LA LETTRICE DELLA DOMENICA – La natura dell’amore

Sono più irrequieta che mai, incapace, in questo momento, di avere pazienza. Sono costretta ad aspettare, ma scalpito. Intanto leggo, e non è poco. Non sono più capace come un tempo, però, di farmelo bastare. Scrivere, poi, scrivere è uno strumento prezioso e una ferita, una risorsa e un dolore in più.  Non trovo sufficientemente gratificante il processo creativo in sé, devo essere sincero. Quello che voglio è avere un pubblico (da: The World’s Greatest Dad, Il papà migliore del mondo).

Buffa, la natura dell’amore, così evanescente, inafferrabile eppure capace di raggiungere vette di intensità che nient’altro può eguagliare, con un suo aspetto solido, e talvolta, forse meno raramente di quanto si pensi, dotato di salde fondamenta. Parlo di ogni forma possibile dell’amore, evidentemente, compresa quella per la scrittura, per il giardino o per qualunque altra passione vera e duratura che possiamo avere.

Questo libro, che parla principalmente dell’amore romanico e/o sensuale, non mi ha coinvolta come mi aspettavo, eppure ci torno sopra, vado avanti e torno indietro, mi segno mentalmente frasi, poi altrettanto mentalmente cancello quei segni e ne creo altri.

La citazione di oggi è questa:

A nove anni amavo quasi tutto in maniera più o meno incondizionata. Lo scenario ovattato della prima neve dell’anno. L’acqua che scrosciava nei canali e nei fossati al disgelo. L’arco disegnato da una palla ben lanciata nel cielo estivo. Lo guardo distante degli occhi di Judy Garland che, a un’interruzione della noiosa trama, apriva bocca e cantava. I “Signore., pietà” e le tonache nere del Venerdì Santo. L’ostia ridotta in poltiglie sulla lingua e gli sfottò delle liceali mentre camminavo per Stenhouse Street e attraversavo i boschi lungo l’allevamento di Kirk. Soprattutto amavo le sorelle maggiori dei miei compagni di scuola, ragazze ancora snelle che mutavano in donne più o meno avvenenti, non ancora rovinate dal matrimonio: erano creature meravigliose, libere, col denaro nella borsetta e, sulle labbra ripassate con il rossetto, un sorriso dolce per il ragazzino melenso che ogni tanto le incrociava. Tutto ciò mi rendeva felice e non mi preoccupava che quella felicità fosse momentanea. Pochi minuti, un’ora, un pomeriggio di settembre nel parco, i momenti arrivavano e sparivano, restando misteriosi e incontaminati: erano un dono e non un peso.

(John Burnside, La natura dell’amore, Fazi 2017, traduzione di Giuseppina Oneto)

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Il mio cuore è un segreto

Il mio cuore è un segreto, chiuso in una conchiglia.
Di notte sento il mare
e mi passa tra le mani come una nostalgia
di chiare spume e creste d’onda, e di fondali oscuri.
Si spande sull’acqua la danza del mondo,
la carezza delle montagne è un dono del tempo
sigillo dell’ignoto sui miei giorni più felici.
È una stagione, questa, di passaggi stanchi tra le foglie,
alberi in viaggio e capricci di vento.
Un riverbero improvviso mi abbaglia
come un lampo d’allegria, poi
una lacrima
scende
lenta
acqua con acqua
sale con sale
tu
ed io
fango e terra, polvere e cenere
ciò che eravamo torneremo ad essere
ma la tua scia resta, nella tenerezza del vento;
cerco una breccia all’orizzonte, il solco azzurro
sotto il triangolo bianco della vela, il canto del viaggio
che illuda il nostro acquario con la felicità dell’oceano.
Allora ricompongo i miei uccelli interni, i miei spaesamenti
e ritrovo le nostre impronte mescolate sulla sabbia
tu
ed io
un disordine
fertile
una breccia
orme
che restano
nonostante il mare.

Le stelle devono fare rumore

Oggi è difficile, è uno di quei giorni in cui mi manchi di più. Mi manchi, che poi vuol dire mi manca non aver potuto imparare con la memoria tattile la forma delle tue dita, non aver avuto la tua voce sulle mie labbra, il mio nome sulle tue. Mi manchi vuol dire non abbiamo viaggiato insieme, magari quando giravi l’America in picareschi tour fai-da-te; non conosco il tuo modo di stare seduto in macchina, non ti ho mai visto addormentarti su un’inospitale poltrona d’aereo durante un volo low cost. Un sorriso come una ferita che passa, un treno in partenza, qualcosa che si alza in volo. Guardarti. Dritto negli occhi con il coraggio dell’abitudine senza abituarmi mai, uno sguardo lentissimo, interrotto da piccole pause per dimenticarti solo un istante, e poterti reimparare di nuovo. Accogliere ogni istante, tener dentro ogni cosa senza stringere nulla, non un nodo, una corda, uno spago, neppure il filo più sottile, nulla. Offrire tutto sapendo che niente andrà perduto, che un solo giorno varrebbe una vita intera. Renderti lieve la solitudine senza sottrartela. Irritarmi, perché non andiamo mai in bici insieme e se lo facciamo, tu parti alla tua velocità e mi lasci indietro, dimenticando che non potrei mai stare al tuo ritmo. Minuzie. Ma sono le minuzie che mancano. Quel lieve movimento della testa, quando stai per dire qualcosa di dolce. La posizione dei gomiti e delle sopracciglia, quando poggi la mano tutta intera sul viso, prendendo mento, mascella e tempia, e resti pensoso per un tempo indefinito, immemore del mondo a cui di solito dedichi tutta la tua attenzione. Il modo di orientarti, guardando in alto, il viso rivolto al cielo con aria concentrata, come a captare la direzione del vento, anche quando il vento non c’è, forse in ascolto, invece, del tuo istinto, che ti ha quasi sempre indicato la via giusta. Ma poi niente, mi manchi vuol dire che non ci sei, e che io odio l’idea che tu non ci sia. Le stelle devono far rumore anche col loro silenzio, illuminare le scarpe con cui camminiamo, sia pure lasciando al buio il sentiero da prendere, perché resti sempre uno spazio di libertà, di immaginazione, di meraviglia, lo spazio in cui i desideri e la vita sono una cosa sola.

LA LETTRICE DELLA DOMENICA – Bisogno di libertà di Bjorn Larsson

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La scrittura di Björn Larsson mi è entrata nel cuore dai tempi della vera storia del pirata Long John Silver, libro che ho amato a tal punto da comprare tutti i libri suoi che potevo, e poi per anni non leggerli per timore di restare delusa. Timore infondato, come avrebbe dovuto essermi chiaro almeno dal giorno in cui ho assistito a una presentazione di Larsson a Genova e lungi dal ridimensionarsi, la mia stima nei suoi confronti è salita alle stelle.

Quest’estate, cercando qualcosa da portarmi in vacanza, i suoi tre libri che non avevo ancora letto mi si sono “fatti incontro” con tale entusiasmo che non avrei più potuto lasciare inascoltato il loro rischiamo rimandando ancora. E Bisogno di libertà (Iperborea 2013, traduzione dal francese di Daniela Crocco) in particolare, dopo un inizio in sordina, mi ha scavato dentro con la stessa forza del primo, benché sia molto diverso. Il tema della libertà è l’unico filo rosso che unisce questi come, a quanto ho potuto capire, tutti gli altri libri di Larsson.

Libertà e scrittura, libertà e amicizia, libertà e servizio militare, libertà e amore…

Appena l’ho finito, senza neanche accorgermene mi sono trovata il libro stretto al petto, come in un abbraccio, e non mi era mai successo. Si dice spesso che leggere apre sempre un “dialogo” con l’autore, ed è così, eppure raramente ho avvertito la verità “materiale” di questa frase come in questo libro, era un continuo riconoscermi, confondermi, ritrovarmi, trovare spunti di riflessione, ribellarmi a certe cose che credevo di non condividere e che poi però lasciavano tracce di inquietudine… Finisco sempre per amare ciò che mi inquieta, un libro rasserentante, che lasciasse in me esattamente quello che c’era prima, non mi sarebbe servito.

L’ho riletto da capo, dopo un paio di settimane. Lo rileggerò ancora, non è un libro da divorare e dimenticare, almeno per me. Ho bisogno di assimilarlo, lasciarlo decantare, lasciarlo agire in profondità.

I’ve been crazy about Björn Larsson’s writing style since the time of Long John Silver – The True and Eventful History…, which I loved so much I had to buy all the books of this author I was able to find, and yet avoided reading them for years, for the fear of being disappointed. An unfounded fear, as I should have realized at least since the day I attended a presentation of one of Larsson’s books in Genoa and far from being reduced, my admiration for him skyrocketed.

Earlier this summer, while I was looking for a book to take on holiday, his three books I still hadn’t read “came to me” with such enthusiasm I could no longer leave their call unanswered, putting this off again. And Besoin de liberté in particular, after a lukewarm start, has dug into me as deeply as the first one, although it’s quite different. the issue of freedom is the only red thread that connects these two and, as I understand, all other Larsson’s books.

Freedom and writing, freedom and friendship, military service, love…

As soon as I finished it, I found myself almost unawaredly holding the book to my chest, as if hugging it, something that never happened to me before. They say reading always opens a “dialogue” with the author and it’s true, but I’ve seldom felt the “material” truth of this idea as in this book, I kept identifying myself, losing and finding myself, getting confused, finding food for thought, fighting against certain ideas I thought I disagreed with, and yet sowed a seed of unrest… I always end up loving the things and persons that disquiet me; a soothing book, one leaving myself exactly as I was before, would have been no use to me.

I read it over again after a couple of weeks. I’ll reread it some other times, too, it’s not a book to be devoured and forgotten, not for me, at least. I need to absorb it, let it settle and kick in.

L’avere sfiorato la perdizione non mi ha distolto dal tornare in foresta (…) Ma da quel giorno mi sono sempre, per così dire, “coperto le spalle”. Ho capito che per essere liberi dobbiamo sapere dove siamo. Chi è smarrito, chi non ha il senso della realtà, chi ignora come va il mondo non è libero. Non si può essere liberi che con cognizione di causa. Essere liberi non è perdersi e lasciarsi andare senza avere la minima idea di una direzione […] Bisogna essere realisti, radicati nella realtà, e insieme sognatori, per non rimanere vittime involontarie del mondo reale. (p. 24)

Tra amore e libertà non c’è unità di misura. L’uno non può equilibrare l’altro, né compensarlo. Tuttavia non si può vivere né senza l’uno né senza l’altro, per lo meno non a lungo. Ma se si dovesse assolutamente scegliere? Se si potesse scegliere? Ebbene, sceglierei senza ombra di dubbio la libertà, perché senza quella non potrei vivere. Senza amore, forse. (p. 72)

Per andare da Passy a Saint-Germain-des-Près e a Montparnasse, i miei quartieri d’elezione, prendevo il metrò che attraversava la Senna sul Pont de Grenelle. Passando sul ponte si gode di una vista magnifica su Parigi e ogni volta guardavo con ingordigia il Sacré-Coeur, i tetti di Parigi e la Senna. Poi, un giorno mi sono reso conto che avevo attraversato il ponte leggendo Le Monde senza neanche sollevare la testa, come tutti gli altri passeggeri che andavano al lavoro. Parigi mi era diventata familiare. (…) Ricordo perfettamente quel che ho pensato: ecco, è ora di proseguire il cammino, di andare a vedere altrove, per spezzare la cecità dell’abitudine che non ti fa vedere più niente. Non sono ripartito subito. Ma avevo capito fino a che punto avessi un bisogno vitale di novità e di resistenza da parte della realtà, e fino a che punto temessi di adattarmi alla routine. Questa necessità di cambiare paesaggio e ambiente, per non intorpidirmi nei confronti della vita, non mi ha mai abbandonato (p. 72-73)

Qualsiasi materia, studiata a fondo, diventa interessante sia da un punto di vista intellettuale che esistenziale. Dico sempre ai miei allievi che la scelta precisa di una materia o di una formazione non è poi così fondamentale. Conta di più spingere lo studio il più a fondo possibile. Alla fine del percorso, si scoprirà inevitabilmente la ricchezza e la complessità dell’esprienza umana. (…) L’errore che mi sembra commettano molti oggi è quello di fermarsi a metà strada, di fare lo stretto necessario per ottenere il primo impiego, insomma di vivere la vita facendo zapping. (p. 76)

Paradossalmente, se l’amore appassionato rischia di rendere meno liberi gli innamorati stessi, al tempo stesso, spezzando i codici e le regoledi una morale e di una società restrittive, possiede una forza liberatice che non va sottovalutata. In effetti, la grande maggioranza dei grandi romanzi d’amore racconta il conflitto tra la passione e la pressione di una società che non può permettere alla gentedi amarsi in qualsiasi modo, al di fuori del matrimonio, scavalcando classi sociali e razze. (…) Anche se non si sceglie di innamorarsi, ci sono sempre amori che esigono un vero coraggio e che costituiscono atti dalle implicazioni politiche molto forti, addirittura esplosive. (…) Ho sempre anche detto, e ugualmente lo ripeto, che non scriverò mai romanzi d’amore. Mi chiedo seriamente se servano a qualcosa. Ne sono già stati scritti di bellissimi, eppure continiamo a commettere gli stessi errori e le stesse idiozie. So perfettamente che la letteratura non ha come unica funzione di insegnarci a vivere concretamente. Resta che non può insegnarci ad amare meglio. Può tutt’al più – ed è già molto – consolarci di sapere amare così male (…). L’essenza della letteratura è essere l’espressione della libertà umana. E l’amore, appunto, non è l’espressione della libertà. Ecco la ragione profonda per cui i romanzi raccontano l’amore infelice e tragico. Quel che raccontano non è solo l’amore. È anche la lotta tra il bisogno d’amore e il bisogno di libertà. In questa lotta, non c’è mai vincitore. (p. 92)

 

My way

Bellezza, affetto, buona cucina, meraviglia, tutte le cose che hai amato di più. Ti ricordo a modo mio, ricordo la gioia di vivere, che lo so che ti è stata in parte strappata via,  ma so anche che non ti sei mai arreso e hai celebrato la vita, l’amore e le risate fino all’ultimo. Alla tristezza ci pensano già in tanti, io voglio onorare le infinite, immense vite che hai vissuto, e questo mio vederti ovunque, viverti in ogni vita, amarti in ogni amore. L’importante è ricordare sempre,  pensarti sempre, perché come te cercherò sempre di camminare sulla mia strada, ma la mia strada è la tua.

Amori e luoghi

Anche per i luoghi, ho scoperto, ci sono gli innamoramenti e ci sono gli amori che evolvono in sentimenti profondi e duraturi. Ho avuto la fortuna di girare abbastanza finora, anche se certo, non come avrei voluto, perché se potessi sarei sempre in movimento.

Mi è capitato spesso (potrei dire quasi sempre) di provare colpi di fulmine per uno scorcio, un quartiere, una casa, un’intera città. Non di rado ho pensato che avrei potuto fermarmi: ogni luogo di passaggio diventava nei miei pensieri, a volte solo per un momento, a volte per qualche giorno, qualche mese o addirittura per qualche anno, la mia potenziale nuova residenza.

Ci si innamora per una o più caratteristiche in cui riconosciamo parte di noi; per uno sguardo che ci “parla”, per un tono di voce. Se andiamo più a fondo scopriamo piccole e grandi affinità, gusti comuni, un modo simile di vedere le cose.

Eppure non è ancora abbastanza.

Non ho mai del tutto creduto all’idea che esista per ognuno di noi una sola, vera anima gemella, eppure credo di aver capito, nel tempo, che si può costruire qualcosa di reale solo sulla base di qualcosa di assolutamente non solido e irrazionale. Intendiamoci, credo ci voglia comunque una buona intesa sulla visione del mondo (una persona che conosco rise molto una volta, quando al cliché gli opposti si attraggono aggiunsi d’impulso: per un po’). Però le affinità, le buone intese, le visioni comuni non bastano affatto.

Succede a un certo punto che una persona diventa per noi la più bella del mondo, non perché non la conosciamo abbastanza, o non vediamo i suoi difetti, o crediamo veramente che sia miss o mister universo, ma perché vogliamo scoprirla, perché non è più semplicemente un incontro, vediamoci al bar, chiacchieriamo un po’ e guardiamo che succede, ma un desiderio di accettazione dell’altro, che diventa, col tempo, più straordinario. Non è più il fatto di rifletterci nell’altro, che conta, ma il fatto che l’altro sia fatto come è fatto e che noi siamo in grado di riconoscerlo. È una forza che cresce fino a diventare davvero tale da smuovere le montagne.

Ecco cosa mi è successo con San Francisco. Amo, di questa città, il clima, la cucina, i sorrisi, le biciclette, le luci, i colori, la nebbia, i parchi, l’oceano, il ponte, il vecchio e il nuovo (non solo in architettura), lo skyline inconfondibile e tutte le cose note e arcinote. Ha uno sguardo che m’incanta e un’idea della vita che mi calza come una seconda pelle. Tuttavia non credo che non esistano città più belle, oceani più ammirevoli, luci più fascinose, sorrisi più aperti o climi migliori (oddio, è difficile!). E quasi certamente ci sono anche luoghi con un simile sguardo e una simile view of life. Solo che è lì che voglio vivere. Più sto lontano, più mi manca, più passa il tempo più cose voglio sapere, e più cose so, non importa se siano pregi o difetti, più mi entra dentro. Golden State o non Golden State (si può avere un’idea di tutta la California vista dall’alto con i droni, e da lì potete anche spaziare, perché è diventato un hobby che coinvolge altre zone del territorio americano e non solo), a San Francisco io sento che sono al mio posto.

Il mio corpo è qui, ma anima e cuore sono laggiù.

La tua assenza

La tua assenza è  uno spazio che ogni giorno si riempie e si svuota di senso. Quando non scrivo di te mi sembra di perdere tempo, ma tu sai che tutto quello che scrivo è comunque dedicato a te. Se le cose fossero andate diversamente avrei dovuto necessariamente lasciarti andare per vivere.  Qualche volta sono tentata di farlo. Scriverei certo meno, ma si ridurrebbe anche la fatica e il peso.  Perché è un peso, sai. È un peso sognarti e svegliarmi a metà della notte col tuo pensiero fisso in testa e questo bisogno assurdo di far qualcosa,  qualunque cosa per colmare un vuoto altrettanto assurdo. È un peso sforzarmi di credere che tu approveresti quello che faccio e cercare dei segni a cui poi non riesco a credere,  ma neanche a non credere. Perché lo faccio, dici? Questo lo sai bene. Una sola delle risate e delle emozioni che mi hai regalato, uno solo dei tuoi sguardi, sia pure in sogno, espressione di te così profondamente vera, valgono qualunque fatica, qualunque peso. Ti darei tutto,  e in cambio mi basta solo tenerti in qualche modo nella mia vita, anche solo come un desiderio che diventa scrittura.