Pensieri su un pomeriggio denso

La protagonista del mio romanzo ha la sua “voce”, il co-protagonista anche, scrivo e scrivo, lavoro e scrivo, visito bellissime mostre e scrivo, guardo vecchi film e scrivo, sono orgogliosa dei miei figli e scrivo, scrivo, la malinconia degli ultimi giorni si dirada e mi sento quasi felice.

Stasera riguardavo una piccola parte di Moscow on the Hudson e anche quello è stato un piccolo frammento di felicità. Manchi da togliere il respiro, ma sono felice anche di questo, nel mio strano modo contorto, sono felice della nostalgia, e del fatto che né l’assenza, né un mondo così diverso da quello che immaginavi e che avresti voluto, né qualunque altra cosa della vita ha mai avuto il potere di togliermi il tuo pensiero dal cuore.

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Eleganza e anticonformismo

Un paio di notti fa ho fatto un sogno stupendo, c’eri tu e giocavi con una sorta di doppio, che era la tua ombra, la tua anima, forse, anzi, anche più di uno, ma anche così identici alla tua “persona reale” da non distinguerli l’uno dall’altro. Era come una specie di scena cinematografica, ma c’era qualcosa di meravigliosamente reale, meravigliosamente tuo e mio. Credo proprio che tu potresti davvero giocare persino con la tua anima, scherzarci con quella tenerezza, quella divertita profondità, senza perdere mai di vista tutto ciò che tu “sei” e che ti appartiene. Il nostro cervello è davvero una “macchina” straordinaria. Quando più ne ho bisogno, tu arrivi, e sempre nel modo più incredibile, tutto l’incanto e il gioco e il sorprendente che tanto amo. Forse per questo che ho deciso di giocare un po’ anch’io. Un piccolo “colpo di testa”, un taglio nuovo, un tocco di colore, che una persona, facendomi un bellissimo complimento, ha definito “anticonformista con stile, e comunque elegante”. E io penso a quel tuo essere così elegante, in quella maniera così anticonformista, con quel tuo stile unico, che avrebbe sicuramente fatto scuola, se non fosse stato inimitabile, e mi sento un po’ più felice, proprio adesso che la tristezza stava rischiando di appannare un periodo in cui invece succedono (anche) molte cose belle.

Robin’s Monday – il movimento del mare

Il mare, questa superficie che ora ricorda curiosamente il ghiaccio e un denso, caldo conforto alla freddezza uniforme e composta del cielo, è pure lo stesso mare che prende, nelle giornate più terse e luminose, un blu profondo e notturno. S’increspa in infiniti modi. Come ogni città, come ogni luogo dell’universo, forse, o almeno quelli che abitiamo, è immobile è racchiude al tempo stesso il movimento del mondo, non si sposta e tuttavia è specchio del nostro desiderio di spostarci, così come del nostro timore di farlo; e anche del nostro vano anelito all’immobilità, perché, almeno fino a che siamo vivi, non possiamo fare a meno di spostarci, se anche non volessimo, fosse pure dal divano alla cucina, fosse pure solo con lo sguardo o il cuore.

Chi rifiuta lapidi e pietre esprime a fondo la più insopprimibile voglia di continuare a cambiare di posto, di non lasciare mai vincere l’immobilità delle cose, neppure dopo la morte.

Noi abbiamo bisogno di un luogo fisso, per trovare le persone amate che non vediamo più. Ma alcune di loro, quelle che hanno vissuto più intensamente, hanno invece necessità di un luogo che si muova, e di muoversi con esso.

Così la cenere, il vento, l’oceano, diventano l’espressione di tutto ciò che  è meno fermo, e che meno può essere fermato. Io sto volando. Ricordi? Sempre in cammino, sempre in volo, sempre con quella dolcezza di arrenderti al fluire della vita, che più di qualunque altra cosa ti rende vivo, e parte della Terra, del suo moto e di tutto ciò che ci respira dentro e cambia continuamente la sua forma e il suo posto nell’universo.

Gli anni

Ti ho parlato degli anni d’acqua,
rassegnati a prendere la forma del bicchiere
o scivolati sulla pelle, senza lasciare traccia.
Ti ho parlato degli anni di sale,
rimasti in bianche distese inaridite al sole,
abbaglianti e amari, come la verità e la poesia,
Degli anni delle scarpe strette, anche,
quando il cammino era ferita dei piedi,
e le piaghe ricucivano gli orli del tempo.
E ancora, degli anni di terra,
trascorsi a mettere radici un po’ dove potevo
senza perdere la libertà dei semi di volare.
Degli anni di pietra, infine,
il duro lavoro di costruirmi casa, perché non fossero
troppo nudi i miei pensieri, troppo scoperte le spalle.
Ora ti parlo degli anni in cui vivo,
la mia carne a far da eco ai desideri, e tu, acqua e sale,
tu amore mio, ferita e terra, radice, e pietra, e casa.

La vulnerabilità del tempo

Credo nel potere primitivo della semina
che nutre l’uva e il pane, l’albero e le lacrime,
nei cuori bagnati dalla pioggia,
nel silenzio che fa l’acqua quando dorme,
credo nell’anima del cielo, nella meraviglia,
nelle salite, nelle strade secondarie,
nella terra, nella sua ferita di madre,
nel sangue di tutto ciò che ci vive e muore dentro,
nelle tue impronte, nel sale, nelle spine dell’istrice,
nei sogni quieti, che si realizzano piano,
nel solco lieve che lasciano sulle creste dei monti,
credo nell’ombra nascosta tra le rughe,
nella vulnerabilità del tempo, nell’ombra fragile
che nasconde la luce tra le pieghe della pelle.
Io il mio dolore me lo costruisco pezzo a pezzo,
goccia a goccia, raccogliendolo dal mare;
bevo ogni sera il mio bicchiere di solitudine
come un vizio, un peccato segreto per andare avanti
quando il giorno ti si perde in mano e le cicatrici
ardono come stelle tristi. E’ difficile, sai,
sentirsi frontiera, quando da una terra all’altra
anche le nuvole faticano a passare.
Mi rispecchiano, nel cielo che arde in attesa della notte,
le rosee ali di un incantesimo di uccelli in volo,
le rossastre piume e i capelli d’oro dell’autunno delle siepi;
abito un paese migrante, terra dal molteplice sguardo,
il mio paese di inappartenenza, che mi brucia in bocca
una lingua distratta, senza grammatica né accento.
Io poi ci vivo bene in tutto ciò che è indefinito:
la sera guardo il tuo posto, e non è mai vuoto,
lì è la mia patria, la mia geografia notturna,
la rotta tracciata da un indocile vento sulla sabbia,
ché tanto, lo sai, da sempre la mia Itaca ha il tuo nome.

 

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – La natura dell’amore

Sono più irrequieta che mai, incapace, in questo momento, di avere pazienza. Sono costretta ad aspettare, ma scalpito. Intanto leggo, e non è poco. Non sono più capace come un tempo, però, di farmelo bastare. Scrivere, poi, scrivere è uno strumento prezioso e una ferita, una risorsa e un dolore in più.  Non trovo sufficientemente gratificante il processo creativo in sé, devo essere sincero. Quello che voglio è avere un pubblico (da: The World’s Greatest Dad, Il papà migliore del mondo).

Buffa, la natura dell’amore, così evanescente, inafferrabile eppure capace di raggiungere vette di intensità che nient’altro può eguagliare, con un suo aspetto solido, e talvolta, forse meno raramente di quanto si pensi, dotato di salde fondamenta. Parlo di ogni forma possibile dell’amore, evidentemente, compresa quella per la scrittura, per il giardino o per qualunque altra passione vera e duratura che possiamo avere.

Questo libro, che parla principalmente dell’amore romanico e/o sensuale, non mi ha coinvolta come mi aspettavo, eppure ci torno sopra, vado avanti e torno indietro, mi segno mentalmente frasi, poi altrettanto mentalmente cancello quei segni e ne creo altri.

La citazione di oggi è questa:

A nove anni amavo quasi tutto in maniera più o meno incondizionata. Lo scenario ovattato della prima neve dell’anno. L’acqua che scrosciava nei canali e nei fossati al disgelo. L’arco disegnato da una palla ben lanciata nel cielo estivo. Lo guardo distante degli occhi di Judy Garland che, a un’interruzione della noiosa trama, apriva bocca e cantava. I “Signore., pietà” e le tonache nere del Venerdì Santo. L’ostia ridotta in poltiglie sulla lingua e gli sfottò delle liceali mentre camminavo per Stenhouse Street e attraversavo i boschi lungo l’allevamento di Kirk. Soprattutto amavo le sorelle maggiori dei miei compagni di scuola, ragazze ancora snelle che mutavano in donne più o meno avvenenti, non ancora rovinate dal matrimonio: erano creature meravigliose, libere, col denaro nella borsetta e, sulle labbra ripassate con il rossetto, un sorriso dolce per il ragazzino melenso che ogni tanto le incrociava. Tutto ciò mi rendeva felice e non mi preoccupava che quella felicità fosse momentanea. Pochi minuti, un’ora, un pomeriggio di settembre nel parco, i momenti arrivavano e sparivano, restando misteriosi e incontaminati: erano un dono e non un peso.

(John Burnside, La natura dell’amore, Fazi 2017, traduzione di Giuseppina Oneto)

Il mio cuore è un segreto

Il mio cuore è un segreto, chiuso in una conchiglia.
Di notte sento il mare
e mi passa tra le mani come una nostalgia
di chiare spume e creste d’onda, e di fondali oscuri.
Si spande sull’acqua la danza del mondo,
la carezza delle montagne è un dono del tempo
sigillo dell’ignoto sui miei giorni più felici.
È una stagione, questa, di passaggi stanchi tra le foglie,
alberi in viaggio e capricci di vento.
Un riverbero improvviso mi abbaglia
come un lampo d’allegria, poi
una lacrima
scende
lenta
acqua con acqua
sale con sale
tu
ed io
fango e terra, polvere e cenere
ciò che eravamo torneremo ad essere
ma la tua scia resta, nella tenerezza del vento;
cerco una breccia all’orizzonte, il solco azzurro
sotto il triangolo bianco della vela, il canto del viaggio
che illuda il nostro acquario con la felicità dell’oceano.
Allora ricompongo i miei uccelli interni, i miei spaesamenti
e ritrovo le nostre impronte mescolate sulla sabbia
tu
ed io
un disordine
fertile
una breccia
orme
che restano
nonostante il mare.