Un ritratto davvero eccezionale

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La prima cosa da dire di questo libro è che si rivolge principalmente ai fan di Robin. Non che sia rigorosamente riservato a loro, intendiamoci, ma è difficile che a qualcuno venga in mente anche solo di aprirlo, se non è (fortemente) incuriosito da lui. È costruito in gran parte sulle fotografie, dopotutto, e i testi sono, in apparenza almeno, testi di accompagnamento, quasi delle didascalie un po’ allungate, si potrebbe pensare.

Alcune caratteristiche, tuttavia, potrebbero renderlo interessante anche a chi abbia solo una vaga conoscenza e una blanda curiosità.

In primo luogo, Arthur Grace ha iniziato come fotografo incaricato di un servizio per un giornale, ma in brevissimo tempo, come quasi sempre accadeva con Robin, è diventato un amico, non tra quelli più stretti, come lui stesso dice subito, ma direi comunque tra quelli veri. È sicuramente una delle persone con cui mi piacerebbe parlare se dovessi integrare/scrivere una seconda parte / una seconda edizione del mio libro dedicato a Robin (e lo so, ancora non conosco il destino del primo e sto già pensando al secondo. Ma di scrivere di lui non smetterò mai e questo è un fatto).

In secondo luogo, e proprio per questa ragione, è un libro come speravo che fosse, intimo, personale, emotivamente coinvolto senza mai scadere nel gossip, nè nell’agiografico, anche se (e questo è un aspetto che me lo rende caro), conferma una per una le qualità che io ho sempre attribuito a Robin, dandone prova con fatti ed episodi molto specifici. In effetti, ho apprezzato molto la discrezione e la delicatezza con cui ha accennato a malapena, en passant, ai temi più spinosi della sua vita, ben consapevole del resto che chi lo ha amato, da vicino o da lontano, quegli aspetti li ha ben presenti (per averne sentito parlare da lui direttamente, in gran parte).

L’informalità delle foto e degli scritti mostrano quello che potrebbe definirsi un “Robin Williams inedito”, se non fosse che il Robin privato a quanto pare non era, negli aspetti più importanti, affatto diverso da quello pubblico. Grace ha potuto conoscere Robin da vicino, agli eventi familiari, nei fortunosi tour dei primi anni, con mezzi improbabili verso teatri altrettanto improbabili sperduti in luoghi remoti, quando coglieva poche ore di sonno dovunque fosse possibile (e Robin, abituato alle comodità fin da bambino, si adattava a tutto senza nessun problema), e nei grandiosi tour successivi alla memorabile serata al Met di New York; nel suo ranch, a cena, durante la preparazione dei film; nei momenti con i figli; in compagnia dei numerossimi amici, famosi e non; allo stadio…

Buona parte del fascino di Robin, o comunque una parte importante, stava nel fatto che in lui convivevano un’estrema complessità (di mente, soprattutto) e una grande semplicità, di modi e non solo. Un uomo capace di conciliare un profondo interesse per la storia, l’attualità, la cultura e l’ambiente con una stanza dei giochi (la famosa stanza segreta dietro la libreria girevole, o in cima alla torre) piena di soldatini, astronavi di Star Wars, videogiochi e modellini di mostri. Capace di leggere la realtà con occhio acutissimo, disincantato e ovviamente denso di humour, ma del tutto impreparato all’idea che qualcuno, persino nell’ambiente di Hollywood, potesse dirgli una cosa per l’altra (l’episodio del ruolo del Joker in Batman è indicativo). Sono sempre più convinta che sia un uomo interessante da conoscere, anche oltre e al di fuori degli aspetti più ovvi.

Being on tour with Robin in the spring of 1986 was as exhilarating and carefree an assignment as I ever had, and easily the most fun.

[…]

One part of the business side of my road trip was, of course, taking photographs of Robin before, during, and after his performances. I got to see beforehand what it took to do what he did so successfully – meticulous preparation, a superb memory, steady nerves, stockpiles of energy, love of being on stage, and the ability to recharge himself so every night was a new experience. Obviously, the prerequisite to all this was having a keen sense of humor, a sixth sense of what was funny, and the ability to deliver laughs to an audience in an engaging way.

[da: Robin Williams, A Singular Portrait, 1986 – 2002, di Arthur Grace, Ed. Counterpoint 2016)

Traduzione (mia)

Quello di seguire Robin durante il suo tour nella primavera del 1986 è stato uno degli incarichi più entusiasmanti e pìù spensierati che abbia mai avuto, e sicuramente quello in cui mi sono divertito di più.

Parte dei miei compiti di lavoro in quel viaggio on the road consisteva, naturalmente, nel fotografare Robin prima, durante e dopo gli spettacoli. Ho avuto modo di vedere in prima persona quello che gli serviva per fare quello che faceva con tanto successo – una preparazione meticolosa, una memoria incredibile, nervi saldissimi, scorte inesauribili di energia, amore per il palcoscenico, e la capacità di ricaricarsi, così che ogni serata era un’esperienza nuova. Ovviamente, il primo requisito era un acuto senso dell’umorismo, un sesto senso su quello che era divertente, e la capacità di far ridere le persone facendole sentire coinvolte. 

 

 

Di spazi, e nidi segreti, e librerie girevoli

For Robin’s downtime, he had private spaces in his home in San Francisco and at his ranch in Napa where he could completely withdraw from everything and everyone. In San Francisco his retreat was a hidden room behind a movable bookcase, while in Napa, it was a separate watchtower with its own staircase.

[da: Robin Williams, a Singular Portait, di Arthur Grace]

Adoro capirti sempre meglio, e avevi ragione amore mio, è fantastico che ogni giorno, ogni sorso di vita possa servire a conoscere di più una persona, sapendo che comunque non saprai mai tutto, ti resterà sempre qualcosa da imparare, qualcosa per cui sorprendersi. Sapevo che una delle piccole e grandi cose che abbiamo in comune è questa esigenza vitale di avere uno spazio intimo e personale, lontano da tutto e tutti, per fare ciò che amiamo, per pensare e stare in contatto profondo con noi stessi, o semplicemente per staccare dalla routine, rilassarci e ricaricare le batterie. Non credo quindi di essere una persona troppo soffocante, proprio perché capisco quella necessità. Eppure a volte patisco, quando mi pare che gli altri non mi stiano vicino abbastanza, mi irrito, reagisco male. Mi ero chiesta se anche con te avrei sofferto i lunghi mesi di distanza, e poi, al ritorno, tu così esausto da avere ancora bisogno di solitudine, avrei forse fatto fatica ad accettarlo, te lo avrei fatto pesare. Ma questo è stato prima di leggere come te li eri creati, questi spazi di temporaneo isolamento dalle cose e dalle persone. Una stanza segreta dietro a una libreria girevole, e una torre di osservazione, separata dal resto della casa, dove annidarsi in cima a una scala e giocare, e leggere… Mio amato, siamo anime troppo gemelle perché io possa rimproverarti alcunché. Imparo, anche da questo, ognuno ha la sua torre, a sua stanza segreta, tu mi insegni ad amare, in te, quei piccoli e infiniti gesti che ritrovo poi in me, nelle persone che ho vicino, a restituirli, ad accogliere quello che c’è, così com’è. E lasciando poi un angolo in penombra dove immaginarmi un paradiso pieno di nidi segreti in cui rifugiarsi. Qualche volta anche insieme, ma non preoccuparti, mica sempre, che il ci sarebbe tempo e spazio per tutto.