Fortune non scontate

Stasera su Raistoria, canale che mediamente ci piace, davano un programma su De André. E ho pensato, non per la prima volta, che lo ascolto sempre troppo poco, benché conosca praticamente tutte le sue canzoni, che ad ogni ascolto vanno un po’ oltre, danno qualcosa in più. Come succede solo ai più grandi, o a quelli che danno molto di sé e consentono a tanti di identificarsi in maniera più vicina, quasi affettiva: quando muoiono mancano enormemente, li si piange come fossero stati amici, persone care, e al tempo stesso, è come se fossero sempre lì, hanno una forza, un’intensità non comune nella presenza e nell’assenza. Credo sia perché qualunque cosa facciano, la fanno per passione e per amore, ma anche sempre senza prendersi troppo sul serio. Dando l’impressione che avrebbero potuto in effetti tranquillamente fare altro, e facendoti sentire tanto più grato della loro scelta, perché in quel caso, il mondo, o almeno il tuo mondo, sarebbe stato molto meno ricco. De André diceva che le canzoni erano “l’ornamento” di una vita in cui c’era comunque molto altro dentro; Robin Williams aveva scoperto il suo talento per l’improvvisazione casualmente, mentre studiava scienze politiche, e aveva cambiato strada, mantenendo la consapevolezza che comunque di strade ce n’è sempre più di una, che il loro mestiere, per bellissimo che sia, non è “tutto” e non li “identifica”. Allora dentro di me c’è un po’ sempre questa idea, guarda che fortuna hanno avuto, guarda che fortuna abbiamo avuto, e magari nel mio amore c’è anche questo: la bellezza che hanno regalato alla mia vita non era affatto scontata.

Il principio di massima entropia

Non ho il senso del tempo, confondo
le ore, i giorni e le stagioni,
è stato un anno fa, dico,
e invece sono cinque, o dieci, o cento.
Ridendo e scherzando, s’è fatto tardi;
mi sono sfuggite alcune stragi,
qualche guerra troppo lontana
per accorgersene in tempo,
un terremoto e l’offesa del fango,
gli incendi delle case e delle foreste.
Guarda questa polvere,
le ragnatele accumulate tra le tombe
di questo cimitero di campagna,
che raccontano lo scorrere del fiume,
il passaggio delle onde, ad una ad una
irreversibili.
Riconosciamo il tempo dalle foglie,
che respirano al vento,
il loro aggrapparsi al ramo come ultima
resa al principio di massima entropia,
il miracolo del disordine del vivere,
delle possibilità infinite
contro gli officianti di un ordine mortale,
della fatale sicurezza della quiete
che solo appartiene a ciò che non esiste.
Avete seppellito il mio cuore, e
non sapete dove, ma il mio ginocchio ferito
è un’isola di sale a cui Nessuno torna,
una creazione del mare che mi riporta
l’eco degli assenti con cui da sempre parlo
e che sempre mi rispondono.

Abitudini

Ed ora che è finito il l tempo aspro del lutto, che si diradano i picchi del dolore che ti lacera e ti costringe a urlare, perché il silenzio ti spaccherebbe l’anima, ora si è fatto il tempo di sentirti in modo diverso, sottile e persistente come il profumo di casa, che avverti appena, solo quando apri la porta, poi sembra farsi impercettibile, ma c’è, riempie gli spazi, accompagna i momenti in cui ti rifugi come in una tana, e la casa si fa luogo intimo di solitudine benefica,  così come quelli in cui diventa accogliente incrocio di persone, sguardi, voci e incontri.

Dovrò allora imparare a parlare di te come si racconta un’abitudine, non una di quelle che ti fanno agire senza pensare, inserendo il pilota automatico, ma una di quelle abitudini costanti e discrete che rinnovi ogni volta, ancora e ancora, perché danno sapore a tutto quanto.  Un bacio lieve prima di uscire; le mani intorno alla tazzina calda del caffè nelle mattine d’inverno, per coglierne appieno  il tepore e l’aroma; i piccoli gesti di cura, che sono come carezze; le piccole libertà che si prendono sui doveri, come licenze poetiche.

Le abitudini migliori dopotutto si coltivano, come i giardini e i sogni, come le passioni e la terra. Richuedono un lavoro, una buona dose di impegno, prr non lasciarle sfociare in assuefazione.  Bisogna seminare e poi innaffiare, concimare, smuovere  e ammorbidire la terra con vanga e zappa, rimuovere le male erbe.

Cosi coltivo l’abitudine di sentirti anche quando sembri lontano, per non abituarmi mai alla tua assenza. Di sapere che sei lì anche quando sono distratta e faccio mille cose, ed è bello anche sapere che pur quando non penso consapevolmente a te, non esci mai davvero dalla mia mente e dalla mia vita.

Le stelle devono fare rumore

Oggi è difficile, è uno di quei giorni in cui mi manchi di più. Mi manchi, che poi vuol dire mi manca non aver potuto imparare con la memoria tattile la forma delle tue dita, non aver avuto la tua voce sulle mie labbra, il mio nome sulle tue. Mi manchi vuol dire non abbiamo viaggiato insieme, magari quando giravi l’America in picareschi tour fai-da-te; non conosco il tuo modo di stare seduto in macchina, non ti ho mai visto addormentarti su un’inospitale poltrona d’aereo durante un volo low cost. Un sorriso come una ferita che passa, un treno in partenza, qualcosa che si alza in volo. Guardarti. Dritto negli occhi con il coraggio dell’abitudine senza abituarmi mai, uno sguardo lentissimo, interrotto da piccole pause per dimenticarti solo un istante, e poterti reimparare di nuovo. Accogliere ogni istante, tener dentro ogni cosa senza stringere nulla, non un nodo, una corda, uno spago, neppure il filo più sottile, nulla. Offrire tutto sapendo che niente andrà perduto, che un solo giorno varrebbe una vita intera. Renderti lieve la solitudine senza sottrartela. Irritarmi, perché non andiamo mai in bici insieme e se lo facciamo, tu parti alla tua velocità e mi lasci indietro, dimenticando che non potrei mai stare al tuo ritmo. Minuzie. Ma sono le minuzie che mancano. Quel lieve movimento della testa, quando stai per dire qualcosa di dolce. La posizione dei gomiti e delle sopracciglia, quando poggi la mano tutta intera sul viso, prendendo mento, mascella e tempia, e resti pensoso per un tempo indefinito, immemore del mondo a cui di solito dedichi tutta la tua attenzione. Il modo di orientarti, guardando in alto, il viso rivolto al cielo con aria concentrata, come a captare la direzione del vento, anche quando il vento non c’è, forse in ascolto, invece, del tuo istinto, che ti ha quasi sempre indicato la via giusta. Ma poi niente, mi manchi vuol dire che non ci sei, e che io odio l’idea che tu non ci sia. Le stelle devono far rumore anche col loro silenzio, illuminare le scarpe con cui camminiamo, sia pure lasciando al buio il sentiero da prendere, perché resti sempre uno spazio di libertà, di immaginazione, di meraviglia, lo spazio in cui i desideri e la vita sono una cosa sola.

Regalarsi senso

Qualche volta è dura. Qualche volta la odio, questa assenza, la sostanziale solitudine di scrivere a una parte di me. Amo pensare che tu in qualche luogo possa sentirmi e a volte lo spero, ma più spesso fingo. E’ proprio la meraviglia dell’amore a bruciarmi dentro. Perché tu hai fatto e io scrivo soltanto. No, non soltanto, è vero. Ma sento il tuo stesso desiderio, e non lo stesso coraggio, di dare così tanto di te in pubblico, e molto di più in segreto. Questo incrociare altre vite, incrociarle per caso e però volutamente rendere quell’incontro importante. Costruire intersecazioni, sentirti parte degli altri, esserci. Alleviare pesi, dare conforto nei momenti più duri. A costo magari anche di aumentare un po’ il tuo, di peso, ma regalandoti senso, alla fine.

Canto dell’assenza

E’ possibile il ricordo senza memoria, hanno chiesto:
senza aver visto, vedere, toccare, sentire, annusare.
Oh sì, rispondo, e il vento mi presta il suo consenso,
ché con l’immaginazione costruisco case e ruscelli,
e riempio di grano i campi e di pianeti e stelle il cielo.
Il desiderio fa scorrere sul mio corpo il tuo respiro,
il mandorlo qui accanto mi porta il tuo sapore,
il tuo odore lo sento quando profuma di miele il mio giardino
e non un solo giorno la mia pelle o le mie labbra
dimenticano quei baci che soltanto in sogno ho avuto.
Nulla da dichiarare alla dogana, nessun oggetto da poter ispezionare
ma questo sangue che affluisce al viso indica forse
che qualcosa è nascosto, una borsa, un doppio fondo o un doppio cuore,
uno per quel che tocco con le mie mani,
l’altro per ciò che sfioro con le tue, che è più prezioso
e certo non sfuggirebbe al rigoroso controllo dei solerti
funzionari della ragione che mi guardano con cipiglio severo.
Quindi canto questa assenza con una voce da riempire il mare,
e il mio canto è pane, di quelli a pasta dura, che fatichi
a masticarli, poi si sa che il pane è salato e non solo quello altrui,
ma non ne varrebbe la pena, senza la fatica e il sale.
E questo sole in burrasca, quest’acqua oscura in cui immergo la mia voglia
asseconda nel mio ventre le scintille di un piacere ignoto;
e così il soffio della tua bocca appanna il vetro delle mie certezze
e mi ossigena i polmoni, e la stanza, e tutto il mondo intorno.

I primi due versi provengono da Assenze? una poesia/nota di Erospea, che mi ha ispirata, inconsapevolmente, e che consapevolmente ringrazio, di cuore, per le domande bellissime che pone: quando qualcosa non ha attraversato i tuoi sensi, è possibile ugualmente che l’assenza sia così forte da diventare presenza? Ed è possibile un ricordo che vada al di là della possibilità di avere memoria di cose vissute con i sensi, e della possibilità di riviverle, ugualmente con i sensi? E’ possibile una “mutazione di cellule, per chi non crede oltre le cellule un’anima scissa dal corpo?” Quindi la poesia, scritta praticamente di getto, esprime alcuni miei personalissimi pensieri con cui d’istinto potrei rispondere.