Nuovo Inizio

Anche quest’anno l’anniversario è passato e del resto io l’ho celebrato a modo mio. A me non servono gli anniversari, persino quello del mio matrimonio se lo ricordano meglio gli altri, e non è perché non m’importi, proprio l’opposto.

Gli omaggi resi a uno come te, poi, uno che è stato così incommensurabilmente vivo,  mi fanno quasi paura. Qualche film, sempre quelli, un paio di frasi a effetto, una battuta e il dovere è compiuto. Quant’era bravo, che peccato, eh, si sa, la tristezza dei comici, signora mia… Mi si digrignano i denti. Io la presenza e l’assenza delle persone che ho amato la vivo ogni giorno e la tua persino di più, forse perché dopotutto non ho bisogno di dimenticare per riprendere a vivere.

Tradisco i miei amori di terra per una finestra vista mare, sottraggo tempo e pensieri e loro lo sanno, forse questo non mi giustifica, ma non c’è giustificazione che tenga. Tradire me non posso.

Ho detto molto di quello che poteva essere giusto condividere qui, e anche  di più. Nel tempo ho lasciato ogni pudore, quel fondo di vergogna che ancora provo, a volte, quando mi trovo a parlare di te faccia a faccia con qualcuno. Ma ho smesso di nascondermi, di evitare di pronunciare il tuo nome, anche dirlo a chiare lettere è una forma di amore e di rispetto. Non sono l’unica a essere strana e comunque questa stranezza di cui un tempo mi sarei preoccupata, oggi l’ho molto cara. Le mie ragioni le conosco solo io, posso provare a spiegarle, è uno dei motivi del libro, ma restano comunque mie.

Per questo ho condiviso molto, fin troppo, il resto fa parte del libro e se entrerà qui, sarà in quella veste. Il libro… è come se adesso, scrivendo di te qui, mi allontanassi, ti sentissi più distante; non era così prima, in questo momento però è così, è il libro la cosa che mi fa sentire più vicina e ci sto girando intorno perché non è facile scavare dentro se stessi, chi può saperlo meglio di te? L’essenziale ha bisogno di tempo e se lo merita, quindi a quello voglio dedicarmi anima e corpo. Forse non riuscirò a rendere straordinaria la mia vita ma è sicuramente straordinario questo lasciarmi andare alle emozioni, tutte, nessuna esclusa, con sempre meno interesse per il limite del decoro, accogliendo tutte le capacità del mio cuore fino in fondo.

Ma basta celebrazioni, non hai voluto essere seppellito allora, dovremmo forse farlo adesso? Basta l’oceano a custodire memorie, il resto sono azioni, pensieri, arte, e si deve vivere.

Dopo giorni di tramonti, stamattina mi sono svegliata in tempo per vedere l’alba. Qualcosa di nuovo sta per iniziare. O ricominciare forse.

Orson         Mork, I know this may be painful, but tell me exactly how you felt when Mandy passed on.

Mork          Hm. Well I felt anger at first and anguish and a sense of deep loneliness.

Orson         I can’t even fully comprehend one emotion. All those emotions at once. It must cause insanity.

Mork          Well, it does at first, sir. Then after you have time to think, you realize the good side.
You realize that love can extend beyond universes and even beyond death.

/

Mork, so che potrebbe essere doloroso, ma dimmi esattamente cosa hai sentito quando Mandy è morta.

Ecco, rabbia, dapprima, e poi angoscia, e un senso di profonda solitudine

Non riesco neanche a comprenderne appieno una sola, tutte queste emozioni nello stesso momento, dev’essere una cosa da impazzire.

Sì, signore, in un primo momento succede. Poi, dopo che hai il tempo per pensarci, capisci che c’è un lato positivo. Ti rendi conto che l’amore può andare oltre gli universi, persino oltre la morte.
(Mork in Wonderland, da Mork e Mindy, seconda stagione 1° ep.)

L’aquilone

Se anche io volessi dirigere il mio pensiero altrove, e sai che non voglio, ci sarebbe ogni giorno un milione di cose che lo guiderebbero di nuovo verso di te.
L’aquilone che si librava sul mare qualche giorno fa somigliava a uno stormo di uccelli in volo, con due o tre di quelli veri che lo seguivano, forse chiedendosi di che specie fossero quegli esseri tanto simili e tanto diversi da loro, così uniti ma senza mai sfiorarsi, geometricamente ordinati, quali affari li conducessero lassù, visto che non si mescolavano affatto agli altri, ma proseguivano con lo sguardo fisso e indifferente verso una direzione misteriosa.
Gli aquiloni, per esempio, nella mia testa sono sempre associati a te, lo sai. Non mi è del tutto chiaro il motivo, c’erano tante immagini tra cui scegliere, benché certo gli aquiloni siano un ottima fonte di idee. Il volo, la libertà, la fragilità di un filo, il cielo, i colori, le forme bizzarre di una creatività apparentemente improvvisata, di fatto in buona parte diretta fermamente, pur se non senza grazia, da una mente molto forte, molto fertile, piena di fantasia, di disegni, dello scintillio delle stelle, ma anche dotata di memoria prodigiosa e di una volontà tutt’altro che facile da piegare.
Sulla spiaggia, le tese degli ombrelloni si muovevano simili a nidiacei alle prese con esercizi di volo, che agitassero forsennatamente le ali senza riuscire ad alzarsi da terra. La musica del mare accompagnava quei tentativi esagitati e teneramente buffi da cuccioli in ansia di crescere. Quanto ci vuole, amore mio, perché la forza del cielo entri in quei piccoli arti pennuti e li trasformi in strumenti docili che abitano lo spazio senza appropriarsene, che accorciano per un istante il fiato solo perché poi sia più ampio e libero il respiro?
Questo sentimento è forse il più completo che io abbia mai provato in vita mia, e non è, credo, un caso che ci siano voluti così tanti anni perché si costruisse. Perché sì, si è costruito nel tempo, plasmato da altri amori, quelli che sono finiti e quelli che sono rimasti; dalle scelte, dalle attese, da tutto quello che sono stata e che sono e in un certo senso, anche da quello che sarò, perché ha già dentro la ricchezza di tutto quello che saprò vivere.
Contiene rispetto, fiducia, gratitudine, affetto; si nutre di qualcosa di materno e qualcosa di filiale, ma non manca certo il fuoco, e io lo attizzo ogni giorno con le parole, con la poesia, perché è un sentimento fatto di parole, questo, di ragione, di pensieri. Ma l’istinto resta, nonostante tutto, più forte, perché l’ho scelto sì, ma sono stata anche scelta, potrei farne a meno, basterebbe non scriverne più. Ma sarei diversa, e non credo migliore.
Non è stata chimica, forse, ma il fulmine non mi ha frastornata di meno per questo, la sua luce è stata ed è altrettanto abbagliante. C’è quel senso di stupore per qualcosa che nasce, come quando ci si innamora la prima volta, ma anche la pienezza della maturità, e l’eterno di ciò che non ha avuto inizio e non avrà fine perché c’è sempre stato. C’è il prendersi cura, la tenerezza, l’impararti a memoria come se davvero avessi potuto conoscerti ragazzo e vederti invecchiare a poco a poco, da vicino, senza rendermene conto fino a che, un giorno, avrei scoperto in te gli anni che sono passati, tu li avresti scoperti in me, e ci avremmo fatto pace, e avremmo ripreso tranquillamente a riderne e aspettare gli anni ancora da passare.
Delle risate e delle lacrime sai tutto, amore mio, di come hai preso per mano quella ragazzina spaventata da qualunque ombra e le hai insegnato a combattere per le sue emozioni, perché la commozione e l’allegria non si frenano, mai, e la timidezza è soltanto una delle nostre possibili sfumature, ma ce ne sono tante a comporci, e molte possiamo sceglierle e coltivarle.
C’è il dono della follia e quello della saggezza, scintille e meraviglia, curiosità e voglia di conoscere e tutte le perdite e tutto quello che ho trovato. La nostalgia, la memoria, il futuro, gli errori, le cose che forse non avrei dovuto dire, perché le chiavi del giardino segreto vanno date con cautela, ma forse invece è stato giusto così, perché sono comunque in buone mani e perché ciò che è essenziale non va trattenuto. I peccati che ho commesso, le volte in cui ho perdonato, quelle in cui ho dimenticato, i minuti sprecati, l’oro e le stelle delle notti trascorse a cantare o a far l’amore, a sognare o a ripercorrere con la mente momenti preziosi.
L’aquilone continua a volare amore mio, e forse il filo è nelle mie mani adesso, ma è tuo il cielo in cui vola. Gli uccelli lo sapevano già, per questo seguivano quell’insolito stormo, rispettandone il silenzio e aspettando il momento in cui prenderà a volteggiare nel vento senza più costrizioni, mantenendo il legame e la direzione, ma disegnando la traiettoria da sé, perché il viaggio è importante, e va compiuto come si deve, fino a che ci accolga la terra a cui siamo destinati, oppure il mare.

Blu (tutto scorre)

Se d’improvviso mi scorresse proprio adesso tutta la vita,
qui davanti agli occhi, sì proprio adesso che è mattina,
e certe cose dovrebbero aspettare che sia almeno
un poco più inoltrato il pomeriggio, raddolcita l’aria,
si apra qualche petalo e altri se ne chiudano
nella penombra dolce del giardino;
ma se succedesse, me ne farei una ragione, sai,
di tutti gli amori amati bene, e male,
degli angoli delle isole, delle parole scambiate
alla vigilia delle feste e il giorno dopo, dei silenzi notturni,
quando s’indovina la forma delle stelle e i pianeti
non sono che luci, tremule e indistinte, un po’ sfocate e belle.
Combatterei, per un soffio d’ossigeno ancora,
per un altro desiderio, un sogno non finito;
la durezza delle ossa si stempera in una memoria
blu di lapislazzuli, s’intenerisce all’onda tiepida
delle coccole di madre, all’urto della pioggia,
che ha quell’odore umido di terra scura, di attesa
delle foglie gonfie d’acqua, della stagione pigra,
che al sonno lascia scuotere la polvere del tempo.
E anch’io siedo su una panchina ad aspettare
il ritorno del lupo e del falco pellegrino,
l’aspetto più selvatico del giorno, un treno contromano
in una stazione sospesa, coi papaveri a segnare
il confine dei binari sul lato dove la città finisce.
Ti chiedo vertigine, l’abisso di avvicinarsi,
fino a toccarsi il cuore, fino a conoscersi, senza più
fuga possibile, il sangue dolce delle carezze, le prime,
quelle che nessun altro potrà dare, o chiedere,
quelle che ti scolpiscono il viso come il dolore e gli anni,
solo con più grazia, e per tua scelta. Non addormentarti,
che ancora ho per te parole e gesti che ti cercano,
come la neve che inizia a cadere
appena metti il piede fuori dal portone; non svegliarti,
che ancora ho notti per guardarti mentre dormi,
e piccole gocce di stelle in controluce, e sogni
come nuovi, ancora incartati; guardami,
che ho pelle di mandorla e pesca, e un amore
blu di lapislazzuli; chiudi gli occhi,
che ho un tappeto magico intrecciato di foglie
e storie al vento e partenze per quei viaggi
in cui già si sa ch’è il ritorno la parte più felice.
Amami di quell’amore blu, di quando l’aria è densa
e si riflette nell’eternità del mare, e viceversa
e si cambiano di posto i pesci e la luce delle stelle.
Pianteremo le tende, l’alba e un albero di limoni;
e per oggi basta, avremo tempo,
c’intenderemo di raccolti, sapremo di quando
si gonfiano le spighe, e dell’arte di soffiare il vetro
e delle scienze dei corpi, la meccanica del movimento,
la geografia delle strade sconosciute, la storia dei se
e dei ma, lo studio delle particelle, dell’infinitamente grande
e dell’infinitamente piccolo, esploreremo la poesia da dentro,
scriveremo un altro mondo che un po’ somigli a questo,
con sabbia, oceani e sale, rocce, terra e rosmarino e viole;
l’albero del pane e altre cose un poco folli; inventeremo gatti,
cani e cavalli e altri animali anche più buffi, ci sarà spazio,
se vuoi, anche per l’ornitorinco e il drago di Komodo;
ci divertiremo qui e là e sovvertire le regole, prendere altre giostre.
Avremo, per distinguere la musica, anche tutti i rumori fastidiosi,
rimbombi e scricchiolii sinistri, ma solo perché tu possa sbizzarrirti
a restituirli addomesticati; e dipingeremo, scambiandoci i colori
suoneremo coi pennelli e tracceremo segni sulla tela con l’arco del violino.
Ma non oggi, per oggi basta, avremo tempo.
Tutto scorre, tutto ciò ch’è vivo, e tu lascia che scorra. Ma se non posso
bagnarmi due volte nello stesso fiume, se non posso amarti dello stesso amore,
giuro che non ti amerò mai di un amore immutabile ed uguale,
sarà un amore che cambia con le nuvole, che prenderà la forma
della tasca in cui tieni ciò che ti porti sempre dietro,
si scambierà di posto con le tue chiavi, ti farà impazzire e ridere di cuore.
Poi apriremo le finestre e guarderemo l’aria, fuori, e sarà blu,
come l’arco della tua vita, il sangue nobile, l’abisso d’oltremare,
in cui affondo con la dolcezza delle cose che si trovano.
Le tue mani, per esempio.

37. What Dreams May Come (Al di là dei sogni)

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Questo film significa moltissimo per me e spero di trovare le parole giuste per parlarne. Per quanto ce ne siano alcuni che forse trovo più belli, non ce n’è un altro a cui tengo di più che a questo.
E’ una storia di sofferenza indicibile e di speranza, una storia di fede profonda nell’amore, nella memoria e nella capacità di desiderare e immaginare.
I colori vi prenderanno e vi porteranno via con sé, lasciate che vi facciano strada, lasciatevi immergere senza pensare a null’altro che non siano questi riflessi di luce. Lasciate che gli sguardi vi scavino nel cuore e nella mente facendosi messaggeri di tutto quello che c’è da dire.
Se ognuno potesse avere la sua personale visione di cosa è un capolavoro, forse io direi che è ciò che ti fa sentire le emozioni con la stessa, identica forza e intensità con cui le vivi nella vita “reale”. Allora, e soltanto allora, potrei dire che questo, per me, è un capolavoro.
Il film inizia con molte risate, non nel senso che sia divertente, ma nel senso proprio che noi vediamo ridere Annie (Annabella Sciorra), quando incontra Chris (Robin Williams), vediamo ridere entrambi, il giorno del loro matrimonio, vediamo tutta la famiglia ridere sotto il getto dell’acqua. Le risate sono parte della loro felicità e parte della tragedia. Perché Annie e Chris perdono entrambi i figli in un incidente d’auto, e quattro anni dopo, anche Chris muore, nel tentativo di soccorrere un altro automobilista in uno di quegli spaventosi tamponamenti a catena.
Chris si ritrova in un paradiso che è il suo mondo, il mondo fatto dai quadri che Annie dipingeva, ma con ciò che la sua stessa immaginazione aggiunge. E chi è con lui può a sua volta partecipare a costruire quell’universo che esiste in quanto viene creato, disegnato, pensato e desiderato e ricordato. C’è molta storia della pittura, dentro.
Là Chris incontra Albert (Cuba Gooding Jr.), il suo antico mentore (in vita Chris era un pediatra) e a poco a poco scende a patti con l’idea di essere morto e tuttavia di non essere scomparso, di “esistere”, comunque, sia pure in forma diversa. Rivede il suo cane, i suoi figli, avrebbe tutto per essere felice, tuttavia il pensiero di Annie non lo abbandona.
Nel frattempo, in casa sua sulla terra, per Annie il silenzio si sostituisce alle risate, e noi sappiamo bene come il senso di colpa si appropri della mente di chi resta, per aver preso una certa decisione di cui era del tutto impossibile prevedere le conseguenze, per non essere stato lì, per il solo fatto, forse, di essere ancora in vita.
E’ quello che accade a Annie, che, presa dalla disperazione, si uccide. E finisce in una sorta di inferno che è anch’esso un luogo dell’immaginazione, il luogo di chi non ricorda, di chi non sa di essere morto, di chi non riesce a uscire dal proprio stato di rifiuto di qualunque cosa che non sia la propria angoscia. Sarebbe comunque un “luogo senza ritorno”, niente giudizi o condanne, ma nessuna possibilità di redenzione. Se non fosse che Chris è Chris. Ha la determinazione di un qualunque guerriero solitario contro il mondo, solo che non combatte, se non contro il dolore e la solitudine, propri e degli altri.
E’ uno dei primissimi film, forse il primo, che ho visto dopo la morte di Robin Williams, ed è stata una scelta dell’istinto contro la ragione. Avrebbe potuto farmi stare malissimo, invece è una delle cose che mi hanno aiutata ad uscire dalle sabbie mobili in cui mi dibattevo in quel periodo. Persino adesso, che l’ho appena rivisto, ho voglia di rivederlo un’altra volta.

Nelle interviste rilasciate in occasione di questo film, Robin ha parlato della sua meravigliosa idea di paradiso, che mi piacerebbe immensamente si fosse avverata, e però diceva anche quanto fosse felice della vita che aveva, di quanto gli fosse difficile immaginare l’aldilà perché tutto sommato “questa vita è così straordinaria. Ci sto proprio bene. Questo per me è davvero qualcosa di molto vicino al Paradiso” [da un’intervista originariamente pubblicata dalla CNN, scritta da Dennis Michael). Ha raccontato del suo amore profondo per la moglie Marsha. Ha anche detto che comunque capiva bene la scelta del suicidio in alcuni casi, come una malattia irreversibile, anche perché qui il dolore non riguarda solo chi lo vive in prima persona ma anche “chi gli sta accanto ed è costretto a vederlo soffrire.”

Dirò anche una cosa, ancora più a titolo personale ovviamente. Credo di non aver mai visto Robin Williams bello come in questo film. E sì che mi piace sempre.

Chris Nielsen: [delivering a eulogy for Ian] There’s a man Ian never got to know: the man he was growing up to be. He’s a good looking clear-eyed young fellow, about 25. I can see him. He’s the type of guy that men want to be around, because he has integrity, you know? He has character. You can’t fake that. And he’s a guy women want to be around too, because there’s a tenderness in him. Respect, and loyalty, and courage, and women respond to that. Makes him a terrific husband, this guy. I see him as a father. That’s where he really shines. I see him when he looks into his kid’s eyes. That kid knows that his dad really, really sees him. He sees who he is.

Chris Nielsen: [to Ian] If I was going through fucking HELL, I’d only want one person in the whole goddamn world by my side.

Qualcosa che brucia (leggendo Bukowski)

Scrivo tanto. Oh, lo so. Ma appunto, c’è qualcosa che brucia dentro. Forte.

Succede, poi, di farci l’abitudine
a starsene un po’ in disparte,
un passo indietro, non troppo dentro alle cose
come a non avere più vento per andare.
Io avevo aperto la finestra e pensavo
che almeno un frammento di mondo
devi pur lasciarlo entrare, presto o tardi
Tutte queste strade, tutte queste stelle
disperse in innumeri cieli distratti
che lasciano volar via i pensieri
e restituiscono aquiloni colorati in volo.
Ma a che serve?
A che serve questo amore infinito ed eterno,
il riflesso tremulo del vento nelle foglie?
si piega come una canna docile il mio cuore
ma a che serve?
Potrei pregare per il sangue, la morte,
l’aria riempita della danza dei rapaci,
potrei gridare, oh, non passerebbe giorno
ma a che serve?
Preferisco non soffocare il riso, preferisco
far voto al sole di ridere per sempre in ogni luogo
di proteggere il mio piccolo spazio in cui vivo
la mia vita e morirò, lo spero, la mia morte
non la loro vita, non la loro morte
non il loro odio, né il loro amore
il mio amore, la mia rabbia, forse
il tuo amore, certo.
Scrivere, certo.
Che lo so io se non c’è qualcosa che mi brucia dentro.
Il tuo poeta, certo.
La tua bocca, la tua mente, le tue viscere, certo,
perché sono i miei
e serve, oh, lo so che serve
non agli altri, no, a nessun altro, a pochi, a qualcuno
ma serve
la tua vita, la mia vita, la tua morte, la mia morte
perché voglio morire nel tuo oceano, tremarti
come una piccola foglia sulle labbra
Questo mi serve.

Qualcosa di me (Dal libro? Forse…)

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Io sono nata la prima volta in un ospedale genovese, verso le dieci del mattino del 2 giugno 1967.
Non saprei dire il giorno né l’ora in cui sono nata per la seconda volta.
Il luogo era pur sempre Genova, ma in un certo senso c’entrava anche l’America e più precisamente il Colorado.
Immaginatevi una ragazzina sui dodici, tredici anni, che viveva di parole (soprattutto scritte) da quando ne aveva quattro. Che aveva imparato a leggere prima che a parlare e che usava i libri per quello che potevano servire a una quasi-adolescente di quell’età: perdersi e ritrovarsi, costruirsi l’idea che al di là di una realtà faticosissima potesse esisterne un’altra, non necessariamente più facile, ma più intimamente “sua”, forse anche più “vera”, voluta e testardamente edificata pezzettino per pezzettino.

C’erano sere di paura, pretese assurde e botte, nella mia realtà di allora. Ho una foto di classe delle medie con occhialoni spessi, ciocche di capelli spioventi, tutte di lunghezza diversa (tagliate così perché anche quello era un mezzo per reprimere la femminilità); forse, a guardar bene, una piccola lucina, ma quasi invisibile, dietro un volto apparentemente spento. Fu allora che uno scombinato alieno entrò come un uragano nella mia vita già confusamente popolata di cowboy e indiani, principi e principesse, navi e pirati, ladri gentiluomini e case nella prateria. Non era verde, l’alieno, e certo non era mostruoso. Neanche bello però (beh, insomma…), né alto. Ma era atterrato a Boulder, in Colorado appunto, dopo aver viaggiato in un uovo, si sedeva a testa in giù, parlava con la sua tuta spaziale, mangiava fiori (questo lo avevo fatto anch’io, a suo tempo…), faceva amicizia con i bruchi, i robot e i vicini di casa scorbutici e indossava maglioni improbabili e bretelle ancora più improbabili. Con tutto ciò, si comportava più umanamente di molti terrestri, era dolce, faceva tenerezza, rifiutava ogni forma di violenza ma sapeva difendersi splendidamente quando era il caso.
Più di tutto, però, faceva ridere. E, cosa di cui mi resi conto molto più tardi, ma che era già importantissima e preziosa allora, non si rideva di lui, ma con lui.

I bambini sanno sempre trovare occasioni per ridere, anche quando sembra impossibile. Basta poco. Avevo i miei fratelli, i film anni ’50, i giochi con mia sorella. Capitava di ridere, qualche volta. Raramente, ma capitava. Mai così, però. C’erano talmente tante cose, in quelle risate, risate di cuore e di tutto il resto, talmente tante cose che non posso dirle tutte adesso. Forse verranno fuori, a poco a poco. Ma una almeno è molto chiara. C’era prima di tutto il sollievo di sapere che non avevo davvero bisogno di un principe o un pirata, e in realtà neanche di un alieno. Mork era uomo, maschio e gentile e divertente. Non erano cose incompatibili.

No, non me ne innamorai. Cioè, non tanto, non del tutto, non subito. Ma… Non sarebbe giusto dire che tutto cominciò allora. Però certo molte cose ricominciarono, allora. In un certo senso, sono rinata più di una volta nel corso della mia vita. Quella è stata la seconda, la più bella, la più importante, la più indimenticabile. Anche se non mi ricordo il giorno e l’ora.

Pensieri sulla vita (un po’ tristi ma…)

Ho messo insieme un po’ di pensieri e non so quanto nesso logico ci sia tra uno e l’altro. Diciamo che si sono presentati un po’ alla rinfusa, e alla  rinfusa ve li racconto.

Ieri mattina sono stata a un funerale. Un uomo giovane, padre di un bimbo piccolissimo. Una malattia che non perdona. Quelle cose che sappiamo che accadono e ogni volta vorremmo urlare che non dovrebbero succedere, che non è giusto, e ci ribelliamo, ma poi la vita non è giusta. Ci diciamo anche che questo dovrebbero spingerci a inseguire i sogni, a non avere paura, a non preoccuparci delle piccolezze, a ricordare le cose importanti. E già sappiamo che non lo faremo, o lo faremo in parte, perché non è vero che non curiamo le cose importanti, ma quest’uomo che è stato ricordato per il sorriso, per le mangiate con gli amici, per gli scherzi e la serietà sul lavoro, penso avesse capito che anche le piccolezze sono importanti. Vivere, va fatto col cuore, e col cuore ci arrabbiamo per i brutti voti a scuola, per la prima cotta non ricambiata, con il cuore soffriamo e siamo felici anche, a volte, per cose che poi non avrebbero tanta importanza, ma ce l’hanno perché sono nostre e finché siamo vivi anche le cose piccole ci toccano. La lavatrice che si guasta continuerà a renderci isterici anche se sappiamo che i problemi sono altri, una passeggiata in montagna o un’alba sul mare ci renderà felici anche se (o perché)  la vita finisce, ed è questo che rende importante viverla, davvero, questo può renderla non “giusta”, probabilmente, ma comunque “viva” in tutti i suoi piccoli istanti preziosi.

E mi chiedevo, allora… quando qualcuno muore, tutti noi cerchiamo, dopo il primo momento di lutto, di relegarlo in qualche angolo del cuore e della mente, ricordandolo tutto sommato sempre meno, solo occasionalmente, quando qualcosa, un odore, un sapore, un luogo, una frase ce lo riportano alla mente perché sono strettamente legati a quella persona. E’ questione di sopravvivenza in fondo, eppure mi chiedevo se nonostante le apparenze, non possa essere più di aiuto la memoria, invece. Scriverne, parlarne, insieme a mille altre cose, certo, perché non c’è dubbio che la vita debba andare avanti. Ma “avanti” è solo una direzione, quella direzione va riempita, di piante da coltivare, piatti da cucinare, bambini da portare e andare a riprendere all’asilo e poi a scuola e poi da accompagnare lungo la strada che prenderanno, amori di cui prendersi cura, lavori da fare, sogni da sognare. E memorie.

E qui vengo a un altro pensiero, chiedo scusa a chi pensa che l’accostamento sia inopportuno, o che le due cose siano troppo distanti per poterle accostare. Per me non lo sono. Perché semplicemente, gran parte di quello che ho imparato sulla vita, poco o tanto che sia, lo devo a lui.

Leggevo, sempre in questi giorni, che la figlia di Robin Williams non riesce ancora a rivedere i film del padre. Anche persone che non lo hanno conosciuto, ma che lo ammiravano, hanno la stessa difficoltà. Pensavo a come i suoi figli, tutti e tre, hanno vissuto la sua morte, il contrasto tra l’intensità fortissima del dolore che si legge nei loro gesti, nelle loro parole e nei loro silenzi, e la compostezza, mi viene da dire la consapevolezza che mostrano. Zelda ha la stessa dolcezza e la stessa luce negli occhi di suo padre e anche se non conosco né lei né i suoi fratelli, per quello che posso vedere del loro comportamento, che è sempre un aspetto limitato, certo, me ne rendo conto, però pensavo che per quello che traspare, la conferma migliore di tutto quello che continuo a credere della morte e soprattutto della vita di Robin Williams sono loro.

Se la nostalgia, il senso di mancanza e di perdita che quest’uomo ha lasciato sono così grandi in me e in milioni di altre persone che non lo conoscevano, cosa dovranno provare loro? Vorrei abbracciarla, abbracciarli tutti, stretti stretti, e per quanto sia difficilissimo e forse sbagliato entrare nel dolore degli altri, vorrei dire a lei, a loro, provate, provate a riguardarle, tutte le sue cose, l’inizio sarà duro, questo è certo, forse persino quasi insopportabile in alcuni momenti. Ma poi vedrete, sarà lui stesso a darvi conforto, perché è la cosa che lo ha reso così speciale, far stare bene gli altri. E’ come se tutto il suo lavoro fosse stato dedicato a darci un senso. Come esseri umani, intendo. Accipicchia se la sua vita è stata straordinaria e spettacolare, ma era la sua convinzione, la convinzione profonda, non solo a parole nella scena di un film, che tutti potessimo renderla tale, che ha cambiato la vita a così tante persone. E’ un pensiero un po’ confuso e il pensiero di una persona la cui vita si è intrecciata con la sua solo da molto, molto lontano. Però non so se sia vero solo per me, questo fatto magari un po’ paradossale, cioè che l’unico balsamo, l’unica cura possibile all’assenza sia viverla così a fondo da farla diventare presenza. Costante e incancellabile.

Ecco, se c’è un nesso è questo, questo amore che dura, perché davvero è la vita di una persona che dovrebbe restare nel nostro cuore, permetterci di non distaccarci, anzi, di entrare corpo e anima nel nostro dolore per poter poi superarlo non pensandoci di meno, ma pensandoci “meglio”, facendo sì che sia la costanza dell’amore e non l’affievolirsi del ricordo, a salvarci. Siamo tutti così abituati a pensare che dobbiamo “farcene una ragione”. Ma forse non è quello che davvero vogliamo, non è quello che ci fa stare bene. Può sembrare. Ma davvero poi è così? O il dolore non resta poi, silenzioso, a impregnare le nostre giornate senza che ne accorgiamo, proprio perché abbiamo tentato di scacciarlo?

Oh, io lo so che il mio è un amore ideale, quasi “letterario”, certo scriverne lo ha cambiato, e lo ha cambiato scriverne “in pubblico”. Immagino sia un po’ come quando uno deve fare leva sui propri sentimenti personali per rappresentare un’emozione di fronte a una telecamera o su un palcoscenico.

Quindi, si potrebbe dire, non è la stessa cosa.

Chi mi conosce e mi vuole bene però suggeriva, all’inizio, di pensarci meno, di non guardarli, i suoi film e i suoi spettacoli, le sue interviste, din non leggere gli articoli che lo riguardavano, perché sembrava che mi facessero stare più male. E io avevo dei dubbi, ma testardamente ho continuato, perché in quel male volevo immergermici, non per masochismo, anzi, perché in qualche modo sentivo dentro di me che era la cosa più “viva” che avessi. Perché la mia paura più grande era proprio che certe cose sbiadissero. E per questo, in gran parte scrivo e ho scoperto che sono molto più felice, oggi. Come dicevo qualche giorno fa, felicità significa per me prendere tutto quello che abbiamo avuto, che abbiamo, che siamo, tutto il nostro tempo, nel bene e nel male, e farne consapevolezza, capacità di essere noi stessi in ogni momento. Inutile dire che questo è stato uno degli insegnamenti più preziosi che abbia preso da lui.

E allora mi chiedo se dal momento che il dolore più grande lo proviamo per chi abbiamo amato di più, non sia proprio tenere ostinatamente quell’amore molto, molto presente in ogni aspetto della nostra vita, la cosa che può, alla fine, restituirci il senso.

[ho tolto il video perché non era quello giusto, non trovo quello di Mork in Wonderland, purtroppo, da cui è tratta questa scena]

Orson: Mork, I know this may be painful, but tell me exactly how you felt when Mandy passed on. (Mork, so che può essere doloroso, ma dimmi esattamente cosa hai provato quando Mandy   è morta)  [Nota: nella puntata Mork rimpiccioliva fino a trovarsi in una specie di mondo parallelo lillipuziano in cui ritrovava personaggi molto simili a coloro che conosceva, “miniaturizzati” e con nomi leggermente diversi]

Mork: Hm. Well I felt anger at first and anguish and a sense of deep loneliness. (Mmh, ecco, ho provato rabbia all’inizio, poi angoscia, e un profondo senso di solitudine).

Orson: I can’t even fully comprehend one emotion. All those emotions at once. It must cause insanity. [Non riesco a comprendere appieno neppure un’emozione alla volta. Tutte queste emozioni insieme, dev’essere una cosa da impazzire).

Mork Well, it does at first, sir. Then after you have time to think, you realize the good side. You realize that love can extend beyond universes and even beyond death. Till next week, sir. Nanu. (Beh, è così in un primo momento, signore, poi, dopo che hai avuto tempo di pensarci, cominci a vedere l’aspetto positivo. Ti rendi conto che l’amore può estendersi oltre gli universi e persino oltre la morte. Alla settimana prossima, signore. Na-nu).

 

Dàimon

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Dice che i Greci lo chiamavano dàimon, questo essere che è al tempo stesso dentro e fuori di noi, questa forza non imbrigliabile, parte della nostra natura più profonda e però anche della nostra scintilla divina, entità intermedia che permette una comunicazione tra la terra, il cielo e gli inferi, tra gli uomini e gli dei, ma anche il mondo dei morti. Avevano capito tante cose, come al solito. E Platone, leggevo, affermava che non è il demone a scegliere noi, ma siamo noi a sceglierlo. Eudaimonia, la felicità di scegliere il demone giusto, un demone buono, il custode della tua vita e delle tue scelte, la coscienza individuale. E se scegli bene, aggiungo io, ti sostiene e ti rincuora quando sei giù, ti conforta quando sbagli, ti dà forza e coraggio e regala aria e respiro anche alle giornate più buie. Se sei molto fortunato, dicevano altri popoli, questo spirito che ti accompagna puoi vederlo e parlarci. In fondo l’ho sempre pensato, sai, che le persone più profondamente buone sono anche le più felici, e per questo non ho mai potuto pensarti altro che felice, fino all’ultimo e nonostante tutto. Ed è questa felicità che si riverbera su di me. Sono felice e forse per la prima volta in vita mia,  non mi vergogno né ho troppa paura di dirlo. Non perché sono buona, ma per te, perché ho scelto il mio dàimon e l’ho scelto molto bene. Perché la felicità non è un buon momento, non è il sorriso dei tuoi figli dopo una lite, non è superare la paura, fare quello che ti piace, non è neanche l’amore. La felicità è prendere tutte queste cose, e infinite altre ancora, tutti gli istanti, tutti i sentimenti, le idee, i pensieri, l’immaginazione, i libri letti, le risate, le parole, il dolore provato, le strade percorse, i sentieri sbagliati, tutto quello che c’è stato, dentro e fuori di te, e sapere che per tutto questo eri te stesso, lo sei sempre stato e lo sarai sempre. Mica è poco aver condiviso questo pezzo di tempo sulla terra. Forse poi non avrei saputo amarti bene, se tu mi fossi stato compagno e non il mio angelo, forse non l’avrei mai saputo, che sarebbe stato comunque molto meglio averti e poi perderti, che non averti per nulla. Ma fai parte di me, comunque. Io lo sai che ti vedo a volte come il mio angelo buffo e meraviglioso, un angelo con momenti di estrema timidezza e momenti in cui scatena tutta l’energia dei vari soli che dicono ci siano nell’universo. Qualche volta il mio pensiero di te l’ho immaginato come una lucciola, una luce piccola ma intensa che indica il cammino. Altre volte come un cavallo generoso ma indomito e selvaggio come Spirit. Ma il bello del dàimon è che è multiforme, e può assumere anche più aspetti nello stesso tempo, o uno diverso a seconda del momento, persino un aspetto immaginario, uno che non esisteva fino a poco fa ed esiste ora perché lo abbiamo creato con la nostra fantasia. Il mio angelo, il mio dàimon. M’importa sempre meno di essere imperfetta, e sempre più amo questo cercare di imparare ogni giorno a essere un po’ migliore. E’ una specie di paradiso anche questo, sai. La morte quasi (ok, quasi, ho detto) non mi fa più paura. Forse neanche l’inferno, che nella mia anima c’è tanta bellezza, grazie a te, da poterlo far fiorire come un giardino.

e questa cosa la pubblico? Ma sì, la pubblico…

14. Awakenings / Risvegli

Awakenings

In un certo senso credo che Awakenings, il film di Penny Marshall che comunque avevo intenzione di recensire oggi, sia molto adatto a questi giorni e a queste emozioni che ci stanno scuotendo un po’ tutti, ognuno naturalmente a suo modo. Avevo anche pensato di fare uno strappo alla regola “cronologica” e recensire Weapons of Self-Destruction, che poteva sembrare ancora più attuale, ma in fondo non è necessario.

Chi mi segue da un po’ sa ormai fino alla noia quanto Robin Williams abbia rappresentato per me la libertà e il coraggio da sempre, oltre che la mitezza di cui parlavo in questi giorni. Mitezza che significa poi la forza di non lasciar cambiare la parte più dolce della propria essenza dalla durezza delle circostanze esterne. Sa anche che qualunque cosa quest’uomo straordinario abbia detto e fatto, a me serve sempre a leggere meglio la realtà, a lenire le ferite, a ritrovare equilibrio e forza, a ri-innamorarmi delle emozioni ogni volta.

Awakenings è una storia drammatica, con un personaggio che pur con sprazzi di ironia (credo che fosse davvero una fatica enorme per lui farne del tutto a meno, come aveva dovuto fare, ad esempio, per Seize the Day, e in seguito per altri film che non a caso non sono tra i suoi più amati), è come sempre profondamente diverso da ogni altro da lui interpretato in precedenza. Il dottor Malcolm Sayers (ispirato al medico inglese Oliver Sacks che aveva scritto un libro sulla sua esperienza) è un uomo quasi patologicamente timido, spaventato dal contatto umano, che vorrebbe fare ricerca di laboratorio e si trova a lavorare con pazienti catatonici, con varie forme “atipiche” di qualcosa. Il dottor Sayers, non arrendendosi alla mancanza di cure, finisce per trovare il nesso comune, dato dal fatto che tutte quelle persone erano state contagiate nel corso di una grave epidemia di encefalite letargica. Scopre inoltre che tutte reagiscono a determinati stimoli, tra cui in particolare la musica (un certo genere, non lo stesso per ognuno di loro).

Leonard (Robert de Niro), uno dei suoi pazienti, riesce a comunicare con una tavola Ouija (quelle usate per le sedute spiritiche) e chiede che gli venga letta la poesia The Panther di Rilke.

Quando sente parlare di un nuovo farmaco usato per i malati del morbo di Parkinson, il medico intuisce che potrebbe avere degli effetti anche sui suoi pazienti. Uno dopo l’altro, infatti, Leonard e gli altri si “risvegliano”. Sarà un’esperienza temporanea e per questo anche molto dolorosa, eppure nessuno di coloro che l’hanno vissuta rimpiangerà di averlo fatto o avrà nei confronti del dottore altro che gratitudine. Nelle parole del critico cinematografico Roger Ebert (che diede al film il massimo punteggio), “After seeing Awakenings, I read it, to know more about what happened in that Bronx hospital. What both the movie and the book convey is the immense courage of the patients and the profound experience of their doctors, as in a small way they reexperienced what it means to be born, to open your eyes and discover to your astonishment that “you” are alive.” [Dopo aver visto Risvegli, ho letto il libro, per saperne di più su ciò che era accaduto in quell’ospedale del Bronx. Quello che traspare sia dal film che dal libro è l’immenso coraggio dei pazienti e l’esperienza profonda dei loro medici curanti allorché essi ebbero modo di rivivere, in piccolo, il significato dell’esperienza di nascere, quando apri gli occhi e scopri, sbigottito, che “tu” sei vivo.]

Credo che da qui capirete perché ho detto all’inizio che questo film mi sembra, tutto sommato, quello “giusto”, in questo momento.

CURIOSITA’

Rivedendo la scena in cui RW suona il pianoforte, siccome un po’ mi sembra di conoscerlo, sono andata a verificare quello che avevo intuito, cioè che come aveva preso lezioni di sax per recitare in quell’altro bellissimo film che è Moscow on the Hudson (oltre a imparare il russo quasi alla perfezione), così ha preso lezioni di pianoforte per questo. Del resto, è lo stesso uomo che a una domanda sul paradiso, o su un’eventuale altra vita, alcuni anni più tardi (in occasione di What Dreams may Come, o Al di là dei sogni) avrebbe detto che tra le altre cose gli sarebbe piaciuto rinascere come musicista o comunque imparare a suonare il sassofono o il violino davvero bene.

In una delle interviste che hanno accompagnato l’uscita del film (e sapete anche quanto io adori le interviste di RW), Johnny Carson [errata corrige: si trattava di Jimmy Carter, l’intervista con Johnny Carson è qui] e Robin Williams scherzano sul fatto che lui abbia fatto un film così serio. Non era affatto, in realtà, il primo ruolo drammatico di RW (del resto, a parte i film più vecchi e meno noti, Dead Poets’ Society, uscito l’anno prima, era un film con momenti altamente drammatici e che certo non sfruttava la sua verve comica). Ma insomma, Johnny Carson fa una battuta con il suo ospite su questa serietà, e RW gli dà una risposta da par suo, sul fatto che a me pare ovvio, ma che forse non lo è, sul desiderio di cambiare, di indagare aspetti diversi, di cercare sempre nuovi confini (pushing the envelope), e quindi gli dice, farò qualcosa di serio, qualcosa di divertente, e ogni tanto proverò anche a interpretare il ruolo di una donna. Cosa che avrebbe fatto davvero tre anni dopo, con Mrs. Doubtfire. Da anche una bella descrizione di Oliver Sacks, come un misto di Schwarzenegger e Albert Schweitzer, con un po’ l’aspetto di Babbo Natale 🙂

Questa è la poesia di Rilke letta da Robin Williams nei panni del Dottor Sayers. Da brividi, con quella incredibile voce…

 His vision, from the constantly passing bars,
has grown so weary that it cannot hold
anything else. It seems to him there are
a thousand bars; and behind the bars, no world.

As he paces in cramped circles, over and over,
the movement of his powerful soft strides
is like a ritual dance around a center
in which a mighty will stands paralyzed.

Only at times, the curtain of the pupils
lifts, quietly–. An image enters in,
rushes down through the tensed, arrested muscles,
plunges into the heart and is gone. 

 

Il senso dell’amore per la vita e della bellezza

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Stasera in un commento si parlava di questa vita che abbiamo in prestito e che non è “nostra”. Il che è verissimo, pensavo, però io la sento molto “mia”, per il tempo in cui mi è data. Non, naturalmente, nel senso di una proprietà di qualcosa che appartiene solo a me ed esclude tutti gli altri, ma nel senso di un’individualità e una universalità che meravigliosamente si sfiorano, poi si toccano, poi s’intrecciano e infine, forse, tornano a distaccarsi, tutto in un modo assolutamente unico per ciascuno di noi.

Sono andata sul mare, ho camminato un paio d’ore, mi sono nutrita ancora una volta di bellezza, perché penso che ogni volta che ascoltiamo musica, leggiamo un libro, scriviamo, andiamo a teatro, al cinema, a una mostra, o semplicemente regaliamo bellezza ai nostri occhi, mettiamo in atto una piccola ma significativa forma di ribellione contro le paure indotte. Non solo siamo vivi, ma ci piace esserlo, riempiamo le nostre giornate di stupore e meraviglia perché non ci sia alcuno spazio per l’odio o il terrore. Certo, questo vale di più per chi fa queste cose dove sono proibite e possono costare persino la vita. Ma ribellarsi ad ansie subdolamente instillate richiede talvolta, se non lo stesso coraggio, un impegno e una fatica simili.

Sappiamo, in fondo, quanto può essere difficile, dovunque, difendere la libertà di ciascuno di amare chi e come vuole (non c’è bisogno che specifichi “se entrambi sono consenzienti”, vero?). Sappiamo quanto può essere difficile difendere la libertà delle donne, la libertà della ricerca scientifica, la libertà di chi intende scegliere una morte dignitosa e non una sofferenza protratta a tempo indefinito che non considera vita. Nessuno di coloro che difendono queste libertà intende imporre la propria scelta agli altri, eppure, spesso, la scelta di altri viene loro imposta.

E allora, il rispetto di sé e degli altri, del modo di essere di chiunque che non limiti l’altrui libertà, resta per me il miglior modo di nom piegarsi. mantenendo fermi quei principi che diciamo essere i capisaldi della nostra civiltà, salvo poi rinnegarli inneggiando alla distruzione totale dei “barbari” e invocando la stessa spietatezza che in loro ci indigna.

Mi chiedevo se sarei capace di dire cose simili se un giorno mi trovassi a sopravvivere a un attentato. Posso dire che spero di sì, che “credo” di sì, ma non ne sono certa. L’altro giorno ho incontrato, per lavoro, un giovane uomo proveniente da uno di questi paesi di cui si parla molto, diciamo. Ho sentito come una piccola sconfitta il fatto che un frammento di me dicesse “speriamo bene”. Ho sentito come una piccola vittoria il fatto di aver fatto il lavoro e preso un caffè con lui come avrei fatto con chiunque, come se nulla fosse, senza che quel fastidioso retropensiero interferisse. i traumi possono forse agire su di noi in modi che non riusciamo a immaginare. Ma io voglio credere che non lascerei a nessuno il potere di cambiare così radicalmente il senso di me stessa, delle cose in cui credo e di quello che rende la mia vita degna di essere vissuta.

E’ buffo, poi, che a urlare con più violenza “guerra, guerra” siano di solito quelli che in guerra sanno che non ci andrebbero mai. “Armiamoci e partite”, come diceva Olindo Guerrini in tempi non sospetti nella sua ode “Agli eroissimi“. E’ tornato di moda disprezzare chi non è convinto delle soluzioni militari, quasi che l’accettazione del senso profondo della vita di cui sono capaci le persone miti fosse indice di debolezza. No, ve lo assicuro, la mitezza richiede una grande forza d’animo, chi è mite conosce il dolore e le ferite ma non le brandisce come armi contro gli altri, chi è mite ha una capacità di sentire su di sé anche la sofferenza altrui come se fosse la propria, ma conosce il confine, pur talvolta labile, tra il dolore e la rabbia. Chi è mite ha saputo diventare adulto, mantenendo magari una parte bambina che permette la leggerezza, ma non ricadendo nell’infantilismo del “tu mi hai dato uno schiaffo e io te ne do due”, che tra i grandi può essere davvero pericoloso. Chi è mite ha principi saldissimi, una identità profonda e così veramente “sua” che nessuno la potrà mai distruggere, radici ben ancorate alla terra e ali che gli permettono di non lasciarsi mai immobilizzare, ma non ha verità da rivelare. Chi è mite non lascerà mai che gli tolgano quella sua preziosa determinazione a vivere senza far male agli altri.