Di amore e di infinito, di scrittura e di farfalle, e di tante cose di enorme importanza a cui non so dare un nome

E’ che con gli occhi e l’immaginazione possiamo vedere l’infinito e l’eterno, ma l’evidenza ci riporta ogni giorno alla finitezza. Non abbiamo spalle abbastanza forti da reggere a questo contrasto così grande e difficile. Forse è per questo che ce la prendiamo col primo che capita. Perché la verità è che ce l’abbiamo con la vita, e con la nostra incapacità di viverla davvero, con tutta l’intensità possibile.
Quando invece accogliamo questo contrasto come una cosa che c’è, che esiste e che ha un suo valore, si apre quel varco che è ferita ma anche apertura. Da lì entra la musica e ogni forma di canto, di arte. Tutto nasce da un dolore che ci scava dentro, ma che possiamo imparare ad amare quando ci accorgiamo che è quel dolore a dare forma a tutte le cose più preziose che abbiamo creato.

“Non t’ingannavi, sai, sulla dolcezza delle cose.
Non t’ingannavi su quella cenere nell’acqua
in cui certo c’è più vita che in un legno morto sottoterra
e si conserva meglio la tua fede
nella metamorfosi delle farfalle.
La mia lucciola m’illumina il respiro, sussurra
la sua musica d’ali quando la pioggia si rovescia
e tuona e lampeggia e sradica e piega
i rami, forse, ma non la sottile bellezza della sua danza d’insetto.
M’inchino al suo risalire la corrente come i salmoni il fiume
ma con la leggerezza infinita dell’effimero
quel suo indomito cogliere il vento a farne volo…”

[alcuni versi dalla mia poesia La metamorfosi delle farfalle]

Nemmeno a farlo apposta, in questi giorni ti vedo dovunque. E’ uscito un nuovo documentario che non vedo l’ora di guardare, credo mostrerà molte delle tue infinite sfaccettature di uomo poliedrico ma di rara coerenza, uno dei pochissimi che potesse davvero permettersi di dire, con cognizione di causa e dopo essersi cercato con grande fatica e tenacia, “io so chi sono”. È uscita una biografia che dicono bellissima e che ho già a casa, aspetto solo la calma per poterla leggere come si deve. Ma non è solo questo. È che sento parlare di un saluto e penso ai saluti che ti inventavi, vedo un sorriso ed è il tuo, guardo Trump e quella che vedo è la tua caricatura, cerco di guardare un comico e non ci riesco, perché nessuno potrà mai raggiungere quelle vette di capacità di far ridere, con un amore così grande per le persone che vuoi far ridere.

Devo tornare alla prosa, pensavo. Dovunque mi giro, ci sei. E se il cuore continua a balzarmi nel petto ogni volta che ti vedo e che ti ascolto parlare, se tutto congiura con la mia testarda memoria per non far affievolire il ricordo neanche per un attimo, vuol dire che è il momento in cui il mio raccontarti deve riprendere la forma in cui è nato. Cambiando forse punto di vista ancora una volta, perché per ogni sfaccettatura cambia la luce nella mia vita, e a me sono tutte necessarie.

Perché poi, si discuteva di scrittura, e di questo benedetto potere delle parole, che non si sa se esiste, e quanto sia grande, e dove si possa trovarlo, certo non ha senso cercare di convincere altri contrapponendo a una verità prepotentemente affermata come unica, un’altra verità unica. La verità, se c’è uno che lo sapeva meglio di tutti gli altri, poi, eri proprio tu, è un’ombra sfuggente che si cerca sotto le rocce, continuamente, perché è una ricerca che non finisce mai, ed è proprio questo il bello. Eppure, “io so chi sono”: quella meravigliosa pienezza che rendeva unici i tuoi occhi, che anche dove la nebbia era più fitta, non ti ha mai fatto dubitare di poter stare al timone, e di poter dirigere la nave nella direzione giusta.

E in questo casino di vita, emozioni, scrittura e riflessioni varie, mi è venuto da pensare anche che a forza di tuonare contro il buonismo, che per carità è odioso, si rischia di non sapere più qual è il limite della cattiveria. C’è un egoismo sano, che permette di prendersi cura di sé e quindi poi anche degli altri. C’è un egoismo malato che è indifferenza, che invece di chiedere indagini serie e approfondite su eventuali casi di malaffare e sfruttamento, preferisce fare di ogni erba un fascio e approfittarne per non doversi mettere in nessun modo nei panni degli altri. Il buonismo è quello di chi espone crocifissi e gattini e buongiornissimi e meme edificanti, e poi dimentica la fratellanza.
C’è un intenso bisogno di libertà e non so quando questo bisogno si è trasformato in un bisogno di ingabbiarsi in schemi rigidissimi protetti da muri invalicabili. “C’è parecchio materiale su cui discutere”, dicevi tu, “ma bisognerebbe discuterne apertamente. Affrontare i problemi, proporre punti di vista e soluzioni, invece di utilizzare attacchi personali. Parlare, parlare davvero, parlare dell’immigrazione, dell’istruzione, dell’inquinamento”. Come avevo scritto in quel famoso libro che adesso dovrò riprendere, cerco di immaginare cosa diresti di certi personaggi, di certi comportamenti. Mi pare a volte di conoscerla così bene, la tua ironia, da poterti ancora sentire, ed è un balsamo. A volte eccessiva, smodata, nel senso per me positivo di non moderata; talvolta sottile, sempre tagliente, certo incisa nel personale dolore di troppe cose che non avresti condiviso, anche se forse non te ne saresti troppo stupito. Probabilmente, a dire il vero, neanche un po’.
Devo tornare a tuffarmi nel tuo sguardo, perché forse, come te, posso imparare a parlare di me per entrare profondamente negli altri. L’intensità non è mai eccessiva.

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Poco prima del caffè

Posto di nuovo questa poesia di un po’ di tempo fa, perché ha ricevuto una menzione speciale al Premio Teatro Aurelio di Roma, con una motivazione che ho trovato particolarmente bella:

Appassionante, struggente poesia di un amore totale, tenero e violento, denso di passione e sentimento che sembra esplodere da ogni verso “lacerando la fragile stoffa usata per nascondere l’osceno” facendo partecipe il lettore di emozioni sublimi e carnali. Il linguaggio elegante accompagna questa autentica esplosione di meravigliose sensazioni veramente fino al “risveglio, poco prima del caffè”

che si posa sulle mie labbra, qualche volta,
il cristallo di neve a cui rabbrividisco appena.
Il mio corpo ti respira, nell’onda calda
che con spietata, struggente lentezza
dà forma al mio desiderio, e tremo
al pensiero dei solchi brucianti che sfiorandomi
lascerai con le tue dita e gli occhi
che entrano dentro i miei segreti
offerti e nudi, caduta ogni mia difesa
sì che canta di te ogni goccia del mio sangue
e mormora un suono di ventre, cuore e labbra
che si raccoglie in sé prima di schiudersi
all’universo in quella felicità dolente
che per un attimo conosci, e subito scompare.
Suona per me, graffiami il silenzio addosso, regalami
una delle tue improvvisazioni, un assolo
di fiati, ch’io sia l’unico spartito alle tue note,
cantami di ciò che è quiete e di quello
che è uragano e lacera la fragile
stoffa usata per nascondere l’osceno.
Niente più vestiti, maschere o vergogne.
Dipingimi con colori d’acquerello
un cielo intenso e quella terra
che si lascia esplorare alla tua musica
e che ti viene incontro, riboccante
di ogni seme, fiore e frutto e di sottili
trame di brividi e voglie e sogni d’infinito.
Ti darò il sapore sfacciato e pieno
delle arance nascoste nel cioccolato amaro;
sarò come l’impasto soffice del pane sotto le tue mani;
scorrerò come metallo fuso, docile fiamma nelle vene:
temprami con ghiaccio e fuoco
forgiami con la tenerezza attenta dell’artista,
fammi conca, vaso, calice a contenerti tutto.
Non senti il mio respiro farsi più veloce
e il tuo canto sciogliermisi in gola?
Sarò per te l’istante prima del risveglio,
l’insenatura in cui riparare dal naufragio
lo sconosciuto rifugio che esplori
prima che l’illumini appieno il nuovo giorno
il segreto che si svela alla tua sapienza antica,
le tue colonne d’ercole, l’ignoto passaggio
che s’apre a te come a nessun altro prima
l’invisibile filo che ti lega alla terra,
la cattiveria feroce con cui t’amo, e passo
senza guardare altri fiori e stelle, altri ricordi.
Sarò un cielo multiforme, nuvole aggrovigliate
Intente a cogliere il passo del vento,
un cielo di ardesia e lapislazzuli,
sarò l’inchiostro per scrivere l’incontro
e saprò raccontare la tua poesia e l’incanto:
mi basterà perdermi tra i tuoi fiumi di parole
e gli intervalli di silenzio luminoso e assorto
ritrovarmi in quel sorriso incerto e denso
che sembra ritrarsi ma gioca coi tuoi occhi,
così triste e allegro che l’anima si spezza,
per ricomporsi in quella malinconia
ch’è pure gusto della vita e che conosco bene.
E vorrei riaprendo gli occhi trovare
che sei dentro me, o accanto, o là nei pressi.
Mai più così lontano, che non mi basta il cuore
e vorrei che tu mi sorseggiassi piano,
soffermandoti un poco a guardarmi mentre dormo
e al risveglio, poco prima del caffè, dirti soltanto
“eccomi”
lasciando al mare tutto il resto.

Il tempo lento

Scrivo per queste luci serali,
perché non le spenga il mio urlo silenzioso,
per il pavimento verde del vagone,
memoria della solitudine dell’erba.
È sera amore mio, a quest’ora chiudo le finestre
e ascolto il brivido del mondo scorrermi nei piedi;
tu, se passi, non guardare in alto,
io non guarderò in basso,
non m’innamorerò di un solo sguardo:
avrò cura di ogni scelta, della tua schiena arresa,
e delle tue cinture, sì, nessuna esclusa, anche di quella
che non aveva più nulla da chiudere o tenere
e ti ha stretto nella gola l’ultimo coraggio.
Amore mio, la tua mancanza è un impegno quotidiano,
l’opera eterna dello scalpellino
che scava il marmo per trovarvi forme;
l’indelebile impronta di chi scolpisce, e sa, e vede
fin dall’inizio nella pietra il fuoco vivo del dolore.
Molti, nello specchio della notte,
guardano il tempo che non hanno avuto;
ma il mio specchio, vedi, è rotto,
ed io non riconosco più altro riflesso se non quello
delle cose che vengono dal mare.
Sappiamo che i giorni e gli anni hanno le ali:
pare d’addormentarci bimbi per risvegliarci vecchi;
ma quante cose abbiamo accumulato, voluto, costruito,
quante case e amori, quante nostalgie,
quanti rimpianti e voci, e pensieri, e pagine,
quante voglie e scritti, e viaggi e lunghe ombre di noia.
In te ritrovo il tempo lento, giorni che segnano
il percorso dal mio corpo alle tue mani, e sono qui
per questo lago caldo, per questo pianto che contiene il mondo,
per conoscere i tuoi gesti ad uno ad uno,
e appropriarmi della terra camminando sui tuoi passi.
Tu ci credevi nelle vite altrui,
nell’acqua sulle spalle, accolta come un dono,
anche se si fa neve e gelo: al tempo del raccolto,
ogni frutto rimasto l’hai accettato con la grazia
di chi respira a fondo ogni carezza,
e a me, adesso, non resta più che la tua neve.
Fingo che quel treno tu non l’abbia preso,
che l’arma abbia sbagliato mira, ma alle volte
devo immaginarti, non posso farne a meno,
in quella frazione di secondo che ricordi tutto,
e il tuo sorriso ha un orizzonte
che fende la nebbia col coltello, lancia il sasso
ma la mano la tiene bene in vista.
Ti sento come una carezza dura, nessuna concessione,
solo l’anima resistente dell’amore,
ruvida al tatto, e avida, e viva,
come le rughe del tempo sul mio corpo che ti guarda.

Di gioia e tagli e ferite e scrittura

Mio amato, ho ripreso a scrivere direttamente di te, senza filtri, ho ripreso in mano, dopo tanto tempo, quella storia che è l’intreccio quasi inscindibile della mia e della tua, per un lavoro di taglio ulteriore che è difficilissimo ma forse necessario, e che a distanza di tanto tempo forse posso provare a fare.

Da lì è venuto spontaneo anche riprendere a vedere le tue cose, non per ravvivare la tua immagine, ché quella si presenta sempre ben viva e nitida davanti ai miei occhi ogni volta che la cerco; ma è che c’è tutto un intrico buffo, risate che diventano inquietudine, e inquietudine che diventa scrittura, questo curioso oggetto felice che nasce da uno spazio vuoto. C’è sempre questa cosa un po’ folle di andarsi a toccare la ferita per non farla chiudere, per poterne ancora parlare, per sentirla, perché come sai, è proprio dalle ferite che nascono le cose più belle, la gioia più profonda e duratura. Certo, se solo io potessi, amore mio, se avessi potuto, avrei rinunciato a tutte le parole, ma non avrei potuto farlo, non più di quanto avresti potuto farlo tu. Forse in un certo senso è la stessa cosa che ci unisce e che ci ha tenuti lontani.

 I’m flying diceva Garp; he’s flying dicevi di Chris, l’amico più caro. E io ora guardo in alto e anche se la finestra è chiusa mi basta sentire la tua voce per vedere il cielo, e immaginarti in volo.

Pensieri su un pomeriggio denso

La protagonista del mio romanzo ha la sua “voce”, il co-protagonista anche, scrivo e scrivo, lavoro e scrivo, visito bellissime mostre e scrivo, guardo vecchi film e scrivo, sono orgogliosa dei miei figli e scrivo, scrivo, la malinconia degli ultimi giorni si dirada e mi sento quasi felice.

Stasera riguardavo una piccola parte di Moscow on the Hudson e anche quello è stato un piccolo frammento di felicità. Manchi da togliere il respiro, ma sono felice anche di questo, nel mio strano modo contorto, sono felice della nostalgia, e del fatto che né l’assenza, né un mondo così diverso da quello che immaginavi e che avresti voluto, né qualunque altra cosa della vita ha mai avuto il potere di togliermi il tuo pensiero dal cuore.

Eleganza e anticonformismo

Un paio di notti fa ho fatto un sogno stupendo, c’eri tu e giocavi con una sorta di doppio, che era la tua ombra, la tua anima, forse, anzi, anche più di uno, ma anche così identici alla tua “persona reale” da non distinguerli l’uno dall’altro. Era come una specie di scena cinematografica, ma c’era qualcosa di meravigliosamente reale, meravigliosamente tuo e mio. Credo proprio che tu potresti davvero giocare persino con la tua anima, scherzarci con quella tenerezza, quella divertita profondità, senza perdere mai di vista tutto ciò che tu “sei” e che ti appartiene. Il nostro cervello è davvero una “macchina” straordinaria. Quando più ne ho bisogno, tu arrivi, e sempre nel modo più incredibile, tutto l’incanto e il gioco e il sorprendente che tanto amo. Forse per questo che ho deciso di giocare un po’ anch’io. Un piccolo “colpo di testa”, un taglio nuovo, un tocco di colore, che una persona, facendomi un bellissimo complimento, ha definito “anticonformista con stile, e comunque elegante”. E io penso a quel tuo essere così elegante, in quella maniera così anticonformista, con quel tuo stile unico, che avrebbe sicuramente fatto scuola, se non fosse stato inimitabile, e mi sento un po’ più felice, proprio adesso che la tristezza stava rischiando di appannare un periodo in cui invece succedono (anche) molte cose belle.

Robin’s Monday – il movimento del mare

Il mare, questa superficie che ora ricorda curiosamente il ghiaccio e un denso, caldo conforto alla freddezza uniforme e composta del cielo, è pure lo stesso mare che prende, nelle giornate più terse e luminose, un blu profondo e notturno. S’increspa in infiniti modi. Come ogni città, come ogni luogo dell’universo, forse, o almeno quelli che abitiamo, è immobile è racchiude al tempo stesso il movimento del mondo, non si sposta e tuttavia è specchio del nostro desiderio di spostarci, così come del nostro timore di farlo; e anche del nostro vano anelito all’immobilità, perché, almeno fino a che siamo vivi, non possiamo fare a meno di spostarci, se anche non volessimo, fosse pure dal divano alla cucina, fosse pure solo con lo sguardo o il cuore.

Chi rifiuta lapidi e pietre esprime a fondo la più insopprimibile voglia di continuare a cambiare di posto, di non lasciare mai vincere l’immobilità delle cose, neppure dopo la morte.

Noi abbiamo bisogno di un luogo fisso, per trovare le persone amate che non vediamo più. Ma alcune di loro, quelle che hanno vissuto più intensamente, hanno invece necessità di un luogo che si muova, e di muoversi con esso.

Così la cenere, il vento, l’oceano, diventano l’espressione di tutto ciò che  è meno fermo, e che meno può essere fermato. Io sto volando. Ricordi? Sempre in cammino, sempre in volo, sempre con quella dolcezza di arrenderti al fluire della vita, che più di qualunque altra cosa ti rende vivo, e parte della Terra, del suo moto e di tutto ciò che ci respira dentro e cambia continuamente la sua forma e il suo posto nell’universo.