. Hai mai letto Salinger, Il giovane Holden? – Elisa scosse la testa. – E Sulla strada di Kerouac?
“No”, disse Elisa, che questa volta si trovava di fronte al timore, tutto nuovo, non di leggere troppo ma di leggere troppo poco.
“Se vuoi, quando hai finito questo te li presto. – si offrì lui. Poi si rivolse a Viviana. – Mi scusi signora, mi presento. Mi chiamo Andrea Bruzzo. Sua figlia ed io ci siamo già incontrati.
Viviana sollevò un sopracciglio. Si erano incontrati, precisamente, quando? E poi che razza di letture suggeriva? Non certo adatte a una ragazzina di neanche quindici anni. Comunque sembrava gentile, anche se aveva troppi capelli e gusti letterari discutibili.
Una volta esaurite le formalità, Andrea ed Elisa scomparvero. Andrea le presentò sua sorella Monica, poi, man mano che giungevano alla spicciolata, gli altri ragazzi che aveva già intravisto con lui.
Monica somigliava al fratello nella parte superiore del volto, l’attaccatura a punta dei capelli, la forma curiosamente allungata degli occhi, la dolcezza dello sguardo, pur attraversato da lampi d’ironia. Una simile irrequietezza anche, sebbene accolta in modo ben diverso, da lui senza dubbio voluta e coscientemente cercata, mentre s’indovinava più amara quella di lei, vissuta con disagio, male accetta. Bastava guardare quelle mani che non stavano mai ferme, il suo stesso sorriso dolce e fuggevole, come se venisse ogni volta interrotto forzatamente troppo presto. Le somiglianze finivano lì: i lunghi capelli fini e dritti di Monica erano quasi neri, ben diversi dall’arruffata massa biondo scuro di Andrea; il naso di Monica era sottile, diritto, raffinato; quello di lui, pure sottile, si apriva con una curva quasi rapace e terminava allungandosi fino a ombreggiare il labbro superiore, un naso dantesco, come lui stesso lo avrebbe definito, in tono orgogliosamente auto-deprecatorio. Una linea sottile ma netta gli correva dal naso giù fino al mento, il che accentuava oltre misura gli aspetti più duri, quasi spigolosi del volto e al tempo stesso lo rendeva più umanamente imperfetto. Non agli occhi di Elisa però, sempre più incredula di fronte all’inatteso materializzarsi di un sogno, cieca a ogni cosa che non si sovrapponesse completamente all’immagine disegnata nella sua mente. Ogni volta che lui parlava, ogni volta che sorrideva, era come se le porte del mondo le si aprissero davanti.
Si riscosse bruscamente dalla contemplazione. Qualcuno aveva apostrofato l’oggetto della sua adorazione con un poco rispettoso: “Ehilà, scorticagatti!”dandogli una manata sulla spalla, cui Andrea aveva ribattuto “Come va, vecchio scampaforca?”
Il nuovo arrivato era piuttosto piccolo di statura; il naso affilato e quasi impercettibilmente inclinato verso sinistra, il brillio nei rotondi occhi castano chiaro, la bocca sfrontata, tutto contribuiva a quell’impressione di un’allegria quasi ostentata, dell’impudente faccia da schiaffi di un adolescente che ancora giocava a fare il monello.
“Ma perché scorticagatti?!” Chiese Elisa.
“E’ il suo modo di far dello spirito sui dottori, perché studio medicina”, spiegò Andrea. “Potrebbe anche dire ‘aggiustaossa’ o ‘macellaio’, ma immagino che non siano termini sufficientemente pittoreschi per lui. Ripagarlo della stessa moneta non è semplicissimo, studia biologia marina… ‘Vecchio profanatore di abissi oceanici’ non ha proprio la stessa efficacia, trovo. A proposito, lui è Marco Auriemma”.
“Terrore… pardon, terrone del mare, per servirti – declamò lui con uno scherzoso inchino – Giunto dal profondo Sud per solcare gli oceani e stanare le più insospettabili, ripugnanti e apparentemente del tutto inutili forme di vita”.
“Di dove sei?” domandò Elisa.
“Di Sapri”.
“Ma non dirgli ‘quella della Spigolatrice’, altrimenti ti manda a spigolare”.
“A spigolare?”
“A ramengo. A quel paese. A vendere ghiaccio agli Eschimesi…”
“Ah, ok, ho capito”.
“E’ una citazione della Bibbia, libro di Ruth”, intervenne un altro ragazzo che nel frattempo si era avvicinato.
“Filippo, ma da quando leggi la Bibbia? Ti sei convertito?” commentò Andrea, con un che di affettuosa ironia nel sorriso.
“No”, rispose l’altro, “ma la Bibbia è una magnifica opera letteraria. Ogni volta che arrivi a uno strato del significato delle sue storie, scavando trovi sempre un altro strato. Anche quella di Ruth è così. E’ un racconto di solidarietà femminile, di rispetto verso gli ultimi, di amicizia tra diversi, di fede… ve bene, va bene, la faccio finita”, sorrise, intercettando lo sguardo di Marco levato al cielo.
“L’esegeta biblico è Filippo Parodi – riprese Andrea, tornando a rivolgersi a Elisa. “Non studia teologia ma agraria, però se vuoi sapere i come, i dove, i quando e i perché della Terra e dell’Universo Mondo, lui è la persona giusta. Non che sia un secchione, tutt’altro, semplicemente sa tutto, dev’essere nato così”.
“Infatti la prima cosa che disse non fu “mamma” ma cogito ergo sum… o forse era cave canem, non ricordo bene…” intervenne Marco, in una caricatura delle altisonanti celebrazioni di certi Carneade dei quali si vuole sottolineare, fingendo d’ignorarlo, il fatto che siano beatamente ignoti ai più. “Sua madre non glielo ha mai perdonato. A due anni, dopo un approfondito studio ingegneristico dell’arredamento da cucina, riuscì precocemente ad aprire lo sportello dei biscotti, e subito scrisse un dotto trattato: “la fame come stimolo alla creatività e all’azione umana”. A cinque anni lo chiamarono a Oxford, ma rifiutò perché non la considerava alla sua altezza … in effetti, era ancora un po’ bassino. Le migliori università del mondo continuano a contenderselo e lui, non facendo ormai più parte dei sette nani e non sapendo bene se coltivare le sette arti o i sette peccati capitali, ha deciso di coltivare la terra… che se non altro è una sola!”
Filippo era piuttosto alto, con un viso lungo dagli zigomi alti e il mento appuntito, cui l’invidiabile abbronzatura non riusciva del tutto a sottrarre l’aria dello studioso, che lui ironicamente accentuava indossando occhiali rotondi, dalla montatura sottile.
Intanto, poco a poco erano arrivati anche gli altri.
Andrea proseguì con le presentazioni: – Questi sono Lorenzo e Anna. – Non aggiunse altro, ed Elisa trasse da sola le sue conclusioni. Anna era una ragazza minuta, un viso piccolo dai lineamenti regolari e occhi enormi, di un colore particolare tra il grigio e il verde muschio. Ma li alzava raramente da terra, quegli occhi, e quando lo faceva le si leggeva nello sguardo spaurito una rassegnazione al peggio, un desiderio di farsi notare il meno possibile, quasi sperando che ci si dimenticasse che esisteva. Al contrario, la prima cosa di Lorenzo che saltava agli occhi era la sua mole smisurata. C’erano strati di grasso, sui suoi muscoli, eppure s’indovinava che questo non riduceva di molto la sua forza allenata. Gli occhi scuri corrucciati da un broncio perpetuo, l’espressione quasi sempre fissa a mostrare un’incommensurabile noia, le labbra assottigliate dalla stanca, vuota malinconia di chi non trova una sola ragione di curiosità, un solo motivo valido per essere al mondo. Ma sotto quello spleen sembrava intravedersi una furia malamente repressa, un rancore indifferenziato, senza un oggetto preciso, che avrebbe potuto scatenarsi per una qualunque ragione, su chiunque.
“Mi dici che cazzo c’entra con noi ‘sta sbarbina?” – brontolò, e nonostante la parolaccia, non aggiunse all’espressione di noia che un’oncia di sarcasmo appena, senza faticar troppo a cambiare sguardo.
Andrea alzò le spalle. Non si era posto il problema, in realtà. Il loro gruppo era nato del tutto casualmente, e lui sperava che con la stessa casualità avrebbe continuato a crescere. Non avrebbe saputo dire neanche, dopotutto, perché ne facesse parte Lorenzo. O lui stesso, se per questo. Nessuno aveva mai chiesto o preteso nulla. Non c’erano vincoli se non quello, del tutto personale, dell’affetto e del senso di appartenenza, che del resto poteva durare tutta la vita o una mezza giornata, secondo l’indole di ciascuno. Tuttavia negli anni, man mano che altri si aggiungevano e qualcuno invece spariva, era diventato evidente che senza saperlo, si erano in qualche modo “scelti”, in base a qualcosa che avrebbe potuto definire, se gli fosse interessato farlo, come una intransigente determinazione all’onestà, al di là delle differenze anche profonde che potevano esserci tra loro. La stessa determinazione che scintillava dietro la timidezza dello sguardo di quella “sbarbina”, limpido nonostante gli occhiali dalle lenti spesse che portava. Ma Lorenzo aveva letto quasi tutti i libri giusti, quelli che sapevano cosa era davvero rivoluzionario e cosa non lo era. Evidentemente una ragazzina timida, per quanto onesta, non lo era abbastanza.
Andrea non avrebbe potuto spiegare questi caotici pensieri a Lorenzo, e forse non lo avrebbe fatto neppure se avesse potuto. Alzò le spalle e non disse nulla, consapevole che quel gesto avrebbe forse potuto rivelare ciò che gli era indifferente, ma non ciò che gli stava a cuore.
Terminò le presentazioni con Matteo “il nostro esperto di letteratura classica, di musica classica, di abbigliamento classico… come tutto questo si concili con il fatto che studia economia, lascio a te giudicare”, e con “Marisa la saggia”, una bella ragazza dai gesti misurati e lo sguardo mite, i cui fiammeggianti capelli rossi creavano uno strano contrasto con l’aria placida e il suo “mirabile talento nel pacificare i conflitti”, come Andrea lo aveva definito.
Si avvicinavano ormai le undici e il caldo stava diventando opprimente. Elisa sentì un rivolo di sudore colarle dalla fronte e tornò a sentirsi intimidita, a disagio. Un minuscolo granchio uscì dalla sabbia, si fermò a guardarli e pareva come incuriosito, ma forse cercava solo un po’ di fresco. Lorenzo gli si avvicinò e fece per schiacciarlo con una scarpa.
“Lascialo stare! – disse Filippo duramente. Lorenzo parve esitare poi si fermò. L’animaletto tornò a rifugiarsi sotto la sabbia, ma la piccola scena l’aveva inorridita anche più di quanto fosse giustificato. Il sole scottava. Tutt’intorno un vocìo di mamme gracidanti, padri esasperati e bambini inselvatichiti. Forse il caldo e il rumore inasprivano le reazioni.
“Non potremmo andare a fare un bagno adesso? – Propose Filippo, che aveva anche lui l’aria di non poter restare al sole un minuto di più.
Passando, Elisa si accorse che era arrivato Fabrizio e andò a salutarlo.
“E’ quello tuo padre? Non ti somiglia molto”, osservò Matteo. Era probabilmente solo un’osservazione casuale, non tutti somigliano ai loro genitori, ma Elisa pensò che se non avesse colto quel momento, la storia sarebbe venuta fuori ancora una volta da sé, con parole non sue, svelata suo malgrado come una vergogna. Era l’occasione invece di raccontarla lei finalmente, come qualcosa che le apparteneva, perché si sentiva pronta come mai prima, in cambio di quell’amicizia, ad offrire in dote se stessa.
Forse, però, non era stata una buona idea.
Lo sguardo di Matteo si oscurò e lui parve frenarsi a stento, sul punto di dire qualcosa di sgradevole. Lorenzo d’altra parte non si trattenne.
“Una donna che pianta suo marito per andare con un altro – commentò in tono sprezzante. – Bella roba!”
“Già, un vero peccato” osservò Marco gravemente e a lei si strinse il cuore, riflettendo amaramente sull’errore di giudizio che aveva commesso e a quanto, di nuovo, le sarebbe costato. Fino a quando lui proseguì in tono di ben altra leggerezza: “un vero peccato contro l’immoralità. Ah, non ci sono più quelle belle corna di una volta, quelle cui stavano appesi i destini della civiltà occidentale… Ma io l’ho sempre detto, il matrimonio affonda sulla morale… pardon volevo dire si fonda, naturalmente” e le strizzò l’occhio. “Che poi, piantare un marito… suvvia, ci sono semi molto più fertili, non è vero Filippo?”
Filippo sorrise, con una certa aria d’esagerata innocenza.
“Vuoi mettere il seme della discordia…?
Marco colse l’esca al volo.
“Il seme della discordia…? Non ti facevo così malizioso!”
Elisa ci mise un attimo prima di capire perché tutti avessero cominciato a sghignazzare apertamente, ma quando ci arrivò, il suo sorriso un po’ timido, imbarazzato, si allargò progressivamente fino a comprendere qualcosa di buffo e serissimo cui non avrebbe saputo dare un nome, ma che avrebbe posto quella giornata tra i punti fermi cui aggrapparsi sempre, in mezzo ai bizzarri capricci della memoria.

Quella sera Cristina la mise a perdere perché le raccontasse tutto.
– Dai, non farti pregare, raccontami un po’. Ce n’è qualcuno che ti è più simpatico degli altri, diciamo?
– Beh, a dire la verità…
– Ce n’è uno che ti fa il filo?
– Ce n’è uno, in effetti, che mi guarda in un certo modo…
– E com’è, come si chiama?
– Si chiama Matteo, è un bravo ragazzo molto serio, statura media, occhi castani, capelli castani, studia economia…
– Non mi sembri persa per lui. – Osservò Cristina.
– Non lo sono infatti. – Ribatté Elisa. E aggiunse: – Adesso però voglio dormire. Buonanotte.
Non si sentiva ancora pronta a parlarle di Andrea, e Cristina dovette accontentarsi di quello che aveva avuto, benché fosse tutt’altro che soddisfatta.
Per Elisa però non era facile dormire. Non voleva dormire, in realtà, voleva pensare ad Andrea. Era strano quello che provava pensando a lui, una sorta di contrazione allo stomaco che non avrebbe neppure saputo dire se era piacevole o spiacevole. I brividi che sentiva sulla schiena al pensiero delle sue mani la spaventavano, non le era mai successo e non sapeva bene cosa significassero. Le piacevano, le mani di Andrea, e non aveva mai notato questo particolare nei ragazzi. Si chiedeva come sarebbe stato se l’avesse toccata.
Quella notte fece un sogno. Era su un prato insieme con lui, tutto era tranquillo, in lontananza si vedeva lo sfondo violaceo delle colline avvolte dalla foschia. Poi, all’improvviso, comparvero dei cavalli, un branco di cavalli selvaggi che certamente provenivano dalla collina, lei lo sapeva, ma erano sembrati spuntare dal nulla. E adesso era venuto fuori un corso d’acqua che prima non c’era, e poi quasi tutti i cavalli erano scomparsi e ne erano rimasti solo due, e lei e Andrea erano lì a guardarli, ma nello stesso tempo Elisa sapeva che quei due cavalli erano loro. Correvano e si inseguivano nel fiume, avvicinandosi e sfiorandosi come se giocassero. Elisa sentiva, nel sogno, gli spruzzi dell’acqua sulla pelle, e poi ad un tratto il gioco smise di essere un gioco e lei si svegliò ansimante e spaventata dalla forza delle emozioni che le erano rimaste dentro. E allora comprese che era finito il tempo delle gomitate tra amiche quando passava il bello della scuola, delle risatine compiaciute quando qualcuno le guardava, degli ingenui tentativi di “farsi notare”, quando chiunque andava bene, bastava che fosse di sesso maschile. Allora è così essere innamorati, rifletté, e con questo pensiero si riaddormentò.

7. The Best of Times

Ormai la Recensione del Lunedì sta diventando quasi tradizionale, stile rubrica fissa.

E questo film…

Sì, lo so che adesso penserete che comunque tanto l’ho già detto che a me non può non piacere un film con Robin Williams, e quindi è un po’ inutile che vada avanti a ripetere che… però questo è un film normalmente del tutto al di fuori del mio genere. Una storia di football (argh!); una storia di riscatto da un fallimento sportivo di quindici anni prima (doppio argh!); una storia edificante di come con la volontà si possa arrivare a mete inaspettate e sconfiggere, come Davide, la squadra Golia preparata dieci volte meglio ecc. ecc. ecc. (triplo, quadruplo, quintuplo argh!).

E quindi forse vale la pena spiegare perché, nonostante tutto, il film mi sia piaciuto non poco (al di là della ragione prima, essenziale e comunque in sé sufficiente, of course). Anche perché è un altro di quelli meno noti, almeno fuori dall’America (a dire la verità questo forse in Italia non c’è neppure arrivato, così come Club Paradise e Seize the Day).
Allora, come per Club Paradise, che è dello stesso anno (1986), elencherò semplicemente alcuni dei punti chiave che ne fanno comunque, secondo me, un film riuscito, e che merita:

1) Ok, Jack ‘Butterfingers’ (“dita di burro”) Dundee non è adorabile come l’altro Jack, quello di Club Paradise, appunto. E’ perseguitato dal fatto di aver lasciato cadere la palla lanciatagli da Reno Hightower (Kurt Russell) quindici anni prima, cosa che non gli è mai stata perdonata non solo da Reno (che pure è in un certo senso suo amico), ma neanche da tutto il resto del buco d’inferno in cui vive (piccola città, bastardo posto…). Per giunta, ha l’aggravante di aver sposato la figlia di un banchiere (che gli dà lavoro soltanto per questo motivo e vorrebbe che la figlia divorziasse per poterlo licenziare). Il suocero, sommo della sfiga, è anche il proprietario della squadra che ha battuto la sua ai tempi, e che non avendo problemi di soldi, resta tuttora una squadra incommensurabilmente più forte. Jack è ossessionato dallo sport, ossessionato dal proprio fallimento, egocentrico e abbastanza ‘figlio di’ (full of shit, lo definisce l’amico Reno a un certo punto). Però… però è molto, molto umano. Robin Williams è come sempre bravissimo a mostrarci proprio questo. Il fatto che sono anche i difetti di qualcuno, spesso, a rendercelo simpatico. E il fatto che possiamo benissimo immedesimarci in quei momenti di stallo, quei punti della vita che si riescono mai a superare veramente, benché sembri di essere andati avanti. E che è soprattutto questo non riuscire ad andare oltre che a volte rovina la nostra vita e con questa, anche quella degli altri. E poi c’è la faccenda della maschera da tigre… ma vorrei che lo vedeste e quindi non dirò niente.

2) Io non capisco un’acca di football. Però ragazzi, gli ultimi dieci minuti del film sono al cardiopalma!

3) La scena di Jack che entra nei bagni delle donne e parla con sua moglie avendola riconosciuta dalle scarpe è buffa e tenera come soltanto RW avrebbe potuto renderla.

4) Lo sguardo di Jack quando chiede a Reno di lanciargli la palla vale da solo tutto il film. Del resto non lo dico certo solo io, che con un movimento di sopracciglia Robin Williams poteva percorrere un’intera gamma di emozioni.

5) L’introduzione narrativa è un pezzo di bravura.

6) Il film descrive così bene una vita quotidiana ‘normale’, che a volte avresti voglia di urlare, a volte ridi, a volte ti commuovi, sempre tutto sul filo di un umorismo non calcato ma costante, che ogni volta, sia pure magari per un pelo, salva la storia dai rischi ben noti di queste storie. E in certi momenti si ride di cuore, anche.

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The genre this film belongs to is usually not my thing at all. A story about football (argh!); a story of redemption from a sports failure of fifteen years before (double argh!); an inspirational story (although in parody) of how with sheer willpower you can reach unexpected goals and beat, just as David, the Goliath team, ten times as well-prepared, and so on, and so on… (triple, quadruple, quintuple argh!).

So it may be worth explaining why despite all this, I liked the movie so much.

As I did for Club Paradise, which is of the same year (1986), I will just list a few key points that make it a well-made film that deserves to be seen:

1) Ok, Jack ‘Butterfingers’ Dundee is not so adorable as the Jack of Club Paradise.He’s still plagued, after fifteen years, by the fact that he dropped the ball thrown at him by Reno Hightower (Kurt Russell). This is something for which he’s never been forgiven: not by Reno (although he is his friend, in a way), and not by anyone else either, in the hellhole where he lives. On top of that, he has married the daughter of a banker (who has hired him only for that reason, and hopes that they divorce to then fire him). To make matters even worse, his father-in-law is also the owner of the team that beat his own at the time and that having no problems of money, is still incalculably stronger. Jack is obsessed with sports, obsessed with his own failure, self-centred and quite a son of a b. (full of shit, as Reno labels him at some point). And yet… and yet he’s so human. Robin Williams is great as always at showing us just that. The fact that what is endearing in others, it’s often their defects. And the fact that we can very well identify ourselves with those stalemates, those sticking points in life you never really overcome, although it seems as if you’ve gone forward. And it’s just this inability to go beyond that sometimes ruins our life and, consequently, the life of others as well. Then there is that tiger mask affair… but I’d like to see it, so I’ll tell you nothing of this.

2) I don’t understand a jot of football. But boy, the last ten minutes of the movie are heart pounding!

3) The scene when Jack goes into the ladies’ toilets and talks with his wife having recognized her by her shows is funny and tender as only RW could make it.

4) Jack’s look, when he asks Reno to throw him the ball is worth the film alone. After all, I’m not the only one to say that Robin Williams could bring out a whole range of emotions through nothing but a movement of his eyebrows.

5) The voiceover narration at the beginning is a bravura passage.

6) The film describes ‘normal’ everyday life so well you sometimes feel like screaming, sometimes you laugh, sometimes you’re moved, with a thread of humour that runs through everything, never overloaded but constant, which every time saves the story, though it may be by a hair’s breadth, from the well-known risks of these stories. And you have some hearty laughs too.